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San Francesco d'Assisi Patrono d'Italia

4 ottobre

Assisi, Perugia, 1181-‘82 – 3 ottobre 1226

Francesco nacque ad Assisi nel 1182, nel pieno del fermento dell'età comunale. Figlio di un mercante, da giovane aspirava a entrare nella cerchia della piccola nobiltà cittadina. Per questo ricercò la gloria tramite le imprese militari, finché comprese di dover servire solo il Signore. Si diede quindi a una vita di penitenza e solitudine in totale povertà, dopo aver abbandonato la famiglia e i beni terreni. Nel 1209, in seguito a un’ulteriore ispirazione, iniziò a predicare il Vangelo nelle città, mentre si univano a lui i primi discepoli. Con loro si recò a Roma per avere dal papa Innocenzo III l'approvazione della sua scelta di vita. Dal 1210 al 1224 peregrinò per le strade e le piazze d'Italia: dovunque accorrevano a lui folle numerose e schiere di discepoli che egli chiamava “frati”, cioè “fratelli”. Accolse poi la giovane Chiara che diede inizio al Secondo Ordine francescano, e fondò un Terzo Ordine per quanti desideravano vivere da penitenti, con regole adatte per i laici. Morì la sera del 3 ottobre del 1226 presso la chiesa di Santa Maria degli Angeli ad Assisi. È stato canonizzato da papa Gregorio IX il 16 luglio 1228. Papa Pio XII ha proclamato lui e santa Caterina da Siena Patroni Primari d’Italia il 18 giugno 1939. I resti mortali di colui che è diventato noto come il “Poverello d’Assisi” sono venerati nella Basilica a lui dedicata ad Assisi, precisamente nella cripta della chiesa inferiore.

Patronato: Italia, Ecologisti, Animali, Uccelli, Commercianti, Lupetti/Coccin. AGESCI

Etimologia: Francesco = libero, dall'antico tedesco

Emblema: Lupo, Uccelli

Martirologio Romano: Memoria di san Francesco, che, dopo una spensierata gioventù, ad Assisi in Umbria si convertì ad una vita evangelica, per servire Gesù Cristo che aveva incontrato in particolare nei poveri e nei diseredati, facendosi egli stesso povero. Unì a sé in comunità i Frati Minori. A tutti, itinerando, predicò l’amore di Dio, fino anche in Terra Santa, cercando nelle sue parole come nelle azioni la perfetta sequela di Cristo, e volle morire sulla nuda terra.

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Nel suo sguardo che penetra l’avvenire, Gesù vide gli sviluppi della cristianità mille anni dopo il suo passaggio tra noi. Vide la Chiesa organizzata in molte nazioni; il messaggio evangelico in veloce diffusione per tutto il mondo; la fede viva in milioni di uomini; i santi e i martiri fiorenti in ogni parte. Ma vide anche delle ombre: guerre tra cristiani nei quali sembrava ribollire la violenza degli avi ancora barbari. Le ricchezze a volte mal distribuite e accumulate nelle mani di pochi potenti. Errori antichi e strani portati all’estremo da spiriti inquieti che disprezzavano il mondo e la vita, come fossero opera del male e non di Dio.
Gesù aveva guardato lontano e aveva lasciato ai credenti il suo messaggio chiaro e risolutivo: “Beati i miti... Beati i misericordiosi... Beati gli operatori di pace... Beati i poveri... Beati i perseguitati per causa mia...” (cf. Mt 5,5-9). Messaggio di liberazione da ogni avidità di possesso terreno: «Guardatevi da ogni cupidigia, perché la vita non dipende dall’abbondanza dei suoi beni» (Lc 12,15). Messaggio di umiltà e di semplicità di vita: «Gli presentavano dei bambini perché imponesse loro le mani... Gesù li chiamò a sé dicendo: “Lasciate che i fanciulli vengano a me... perché di essi è il regno dei cieli”» (Lc 18,15).

Giovanni, detto “Francesco”

