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Jacques Fesch Giovane laico

Testimoni

Saint-Germain-en-Laye, Parigi, 6 aprile 1930 Parigi, 1 ottobre 1957


Un libro che è una perla preziosa, l’ha scritto A. M. Lemmonier, Luce sul patibolo. Lettere dal carcere di Jacques Fesch. L’abbiamo letto quando uscì in Italia e non l’abbiamo più dimenticato. La misericordia di Dio non è buonismo né accondiscendenza al male, ma conversione a Dio, che di un delinquente fa un mistico. Non è giacere nei vizi né legalizzarli, ma essere redenti dal Crocifisso.
Rapina a “Rue Vivienne”
Il 25 febbraio 1954 a Parigi, in Rue Vivienne, verso le sei di sera, è stato aggredito a colpi di martello un cambiavalute, Alexandre Silberstein. Perde sangue, mentre il suo aggressore fugge con una cospicua somma di denaro. Il crimi­nale, Jacques Fesch, rivoltella in pugno, si copre la fuga ferendo un passante. Il poliziotto Georges Vergnes, cui è stato dato l’allarme gli dà la caccia fino al Boulevard des italiens. Il bandito, sul punto di essere preso, spara all’agente e lo uccide. Qualche ora dopo, l’autore della rapina e dell’omicidio è catturato e assicurato al carcere. Ma chi è costui?
Jacques Fesch ha 24 anni, essendo nato a Parigi nel 1930, figlio di un belga autoritario e insopportabile. Questo belga, che è direttore di banca, si occupa poco del figlio e presto si separa dalla moglie, lasciandole il giovanissimo Jacques a Saint-Germain-en-Laye. Cresce molto attaccato alla mamma, che però è una donna incapace di educarlo e di prepararlo alla vita. Non sa distinguere il bene dal male, desideroso di affetto e di sicurezza. Le scuole le frequenta in un collegio privato, senza combinare nulla.
A 20 anni, il servizio mili­tare, che non è proprio una buona educazione. Poi subito sposa Pierette, una ragazza di Saint-Germain, di origine ebrea. Presto nasce Ve­ronique, ma Jac­ques abbandona la ditta del suocero dove lavora, la moglie, la fi­glioletta e se ne va dalla mamma, con il progetto di aprire una ditta in concorrenza al suocero. Ma pre­sto si trova nei guai e decide di partire per la Polinesia. Ha assolutamente bisogno di soldi ed è disposto a tutto.
La mattina del 26 febbraio 1954, Pierette apprende dai giornali che suo marito, Jacques Fesch, era diventato un assassino e deve presentarsi in questura a essere interrogata su di lui. Nel carcere della “Santé”, a Parigi il cappellano va a far visita al nuovo arrivato (i preti s’interessavano subito di salvare un’anima – oggi, ognuno “può” essere la­sciato alle sue scelte spontanee e istintive!). Il detenuto Fesch Jacques gli dichiara di essere un senza-Dio e lo manda via.

