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San Dionigi Vescovo di Alessandria

8 aprile

m. 264

Martirologio Romano: Ad Alessandria d’Egitto, san Dionigi, vescovo, che, uomo di grande cultura, insigne per avere più volte professato la fede e mirabile per la varietà dei patimenti e delle torture subite, carico di giorni morì confessore della fede al tempo degli imperatori Valeriano e Gallieno.


Nacque in Alessandria verso la fine del II sec. da genitori pagani. Stando alla sua stessa testimonianza, prima della conversione godeva di una condizione agiata. Giunto alla fede per la lettura di libri cristiani, fu discepolo di Origene, con il quale rimase sempre in buoni rapporti. Nel 231-32 assunse la direzione del Didascalèion, succedendo ad Eraclas, divenuto vescovo; in quel tempo era già sacerdote, benché, come sembra, sposato e con figli. Nel 247, alla morte di Eraclas, divenne vescovo di Alessandria. Il suo episcopato, che durò diciassette anni, fu funestato da tre persecuzioni: la prima, del 248, scoppiata ad Alessandria alla fine del regno di Filippo l'Arabo, che degenerò in guerra civile; la seconda, di Decio (249-51), che imperversò in tutto l'Impero, e fu tra le più accanite che la storia conosca; e la terza, che scoppiò nel 257, sotto Valeriano.
La persecuzione di Decio ce la descrive lo stesso Dionigi nelle sue lettere a Germano e a Fabio. Anche ad Alessandria, come nelle altre città dell'Impero, si ebbero parecchi apostati, ma numerosi furono anche i confessori: molti, dice Dionigi, presero la fuga ed «errarono per i deserti e le montagne, assaliti dalla fame e dalla sete, dal freddo e dalle malattie, dai briganti e dalle bestie feroci». Appena pubblicato l'editto di persecuzione, il prefetto d'Alessandria, Sabino, fece cercare il vescovo dovunque, meno che nel suo palazzo, dov'era invece rimasto. La sera del quarto giorno, anche Dionigi si decise a fuggire, perché la situazione in città si faceva sempre più confusa. Arrestato dalle guardie imperiali, venne quasi subito liberato da una folla di contadini in festa, tra i quali erano capitati per puro caso. Tornò ad Alessandria alla fine del 251, dopo la morte di Decio.
Durante la terza persecuzione, scoppiata nel 257. sotto Valeriano, Dionigi venne esiliato a Kephro in Libia e poi a Kolluthion nella Mareotide. Approfittò di questa sua permanenza in esilio per annunziare il Vangelo agli abitanti del luogo, che ancora l'ignoravano. Terminata anche questa persecuzione con la disfatta militare di Valeriano, rimasto prigioniero dei Persiani, poté rientrare nella sua città grazie ad un editto di Gallieno che nel 260 gli rendeva la libertà (la data del 262, proposta da qualcuno, sembra inesatta). Non erano però finite le prove per il santo vescovo: ad Alessandria scoppiò una rivoluzione, ed egli si trovò tagliato fuori dalla comunità dei suoi fedeli, potendo comunicare con loro solo per lettera. Triste retaggio della guerra, poi, furono la carestia e la peste, che colmarono di dolore gli ultimi suoi giorni. Invitato a partecipare al sinodo di Antiochia del 264, dove sarebbero state giudicate le dottrine di Paolo di Samosata, gentilmente si scusò, adducendo a motivo «la sua vecchiezza e la debolezza del suo corpo». Mori in quello stesso anno «dodicesimo dell'imperatore Gallieno, dopo avere presieduto per diciassette anni, come vescovo, alla Chiesa di Alessandria». La sua festa si celebra il 17 novembre.