Il messaggio di Gesù cadde in un ragazzo di Assisi. Al fonte battesimale lo avevano chiamato Giovanni, ma in famiglia poi lo chiameranno Francesco, in omaggio alla Francia ove il padre aveva trovato fortuna per i suoi commerci. E così lo chiameremo, ché così è passato alla storia. Il ragazzo crebbe cristiano con doti belle di intelligenza, di cuore, gioia di vivere. Aveva i difetti comuni dei giovani ricchi della sua età e della sua epoca: gli piaceva l’eleganza, l’allegria delle brigate di amici, la “gloria” di quelle guerricciole tra comuni, che allora tenevano il posto delle gare sportive.
Aveva appunto 20 anni, quando scoprì l’amaro prezzo della gloria militare dopo una zuffa sfortunata tra Assisi e Perugia. Ci ripensò in prigione, dove l’avevano rinchiuso i perugini vittoriosi. Dopo il carcere, la malattia: ciò che è troppo per un giovanotto di 20 anni. Nella sofferenza, Francesco si apre a Dio. Le cose che amava ora perdono valore: l’ostinato battagliare tra comuni vicini, le allegre brigate con gli amici, i magazzini pieni di stoffa, vanto di suo padre, ser Bernardone, mercante internazionale. “Che guaio – mormora la gente –, un giovane così vivace e ricco, fortunato!”.
Francesco si urta con il padre: gli abbandona anche le sue vesti eleganti e se ne va. Ha 25 anni: adesso non ha più niente, ma è libero con il suo Gesù ritrovato integralmente. Da quel giorno, vivrà il Vangelo di Gesù, sine glossa (= senza commento, senza “se”, senza “ma”), anzi prenderà «Gesù alla lettera» nella totalità della sua proposta: «Se vuoi essere perfetto... va’, vendi i tuoi beni... poi vieni e seguimi» (Mt 19,21). Diventerà “un altro Gesù”, Gesù vivo nell’intimo, Gesù vivo anche nell’aspetto esteriore, vera “immagine di Gesù”, autentico “specchio di Gesù”, come lo definiranno quelli che lo hanno conosciuto e scriveranno i suoi biografi.
Vestito dell’umile saio, Francesco percorre l’Umbria per ricordare agli smemorati cristiani della sua terra (poi dell’Italia e del mondo) il puro messaggio di Gesù: la somiglianza con Lui, nella povertà, nella purezza, nella preghiera, nell’annuncio del suo Vangelo, nello spirito di fraternità e di perdono, di riconciliazione. All’inizio è solo, ma non rimane solo a lungo: il grano germina nel solco e quando arriva la primavera del 1209 altri amici entusiasti lo seguono, per vivere con lui, come lui, “di Gesù solo”, di “Gesù alla lettera”.

“Il serafico in ardore”
I Fioretti di san Francesco, che lessi da ragazzo, non mi hanno mai fatto pensare che Francesco e i suoi amici, i primi “frati”, i Minori, fossero dei semplicioni. San Francesco era molto intelligente, era ispirato da Dio, e ciò che faceva era di profonda ispirazione per la tormentata vita della Chiesa del suo tempo, dove certi signori quali Pietro Valdo, si ribellarono alla Chiesa e si separarono da essa, cosa che non va mai fatta.
Francesco è come una valanga mossa da una forza miracolosa: lo seguono a centinaia, a migliaia; uomini di tutte le classi sociali; giovani e meno giovani, laici e sacerdoti, compresi alcuni che erano il meglio della cultura umbra, della cultura italica! Con l’approvazione di papa Innocenzo III, poi definitiva di Onorio III, Francesco e i suoi si spargono per l’Italia a predicare l’amore di Gesù e, in Gesù, pace e bontà. Non è buonista, Francesco, non è un ambientalista, non è deforme da Cristo, come lo farà apparire Sabatier nei suoi testi, ma è dolce e austero, chiede conversione totale (“Guai a chi morrà nei peccati mortali”, grida nel Cantico delle creature). La gente non dice più che è pazzo, e già intravede il santo. Anche le ragazze lo seguono, le ragazze della borghesia e del popolo, non a predicare sulle piazze, ma a pregare nei conventi. Prima tra tutte santa Chiara d’Assisi. A suo tempo, tra le sue seguaci, ci saranno anche ragazze, tutte di Dio, che sulle sue orme predicheranno con la parola e con gli scritti, mezzi della comunicazione sociale.
Francesco è bello, perché è tutto incentrato in Cristo, è tutto cristocentrico. È così “serafico in ardore” per Gesù, che in lui sempre più “sparisce” “l’uomo vecchio” (= Giovanni, detto Francesco) e ci sarà solo Gesù: secondo il programma evangelico: “Occorre che Gesù cresca, e io diminuisca” (cf. Gv 3,30). Questo ardore, a leggere Dante (Paradiso XI), lo rende militante per Gesù, “miles Christi”, un cavaliere di Gesù. Non gli basta più l’incantevole e turbolenta Umbria, né la cara e bellicosa Italia. Francesco vuole il mondo per portarlo a Gesù. Propone agli amici un progetto missionario grandioso, coraggiosissimo. Offre personalmente l’esempio e si imbarca per l’Oriente a incontrare il gran sultano arabo, terrore della cristianità, non per dialogare e cercare i “valori comuni”, ma per convertirlo a Gesù e per mezzo del sultano convertito, convertire gli islamici a Gesù. Il sultano non si converte, ma apprezza san Francesco più di quanto non avesse fatto qualche brontolone della sua patria.
Poi ritorna in Umbria, e vede che il movimento cui ha dato origine è ormai troppo grande. Ma dalla fine del Concilio Lateranense IV, iniziato da Innocenzo III e concluso da Onorio III, san Francesco si fa ancora più eucaristico: le norme per l’adorazione al Santissimo Sacramento e per la celebrazione della Santa Messa, san Francesco è tra i primi a farle proprie e le estende alle chiese dei suoi frati, e questi nella Chiesa Cattolica: al punto che i messali comparsi in base al Lateranense IV, saranno detti “franciscani”. Per sé e i suoi frati, vuole la povertà assoluta, ma per le chiese, case di Dio, e per gli arredi e paramenti liturgici, tutto dev’essere al meglio, perché non è mai abbastanza bello ciò che si fa per Dio.
“Serafico in ardore” per il Crocifisso (“Mi ha amato ed è morto per me”), per Gesù eucaristico, serafico nella purezza e nella carità per i più piccoli, Francesco sarà presto configurato a Gesù anche con le stigmate della croce sul suo corpo. Nel Capitolo generale (riunione) del 1221, erano 5.000 quelli che san Francesco chiamava appunto “frati”, nel suo dialetto di allora, in segno di umiltà. Si trattava di dare un programma a quell’esercito crescente: nacque così la Regola definitiva, dettata dal suo cuore di “serafino”, corretta da illustri giuristi, approvata dal Papa, la Regola che nei secoli avrebbe prodotto Dio solo sa quanti Santi/e, fino a oggi, quando è vissuta nella sua integralità.
Francesco però sentiva che non era da lui reggere quella costruzione immensa che aveva tirato fuori dal nulla: allora lasciò ad altri la guida dell’Ordine per continuare a vivere come l’ultimo tra tutti nella profonda e dolcissima contemplazione di Gesù. Nel 1225, dettò il suo Cantico delle creature, come un testamento della sua anima, che, diversamente dai catari (gli gnostici del suo tempo) per i quali la creazione è male e Dio non potrebbe incarnarsi perché la carne è cattiva, celebra la bontà di tutte le creature uscite dalla mano di Dio, per la gloria del Cristo suo Figlio.