Gesù mi ha visitato


Nella cella, Jacques è solo con se stesso. Lunghe giornate di solitudine e di silenzio. Alla porta le sbarre. Alla finestrella le inferriate. Il sole, quando c’è, lo si vede a “quadretti”. Il regolamento carcerario cui sottostare con le sue umiliazioni. Il cappellano è un sacerdote cattolico e che crede a Gesù Redentore. Un giorno, dopo alcune settimane, il giovane lo vede passare e lo chiama: «Padre ho fatto un gran male».
All’inizio lo cerca perché è l’unico con il quale si possa parlare. Il “don” gli propone di scrivere un rapporto su se stesso e sulla sua tristissima vicenda. Acconsente. E lo fa con assoluta sincerità, spietato con se stesso, ma narra anche della sua famiglia di origine, di genitori separati che non hanno saputo amarlo né tanto meno guidarlo alla vita: «Mio padre era ateo all’estremo e io mi sono nutrito dei suoi pensieri di senza-Dio». Così travolto da un sogno utopi­stico, si era trovato a compiere una rapina e un omicidio senza alcun sussulto di coscienza. Spera, anzi è quasi certo che non sarebbe stato condannato a morte.
Il cappellano lo ascolta, senza stupirsi di nulla e gli porta libri scelti bene: il Vangelo, le Confessioni di sant’Agostino, tra i più grandi convertiti della storia, la Vita di santa Teresa d’Avila e Storia di un’anima di santa Teresa di Gesù Bambino, che ancora ragazza, convertì con la sua preghiera ardente il criminale Pranzini, poche ore prima della ghigliottina. Jacques legge e medita. Presto la figura di Gesù lo avvince: davanti a Lui, può solo mettersi e stare in ginocchio, ma non si sente umiliato: ha dato, sì o no il Paradiso, al brigante Crocifisso al suo fianco, che lo invocava: “Gesù, ricordati di me, quando sarai nel tuo regno”? Sì, che l’ha dato!
C’è un suo coetaneo, già compagno di collegio, che ora è diventato religioso, e che appena sa della vicenda di Jacques, gli scrive e tiene con lui un carteggio cordiale e luminoso. Anime belle e sante, cui è stato segnalato dal cappellano, pre­gano e offrono per lui. In una parola, Gesù, il Re divino, con la sua tattica sempre vincente, ha posto l’assedio alla sua anima. Al fondo di se stesso, comincia a sentire una Voce che lo chiama per nome: “Jacques, sei un delinquente, ma Io, il tuo Dio, sono morto per te sulla croce”. La sua esistenza, in realtà, dalla sua nascita aveva imboccato un tunnel oscuro, ma ora in fondo vede una Luce. Vuole credere, affidarsi a Gesù, ma non può: è troppo ciò che gli chiede il Nazareno.
Tiene un diario, e scrive in risposta alle lettere che riceve dal religioso e da altri buoni amici. Così racconta: «Alla fine di un anno di detenzione, mi ha percosso un intenso dolore dell’anima che mi fatto molto soffrire; bruscamente in poche ore, ho posseduto la fede, una certezza assoluta. Ho creduto e non capivo più come facevo prima a non credere. Gesù mi ha visitato e una grande gioia si è impossessata di me, soprattutto una grande pace. Tutto è diventato luce in pochi istanti. Era una gioia fortissima».
All’amico religioso, si apre senza riserve e gli narra la più bella storia d’amore che possa capitare nell’esistenza, anche oltre le sbarre di un carcere: un’anima con il suo Dio. «Sì, è Gesù che mi ha amato per primo, quando nulla avevo fatto per meritare il suo amore. Gesù mi ha colmato di grazie, e in te mi ha dato un fratello da amare. Ogni giorno, rileggo le tue lettere e vi attingo luce e forza».
Si rivolge alla moglie Pierette, scrivendole in modo commovente per portarla alla fede e quando lei rifiuta, non si arrende e torna alla carica e per lei prega: «Sei così infelice e sola. Gesù ti doni la sua luce, aprigli ché Lui bussa alla tua porta».

«Com’è dolce Gesù!»

