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Santa Monegonda Venerata a Tours

2 luglio

Monegonda, santa di Tours del VI secolo, è conosciuta solo per una Vita molto concisa che costituisce il capitolo XIX della Vita dei Padri di Gregorio di Tours e un riassunto, molto suggestivo, che costituisce il capitolo 24 di In gloria dei Confessori. Ella fa parte di quel gruppo di personaggi che Gregorio dovette conoscere da vicino e dei quali egli narra la vita esemplare con scopi di edificazione nonché storici.


Monegonda a Chartres
Monegonda è originaria di Chartres. È sposata e madre di due figli che muoiono prematuramente. Inconsolabile nella società, ma timorosa che il suo dolore inconsolabile sia un’offesa a Dio, rifiuta i suoi abiti di lutto e si fa costruire una celletta nella quale si ritira in preghiera e digiuno. Il suo solo nutrimento è costituito da un pane d’orzo e da una miscela di ceneri che essa stessa brucia.
Un miracolo certifica rapidamente questo cambiamento. La serva (presso Gregorio di Tours tutti i santi di buon lignaggio, anche se rinunciano a tutto, conservano almeno uno schiavo o un servitore) la abbandona, stanca delle sue privazioni. Sprovvista d’acqua per impastare il suo pane, Monegonda si affida a Dio e, a seguito delle sue preghiere, si mette a nevicare ed ella può raccogliere la neve sul davanzale.
Ma è un altro miracolo che deciderà del suo destino. Mentre passeggia nel giardino che si trova accanto alla celletta, una vicina, che mentre metteva del frumento ad essiccare sul tetto della casa la guardava con curiosità indiscreta, divenne improvvisamente cieca. Monegonda è disperata: “Povera me, se per una piccola offesa fatta alla mia nullità, le persone vengono accecate!” Si mette a pregare e poi, toccando la donna e facendo il segno della croce, le rende la vista.
L’evento fa scalpore. Ella si chiude nella sua abitazione rifiutandosi di intercedere per un sordo che le hanno portato e che viene comunque guarito. Osannata dai suoi vicini, timorosa di soccombere alla vanità, abbandona casa, marito e famiglia e si porta a Tours, presso la tomba di San Martino.

Il miracolo di Avoine
Lungo la via si ferma ad Avoine (lat. Evena), dove è in corso la celebrazione della vigilia di San Medardo, del quale la chiesa possiede reliquie. Dopo una notte di preghiere, l’indomani nel corso della messa, vede avvicinarsi una ragazza, “gonfia a causa del veleno emesso da una pustola maligna” che si butta ai suoi piedi dicendole “Aiutami, perché una morte crudele cerca di strapparmi dalla vita”. Come sua abitudine, Monegonda si prosterna, supplica Dio, poi, alzandosi, fa un segno di croce. “Di seguito il tumore si apre in quattro, il pus cola fuori e la morte abbandona quella ragazza.”
Giova qui rimarcare la precisione quasi chirurgica con la quale Gregorio ci narra la guarigione.

Monegonda a Tours
Arrivata a Tours, rende grazie a Dio per aver potuto contemplare coi suoi occhi il sepolcro di San Martino, poi si installa lì vicino “in una celletta” per digiunare e pregare. Le guarigioni riprendono: la figlia di “una certa vedova” (sicuramente una persona famosa) è guarita dalla contrattura delle mani (un male molto citato nella letteratura agiografica dell’alto Medioevo).
Qui si verifica un fatto: il marito, avendo sentito parlare della reputazione della sua sposa, raduna amici e vicini per riportarla di forza a Chartres. Ella ritrova quindi la sua prima cella, e moltiplica digiuni e preghiere (sue armi preferite), poi, sentendosi pronta e implorato il soccorso di san Martino, riprende la strada di Tours. Il marito non insisterà più (evidentemente un miracolo da accreditare a san Martino). Si ha soprattutto l’impressione che Gregorio tenda a giustificare Monegonda, facendo appello al più incontestabile dei santi, del fatto che ella abbia completamente abbandonato marito e famiglia.
Monegonda si va circondando di un piccolo gruppo di donne che conduce, all’ombra della tomba di san Martino, un genere di vita monacale del quale Gregorio ci descrive qualche tratto: preghiera e accoglienza dei malati, nutrimento limitato al pane d’orzo, del vino misto all’acqua nei giorni di festa, stuoie di canne per letto…
I miracoli si susseguono: una ragazza coperta di piaghe che erano state “prodotte, come si dice talvolta, per fare [spurgare] il pus” guarisce quando Monegonda spalma le sue piaghe con la saliva; un giovane uomo, che soffre dei morsi di serpenti velenosi generatisi nel suo corpo dopo aver ingerito una bevanda “malefica”, può esserne liberato dopo che Monegonda gli avrà tastato lo stomaco per localizzare i rettili, posto una foglia di vite spalmata di saliva sul posto giusto e fatto il segno della croce; una cieca è guarita dalla cataratta mediante l’imposizione delle mani…
Quando Monegonda è sul punto di morire, le sue compagne la supplicano di benedire dell’olio e del sale che esse potranno dare ai malati che verranno a chiedere soccorso. Viene sepolta nella sua stessa celletta. Gregorio riporta tutta una serie di guarigioni ottenute sulla sua tomba con l’aiuto dell’olio e del sale miracolosi.