Rivoluzionario?
Morì l’anno dopo, il 4 ottobre 1226 in letizia e povertà, a soli 44 anni, sulla nuda terra, pienamente conforme al suo-nostro Gesù: Gesù bambino, Gesù lavoratore, Gesù maestro, Gesù crocifisso vestito solo di lacrime e di sangue. I suoi contemporanei videro in lui un prolungamento luminoso di Gesù, Gesù vivo riapparso sulla terra, per riportare l’umanità che stava per tralignare a Lui, per dire come non la sapienza umana (= la gnosi, gnosi spuria) può salvare, ma solo Gesù Cristo che è per sempre e per ogni uomo e per ogni tempo, “l’unica Via, l’unica Verità e l’unica Vita” (cf. Gv 14,6).
L’avrebbero fatto i suoi veri seguaci, anche laici nel mondo. Vent’anni dopo la morte di san Francesco d’Assisi (subito canonizzato dalla Chiesa), uno dei suoi primi amici e compagni, il perugino fra Giovanni di Pian del Carmine, arrancava già per tutta l’Asia per portare, come inviato del Papa, il messaggio di Gesù e di san Francesco, all’imperatore del potente Impero cinese... Wladimir Ulianov, detto Lenin, il fondatore dell’Unione Sovietica (ottobre 1917, cento anni fa) riconoscerà: «Se io avessi avuto sette Francesco d’Assisi a mia disposizione non avrei fatto la rivoluzione comunista». La sua testimonianza non è clericale, vero?
Segno che la vera “rivoluzione” non viene alimentata né dal laicismo né dal comunismo senza Dio, ma solo dalla conformità a Cristo, a immagine e somiglianza di Dio, quale il divino Maestro ha proclamato e, i santi, in primis il Serafico in ardore, hanno realizzato nella storia. In questo senso, non in quello dei laicisti né dei marxisti e neppure degli ambientalisti, non in quello dei protestanti, san Francesco, come Gesù, è “rivoluzionario”. La rivoluzione gentile della verità, dell’amore, della grazia divina.

Autore: Paolo Risso

Fonte: «Il Settimanale di Padre Pio» 38 (2017)

 





Nascita e genitori

Francesco nacque ad Assisi, in Umbria, nei primi del 1182 (ma secondo altri la nascita potrebbe però datarsi all'estate o all'autunno 1181) da Pietro di Bernardone, agiato mercante di panni, e da Giovanna detta Pica, nobile di origine forse provenzale.
In omaggio alla nascita di Gesù, madonna Pica volle partorire il bambino in una stalla improvvisata al pianterreno della casa paterna, in seguito detta “Stalletta” o “Oratorio di San Francesco piccolino”, ubicata presso la piazza principale della città umbra.
La madre, in assenza del marito Pietro, impegnato in un viaggio di affari in Provenza, lo battezzò con il nome di Giovanni, in onore del Battista. Tuttavia, al suo ritorno, il padre volle aggiungergli il nome di Francesco, che prevarrà poi sul primo.
Questo aggettivo corrisponde all’attuale “francese”. La motivazione potrebbe essere sia un omaggio alla Francia, meta dei suoi frequenti viaggi, sia dovuto al fatto che la madre fosse francese.