Ora tutto il suo impegno, la sua unica preoccupazione è rendersi conforme a Gesù. La Confessione frequente, frequentissima per purificarsi, per rafforzarsi nella grazia di Dio, per prepararsi in modo sempre più degno alla Comunione eucaristica con Gesù. Jacques è affamato, letteralmente affamato del Pane di vita e Gesù, nella cella del carcere, lo assimila a sé. Le lettere a padre Tommaso, il religioso amico, che intanto è diventato sacerdote, sono come la storia della sua anima che viene via via redimendosi: «Una mano possente – la mano di Dio – mi ha trasformato. Dov’è? Che cosa mi ha fato? È mano divina, incomprensibile a solo occhi umani, ma efficace, trasforma il mio essere in Lui. La lotta contro il male in me spesso è tragica, ma ormai sono creatura nuova innestata a Gesù Cristo, la vera vite». «Occorre che io abbatta, adatti, ricostrui­sca le mie strutture interiori non posso essere in pace. Il mio è tempo di lotta. Ma non mi fermo: se mi fermo, retrocedo. Devo crescere in Cristo».
Intanto il processo va per le lunghe e Jacques si illude che possa essere condannato almeno solo per l’ergastolo. Ma il cambiamento di scena avviene il 3 aprile 1957, quando al processo crolla ogni illusione: Fesch sarà condannato a mor­te. A nulla serve la difesa dell’avvocato Sudaka: non ci sono attenuanti che tengano: sul suo collo scenderà la lama della ghigliottina. Può essere la di­sperazione. Invece ora comincia l’ultimo atto della sua offerta – un’offerta sacrificale – della sua piena configurazione a Gesù Crocifisso. Nei mesi pre­cedenti, Jacques aveva riflettuto, quindi pregato a lungo e sempre più intensamente nella sua cella, non tanto per evitare la condanna a morte, ma per rendersi fedele a Gesù, per riparare il male compiuto, per diventare un altro.
Ora, che sa quale sarà il suo destino ormai prossimo, passa tante ore della sua detenzione in ginocchio, nella sua cella, solo con Dio, a pregare e offrire per sé e per tutte le anime, deciso ad entrare subito in Paradiso dopo la sua morte, come il buon ladrone pentito sulla croce, accanto a Gesù Crocifisso. Sente che la giustizia umana, l’opi­nione pubblica, i più lo odiano, ma lui scrive: «Non resta che una cosa da fare, ignorare tutto quest’odio, poi cercare in fondo Gesù, Colui che instancabilmente attende l’anima percossa per darle il tesoro che il mondo rifiuta: Lui Stesso. Ecco, io ritrovo il Cristo, che qui, in questa cella, anticamera della morte vicina, mi dice: “E io non ho forse sopportato i chiodi per te?”».
Jacques attende ancora l’esito della Cassazione... che però conferma la condanna a morte. L’avvocato chiede la grazia al capo dello Stato, ma Jacques gli scrive: «Io non sarò graziato. Ma è meglio così, perché se lo fossi, non so se vivendo potrò rimanere sulle vette dove Gesù mi ha condotto. È meglio che io muoia e che io vada da Lui».
Da mesi ha regolarizzato il Matrimonio con Pierette che aveva sposata a 20 anni solo civilmente e gli resta un sogno: che ella ritrovi la Fede, che educhi Veronique, la loro piccina, all’amore di Gesù. In primo piano nella sua offerta, ci sono loro due, le creature che più ama e che assisterà dal Paradiso: «Ora so che tutto è grazia e che non verso la morte io vado ma verso la vita. Non c’è pace all’infuori di Gesù, non c’è salvezza senza di Lui. Ogni volta che ricevo l’Ostia santa, ho il cuore che trabocca d’amore e un inno di grazie sale dalle mie labbra. Offrirò la mia morte come un sacrificio, per coloro che amo... e per coloro che mi odiano».
Negli ultimi mesi della vita, Jacques scopre e approfondisce l’amore e la presenza della Madonna accanto a lui: «Voglio tenere la Santa Vergine per mano e non più lasciarla fin che mi conduca al Figlio suo. Io vivo delle ore meravigliose. La Santa Vergine mi protegge, mi indica la via e quel che Gesù vuole da me. Sì, vivo delle ore meravigliose: com’è dolce Gesù con un peccatore convertito come me!».
Non è più un assassino, Jacques, neppure un buon cri­stiano, è diventato un piccolo mistico: «Gesù – scrive ancora – mi colma di doni... Gesù fa tutto e io mi rimetto a Lui, anche se mi fa un po’soffrire. Attendo che l’opera sia compiuta».
Alla fine di settembre l’avvocato lo avverte che l’ultima ora si avvicina. Jacques scrive all’avvocato, alla mamma, all’amico sacerdote, il suo addio, il suo «arrivederci»: «Ancora qualche ora di lotta prima di vedere l’Amore. Attendo l’Amore, attendo di essere inebriato da torrenti di gioia e di cantare eterne lodi a Cristo Risorto».
Notte tra il 30 settembre e il 1° ottobre1957, vigilia della sua esecuzione: «Fra cinque ore vedrò Gesù». Recita il Rosario e le preci dei moribondi per se stesso. Il cuore gli si riempie di pace, «perché Gesù mi ha promesso di portarmi subito in Paradiso». Un’ultima offerta: «Il mio sangue sia accetto a Dio come sacrificio totale». Ha vegliato e pregato tutta la notte, recitando un Rosario dopo l’altro, prima i misteri dolorosi, quindi i misteri gloriosi, cui sta per andare incontro. Riceve dal cappellano l’ultima assoluzione, riceve Gesù Eucaristico come Viatico per la Vita eterna. Quando vengono a prelevarlo dalla cella, è ancora buio. Avanza verso il patibolo con passo fermo, pallido ma sereno in volto, quasi sorridente, in una pace incredibile.
Prima di inginocchiarsi sul ceppo e di mettervi la testa, si volge al cappellano: «Padre, Padre mio, il Crocifisso, il Crocifisso» e lo bacia intensamente.
Alle 5.30, la testa di Jacques Fesch cade sotto la lama.
Ha solo 27 anni. Non è stato giustiziato un criminale, ma un piccolo santo!

