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Fossano, Cuneo, 1 ottobre 1545 - Saluzzo, Cuneo, 30 agosto 1604
Etimologia: Giovanni = il Signore è benefico, dono del Signore, dall'ebraico
Emblema: Bastone pastorale
Martirologio Romano: A Saluzzo in Piemonte, beato Giovanni Giovenale Ancina, vescovo, che, un tempo medico, fu tra i primi a entrare nell’Oratorio di san Filippo Neri.
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Le tentazioni di un giovane ricco: potremmo chiamarle così le varie opportunità che il mondo cinquecentesco offre al fossanese Beato Giovanni Giovenale Ancina. Innanzitutto le soldatesche (prima spagnole e poi francesi) che stazionano in città e che certamente non sono una scuola di modestia. Poi un’interessante proposta di matrimonio con una ragazza nobile e virtuosa che per di più (particolare non trascurabile) porta in dote duemila scudi. Infine l’opportunità di fare carriera a Roma, con la “raccomandazione” di un cardinale. E’ un “Dies irae”, ascoltato in un chiesa di Savigliano, a far cambiare rotta al promettente medico ventisettenne (che ha anche conseguito una splendida laurea in Filosofia) e ad orientarlo verso il sacerdozio. A Roma resta affascinato da “un certo padre Filippo, stupendo per molti rispetti”, che altri non è che San Filippo Neri, il quale dopo averlo fatto sospirare non poco lo accoglie, insieme al fratello Giovanni Matteo, nella sua congregazione. Diventato sacerdote, inizia a Roma il suo ministero, (dove tra l’altro si interessa con passione alla fondazione della diocesi di Fossano) e poi accompagna San Filippo a Napoli, dove vive i dieci anni più belli del suo sacerdozio: raccoglie frutti insperati di conversioni, le sue prediche sono talmente partecipate che le chiese napoletane non sono sufficienti a contenere tutti coloro che lo vogliono ascoltare. Ritorna a Roma per ordine di San Filippo, ma qui si accorge che sta correndo il grosso “rischio” di diventare vescovo. A “tradirlo” ed a metterlo in luce davanti a Clemente VIII, oltrechè la fama di uomo santo e di predicatore affermato, sembra sia proprio una predica che è chiamato a tenere davanti a Papa e Cardinali e che egli è costretto ad improvvisare, dato che ha dimenticato a casa gli appunti, frutto di una settimana di intenso lavoro e di ricerca biblica e patristica. Il risultato di quella predica “a sorpresa” è tale che il Papa non può più dimenticarsi di lui, che intanto, mentre prega e fa pregare che non gli capiti la “sventura” di diventare vescovo, abbandona la capitale e si mette a predicare in giro per l’Italia. Rintracciato e proposto per la sede episcopale di Mondovì, sceglie quella di Saluzzo (entrambe nel cuneese) perché più povera e difficile. Sa che qui la fede è minacciata non solo dall’eresia, ma soprattutto dalla scarsa preparazione di un clero, che in fatto di moralità e preparazione teologica lascia molto a desiderare. Sa che, in mancanza di adeguate guide spirituali, nel popolo di Dio sta venendo meno il fervore e lo slancio religioso. Ancina sarà vescovo di Saluzzo per pochi mesi appena: giusto il tempo per rimettere un po’ di ordine, rinvigorire la fede, introdurre la pratica delle Quarantore, favorire il culto all’Eucaristia, combattere l’eresia che dalla vicina Francia sta dilagando in Piemonte. Inaugura un nuovo stile episcopale, sostituendo il modello del vescovo-principe, molto comune nel XVI secolo, con quello del vescovo-pastore buono, in piena sintonia con lo stile evangelico. Sobrietà, penitenza, profonda pietà, austerità di vita, grande generosità verso i poveri, delicatezza e premure verso i malati: è questo il modo con cui il vescovo Ancina, precedendo con l’esempio, cerca di moralizzare il suo clero e cerca di ammaestrare il suo popolo. Non mancando, se necessario, di fare anche la voce grossa e di comminare sanzioni, come fa pochi giorni dopo il suo ingresso in diocesi, sospendendo dal ministero della confessione tutti i sacerdoti, ad eccezione dei parroci, e riservandosi di nominare solo quelli che se ne fossero resi degni. Nel suo essere cristiano e nel suo farsi pastore gli sono di modello San Filippo Neri, alla cui ombra si è formato, San Carlo Borromeo, suo contemporaneo, e san Francesco di Sales, che da Ginevra viene a Carmagnola, apposta per incontrarlo e confrontarsi con lui. Intanto predica, con lo stile che gli ha trasmesso San Filippo Neri: in chiesa, per strada, anche su una pista da ballo durante una festa patronale. E prega: ore e ore ininterrotte davanti all’Eucaristia, o nella sua camera davanti all’immagine della Madonna, così assorto e devoto che per richiamarlo alla realtà a volte occorre scuoterlo non poco. Muore il 30 agosto 1604, a due anni esatti dalla sua nomina episcopale ed a 17 mesi appena dal suo ingresso in diocesi, e la sua fine è avvolta dal mistero: fu avvelenato da chi non condivideva la sua azione riformatrice e il suo zelo apostolico? I sospetti cadono su un frate, cui il vescovo Ancina pochi giorni prima aveva rinfacciato la condotta immorale e minacciato sanzioni canoniche, che gli serve un misterioso vino il giorno di San Bernardo (20 agosto), durante il pranzo che i frati del convento di Saluzzo hanno preparato per il vescovo. Fatto sta che i disturbi nel vescovo cominciano a manifestarsi subito dopo pranzo e muore dieci giorni dopo, tra lancinanti dolori. Nessuno ha interesse o vuole approfondire subito quel sospetto e su tutto viene steso un velo pietoso, per non suscitare un vespaio a disonore del convento. Ma la conferma che ci sia del vero in questo presunto “giallo” viene proprio dalla Postulazione, che in un primo tempo cerca di impostare la causa di beatificazione dimostrando il martirio dell’Ancina “per il veleno datogli per adempiere agli obblighi suoi episcopali”. Ovvio che non ci riesca per il troppo tempo trascorso, per le mancate indagini effettuate a tempo debito, per la scomparsa degli eventuali testimoni e perfino per la mancanza del nome del sospetto assassino. Ciò non impedisce tuttavia a Giovanni Giovenale Ancina di giungere ugualmente alla gloria degli altari per l’ordinaria via del riconoscimento dell’esercizio eroico delle virtù cristiane, sancito dalla beatificazione avvenuta il 9 febbraio 1890 per bocca di papa Leone XIII. Mentre lui, non dimenticandosi di essere stato medico, continua a prendersi cura di quanti gli affidano i propri malanni, come testimoniano le numerose relazioni di grazie ricevute.
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Preghiera
O Dio, che nel beato Giovanni Giovenale Ancina, Vescovo, hai formato un eminente predicatore della tua parola e un pastore esemplarmente zelante, concedi per sua intercessione di custodire la fede che ha trasmesso con l’insegnamento e di seguire la via che ha tracciato con l’esempio. Per Cristo nostro Signore.
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Signore, che nel beato Giovanni Giovenale Ancina, posto a servizio del tuo popolo, ti sei fatto medico delle anime e dei corpi, concedici per sua intercessione di godere sempre la salute spirituale e corporale. Per Cristo nostro Signore.
Autore: Gianpiero Pettiti
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Aggiunto il 2003-06-29
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