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Beato Pietro Igneo Vescovo

8 febbraio

Firenze, XI secolo circa – Albano Laziale, Roma, 8 febbraio 1089

Pietro nacque probabilmente a Firenze, anche se non è pervenuta documentazione che possa permettere di ricostruire i suoi primi anni di vita. Fattosi monaco nella Congregazione Vallombrosana, fu stretto seguace di San Giovanni Gualberto ed aderì alla Riforma gregoriana. Il fatto più saliente della sua vita fu la celebre ordalia, avvenuta nell'anno 1068 nei pressi di Badia a Settimo, nei dintorni di Firenze (oggi Scandicci). L'episodio si inserisce nella lotta contro l'investitura simoniaca del vescovo di Firenze Pietro Mezzabarba condotta dallo stesso e da San Giovanni Gualberto. Il Mezzabarba, che fu difeso tra l'altro anche da San Pier Damiani, fece fare una strage nel Monastero Vallombrosano di San Salvi che stava come una spina nel fianco del suo controllo sulla città di Firenze. L'episodio suscitò grande scalpore tra i fedeli del tempo. Pietro, per dimostrare l'attendibilità delle tesi sostenute da Giovanni Gualberto, che documentavano la simonia del Mezzabarba, si sottopose volontariamente al "Giudizio di Dio", camminando su una distesa di carboni ardenti e restando miracolosamente indenne. Per questo motivo fu detto Igneo, e fu immediatamente fatto oggetto di una particolare devozione popolare. In seguito al clamoroso episodio, papa Alessandro II accettò le tesi dei vallombrosani e depose il vescovo. Il Mezzabarba successivamente si pentì e si ritirò in un monastero, trascorrendo il resto della sua vita in meditazione ed in raccoglimento spirituale. Nel 1068 fu inviato dal suo abate Giovanni Gualberto a dirigere l'Abbazia di San Salvatore presso Fucecchio, su espressa richiesta dei conti Cadolingi, che avevano aiutato finanziariamente la costruzione dell'Abbazia di Vallombrosa. Pur restando a Fucecchio per pochi anni, nel 1072 papa Alessandro II lo innalzò alla carica di vescovo di Albano, conservò sempre il titolo di abate di San Salvatore in Fucecchio. Nel 1085 ottenne che l'abbazia, per decisione di papa Gregorio VII, ricevesse il privilegio del Nullius Dioeceseos, passando sotto il controllo diretto della Santa Sede. Morì nel 1089, con buona probabilità nella stessa Albano. Il suo corpo fu riportato a Vallombrosa e tumulato nell'abbazia. L’arcidiocesi di Firenze festeggia Pietro Igneo con il titolo di  Santo l’8 febbraio insieme a San Bernardo degli Uberti, in virtù della presunta parentela.

Martirologio Romano: Ad Albano nel Lazio, beato Pietro, detto Igneo perché passato illeso nel fuoco, monaco di Vallombrosa e poi vescovo di Albano, che si dedicò senza posa al rinnovamento della disciplina ecclesiastica.