Monegonda e l’agiografia
Dal punto di vista della tipologia merovingia dei santi, Monegonda si inquadra (al femminile) nel modello dei santi intercessori. Tutti i suoi miracoli prevedono che prima di tutto ella preghi e implori Dio per colui che vuole beneficiare. Ed è questa vita esemplare, totalmente centrata sulla preghiera e l’astinenza, che dà efficacia alla sua intercessione. Dio e san Martino (non scordiamo che siamo a Tours), in considerazione dei suoi meriti, esaudiscono la preghiera che ella fa loro a vantaggio di terzi.
Senza appartenere all’aristocrazia, fatto che Gregorio non ha mancato di sottolineare, Monegonda viene da una famiglia agiata. “Chiamata” alla santità dopo un dramma personale, ella risponde con una vera conversione (sottolineata nel testo da tutta una serie di riferimenti scritturali la cui successione ha valore di analisi psicologica e un miracolo che ne costituisce, per così dire, il sigillo teologico). La conversione implica idealmente da una parte la rinuncia agli agi della vita mondana, dall’altra la rottura con la sua famiglia “naturale” a vantaggio di quella famiglia spirituale che è la Chiesa. Monegonda adempie alla prima condizione imponendosi l’austerità e l’umiltà (si abbassa perfino a lavorare con le sue mani almeno per impastare il pane), ma senza mai raggiungere gli eccessi della mortificazione. La seconda si rivela più problematica poiché, in un mondo dove, a meno di appartenere agli strati più alti dell’aristocrazia, la donna non gode che di una libertà limitata, ella necessita del sostegno speciale di san Martino per conseguire i suoi fini.
I miracoli di Monegonda, senza essere granché originali, si inscrivono in un sistema taumaturgico assai caratteristico del “pellegrinaggio di Tours”. Si possono comparare, ad esempio, con quelli compiuti dal taifalo [popolo simile ai tartari] Senoch, dalla personalità tuttavia assai diversa. Essi si produssero dopo la sua morte. Nell’agiografia merovingia, più che in ogni altra epoca, sono i miracoli post mortem che autenticano la santità del defunto. Ma a tours essi partecipano anche all’attività del pellegrinaggio martiniano, dove ogni santa tomba diventa una specie di collegamento della tomba centrale di san Martino.
Un miracolo curioso illustra questa complementarietà dei santi. Un cieco, pregando sulla tomba della santa, si addormenta. Ella gli appare in sogno e gli dice: “Mi reputo indegna di essere paragonata ai santi; tuttavia recupererai qui la vista da un occhio; corri poi ai piedi del beato Martino e prosternati davanti a lui con l’anima compunta. Egli ti renderà l’uso dell’altro occhio”. Le cose evidentemente funzionavano così. Monegonda testimonia nello stesso tempo della sua santità personale (anche se per umiltà si defila) e della sua posizione, tutto considerato subordinata, nella familia martiniana.

