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Giacomo Maffei Giovane ex-allievo salesiano

Testimoni

Casalmaggiore, Cremona, 9 novembre 1914 – Bologna, 24 luglio 1935

Alunno per tre anni del liceo salesiano di Valsalice, studente di medicina, dalla condotta irreprensibile. Morto di setticemia. Scriveva ai suoi genitori: “Apostolato, soprattutto apostolato… Il Signore ha disposto bene le cose, mi trovo in condizione di poterlo svolgere ampiamente e con frutto”. Il suo segreto fu la purezza del suo cuore.


Ogni domenica mattina, il gruppo parte. Sei chilometri di strada polverosa o fangosa secondo la stagione. Ed ecco il Baraccato, presso Bologna, abitato da disoccupati e da poveri operai. I giovani entrano nelle case, distribuiscono i “buoni” per il cibo, medicine, vestiti e tanta gioia. Lasciano i loro risparmi settimanali. Due sono medici e si prendono cura dei malati. Appartengono alla “San Vincenzo”. Uno di loro si chiama Giacomo Maffei, studente di medicina al primo anno.
Suo padre è un piccolo industriale di Casalmaggiore (Cremona). Fin dai primi anni di vita, Giacomo è un ragazzo esigente. “Il mio missionario – dice a volte suo papà – è stato lui. Non può tollerare che si creda in un modo e si agisca in un altro”. La mamma gli ha insegnato, in semplicità , a amare il Signore e gli indica spesso il Crocifisso, come il segno più grande del suo amore.
Un sabato, il maestro gli dice: “Domani, domenica, vieni con i tuoi compagni e con me a fare una gita in bici?”. Giacomo lo interrompe: “E la Messa?”. “Per una volta...” ribatté il maestro. “Lei sbaglia”, replica deciso il ragazzo, “lei dovrebbe darci l’esempio, invece...”.
Era nato il 9 novembre 1914, a Casalmaggiore (Cremona). Aveva frequentato le elementari con impegno, poi si era iscritto al ginnasio della sua città. Studiava seriamente, ma all’esame della V ginnasio, Giacomo è bocciato per la sua impreparazione in matematica.
Dopo la bocciatura, Giacomo decide: “Andrò a ripetere la V ginnasio al «San Giovanni» dei Salesiani a Torino”. Ma qualche tempo dopo dirà: “Lì si accese per me la luce su tutte le cose. Il Signore mi ha voluto bene”.
In aprile, per la prima volta, partecipa agli “esercizi spirituali”: tre giorni di riflessione e di preghiera. Incontra Gesù in modo nuovo, come l’Amico più grande, che gli cambia la vita. Scrive: “Ho sostenuto grandi lotte con me stesso. Sono contento, perché ora comprendo di essere nato per la vita eterna. Ho pensato a me, al mio avvenire. Che farò nella mia vita?”.
Con Don Toni
A scuola, vuole riuscire in tutto, matematica compresa. Cerca pure la guida per la sua anima: al “San Giovanni” incontra un giovane prete, Don Pietro Zerbino, che con un po’ di esitazione, diventa il suo direttore spirituale. “Ho bisogno – gli confida Giacomo – di uno che mi comprenda e mi aiuti a diventare un cristiano vero”.
Alla fine dell’anno scolastico è promosso alla I Liceo. In ottobre entra al Liceo Salesiano di Valsalice, sulla collina torinese. Lì incontra Don Antonio Cojazzi, salesiano e professore di filosofia, preside dell’istituto e grande amico dei giovani. Lo chiamano allegramente Don Toni: attraverso la cultura, gli incontri allegri e densi di luce, entusiasma i giovani alla vita di intimità con Gesù e all’apostolato in mezzo al mondo.
Giacomo si lega subito a Don Toni e lo considera il suo maestro. Entra a far parte della sezione di Azione Cattolica della sua scuola. È l’anno, 1931, degli scontri tra il fascismo al potere e le associazioni cattoliche. Papa Pio XI scende in campo in prima persona con l’enciclica “Non abbiamo bisogno”. Giacomo annota appassionato: “Sarò tra i giovani forti e generosi che non si vergognano di proclamare: Noi siamo cristiani – cattolici”.
Don Toni prepara i suoi allievi – tra i quali Giacomo Maffei – a essere dei giovani così: liberi e forti, testimoni di Gesù. Propone loro dei modelli, uno in particolare, del quale è stato maestro: Pier Giorgio Frassati, morto a 24 anni, pochi anni prima. Giacomo decide: “Sarò come lui, anch’io”.
Per invito di Don Cojazzi, fa pure parte della “San Vincenzo” del Valsalice. Alla domenica, quando gli altri, dopo la Messa, giocano nel cortile o stanno allegri in compagnia a discorrere, Giacomo con i suoi amici della “San Vincenzo”, va dai poveri. Alla sera quando molti parlano di sport, lui è come un estraneo: “Quando si pensa a coloro che soffrono, le dispute di calcio diventano sciocche”. Vorrebbe che tutti i giovani della sua età facessero parte della “San Vincenzo” e ripete: “Chi serve il povero, trova Dio”.
Si succedono i giorni di scuola, pieni di studio. Gesù ha affascinato Giacomo, ma la lotta per essergli fedele è aspra. Scrive i suoi propositi: “Abbiamo un preciso dovere: studiare e ancora studiare”. “Devo essere puro, Signore, soprattutto puro”. “Com’è bella la Confessione, quando l’anima è triste e non trova luce”.

