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Beata Maria Enrichetta Dominici Vergine

21 febbraio

Carmagnola (To), 10 ottobre 1829 - Torino, 21 febbraio 1894

Nata a Carmagnola (To) il 10 ottobre 1829, Caterina Dominici nel novembre 1850 entra tra le suore della Congregazione di sant’Anna e della Provvidenza, fondata nel 1834 dai marchesi Tancredi e Giulia di Barolo. Nella famiglia religiosa prende il nome di suor Maria Enrichetta. Nel 1854 è a Castelfidardo, nelle Marche, dove dà prova di grande carità durante l’epidemia di colera. Rientrata a Torino come maestra delle novizie, nel 1861 a soli 32 anni è chiamata a guidare la Congregazione come superiora. Lo farà per ben 33 anni dando un impulso decisivo alla crescita di questa famiglia religiosa. Lo stesso san Giovanni Bosco, fortemente impressionato, chiederà consiglio a madre Maria Enrichetta quando deciderà di istituire le Figlie di Maria Ausiliatrice. Sempre lei aprirà alle sue suore l’orizzonte della missione: le prime sei, nel 1871, partiranno per l’India, realizzando un sogno che lei stessa aveva coltivato da ragazza. Muore il 21 febbraio 1894. Paolo VI la proclamerà beata nel 1978. (Avvenire)

Etimologia: Maria = amata da Dio, dall'egiziano; signora, dall'ebraico

Martirologio Romano: A Torino, beata Maria Enrica (Anna Caterina) Dominici, delle Suore di Sant’Anna e della Provvidenza, che governò con saggezza l’Istituto per trent’anni fino alla sua morte e lo accrebbe.