Monegonda nella storia
Monegonda dev’essere arrivata a Tours poco dopo il 561 (la presenza delle reliquie di san Medardo ad Avoine ci danno un termine post quem) in un’epoca in cui il vescovo Eufronio pareva aver vigorosamente rilanciato il pellegrinaggio martiniano e attirato nella sua città un buon numero di vocazioni religiose.
È a Luce Pietri, nella sua tesi su Tours, che va il merito di aver saputo precisare la figura storica della santa.
L’accoglienza dei malati e di ogni sorta di diseredati attirati dal più importante dei santuari taumaturgici della Gallia, ha certamente posto numerosi problemi alla chiesa di Tours. Si sa che Eufronio, e dopo di lui Gregorio, si sono attivamente preoccupati della registrazione dei poveri.
Che ne era dei malati e degli infermi? Luce Piatri non ha potuto trovare tracce esplicite a Tours di un edificio destinato ad accoglierli, uno xenodochio come ne esistevano in altre città. Questo ruolo sembra essere stato lì assicurato dai monasteri che, come quello istituito da Monegonda, quello più antico di san Venanzio, o quello quasi contemporaneo di san Senoch un po’ distante dalla città, sorgevano attorno alla basilica di san Martino.
Nell’opinione di Gregorio, ogni guarigione - ritorno all’ordine perturbato dal male o dal peccato - è più o meno un miracolo. La stilizzazione agiografica è dunque per natura ingannevole, poiché mette in vista il miracolo “istantaneo” e spettacolare a detrimento delle cure ripetute che avrebbero tuttavia dovuto essere la regola in queste istituzioni.
L’atmosfera satura della virtus martiniana, la messa in scena dell’intercessione, la preghiera e la gestualità che l’accompagna, hanno di certo dovuto avere la loro efficacia psicosomatica. Ma c’è anche in questi monasteri una reale tecnicità.
Quando Monegonda pratica la palpazione, quando usa compresse di saliva o di olio benedetto, massaggia le mani contratte, si tratta certamente di una attività medicale. Fra i miracoli post mortem che narra Gregorio, quello del cieco guarito a metà sopra citato lascia pensare che altre tecniche, ereditate dall’antichità, come l’incubatio nel santuario, avessero luogo nel ambito [delle chiese] di Tours.
Bisogna dunque vedere Monegonda come una donna pia che, in risposta all’appello del vescovo Eufronio, viene a Tours per fondare e dirigere in maniera esemplare uno di questi monasteri / ospedali indispensabili al buon funzionamento del pellegrinaggio. Tale funzione caritativa la integra nel dispositivo ecclesiastico e ne fa, in morte più ancora che in vita, un membro eminente della famiglia martiniana.
È interessante notare anche - fatto utile per una sociologia della santità - che, secondo Gregorio, la famiglia si glorifica dei miracoli di Monegonda ed è questa reputazione crescente che spinge suo marito a volerla recuperare. Pensava forse la famiglia di approfittare essa stesse del suo dono di guarigione? Un’altra domanda sorge appresso. Ha appreso Monegonda nella stessa Tours l’insieme delle sue tecniche di guarigione o ha portato ella alla chiesa di Eufronio un sapere acquisito nella vita laica? Il miracolo molto “professionale” della chiesa di Avoine ci obbliga a porre la domanda. Purtroppo non abbiamo modo di rispondere.

Il culto di Monegonda
Si concorda in genere che Monegonda sia morta prima del 573, poiché nulla indica nel testo che Gregorio l’abbia conosciuta personalmente, almeno non nelle sue funzioni episcopali; ma l’argomento non è necessariamente decisivo.
Comunque sia, oscuramente e senza dubbio modestamente, la sua fondazione è sopravvissuta ben a lungo dopo la fine del suo olio benedetto: appare citata per l’ultima volta nel 1031 in un diploma di Roberto il Pio. In data sconosciuta il suo corpo è stato trasferito al monastero di Saint-Pierre-le-Puellier ove è rimasto sino alla profanazione della tomba fatta dai protestanti nel 1562.
(NOTA: secondo J. Vieillard-Troiekouroff, passim, che si basa su una nota di dom Ruinart nella sua edizione di Gregorio di Tours (1699), le reliquie di Monegonda che le religiose avevano avuto tempo di nascondere, erano nuovamente venerate nel monastero nel 1657).
Immediatamente dopo la morte, la sua tomba, divenuta martyrium, è ricoperta da una palla, alla quale Gregorio fa allusione, probabilmente circondata da un cancello, e naturalmente accessibile ai fedeli. È probabile che Gregorio stesso abbia istituito delle veglie in suo onore. In ogni caso, il suo nome appare alla data del 2 luglio nelle aggiunte gallicane al martirologio gerolamino e questa data non può essere che di origine tourense. Va notato che il martirologio romano le accorda (per merito certamente di Gregorio) l’attributo di confessore, molto raro per una donna.
Nella sua diocesi d’origine, è menzionata, e niente di più, nella liturgia di Chartres, ma la chiesa parrocchiale di Orphin, ora nel dipartimento degli Yvelines, le è dedicata.


Autore:
Traduzione a cura di Enrico Filaferro

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Aggiunto/modificato il 2007-07-02

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