Autore: Paolo Risso

 


 

Forse non lo vedremo mai sugli altari, perché fa ancora un po’ specie veder beatificare un assassino. E c’è da ringraziare che per la “canonizzazione” del buon ladrone Gesù non abbia dovuto chiedere il parere di nessuno, provvedendo “motu proprio” e con procedura di assoluta urgenza, consegnandoci così il primo santo della storia del cristianesimo, grazie al quale tutti abbiamo speranza di salvarci, se soltanto siamo capaci di fare nostro il suo stile di umiltà, misericordia e conversione.
Analoga speranza, penso, dovrebbe suscitare in noi la singolare vicenda di Jacques Fesch, che nasce il 6 aprile 1930 a Saint-Germain-en-Laye (Francia) in una famiglia ricca, stimata e temuta. Il padre, dichiaratamente ateo, insegna ai figli che solo nella ricchezza c’è la vera felicità e li allontana progressivamente dalla fede. A 17 anni è un ragazzo sbandato, che vive di espedienti, sperperando i soldi del padre in macchine di lusso, donne e feste. A 21 anni è perdutamente innamorato di una ragazza e dalla loro unione nasce una bimba; si sposeranno poi civilmente, ma si rivela una relazione instabile e insoddisfacente, tanto che Jacques avrà un altro figlio dalla relazione occasionale con un’altra donna.  Intanto sogna la Polinesia, nella quale progetta di espatriare; megalomane come sempre,  vuole comprarsi un battello per raggiungere la terra dei suoi sogni, ma, non avendo i soldi sufficienti, il 25 febbraio 1954 tenta una rapina a mano armata nel negozio parigino di un cambiavalute. Feritolo gravemente, si dà alla fuga e riescono ad acciuffarlo solo parecchie ore dopo. Durante le concitate fasi della cattura, però, ferisce un passante e uccide un poliziotto e così la sua giornata brava finisce direttamente in cella. Dove è messo in isolamento e sorvegliato a vista, mentre lui fa il duro e si chiude in un mutismo assoluto.
“Io non ho la fede e non ho bisogno di lei!”, dice sbattendo la porta  in faccia al cappellano. Lunghi mesi di prigione in attesa del processo, la disperazione, il rimorso, intere notti senza dormire e intanto Dio comincia a farsi strada in lui, comincia a tormentarlo, a fargli sentire come la sua vita fino ad allora è stata vuota, sbagliata, ribelle. Il suo avvocato è un uomo religiosissimo e mentre tenta di difenderlo cerca anche di dirgli una buona parola; il cappellano del carcere, quello che il primo giorno era stato messo alla porta senza tanti complimenti, lo aiuta a capire che con Dio nulla è perduto, si può sempre ricominciare. E Jacques, il delinquente, l’assassino, il ragazzo senza fede, poco per volta ritorna a Dio, grazie anche ai libri che il cappellano gli passa da leggere  tra cui la vita di Santa Teresa di Lisieux.  La sua vita cambia da così a così:  sa benissimo che gli daranno 20 anni di carcere, forse addirittura l’ergastolo, ma è convinto che quello è il modo per pagare il suo debito, per farsi perdonare: dagli uomini, perché sa che Dio lo ha già perdonato. In carcere si è organizzato la giornata come se fosse in un convento: al mattino legge la messa dal suo messalino, poi fa la meditazione, quindi il rosario; chiude la giornata con la recita di vespri e con un altro rosario; una volta la settimana gli permettono di andare a messa e ricevere la comunione.
Scrive, scrive tanto, anche per consolare, confortare, aiutare quelli di casa. “Io non voglio guardare né avanti né indietro: solo conta l’istante presente. Voglio tenere la Santa Vergine per mano e non voglio più lasciarla fino a quando Ella mi condurrà al Figlio Suo. Il 6 aprile 1957, giorno del suo 27° compleanno, viene letta la sentenza: condanna a morte, da eseguirsi con la ghigliottina. Per lui è un colpo tremendo, ma anche in questo caso capisce che può trasformare la sua morte in un atto d’amore, può offrire la sua vita per riparare il male fatto e perché la sua vita riacquisti un senso. Scrive a casa: “Io so che tutto è grazia e che non è verso la morte che io vado, ma verso la vita”. E’ convinto che Dio non perdona per finta o soltanto a metà, per questo scrive: “Non mi accadrà alcun male e sarò portato diritto in Paradiso con tutta la dolcezza che si conviene a un neonato”. Il suo più grande desiderio è che anche sua moglie si converta e ritorni alla fede: il 30 settembre lei si confessa, riceve la comunione e la sera di quello stesso giorno i due si sposano religiosamente, ovviamente per procura. Jacques la mattina dopo è ghigliottinato: è il primo ottobre, festa di Santa Teresa di Gesù Bambino, la santa che ha amato e che lo ha convertito.