Gesù come risposta
Durante le vacanze a Casalmaggiore, incontra i ragazzi e parla loro di Gesù, proponendolo come unica risposta ai grandi “perché?” della vita. Scrive articoli su giornali locali, come ha già cominciato a fare a Torino. Parla e scrive e agisce, come un capo e un innamorato di Cristo. Risparmia fino all’osso per dare ai poveri. Li va a cercare nelle loro case, mobilita il suo papà per loro.
Un giorno, invita Don Cojazzi a Casalmaggiore. Don Toni arriva e parla davanti ai giovani, agli adulti, alle autorità della cittadina: parla di Gesù Cristo, dell’impegno per lui, nella società, dei poveri da servire, della gioia di vivere la fede. Giacomo è molto contento. Quando Don Toni se ne va, annota: “Mi ha chiamato a servire la Messa. Lo farò sempre. Salutandomi, mi disse: “Fa’ conoscere Gesù a tanti amici. Un comando che seguirò”.
Anche in 2ª e 3ª Liceo, la matematica lo tormenta, ma filosofia, lettere e scienze lo affascinano. Gli capita di essere triste per la fatica, ma il ricordo di Pier Giorgio Frassati e soprattutto la Comunione quotidiana gli ridanno la gioia. E diffonde la gioia, anche quando nel cuore brucia la nostalgia e il cervello gli scoppia per lo studio.
Ha 18 anni, ormai frequenta l’ultimo anno di liceo. Vuole conoscere Gesù, la fede in Lui, a fondo. Studia per l’esame di maturità ed è attento agli avvenimenti della Chiesa e del mondo.
“Noi non dobbiamo rimanere estranei ai poderosi problemi dell’umanità” – scrive nel gennaio 1934 – “È tempo di battaglia. Noi dobbiamo prepararci, avviando la nostra esistenza a volere, a vivere, a lavorare con la forza del pensiero cattolico”.
Superati gli esami di maturità con otto in matematica, ritorna a Casalmaggiore per iscriversi alla facoltà di medicina dell’Università di Bologna e spendere domani la sua vita come un dono. Riprende il suo servizio ai poveri nella “San Vincenzo”. Avvicina due anziani coniugi, genitori di molti figli, ma mai sposati in chiesa. Lentamente li prepara al sacramento del Matrimonio; la donna riceve anche il Battesimo; entrambi si accostano alla Confessione e alla Prima Comunione.
Dal novembre 1934, frequenta Medicina a Bologna. Divide il suo tempo fra gli studi, gli impegni di apostolato e il servizio ai più bisognosi.
Il Baraccato, come abbiamo già detto, diventa la meta delle sue domeniche, con giovani amici che hanno i suoi ideali. Vuole irradiare Gesù a tutti.

Senza fermarsi mai
A Bologna si iscrive alla Congregazione Mariana, affinché la Madonna lo aiuti a portare Gesù ovunque. Scrive articoli per la stampa di Bologna, densi di fede; percorre i paesi e le parrocchie a entusiasmare altri giovani a Cristo. E studia per diventare medico. Il suo amico, Raimondo Mancini, poi grande giornalista, lo ricorderà così: “Giacomo Maffei era puro, nel senso assoluto della parola. Purezza, bella, gioiosa; la sua vita era come un cristallo”.
Nella primavera del 1935, Giacomo scrive nel suo diario pagine pensose e liete: “Vivere è agire, è portare nel cuore la velocità di raggiungere una meta”. “I giovani: o è tanta la loro santità che innamorano Dio, oppure sono degli animali, né più né meno”. “Chi si pone il problema della vita non come un giorno di baldoria, ma come un progetto, non ha tempo da perdere”.
Il 13 luglio 1935, finito il primo anno di università, non riesce ad alzarsi. Ha la febbre. “È appendicite” – dice il medico. Le cure sembrano efficaci, ma nella notte del 23 luglio, torna la febbre: peritonite diffusa. Un intervento tenta di strapparlo alla morte. Però Giacomo, quando si sveglia, comprende che sta morendo. Ha un solo desiderio: “Portatemi Gesù”. Alle 23 del 24 luglio 1935, ricevuta l’Unzione degli infermi, Giacomo consegna il suo Crocifisso alla mamma: “È per te, tienilo come mio ricordo”.
Ora vede Dio, insieme al suo modello di vita, Pier Giorgio Frassati, defunto da 10 anni. In giugno, aveva scritto come programma: “Vivere è consumarsi per un ideale. Vivere vuol dire essere l’infaticabile portatore di Cristo che è la Vita”.


Autore:
Paolo Risso

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Aggiunto il 2007-09-27

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