Non conosciamo la sua data di nascita avvenuta probabilmente intorno al 1020. Del tutto priva di fondamento si dimostra la tradizione che ne dichiarava l’appartenenza alla famiglia toscana degli Aldobrandini.
Tale appartenenza fu asserita nel 1602 dal monaco vallombrosano Adriano Ciprario, sulla base di non meglio precisate fonti archivistiche antiche conservate nel monastero romano di S. Prassede. Questa genealogia immaginaria, giovandosi soprattutto della totale assenza di fonti che ne autorizzassero una qualsiasi altra di segno contrario, serviva al Ciprario per ingraziarsi il cardinale di Curia Pietro Aldobrandini, nipote del papa Clemente VIII, e sollecitare così la benevolenza di entrambi verso la congregazione vallombrosana. Il cardinale Aldobrandini accolse con favore l’illustre parentela e fece dipingere un’epigrafe in onore di Pietro Igneo nelle sale clementine del Palazzo apostolico (Miccoli, 1960, p. 160). Accettata, seppur con cautela dal Baronio, la notizia della sua appartenenza agli Aldobrandini fu confermata dalla storiografia vallombrosana di età moderna, fino a quando non venne definita da Ferdinando Ughelli come una «favorabilis fabula». Dal canto suo la storiografia camaldolese, nell’ambito delle polemiche sul ruolo giocato da Romualdo di Ravenna nella scelta di Giovanni Gualberto di fondare Vallombrosa, utilizzò proprio la falsa notizia dell’appartenenza di Pietro Igneo agli Aldobrandini per mettere in discussione l’affidabilità dell’opera del Ciprario nel suo complesso e in particolare per rigettare la data della sua monacazione ivi asserita, il 1018, che i Vallombrosani utilizzavano a sostegno dell’indipendenza del Gualberto da qualsivoglia influsso romualdino (Miccoli, 1960, pp. 162-169). Le successive aspre contese erudite non portarono prova alcuna circa la sua appartenenza agli Aldobrandini, che tuttavia è giunta tralatiziamente fino alla storiografia contemporanea meno avvertita.
Accenni risalenti a Pietro Igneo ci vengono dalla Vita Iohannis Gualberti di Attone di Pistoia, grazie alla quale è possibile risarcire una lacuna presente nella più antica Vita del Gualberto, scritta da Andrea di Strumi, di cui l’agiografia attoniana costituisce una fedele riproposizione. Da Attone di Pistoia (e per questo molto verosimilmente anche dallo Strumense) apprendiamo che tra i primi seguaci del Gualberto nella foresta di Vallombrosa ci fu proprio Pietro Igneo.
Ipotizzando che egli nel 1036-38 entrasse nella comunità vallombrosana in giovane età, possiamo collocare la sua data di nascita intorno al 1020. Sempre Attone di Pistoia ci informa che Pietro Igneo, divenuto monaco di Vallombrosa, ricevette da Giovanni Gualberto l’incarico di custodire prima gli asini, quindi le vacche («procurator asinorum, postea vaccarum fuit»).
Resta difficile capire se effettivamente questo genere di incarichi rientrasse nella pedagogia del Gualberto verso i suoi monaci (Davidsohn, 1956, p. 356), oppure se si tratti di un mero tributo di tipo agiografico all’umiltà di Pietro Igneo «quando è ormai cardinale ed in fama di santità» (Miccoli, 1960, p. 2). Nulla vieta, in realtà, che la concretezza della vita monastica abbia poi stimolato la sua successiva idealizzazione agiografica.
Sempre da Attone da Pistoia si apprende che Pietro Igneo divenne dapprima priore del monastero di S. Michele di Passignano, oggi nel comune di Tavernelle Val di Pesa, in provincia di Firenze («deinde in Passiniano prioris gessit officium»). In assenza di documenti attestanti la presenza di un abate nel periodo 1044-48 e considerando la menzione del 1049 di Leto quale primo abate proveniente dal monastero di Vallombrosa, si deve supporre che in quell’anno il cenobio entrasse a far parte della nascente congregazione vallombrosana e Pietro Igneo ne divenisse priore.
Il silenzio delle fonti sulla sua biografia si stende fino alle soglie della celebre prova del fuoco che lo vide protagonista il 13 febbraio 1068 nei pressi del monastero di S. Salvatore di Settimo e dalla quale trasse origine il soprannome ‘Igneo’ che accompagna il suo nome. Giovanni Gualberto e i suoi monaci avevano colà convocato il clero e il popolo fiorentino per dimostrare attraverso un’ordalia che il vescovo di Firenze, il pavese Pietro Mezzabarba, era simoniaco. Non sappiamo chi e sulla base di quali criteri avesse deciso che proprio Pietro Igneo dovesse attraversare le fiamme. Molto probabilmente fu lo stesso Giovanni Gualberto, di cui le fonti non fanno mai il nome nel contesto della narrazione dell’ordalia, ma che certamente ne fu il regista più o meno occulto. La scelta di Pietro Igneo testimonia in maniera inequivocabile il ruolo di spicco da lui rivestito all’interno del movimento vallombrosano delle origini, anche in ragione della precocità della sua adesione alla proposta di vita cristiana del Gualberto e del conseguente rapporto privilegiato con il fondatore che ne derivava. In quell’occasione Pietro Igneo è già indicato come sacerdote, ma non si conosce la data della sua ordinazione. La lettera inviata al termine dell’ordalia al papa Alessandro II dal clero fiorentino è prodiga di dettagli sul ruolo di Pietro Igneo, di cui tuttavia non fa mai il nome e lo ritrae mentre con volto ilare e incedere maestoso si butta tra le fiamme, uscendone illeso. Mentre si apprestava a ripetere la passeggiata miracolosa, fu fermato dalla folla che ne baciava i piedi e i vestiti e solo a stento il clero presente lo sottrasse a quell’incontenibile devozione.