Una giovinezza spensierata
Francesco crebbe tra gli agi della sua famiglia, che come tutti i ricchi assisiati godeva dei tanti privilegi imperiali, concessi loro dal governatore della città, il duca di Spoleto Corrado di Lützen.
Aveva appreso le nozioni essenziali di scrittura e di latino presso la scuola parrocchiale di San Giorgio e le sue cognizioni letterarie erano limitate. Ad ogni modo, conosceva il provenzale, lingua materna, ed era abile nel mercanteggiare le stoffe dietro gli insegnamenti del padre, che vedeva in lui un valido collaboratore e l'erede dell'attività di famiglia.
Era estroso ed elegante: primeggiava fra i giovani, amava le allegre brigate e spendeva con una certa prodigalità il denaro paterno, tanto da essere acclamato “rex iuvenum” (re dei giovani), titolo che lo poneva alla direzione delle feste.

Combattente nella guerra tra Assisi e Perugia
Con la morte dell'imperatore di Germania Enrico IV (1165-1197) e l'elezione a papa del cardinal Lotario di Segni, che prese il nome di Innocenzo III (1198-1216), gli scenari politici cambiarono. Il nuovo Papa, sostenitore del potere universale della Chiesa, prese sotto la sua sovranità il ducato di Spoleto, compresa Assisi, togliendolo al duca Corrado di Lützen.
Ciò portò ad una rivolta del popolo contro i nobili della città, asserviti all'imperatore e sfruttatori dei loro concittadini: furono cacciati dalla rocca di Assisi e si rifugiarono a Perugia, poi, con l'aiuto dei perugini, mossero guerra ad Assisi (1202-1203).
Francesco, infiammato di spirito d’avventura, si buttò nella lotta fra le due città così vicine e così nemiche. Dopo la disfatta subita dagli assisiati a Ponte San Giovanni, fu fatto prigioniero dai perugini a fine 1203 e restò in carcere per un anno.

Inizio della conversione
Dopo che i suoi familiari ebbero pagato un consistente riscatto, Francesco ritornò in famiglia, con la salute ormai compromessa. La madre lo curò amorevolmente durante la lunga malattia.
Una volta guarito, tuttavia, il giovane non era più quello di prima: la sofferenza aveva scavato nel suo animo un'indelebile solco. Non sentiva più nessuna attrattiva per la vita spensierata e i suoi antichi amici non potevano più stimolarlo.
Pensò allora di arruolarsi nella cavalleria del conte Gualtiero di Brienne, che in Puglia combatteva per il papa. Quando però fu giunto a Spoleto, cadde in preda ad uno strano malessere. La notte ebbe un sogno in cui una voce misteriosa che lo invitava a “servire il padrone invece che il servo” e a ritornare ad Assisi.
Colpito dalla rivelazione, tornò alla sua città, accolto con preoccupazione dal padre e con una certa disapprovazione di buona parte dei concittadini.
Lasciò definitivamente le allegre brigate per dedicarsi ad una vita d'intensa meditazione e pietà, avvertendo nel suo cuore il desiderio di servire il Signore, ma non sapendo come. Andò anche in pellegrinaggio a San Pietro in Roma, con la speranza di trovare chiarezza.

La voce del Crocifisso
Ritornato deluso ad Assisi, continuò nelle opere di carità verso i poveri ed i lebbrosi, ma fu solo nell'autunno 1205 che Dio gli parlò. Era assorto in preghiera nella chiesetta campestre di San Damiano, mentre fissava un crocifisso bizantino. Ad un tratto, udì per tre volte questo invito: «Francesco va' e ripara la mia chiesa, che come vedi, cade tutta in rovina».
Pieno di stupore, Francesco interpretò il comando in riferimento alla cadente chiesetta di San Damiano, pertanto si mise a ripararla con il lavoro delle sue mani; utilizzò anche il denaro paterno.

La restituzione dei beni
A questo punto il padre, considerandolo ormai irrecuperabile, anzi pericoloso per sé e per gli altri, lo denunziò al tribunale del vescovo Guido II come dilapidatore dei beni di famiglia. Francesco si spogliò dei vestiti, restituendoli al padre, mentre il vescovo lo copriva con il proprio mantello, anche a significare la sua protezione.
Il giovane fu affidato ai benedettini, con la speranza che potesse trovare nel loro monastero la soddisfazione alle sue esigenze spirituali. I rapporti con i monaci furono buoni, ma riconobbe non era quella la sua strada. Ben presto riprese la sua vita di “araldo di Gesù re”: indossò i panni del penitente e prese a girare per le strade di Assisi e dei paesi vicini, pregando, servendo i più poveri, consolando i lebbrosi e ricostruendo, oltre San Damiano, le chiesette diroccate di San Pietro alla Spira e di Santa Maria degli Angeli.