“Dio è Babbo buono, sa tutto, può tutto e mi ama”: questo pensiero Madre Enrichetta Dominici lo sentì proprio per tutta la vita. Il “Babbo Buono” prese il posto del padre naturale quando era solo una bambina.
Caterina Dominici nacque il 10 ottobre 1829 a Carmagnola (Borgo Salsasio), quartogenita, in una semplice famiglia di campagna. Aveva quattro anni quando i genitori si separarono e del padre non si seppe mai più nulla, una pena che Caterina portò per sempre nel cuore. Madre e figli andarono a vivere con lo zio sacerdote a Borgo San Bernardo (altra frazione di Carmagnola), insieme al nonno e ad una zia. Tra casa, scuola e chiesa, tutte vicine, Caterina formò il suo carattere, improntato ad una profonda religiosità. Un po’ timida, non le piaceva essere contraddetta. Aveva una passione per i fiori e col fratello, che divenne poi sacerdote somasco, giocava a fare altarini. Risparmiava quel poco che poteva per i poveri, aiutava e confortava i malati. Prese l’abitudine di confessarsi e fare la comunione tutte le settimane. Vivendo in una canonica a Caterina certo non mancò la lettura dei libri religiosi, amando soprattutto le vite dei santi. Elesse sua patrona S. Caterina da Siena e le venne il desiderio di “essere monaca ad ogni costo". Fece di nascosto, in casa, una sorta di noviziato ma, esagerando nelle penitenze, arrivò a mettere in pericolo la salute. Quando manifestò il desiderio di farsi religiosa lo zio sacerdote si oppose fermamente mentre la mamma, sebbene non fosse contraria, sentiva la paura di restare sola. Dovette attendere cinque anni per vedere avverato il suo desiderio. Faceva parte della Compagnia delle Umiliate che aveva il compito di accompagnare i morti alla sepoltura. Un giorno, vincendo la naturale timidezza, trasportò sulle sue spalle una bara. A quindici anni iniziò ad insegnare catechismo ai piccoli del borgo. Era "l’angelo del paese". Leggiamo nell’autobiografia: "In chiesa mi fermavo alcune volte, specialmente nei giorni festivi, anche quattro o cinque ore di seguito... Il tempo davanti a Gesù sacramentato mi passava come un lampo. Avrei voluto starvi sempre se altri doveri non mi avessero chiamata altrove”. Ma, come accade alle anime privilegiate, iniziarono pure le prove spirituali: “a poco a poco Dio mi tolse tutti i suoi doni, e io rimasi arida, fredda, insensibile. Un tal combattimento dolorosissimo per l'umanità non recò pregiudizio al mio spirito, e con la grazia di Dio proseguii in tutti i consueti esercizi e pratiche di pietà, benché più non vi sentissi il trasporto di prima". La sua comunione con il Signore era profondamente intima, facendola sentire a disagio durante le processioni religiose.
Nel 1848 la famiglia si trasferì, seguendo lo zio don Andrea, a Carmagnola. Due anni dopo, finalmente, nel novembre 1850, ottenne il permesso di farsi religiosa, non di clausura però, come desiderava, ma tra le Suore di S. Anna. La ragazza di paese fu ricevuta nel ricco Palazzo Barolo di Torino dalla stessa fondatrice, la Marchesa Giulia, che intuendo la grandezza della sua anima suggerì che da religiosa prendesse il nome della nipote preferita: Caterina diveniva Suor Maria Enrica.
L’Istituto di Sant’Anna era stato fondato nel 1834 dal Marchese Tancredi di Barolo, il nobile benefattore torinese che con la moglie aveva dato vita ad una moltitudine di opere di beneficenza a vantaggio dei poveri. La Casa Madre sorgeva a pochi passi dal celebre Santuario della Consolata, così come il palazzo dei Marchesi che alle origini della congregazione aveva ospitato i bambini di strada. Le suore di Sant’Anna, in particolare, nascevano con la missione di educarli ed istruirli. Tra i primi e più valenti collaboratori le suore ebbero la fortuna di avere Silvio Pellico, bibliotecario e segretario della nobile coppia. Suor Enrichetta, superate le difficoltà del noviziato, professò per la festa di Sant’Anna del 1853.
Nel 1854 la giovane suora venne mandata a Castelfidardo, dove sorgeva una casa nata qualche anno prima, poco distante dal Santuario di Loreto, in cui il clima non era sereno. Fu accolta dalle consorelle come “una spia” ma Enrichetta ebbe modo, in poco tempo, di farsi amare. Un anno dopo il suo arrivo in città scoppiò un’epidemia di colera e le suore prontamente si offrirono per curare i malati. Enrichetta toccò con mano la miseria umana davanti alla morte e alla sofferenza. Per tre mesi la sua dedizione fu straordinaria, il suo esempio rimase a lungo vivo nel ricordo della popolazione. Cessata l’emergenza fu nominata maestra delle novizie. Al direttore spirituale, un padre gesuita, manifestò la continua aridità di spirito e pure il desiderio di andare missionaria in India, per portare il messaggio d’amore di Cristo. Per prepararsi, ottenne il permesso di privarsi “delle cose non assolutamente necessarie”. Del suo periodo marchigiano, un giorno memorabile fu il 17 maggio 1857 quando Suor Enrichetta incontrò in udienza, con altre religiose, Papa Pio IX in visita a Loreto. Alla stessa udienza era presente S. Maddalena Sofia Barat.