L’ordalia di Settimo è stata oggetto di svariate interpretazioni in sede storiografica. Il positivista Robert Davidsohn si mostrò scettico circa la veridicità del racconto e sulla base del parere espresso da un ispettore dei pompieri circa i tempi di combustione della legna accatastata, concluse che Pietro Igneo si era limitato a camminare sui carboni ardenti. Più esplicitamente Ernst Werner parlava di «gherminella monastica ai danni del popolo». Di recente Chiara Frugoni ha dimostrato la stretta similitudine dell’ordalia di Settimo con quella messa in atto da Bruno di Querfurt, per ottenere la conversione di un re pagano russo. Nelle intenzioni di Giovanni Gualberto lo stretto parallelismo tra il racconto dei chierici fiorentini e la narrazione dell’ordalia di Bruno contenuta nella Vita Romualdi di Pier Damiani avrebbe dovuto indurre quest’ultimo a tenere un atteggiamento meno polemico nei confronti dei Vallombrosani. Il problema in sede storiografica si è spostato dal piano impalpabile della verifica della veridicità del miracolo di Settimo a quello ben più solido della presa d’atto dell’indubitabile efficacia che la performance di Pietro Igneo ebbe sul giudizio che larga parte del clero e del popolo fiorentino esprimeva sul vescovo Mezzabarba, fino ad arrivare alla sua deposizione.
Altrettanto indubitabile è il prestigio acquisito da Pietro Igneo grazie alla prova del fuoco sia all’interno della nascente congregazione vallombrosana, sia nel più vasto ambito del movimento riformatore. Il 4 luglio 1071 lo troviamo infatti alla guida del monastero di S. Salvatore di Fucecchio, donato ai Vallombrosani dal conte Guglielmo Bulgaro all’indomani dell’ordalia di Settimo. Alessandro II, che certamente fu in Toscana almeno due volte, lo nominò cardinale vescovo di Albano in una data imprecisata, se – come pare altamente probabile, considerati l’assenza di altri cardinali vescovi omonimi in quel momento e l’ambito toscano a cui si riferisce l’attestazione – il Pietro cardinale che nell’ottobre 1072 consacrò la chiesa dei Ss. Donato e Nicolò di Citille (provincia di Firenze) è il nostro Pietro Igneo. Questi nel 1077 consacrò, insieme con il vescovo di Fiesole, anche la chiesa di Val Rubbiana, nel piviere di S. Polo, non lontano dal monastero di Passignano. Restò alla guida del monastero di Fucecchio anche dopo la nomina a cardinale. Lo dimostrano i documenti compresi tra l’ottobre 1073 e il gennaio 1078 nei quali è designato come abate e cardinale di Albano. Dopo quella data, in coincidenza con le aumentate responsabilità all’interno della Curia romana, dovette cessare anche il suo governo abbaziale.
Il rapporto privilegiato con Ildebrando di Soana, sostenitore dei Vallombrosani fin dal tempo della lotta contro il Mezzabarba, continuò dopo la sua elezione pontificia, come testimoniano un privilegio di Gregorio VII datato Roma, 10 giugno 1077, che reca in calce la sottoscrizione di Pietro Igneo, e la sua partecipazione al sinodo quaresimale del febbraio 1079, nel corso del quale ricevette l’incarico di accompagnare Bruno di Segni nella presa di possesso della sua diocesi. L’impresa non dovette presentare particolari difficoltà e Pietro Igneo poté tornare a Roma dopo soli tre giorni. Ben più complicata si rivelò la legazione in Germania da lui effettuata insieme con il vescovo Olderico di Padova per ordine di Gregorio VII, nell’ambito dei tentativi di conciliazione e nelle trattative che precedettero la seconda e la definitiva scomunica di Enrico IV (Miccoli, 1960, p. 50). Partiti al termine del sinodo quaresimale, che durò almeno fino al 17 febbraio, i legati avevano già lasciato Roma il 3 marzo, insieme con Enrico, patriarca di Aquileia, fedelissimo dell’imperatore, e raggiunsero la corte imperiale a Regensburg solo il 12 maggio, festa di Pentecoste. Parteciparono alle assemblee del Regno di Fritzlar (giugno) e di Würzburg (agosto), ma in sostanza la legazione non sortì alcun effetto.
Nell’analisi che ne fece Gregorio VII, Pietro Igneo appariva colpevole di avere agito con ingenuità («nimis simpliciter»), a differenza di Olderico, che si era comportato con ben maggiore scaltrezza («non adeo simpliciter»), favorendo di nascosto Enrico IV.
La legazione terminò nell’ottobre del 1079 e i legati tornarono separatamente in Italia, prima Olderico poi Pietro Igneo, che nel febbraio del 1080 si trovava già in Francia, sempre in veste di legato pontificio, per dirimere la controversia sorta tra Cluny e i vescovi di Lione e Mâcon e per processare l’antigregoriano Manasse di Reims. Di questa legazione conserviamo il resoconto dello stesso Pietro Igneo, il suo unico scritto che sia pervenuto. Tra il 2 e il 6 febbraio 1080 risolse la vertenza a vantaggio di Cluny e nel marzo ottenne da Gregorio VII la conferma delle sue decisioni nel sinodo quaresimale romano, a cui forse partecipò in prima persona. Sempre nel 1080 presiedette a S. Ginese, presso Lucca, il sinodo che scomunicò i canonici di S. Martino, nemici del vescovo gregoriano Anselmo. Tra la fine del 1084 e l’inizio del 1085 tornò in Francia insieme con il principe Gisulfo di Salerno per reperire le risorse economiche e militari a sostegno di Gregorio VII. Partecipò all’elezione e alla consacrazione di Vittore III (24 maggio 1086) e di Urbano II (12 marzo 1088), al cui seguito compare nell’ultima attestazione che lo riguardi, del settembre 1089, di poco precedente la sua morte, che secondo Bernoldo di Costanza avvenne in quello stesso anno.


Autore:
Nicolangelo D'Acunto


Fonte:
www.treccani.it

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Aggiunto/modificato il 2021-02-02

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