L'inizio della sua missione
Nell'aprile del 1208, durante la celebrazione della Messa a Santa Maria degli Angeli, Francesco ascoltò dal celebrante la lettura del Vangelo di Matteo sulla missione degli Apostoli. In breve tempo, riconobbe che quelle parole di Gesù costituivano la risposta alle sue preghiere e alle sue domande. L’invito del Crocifisso a San Damiano non si riferiva quindi alla ricostruzione del piccolo tempio, ma al rinnovamento della Chiesa nei suoi membri.
Depose allora i panni del penitente: indossò un abito di tela ruvida, si cinse i fianchi con una rude corda e si coprì il capo con il cappuccio in uso presso i contadini del tempo; camminava a piedi scalzi.
Iniziò così la sua nuova vita. Rendendosi interprete di sentimenti diffusi nel suo tempo, prese a predicare la pace, l'uguaglianza fra gli uomini, il distacco dalle ricchezze e la dignità della povertà, l'amore per tutte le creature di Dio e al disopra di ogni cosa e la venuta del regno di Dio.

I primi compagni
Ben presto, attirati dalla sua predicazione, si affiancarono a Francesco quelli che sarebbero diventati suoi inseparabili compagni: Bernardo di Quintavalle, un ricco mercante; Pietro Cattani, dottore in legge; Egidio, contadino. A loro si aggiunsero poco dopo anche Leone, Rufino, Elia, Ginepro e altri, fino al numero di dodici, proprio come gli Apostoli.
Il loro impegno era vivere alla lettera il Vangelo, senza preoccupazioni teologiche e senza ambizioni riformatrici o contestazioni morali e in obbedienza alle autorità religiose: indicavano così un nuovo stile a chi voleva vivere in carità e povertà all'interno della Chiesa. Il vescovo di Assisi li seguiva con interesse e permise loro di predicare.

La prima approvazione papale
Ai primi del 1209 il gruppo si riunì in una capanna nella località di Rivotorto, nella pianura sottostante la città di Assisi, presso la chiesa di Santa Maria degli Angeli, detta “Porziuncola”. Durante un intero anno Francesco trasmise ai compagni i suoi insegnamenti, alternando preghiera, assistenza ai lebbrosi e questua per sostenersi e per riparare le chiese danneggiate.
Poiché ormai essi sconfinavano fuori dalla competenza della diocesi, e ciò poteva procurare problemi, il vescovo Guido consigliò Francesco e il suo gruppo di recarsi a Roma dal papa Innocenzo III. Il loro sodalizio fu approvato oralmente dal Papa, il quale rimase molto colpito da Francesco, dopo un incontro con lui e i suoi compagni.

Chiara e le Povere Dame di San Damiano
Tutta Assisi parlava delle “bizzarrie” di frate Francesco, che viveva in povertà con i compagni laggiù nella pianura e che spesso saliva in città a predicare il Vangelo. Nella primavera del 1209 aveva predicato perfino nella cattedrale di San Rufino.
Tra coloro che lo ascoltavano c’era Chiara degli Offreducci, figlia di una nobile famiglia. Colpita dalle sue parole, prese ad innamorarsi dei suoi ideali di povertà evangelica. Nella notte seguente la Domenica delle Palme del 1211, abbandonò di nascosto la casa paterna e giunse fino alla Porziuncola: Francesco, davanti all'altare della Vergine, le tagliò la bionda e lunga capigliatura, poi l'accompagnò al monastero delle benedettine a Bastia. Solo dopo che Chiara ebbe mostrato ai parenti il segno della sua consacrazione, essi si convinsero a lasciarla stare.
Successivamente Chiara e le compagne che l'avevano raggiunta si spostarono nel piccolo convento annesso alla chiesetta di San Damiano. Nel 1215, a 22 anni, Chiara fu nominata badessa delle “Povere Dame di San Damiano” (poi dette Clarisse). Francesco dettò loro una prima Regola di vita, sostituita più tardi da quella composta dalla stessa Chiara.

I Protomartiri francescani
Francesco desiderava non solo ricondurre il mondo cristiano agli originari principi evangelici, ma anche raggiungere i non credenti, specie i saraceni. Se in quell'epoca i rapporti fra il mondo cristiano e quello islamico erano sostanzialmente di lotta, Francesco volle capovolgere questa mentalità: nei saraceni vedeva anzitutto dei fratelli a cui annunciare il Vangelo, non con le armi, ma offrendolo con amore: se fosse il caso, dovendo subire anche il martirio.
Mandò per questo i suoi frati anzitutto in Spagna, dove vennero condannati a morte e poi graziati dal Sultano. Un secondo invio fu in Marocco, dove il rischio del martirio si concretizzò: i frati Berardo, Pietro, Accursio, Adiuto e Ottone, mentre predicavano, furono arrestati. Vennero imprigionati, flagellati e infine decapitati il 16 gennaio 1220.
Il ritorno in Portogallo dei corpi dei protomartiri, suscitò la vocazione francescana in un canonico regolare di Sant’Agostino, Ferdinando: divenne quindi frate Antonio, detto di Padova, anche lui destinato agli onori degli altari.