Autore: Gianpiero Pettiti

 


 

Nell’esteso panorama della santità del Novecento, fra tante figure di grandi apostoli della fede, fondatori e fondatrici, moderni martiri, laici impegnati, operatori di pace o votati al sollievo della sofferenza e dei disagi sociali, ci sono state anche figure chiamate alla santità nella quotidianità, capaci di far risplendere la luce della fede nella vita di ogni giorno, spesso in circostanze difficili o addirittura drammatiche.
E certamente una delle più sconvolgenti testimonianze, di quanto Dio può operare nella conversione di un’anima e nella sua elevazione spirituale, è la figura di Jacques Fesch, giovane francese di 27 anni, ghigliottinato il 1° ottobre 1957.
Egli nacque a Saint-Germain-en-Laye presso Parigi, il 6 aprile 1930, da genitori belgi di nobili origini, trasferitasi a Parigi una decina d’anni prima.
Purtroppo i genitori non seppero tenere unita la famiglia e col tempo questa divisione diede i suoi frutti nefasti; il padre, direttore di banca, era colto, avventuriero, amante della musica, pianista, ma anche cinico, donnaiolo, dichiaratamente ateo; dei figli si interessava quel tanto che bastava.
La madre, buona di carattere ma introversa, in disaccordo con il marito, non riusciva a neutralizzare la sua nefasta influenza; il tenore di vita era alto, con cambio di case lussuose ma prive di calore umano e il piccolo Jacques cresceva bello, simpatico, ma chiuso.
Fortunatamente venne ducato per tutta la fanciullezza in un collegio di religiosi cattolici, acquistando una “fede sensibile”, cioè una fede che si amalgama con gli affetti, con la vita.
Nel difficile periodo dell’adolescenza, cresceva troppo in fretta e quanto più avrebbe avuto bisogno di una guida, tanto più si trovava abbandonato a sé stesso; cominciò ad andare male negli studi, diventò pigro, ostentò a sua volta del cinismo.
Il padre cominciò a diventare un ideale per il ragazzo, anche se lui per primo si sentiva disprezzato. In una sua lettera, ne scriverà tante dal carcere, Jacques diceva: “A casa nostra c’era tanta religione quanta ce n’era in una scuderia, ed eravamo tutti dei mostri di egoismo e di orgoglio”.
Alla ricerca di uno scopo nella vita, Jacques Fesch cresceva disorientato, inquieto, molto infelice, corteggiato dalle ragazze, ma senza amore; metteva nel letto un manichino al suo posto, per trascorrere le notti fuori casa, ma forse non era necessario, perché i suoi genitori non volevano accorgersene.
Aveva 19 anni quando interruppe gli studi, si impiegò in banca, ma per poco tempo, non sopportava il lavoro subordinato; continuò ad appassionarsi al suo amato jazz, ai racconti di viaggi, alla mineralogia; di Dio non si interessava più, anzi copiando il padre, diceva a chi gli poneva domanda a riguardo: ”Dio è una graziosa leggenda, la consolazione di coloro che soffrono, la religione dello schiavo e dell’oppresso”.
Da quando aveva 17 anni cominciò un’amicizia con Pierrette Polack, primogenita di una numerosa e ricca famiglia di origini ebraica; erano così diversi fra loro, ma si sentivano attratti proprio per questa diversità.
A vent’anni nel 1950 fu chiamato al servizio di leva e venne inviato tra le truppe francesi operanti ancora in Germania.
Pierrette allora convinse il padre di poter andare a lavorare a Strasburgo, più vicino a Jacques, che così poté passare le sue licenze nell’appartamentino di lei. La tenerezza di quei momenti, intrisi da un’evidente povertà, sfociò inevitabilmente nell’attesa di un bambino.
Il conseguente desiderio di sposarsi, fu necessariamente accantonato, perché il matrimonio era osteggiato dal padre di lei ebreo e da suo padre antisemita arrabbiato. Attesero così la maggiore età e poi si sposarono civilmente (con la sola presenza del padre di Pierrette), un mese prima della nascita della piccola Véronique.
La loro luna di miele fu spezzettata secondo le licenze di Jacques, con qualche bella vacanza in Svizzera, nella villa di montagna di proprietà dei Polack.