Nel 1858 rientrò a Torino e venne anche qui incaricata dell’importante compito di maestra delle novizie mentre era ormai insanabile il triste dissidio tra la Fondatrice e la prima superiora della Congregazione. Dopo l’intervento della Santa Sede, a succederle, nel luglio 1861, quando aveva solo trentadue anni, fu designata proprio Enrichetta. Un grosso peso cadeva sulle sue spalle e lei, sentendosi inadeguata, prima di accettare, si consultò col Canonico Anglesio, successore del Cottolengo alla guida della “Piccola Casa della Divina Provvidenza”. Questi le disse che umilmente doveva accettare la volontà di Dio. La fondatrice, in quei giorni a Lione, saputa la notizia, fece illuminare a festa il santuario della Madonna di Fourvière. Per quattro anni Madre Enrichetta dovette convivere con la deposta superiora. Furono necessarie tutta la sua prudenza e la sua carità perché quest’ultima non lasciava l’istituto, ma neppure partecipava alla vita di comunità, creando un notevole imbarazzo.
Madre Enrichetta rimase al governo della congregazione fino alla morte, per ben trentatre anni, portandola ad uno sviluppo eccezionale. Fondò una trentina di case, raggiungendo Roma e la Sicilia. Ad ogni scadenza di mandato fu confermata, non pareva possibile avere un’altra madre generale. Da ragazza aveva sognato di andare missionaria in India, poteva adempiere al voto indirettamente, mandando le sue suore. Nel febbraio 1871 partirono in sei, “le sue beniamine”, che la Madre affidò alla SS. Trinità di cui era molto devota. Apriva una strada che porterà grandi frutti. Venerata dalle sue suore, nell’ottobre 1879 andò di persona nella lontana India, a Secunderabad, a visitare la prima casa missionaria dell’istituto. Il 14 luglio 1884 fu ricevuta in udienza da Papa Leone XIII. Fu consigliera di san Giovanni Bosco nell’istituire la Regola delle Figlie di Maria Ausiliatrice, “prestando” pure due suore alla nuova congregazione.
Affabile e gentile, era però riservata e di poche parole. Col permesso del superiore fece l’eccezionale voto di cercare nel compimento di ogni azione il modo “più perfetto". Meditava a lungo davanti al tabernacolo e così raccomandava che facessero le suore per le quali ottenne il permesso dalla S. Sede di fare la comunione quotidiana. Nel leggere i suoi scritti, l’autobiografia e il copioso epistolario, si percepisce il totale abbandono in Dio. Madre Enrichetta fu una mistica straordinaria, sebbene fosse a capo di una congregazione religiosa di vita attiva. Scrisse: “Oh quanto vive felice l’anima che vive totalmente abbandonata in Dio. Oh se tutti conoscessero questa felicità”, “Oh! Felici momenti in cui pare, a modo di esprimermi, che il buon Dio quasi dimentico dell’altezza della sua divinità si abbassa a questa vil creatura, l’unisce a sé e la rende una stessa cosa con Lui! Mio Dio chi potrà mai comprendere sì cara, sì dolce, sì preziosa trasformazione? Questo è un mistero dell’amore e della bontà vostra divina! Bontà, bontà infinita del mio Dio, quando mai giungerò a comprendere la tua immensità!”. “La mia preghiera è silenzio, è sguardo dell’intelletto in Dio ove la sua bontà fa sì ch’io nulla vedendo vedo, nulla sentendo, intendo e conosco le cose con una sicurtà tale che non mi rimane più alcun dubbio sul da farsi…il Babbo mi diede uno sguardo di bontà inesplicabile”.
A stroncare nel corpo quell’anima tutta di Dio arrivò un carcinoma al seno. Si manifestò in seguito a un forte colpo al petto subìto durante una mareggiata, su un battello che da Messina la portava a Napoli. Lo tenne gelosamente nascosto per pudore, accettando così la volontà di Dio. Lo manifestò alle suore quando ormai il male era incurabile. Da fine novembre 1893 non poté più alzarsi dal letto ma, nonostante i lancinanti dolori, continuò a guidare l’Istituto, compiendo tutte le devozioni previste dalla Regola. Si recarono al sua capezzale Maria Clotilde di Savoia e l'Arcivescovo Riccardi che, uscendo dalla camera della beata, esclamò: "Quale aria di paradiso!". Il medico affermò: "La vostra madre da lunghi anni è preparata a morire. Sono sessant'anni che vedo e curo infermità strazianti e penosissime, e confesso che non ho mai trovato un'anima più quieta e rassegnata di Madre M. Enrica". Trascorse gli ultimi giorni nell'assopimento. Nel momento del trapasso aprì gli occhi, sorrise alle suore che l'attorniavano in lacrime, mormorando con un filo di voce: "Umiltà! Umiltà!". Era il 21 febbraio 1894.
Nel 1926 le sue spoglie mortali furono traslate nella cappella di Casa Madre. Papa Paolo VI, il 7 maggio 1978, la beatificò. Ci sono attualmente case di Sant’Anna in Italia, Svizzera, Camerun, Argentina, Perù, Filippine, Messico, Brasile, Usa. In India le case sono ottanta, più che in Italia, essendo nate, col medesimo carisma, anche congregazioni locali.


PREGHIERA

Dio, che ci sei sempre buon Padre, che sai tutto, puoi tutto e ci ami: Ti ringraziamo dell’eroico esempio di fede e fiducia che ci lasciasti nella tua Serva fedele, Madre Maria Enrichetta: fa’ che la sua glorificazione contribuisca a ridare al mondo angosciato la pace e la serenità dei cuori e delle comunità.
Concedi, Padre, per sua intercessione, la grazia che ti domandiamo. Amen,


Per informazioni:
Suore di S. Anna
Via della Consolata, 20
10122 Torino
Tel. 011/2342211


Autore:
Daniele Bolognini

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Aggiunto il 2007-02-15

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