I viaggi di Francesco in Oriente
Francesco non si scoraggiò: nel 1219-1220 volle tentare personalmente l'impresa missionaria diretto in Marocco, ma una tempesta spinse la nave sulla costa dalmata. Il secondo tentativo lo fece arrivare in Spagna, ma si ammalò e dovette tornare indietro.
Infine, un terzo tentativo, lo fece approdare in Palestina. Si presentò al sultano egiziano Al-Malik al Kamil, che lo ricevette con onore, ascoltandolo con interesse, pur non convertendosi.

Il “capitolo delle stuoie” e la “Regola bollata”
Verso la metà del 1220, Francesco dovette ritornare in Italia per rimettere ordine fra i suoi frati, cresciuti ormai in numero considerevole. Appariva necessario risolvere alcuni problemi di organizzazione, di formazione, di studio, di adattamento alle necessità dell'apostolato in un mondo sempre in evoluzione.
Il “Poverello d’Assisi”, come divenne noto, non aveva infatti inteso fondare dei conventi, ma solo delle “fraternità”, piccoli gruppi di fratelli che vivessero in mezzo al mondo, mostrando come la felicità non risiedesse nel possedere i beni materiali, ma nel vivere in perfetta armonia secondo i comandamenti di Dio.
Nell'affollato “capitolo delle stuoie”, tenutosi ad Assisi nel 1221, Francesco autorizzò frate Antonio, venuto da Lisbona, d'insegnare la sacra teologia ai frati, specie a quelli addetti alla predicazione e alle confessioni.
La nuova Regola, dettata da Francesco a frate Leone, fu accolta con soddisfazione dal cardinale protettore dell'Ordine, Ugolino de' Conti (futuro papa Gregorio IX) e da tutti i frati. Venne approvata il 29 novembre 1223 da papa Onorio III con la bolla “Solet Annuere”: è infatti conosciuta come “Regola bollata”.
In essa si ribadivano la povertà, il lavoro manuale, la predicazione, la missione tra gli infedeli e l'equilibrio tra azione e contemplazione. Si permetteva ai frati di avere delle Case di formazione per i novizi e si stemperò il concetto di divieto della proprietà privata. Di fatto, i seguaci di Francesco erano venuti a costituire un Ordine mendicante, quello dei Frati Minori.

Il presepe di Greccio
La notte del 24 dicembre 1223, Francesco si sentì invadere il cuore di tenerezza e di slancio: volle rivivere nella selva di Greccio, vicino Rieti, l'umile nascita di Gesù Bambino. Nacque così la tradizione del Presepio nel mondo cristiano, che fu ripresa dall'arte e dalla devozione popolare lungo i secoli successivi.

Le stimmate
Nell'estate del 1224 Francesco si ritirò sul monte della Verna nel Casentino, insieme ad alcuni dei suoi primi compagni, per prepararsi con un digiuno di quaranta giorni alla festa di san Michele arcangelo.
La mattina del 14 settembre, festa della Esaltazione della Santa Croce, mentre pregava su un fianco del monte, vide scendere dal cielo un serafino con sei ali di fiamma e di luce, che gli si avvicinò in volo rimanendo sospeso nell'aria.
Fra le ali del serafino, Francesco vide lampeggiare la figura di un uomo con mani e piedi distesi e inchiodati ad una croce. Quando la visione scomparve, lasciò nel cuore del frate un ammirabile ardore e nella carne i segni della crocifissione: per la prima volta nella storia della santità cattolica si era verificato il prodigio delle stimmate.

Il declino fisico
Disceso dalla Verna, visibilmente dolorante e trasformato, volle ritornare ad Assisi. Era anche prostrato da varie malattie, allo stomaco, alla milza e al fegato, con frequenti emottisi. Inoltre la vista lo stava lasciando, a causa di un tracoma contratto durante il suo viaggio in Oriente.
Dopo le ultime prediche all'inizio del 1225, Francesco si rifugiò a San Damiano, nel piccolo convento annesso alla chiesetta da lui restaurata tanti anni prima, dove vivevano Chiara e le sue sorelle.

Il Cantico delle Creature e il Testamento
In quel luogo compose il “Cantico di frate Sole” o “Cantico delle Creature”, dal quale si comprende quanto Francesco fosse penetrato nella più intima realtà della natura, contemplando in ogni creatura la presenza di Dio.
In seguito, ospite per un certo tempo nel palazzo vescovile, dettò anche il suo famoso «Testamento», l'ultimo messaggio ai suoi figli, affinché rimanessero fedeli a “madonna Povertà”. In esso affermò: «Nessuno mi insegnava quel che io dovevo fare; ma lo stesso Altissimo mi rivelò che dovevo vivere secondo il Santo Vangelo».