Nell’aprile 1952 ebbe finalmente il congedo militare con l’attestato di buona condotta; fu necessario mettersi a lavorare, con nuove divisioni della famigliola, Pierrette con la bambina a Strasburgo e Jacques a Nancy nell’industria di carbone del suocero, vivendo in un albergo.
La vita della giovane coppia si svolgeva senza un minimo di organizzazione, in pratica alla giornata, dando libero sfogo ai divertimenti e i soldi non bastavano per tutto il mese.
Scriverà Jacques alla moglie: “Mia Minou, a Strasburgo io non ti amavo, avevo solo un vivissimo affetto per te, rafforzato dai legami di intimità; è tutto”.
E alla fine il matrimonio infatti non durò; in parte erano fragili i due ragazzi, in parte si misero di mezzo le famiglie, ci furono dei pasticci economici nella fabbrica del suocero provocati da Jacques, il quale si disaffezionò dal lavoro progressivamente.
Pierrette tornò dai genitori e Jacques licenziatasi dalla ditta del suocero, andò a vivere con la madre (ormai anch’essa separata dal marito); la mamma gli diede un milione di vecchi franchi per aiutarlo ad intraprendere un’attività in proprio, egli ne spese subito la metà per comprarsi un’auto di lusso e per l’impresa che voleva aprire, essa fallì prima di cominciare, consumando i pochi soldi rimasti.
La madre a questo punto, infastidita, si disinteressò di lui; allora ritornò dalla moglie Pierrette, la cui lontananza insieme alla bambina lo tormentava, ma per l’opposizione delle famiglie si vedevano di nascosto, a volte in albergo, con atteggiamenti più da fidanzati che da sposi, illudendosi di rivivere i bei tempi della prima giovinezza.
Ma nel suo intimo Jacques Fesch era disorientato, inquieto, insoddisfatto e di conseguenza molto infelice; tutto sommato una situazione personale e sociale, comune a molti giovani, poi di solito interviene provvidenzialmente un incontro, un’opportunità, un consiglio giusto, ecc. e la maggior parte trova prima o poi una soluzione per uscirne.
Ma a Jacques, solo, senza lavoro, senza un vero scopo della vita, mancò questo salutare apporto, poi in quegli anni di dopoguerra, i giovani cercavano evasioni, desiderando intraprendere viaggi per conoscere il mondo, e la fantasia di Jacques galoppava sui viaggi fatti dal padre nelle lontane isole del Pacifico, da cui aveva portato ricordi, souvenir, esperienze, amori.
Per questo gli occorrevano almeno due milioni di franchi per comprare una barca e prendere a viaggiare da solo verso quelle isole sognate.
Tutti gli chiusero la porta in faccia compreso il padre, e i soldi diventarono la sua ossessione, alla fine decise che bisognava rubarli. E venne il giorno fatidico, il 24 febbraio 1954 con l’appoggio di due delinquenti abituali, armato di una pistola che doveva servire a spaventare il derubato, si recò a sera nel negozio di un cambiavalute ebreo, conosciuto dal padre, a ritirare dell’oro che aveva ordinato la mattina stessa.
Mentre l’uomo girato, tirava fuori dalla cassaforte l’oro, egli lo colpì alla testa col calcio della pistola, ma partì un colpo e si ferì lui stesso alla mano.
A questo punto, preso dal panico, scappò a piedi senza prendere nemmeno la macchina parcheggiata lì vicino, sanguinante alla mano, perse anche gli occhiali che portava per la forte miopia.
I complici per distogliere l’attenzione della polizia da loro, furono i primi a descriverlo; fu inseguito e lui si infilò in un grosso caseggiato salendo le scale fino al tetto, dove rimase finché ritenne che la caccia si fosse interrotta, ma all’uscita dal caseggiato fu riconosciuto.
Gli fu intimato di fermarsi, ma Jacques in preda al panico, non riconoscendo per la miopia, chi gli stava davanti, sparò attraverso l’impermeabile, uccidendo così un agente; scappando disperatamente ormai in preda al terrore, sparò ancora ferendo di striscio un’altra guardia e sparando all’impazzata contro chiunque gli si parasse davanti, fortunatamente senza colpire altre persone; fu alla fine disarmato e catturato da un anziano ispettore di polizia.