SCRITTI E DOTTRINA
Durante il suo episcopato, Dionigi si trovò implicato in tutte le discussioni teologiche del suo tempo e, benché fosse soprattutto pastore, non poté esimersi dal dire una parola chiarificatrice su molti punti controversi.
Scrisse innanzitutto un gran numero di lettere: a noi ne sono pervenute due intere e vari frammenti di altre. Si riferiscono a tre problemi distinti: lettere de lapsis, lettere sulla questione de rebaptismate, lettere festali.
Anche ad Alessandria, come a Roma, Cartagine e Antiochia, la persecuzione di Decio sollevò la questione dei lapsi, i «caduti» che poi chiedevano di essere perdonati e riammessi nella Chiesa. Come il papa Cornelio a Roma e il vescovo Cipriano a Cartagine, anche Dionigi usò con loro molto tatto e molta comprensione. Scrisse parole di moderazione anche a Novaziano che, col pretesto di maggiore austerità, si era ribellato al papa Cornelio. In particolare, egli aveva ordinato che in ogni caso «venisse dato il perdono a coloro che erano in fin di vita, se lo chiedevano, e soprattutto se già prima ne avevano presentato domanda».
L'altro problema riguardava l'uso di ribattezzare coloro che entravano nella Chiesa cattolica e già erano stati battezzati da eretici. Quest'uso era stato introdotto in alcune Chiese dell'Africa e dell'Asia minore, ma era stato chiaramente riprovato dalla Chiesa di Roma. Dionigi ne parla in sei lettere diverse: una al papa Stefano, una al prete Filemone di Roma, una al prete Dionigi, pure di Roma, due personali al papa Sisto e una, come scrive Eusebio, «indirizzata da lui e dalla sua Chiesa a Sisto e alla Chiesa di Roma »
Anche su questo problema, Dionigi è molto discreto: egli si limita a non biasimare l'uso di ribattezzare, essendo molto antico, introdotto al tempo dei vescovi «che sono stati prima di noi, nelle Chiese più popolate e nelle assemblee dei fratelli, a Iconio e Sinnade».
Nelle lettere festali, molte delle quali sono andate perdute, annunziava come di solito la data della Pasqua e dava avvisi e consigli ai vescovi suffraganei e ai fedeli.
Compose anche alcuni trattati, di solito disposti anch'essi in forma di lettere: uno contro il millenarismo, un altro contro la filosofia di Epicuro, un terzo sulle tentazioni, un quarto sul sabato, e altri. Particolarmente importante, per la storia dei dogmi, è il suo intervento in merito al mistero trinitario. In una sua lettera del 260, indirizzata a Eufranore e Ammonio, trovandosi in polemica contro il sabellianismo, si era lasciato sfuggire alcune espressioni, relative al Figlio di Dio, che i suoi avversari considerarono eretiche, per cui venne accusato, presso il papa Dionigi, di confessare in Dio tre ipostasi, di separare il Figlio dal Padre considerandolo una creatura, di negare che egli è
consustanziale al Padre, e altre eresie. Dionigi rispose prima con una lettera e poi con un trattato, intitolato Confutazione e Apologia, in quattro libri, che rendono pienamente ragione della sua ortodossia. Egli non separa le tre Persone: chi dice Padre dice anche Figlio e viceversa e chi nomina lo Spirito Santo, dice nel medesimo tempo anche da chi e per mezzo di chi procede. Quanto alla voce consustanziale nota che non si trova «nelle Scritture»; però accetta la dottrina che con essa si vuole esprimere. Scrivendo egli quasi un secolo prima delle famose lotte trinitarie, non farà meraviglia se si incontrano in lui paragoni «meno convenienti» e se il suo linguaggio sembra alludere a una unità più «specifica» che «numerica» tra le divine.
Fu soprattutto pastore. Sempre premuroso dell'unità cattolica e della integrità della fede, combatté il sabellianismo e accettò senza difficoltà i richiami di papa Dionigi sulla dottrina trinitaria; nello scisma di Novaziano si schierò con Cornelio, il legittimo vescovo di Roma; nella questione dei lapsi consigliò larga comprensione e generosa benevolenza; e se nella controversia battesimale apparve remissivo, fu perché la considerava più un affare disciplinare che una questione dogmatica. Coraggioso difensore dell'ortodossia, zelantissimo del bene spirituale del suo gregge, impavido di fronte al pericolo, abile e prudente nel governo, largo e generoso con tutti, egli rimane ancor oggi un modello per i suoi esempi, una guida sicura per la sua dottrina.


Autore:
Andrea Tessarolo


Fonte:
Bibliotheca Sanctorum

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Aggiunto/modificato il 2011-10-05

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