La morte
Per l'interessamento del cardinale Ugolino e di frate Elia, Francesco accettò di sottoporsi alle cure dei medici della corte papale a Rieti, poi ancora a Fabriano, Siena e Cortona. Nell'estate del 1226 non solo non era migliorato, ma si fece sempre più evidente il sorgere di un'altra grave malattia: l'idropisia.
Dopo un'altra sosta a Bagnara, sulle montagne vicino a Nocera Umbra, perché potesse avere un po' di refrigerio, i frati visto l'aggravarsi delle sue condizioni, decisero di trasportarlo ad Assisi e su sua richiesta all'amata Porziuncola. Francesco morì in quel luogo la sera del 3 ottobre 1226, adagiato sulla nuda terra.
Le allodole, amanti della luce e timorose del buio, nonostante che fosse già sera, vennero a roteare sul tetto dell'infermeria. Appariva quasi un ultimo saluto a colui che un giorno, fra Camara e Bevagna, aveva invitato gli uccelli a cantare lodando il Signore, e che in un’altra occasione, in un campo verso Montefalco, aveva tenuto loro una predica.

La glorificazione
La mattina del 4 ottobre, il suo corpo di Francesco fu traslato con una solenne processione dalla Porziuncola alla chiesa parrocchiale di San Giorgio ad Assisi, dove era stato battezzato e dove aveva cominciato, nel 1208, la sua predicazione. Lungo il percorso il corteo si fermò a San Damiano, dove la cassa fu aperta, affinché santa Chiara e le sue compagne potessero vedere un’ultima volta il suo viso.
Il 16 luglio 1228, papa Gregorio IX, a meno di due anni dalla morte, lo proclamò santo, fissandone la memoria liturgica al 4 ottobre. I suoi resti mortali rimasero nella chiesa di San Giorgio rimase tumulato fino al 1230, quando venne portato nella Basilica a lui dedicata, precisamente nella Basilica Inferiore, fatta costruire da frate Elia.

I «Fioretti di San Francesco»
Gli episodi della sua vita e dei suoi primi seguaci, furono raccolti e narrati nei «Fioretti di San Francesco», opera di un anonimo trecentesco, che contribuì nel tempo alla larga diffusione del suo culto, unitamente alla prima e seconda «Vita», scritte dal suo discepolo Tommaso da Celano (1190-1260), su richiesta di papa Gregorio IX.
Alcuni episodi sono entrati nell'iconografia del santo e riprodotti dall'arte, come la predica agli uccelli, il roseto in cui si rotolò per sfuggire alla tentazione, il lupo che ammansì a Gubbio, l’impressione delle Stimmate.

I patronati
San Francesco è patrono dell'Umbria e di molte città, fra le quali San Francisco negli USA che da lui prese il nome. Innumerevoli sono le chiese, le parrocchie, i conventi, i luoghi pubblici che portano il suo nome. Tanti altri santi e beati, venuti dopo di lui, ebbero al battesimo o adottarono nella vita religiosa il suo nome.
Papa Pio XII, con il Breve pontificio «La sollecita cura» del 18 giugno 1939, proclamò Patroni Primari d’Italia lui e santa Caterina da Siena. Anche i Lupetti e le Coccinelle dell’AGESCI (Associazione Guide e Scouts Cattolici Italiani) lo considerano loro patrono.

I primi contrasti tra i Frati Minori
L'Ordine dei Frati Minori si propagò rapidamente: vivente ancora il fondatore, annoverava già 13 Province. Il suo massimo responsabile prese il titolo di Ministro Generale. Le Costituzioni furono redatte da fra Bonaventura da Bagnoregio, anche lui canonizzato.
Mentre ancora l'organizzazione si stava consolidando, scoppiarono i primi contrasti. I membri dell'Ordine si divisero in due fazioni: la prima intendeva adottare forme meno severe di vita comunitaria e prescindere dall'obbligo assoluto della povertà, al fine di rendere meno difficile lo sviluppo dell'Ordine stesso. La seconda, al contrario, si proponeva di uniformarsi alla lettera e allo spirito delle norme lasciate dal fondatore.

Osservanti e Conventuali e la nascita dei Cappuccini
I numerosi tentativi per placare i dissensi non ebbero effetto, anzi questi si acuirono di più quando Gregorio IX, con la bolla «Quo elongati» (1230), concesse ai frati di ricevere beni e di amministrarli per le loro esigenze.
Nel campo opposto, le correnti degli “Spirituali” e dei “Fraticelli”, portavano avanti un programma di rinnovamento religioso misto a una rinascita politico-sociale, che sarebbe dovuto sfociare nell'avvento del regno dello Spirito; tuttavia, si attirarono scomuniche e persecuzioni dalle autorità ecclesiastiche e feudali. La divisione tra Frati Minori Osservanti e Conventuali fu sancita ufficialmente nel 1517 da papa Leone X.
Nel 1525 papa Clemente VII approvò il nuovo ramo dei frati Cappuccini: guidati dal frate Matteo da Bascio della Marca d'Ancona, Osservante, erano dediti ad una più austera disciplina, alla povertà assoluta e alla vita eremitica.