Percosso a sangue, strattonato, venne condotto piangente e in manette in una cella de “La Santé”, il carcere di Parigi, dove naufragarono i suoi sogni di mari sconfinati ed isole tropicali.
Cominciò così la seconda fase della disordinata vita di Jacques, con la scoperta, la riflessione, la sofferta risalita, verso le vette della spiritualità più alta, che solo Dio può donare all’anima che lo cerca.
Mentre la giustizia degli uomini, faceva il suo corso con i processi, gli interrogatori, le accuse della Procura, i piani di difesa dell’avvocato, Jacques Fesch nella solitudine della sua cella, prese a leggere libri, riviste, classici, romanzi, che passava il carcere, altri libri gli pervenivano dalla famiglia, dai genitori in parte rappacificati, dai suoceri e poi dal cappellano e dall’avvocato Baudet, un convertito e Terziario carmelitano; non mancarono opere di un certo livello spirituale, le vite di s. Francesco d’Assisi, s. Teresa d’Avila, s. Teresa del Bambin Gesù.
Attraverso la lettura dei numerosi libri (250 il primo anno), cominciò a conoscere la vita, i caratteri, le passioni, i desideri, le possibilità di peccare e di raggiungere la santità, la grandezza e la miseria del genere umano, le altezze e le volgarità del pensiero; lesse fra l’altro la “Divina Commedia”.
Davanti al figlio carcerato, stranamente i genitori trovarono il modo di andargli a far visita e consolarlo e quando la madre seppe con terrore, che rischiava la ghigliottina, giunse ad offrire a Dio la propria vita, affinché il tanto trascurato figlio potesse almeno “morire bene”.
Dopo un anno di detenzione, una sera che era a letto, avvenne il momento cruciale della sua definitiva conversione, lo raccontò lui stesso nel suo “Giornale intimo”, scritto per comunicare la sua fede alla figlia.
“Quella sera ero a letto con gli occhi aperti, e soffrivo realmente, per la prima volta in vita mia con un’intensità rara, per ciò che mi era stato rivelato riguardo a certe cose di famiglia. E fu allora che un grido mi scaturì dal petto ‘Mio Dio!’ e istantaneamente, come un vento impetuoso che passa, senza che si sappia donde viene, lo Spirito del Signore mi prese alla gola”.
Gli sarà di aiuto e conforto nella salita della difficile via della conversione totale, un amico convertito anche lui, Thomas, diventato frate benedettino, a lui verranno scritte le lettere più intime e al quale racconterà l’itinerario spirituale per cui Dio lo conduceva.
Alle otto del mattino leggeva in un messalino la Messa del giorno, perché era l’ora in cui vi assisteva l’amico frate, poi faceva la meditazione su quanto letto, a sera concludeva la giornata con la “Compieta” della domenica.
Meditava attentamente la ‘Via Crucis’ e quando ormai capì che la sua vicina condanna era quella capitale, offrì la sua vita per placare la giustizia divina irritata, riteneva che la pena inflittagli fosse ingiusta, nonostante questo egli volle accettarla cooperando all’esecuzione, sembrandogli così di morire meno indegnamente.
Pregava per la conversione del padre; scoprì l’amore perduto e sciupato per il suo comportamento per la moglie Pierrette, il 7 giugno 1956 morì la madre che aveva offerto la vita per la sua redenzione.
Il 6 aprile 1957, giorno del suo 27° compleanno, giunse la sentenza definitiva del tribunale, a cui aveva concorso l’agitazione della Polizia, che richiedeva una condanna esemplare; fu trasferito nella ‘cella 18’, quella riservata ai condannati a morte.
Da qui vincendo la naturale paura e l’odio che vorrebbe invadergli il cuore, perché la pena era sproporzionata alle sue reali intenzioni nell’aver commesso il delitto, intensificò lo scrivere delle lettere piene di fede indirizzate all’amata figlia Véronique, a sua moglie Pierrette, all’avvocato Baudet, all’amico Thomas, alla suocera considerata ormai come una madre, al cappellano del carcere; sempre compilando ogni giorno il “Giornale intimo”.
Questi scritti sono la testimonianza di una conversione e di una dirompente, genuina, sublime fede che in una situazione drammaticissima, lo accompagnò alla morte mediante la ghigliottina, trasfigurando l’orrore in gioia, per l’imminente incontro con il suo Dio.
Voleva che fosse celebrato il matrimonio religioso con Pierrette, la quale però era chiusa in un circolo vizioso senza sbocchi spirituali; scriveva Jacques alla suocera: “In fondo, lei aspetta la fede per pregare e non vuole pregare per avere la fede. Allora, ecco, quando sarò lassù, toccherà a me pregare a mia volta per voi, e nell’ora della vostra morte…”.
Il Presidente della Repubblica Francese René Coty, pur respingendo la domanda di grazia, gli mandò a dire: “Dite che gli stringo la mano per ciò che egli è diventato”.
Il giorno prima della sentenza, ebbe la consolazione di sapere che Pierrette si era confessata e ricevuto la Santa Comunione, e a sera tramite l’amico Thomas, fu celebrato per procura il loro matrimonio religioso.
La sentenza era fissata per il 1° ottobre 1957 e Jacques qualche giorno prima disse: “Io tendo una mano alla Vergine, e l’altra alla piccola Teresa; in tal modo non corro alcun rischio, ed esse mi attireranno a sé per consegnarmi al piccolo Gesù per l’eternità”.
All’alba del 1° ottobre, si avviò all’orribile macchina, con dignità, compostezza e perfino con una certa serenità, baciando il crocifisso, chiedendo perdono a tutti; al punto che la cinquantina di persone presenti e lo stesso boia rimasero scossi.
A conclusione, si riporta alcuni brani dalle tante lettere scritte, in quei tre anni di tormentata attesa e di felice riscoperta di Dio e dei valori umani e cristiani.
“Per la prima volta io piango lacrime di gioia, nella certezza che Dio mi ha perdonato e che ora Cristo vive in me, nella mia sofferenza, nel mio amore. Poi è venuta la lotta, silenziosamente tragica, tra ciò che sono stato e ciò che sono divenuto… bisogna che io abbatta, adatti, ricostruisca, e non posso essere in pace che accettando questa guerra” (A Thomas, 14.5.55).
“A due riprese Dio mi ha detto: ‘Tu ricevi le grazie della tua morte!’. Dio si è impadronito della mia anima. Un velo si è squarciato, e se continuassi a vivere, non potrei mai rimanere sulle vette che ho raggiunto. È meglio che io muoia” (All’avvocato, che tenta di fargli ottenere la grazia).
“Una cosa sola conta agli occhi del Signore, salvare le anime!… La vita è un cammino stretto che fa capo a una porta piccola che si apre sulla vita vera. Per passare, bisogna prima lasciarsi crocifiggere sulla croce che sbarra l’entrata. Se la sofferenza e la paura ti fanno indietreggiare, non entrerai.. Ma con la prova viene la fede e con la fede i doni, non sono distribuiti grettamente, bensì a profusione.. E questa morte è nient’altro che dona la vita…” (Alla suocera, 3/8/57).
“Quando Cristo dirige un’anima, è a Maria che in primo luogo la indirizza. Ma chi potrebbe crederlo, se non gli è stato dato dall’alto?… Gesù mi manda da sua Madre, ed è lei che ha in mano la mia salvezza. Nessuna preghiera mi apporta maggior consolazione delle ‘Ave Maria’ e della ‘Salve Regina’, prego ogni giorno per te, bambina mia Veronique, che ti colmi di grazie e ti prenda sotto la sua protezione” (‘Giornale intimo’, 4, 9.8.1957).
“Mi sono unito con tutta l’anima a Pierrette, che ora è mia moglie in Dio… Reciterò il mio rosario e delle preghiere per i moribondi, poi affiderò la mia anima a Dio. Buon Gesù, aiutami!… Sono più tranquillo di un momento fa, perché Gesù mi ha promesso di portarmi subito in paradiso…Non sono solo, ma il Padre mio è con me. Solo più cinque ore da vivere! Fra cinque ore vedrò Gesù!..
La pace è svanita per dar posto all’angoscia! È orribile! Ho il cuore che salta nel petto. Santa Vergine, abbi pietà di me! Addio a tutti e che il Signore vi benedica” (‘Giornale intimo’, 30/9/57).


Autore:
Antonio Borrelli

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Aggiunto/modificato il 2015-01-27

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