La riforma dell’Ordine
Altre famiglie francescane riformate sorsero nei secoli (Alcantarini, Riformati, Amadeiti), in seno o a fianco degli Osservanti, ma tutte obbedivano al Ministro Generale dell'Osservanza. Ai membri delle varie famiglie dell’Osservanza papa Leone XIII, nel 1897, ingiunse di prendere il nome comune di Frati Minori.
L'Ordine francescano comprende quindi tre rami: il Primo Ordine, ossia i frati (sacerdoti e non), il Secondo Ordine, rappresentato dalle monache Clarisse, e il Terz'Ordine, fondato dallo stesso san Francesco nel 1221 per raccogliere i numerosi seguaci già sposati o comunque laici.
Oltre alle pratiche religiose e ascetiche, i Frati Minori sono tuttora dediti alla predicazione, all’apostolato e all'opera missionaria.



Cantico delle Creature

Altissimu, onnipotente, bon Signore,
tue so’ le laude, la gloria e l’honore et onne benedictione.

Altissimo, onnipotente, buon Signore,
tue sono le lodi, la gloria, l'onore e ogni benedizione.

Ad te solo, Altissimo, se konfano,
et nullu homo ène dignu te mentovare.

Solo a Te, Altissimo, si addicono,
e nessun uomo è degno di menzionarti.

Laudato sie, mi’ Signore, cum tucte le tue creature,
spetialmente messor lo frate sole,
lo qual’è iorno, et allumini noi per lui.
Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore:
de te, Altissimo, porta significatione.

Sii lodato, o mio Signore, con tutte le tue creature,
specialmente messer fratello sole,
che è giorno e attraverso il quale ci illumini.
Ed esso è bello, raggiante e con grande splendore:
esso simboleggia Te, Altissimo.

Laudato si’, mi’ Signore, per sora luna e le stelle:
in celu l’ài formate clarite et pretiose et belle.

Sii lodato, o mio Signore, per sorella lune e le stelle;
le hai create in cielo, chiare, preziose e belle.

Laudato si’, mi’ Signore, per frate vento
et per aere et nubilo et sereno et onne tempo,
per lo quale a le tue creature dài sustentamento.

Sii lodato, o mio Signore, per fratello vento
e per l'aria serena e nuvolosa e ogni tempo,
grazie al quale dai il nutrimento alle tue creature.

Laudato si’, mi’ Signore, per sor’aqua,
la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta.

Sii lodato, o mio Signore, per sorella acqua,
la quale è molto utile, umile, preziosa e pura.

Laudato si’, mi’ Signore, per frate focu,
per lo quale ennallumini la nocte:
ed ello è bello et iocundo et robustoso et forte.

Sii lodato, o mio Signore, per fratello fuoco,
grazie al quale illumini la notte:
ed esso è bello e gioioso, vigoroso e forte.

Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre terra,
la quale ne sustenta et governa,
et produce diversi fructi con coloriti flori et herba.

Sii lodato, o mio Signore, per nostra sorella madre terra,
che ci sostiene e nutre,
e produce diversi frutti con fiori colorati ed erba.

Laudato si’, mi’ Signore, per quelli ke perdonano per lo tuo amore
et sostengo infirmitate et tribulatione.

Sii lodato, o mio Signore, per quelli che perdonano per il tuo amore
e sopportano malattie e tribolazioni.

Beati quelli ke ’l sosterrano in pace,
ka da te, Altissimo, sirano incoronati.

Beati quelli che sopporteranno questo in pace,
poiché saranno incoronati da te, Altissimo.

Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra morte corporale,
da la quale nullu homo vivente pò skappare:
guai a·cquelli ke morrano ne le peccata mortali;
beati quelli ke trovarà ne le tue sanctissime voluntati,
ka la morte secunda no ’l farrà male.

Sii lodato, o mio Signore, per nostra sorella la morte del corpo,
dalla quale nessun uomo mortale può sfuggire:
guai a quelli che moriranno in peccato mortale;
beati quelli che essa troverà nella Tua santissima volontà,
poiché la seconda morte non farà loro male.

Laudate e benedicete mi’ Signore et rengratiate
e serviateli cum grande humilitate.

Lodate e benedite il mio Signore e ringraziatelo,
e servitelo con grande umiltà.

(S. Francesco d'Assisi)


Autore:
Antonio Borrelli

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Aggiunto il 2017-10-02

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