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San Roberto di Molesme Abate di Citeaux

17 aprile

Troyes, Francia, 1024 circa – Molesme, Francia, 21 marzo 1111

San Roberto di Molesme fu come il chicco di frumento che deve morire per portare frutto e la sua “morte” avvenne per mano dei suoi stessi confratelli. Fondata Molesme infatti, si trovò circondato da numerosi fratelli, i quali non nutrivano più la sua stessa aspirazione alla rinuncia alle ricchezze e al prestigio. Tentò allora di dar vita a una nuova fondazione: lo fece a Citeaux con la collaborazione dell’inglese Santo Stefano Harding, ma i confratelli invidiosi lo fecero ritornare a Molesme, senza tuttavia consentirgli di realizzare le necessarie riforme. Forse fu proprio il suo sacrificio, analogo a quello di Abramo, che permise a Stefano Harding prima e poi soprattutto al grande San Bernardo di avviare e consolidare l’esperienza riformatrice di Citeaux, con la sua vita povera e austera, in una rigorosa fedeltà alla regola benedettina, di cui si riprendeva anche l’invito a mantenersi col lavoro delle proprie mani.

Etimologia: Roberto = splendente di gloria, dal tedesco

Emblema: Bastone pastorale

Martirologio Romano: Nel monastero di Molesme in Francia, san Roberto, abate, che, alla ricerca di una vita monastica più semplice e austera, già instancabile fondatore e rettore di cenobi, nonché guida di eremiti e insigne riformatore della disciplina regolare, fondò un monastero cistercense, del quale fu primo abate e, ritornato poi a Molesme in qualità di abate, qui riposò in pace.

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San Roberto di Molesme e Santo Stefano Harding, la cui fama fu oscurata dal celebre San Bernardo, furono in realtà proprio loro gli iniziatori presso Citeaux di uno dei più grandi e vivai ordini religiosi della storia della Chiesa, i Cistercensi (Citeaux deriva infatti dal latino Cistercium).
San Roberto, patriarca dei Cistercensi, nacque verso il 1024 nella regione francese della Champagne, forse a Troyes o nei dintorni di tale città, da ricchi e nobili genitori. Desiderando ottenere da Dio la remissione delle loro quotidiane fragilità, essi erano soliti elargire ai poveri abbondanti elemosine. Non molto tempo prima della nascita del santo, a sua madre Ermengarda apparve in sogno la Santa Vergine, che le offrì un anello d’oro affermando: “Io voglio per fidanzato il figlio che tu hai concepito: ecco l’anello del contratto”. I genitori furono allora solleciti all’educazione del figlio ed all’età di quindici anni lo affidarono alle cure dei benedettini di Moutier-la-Celle, nei pressi di Troyes, ove costituì un modello per gli altri novizi e l’emulo dei più ferventi religiosi. Anima candida e affettuosa, spiccante per la sua mirabile docilità agli impulsi della grazia, Roberto era più incline alla soavità della contemplazione che alle attività lavorative. L’assidua meditazione di Gesù crocifisso lo spingeva a praticare prolungati digiuni e ad intrattenersi con Dio giorno e notte, al fine di mortificare la sua carne mortale. I monaci suoi confratelli, pieni di stima nei suoi confronti poiché pio e fedele osservante della regola, lo nominarono appena dopo il noviziato quale loro priore. Qualche anno dopo i monaci di Saint-Michel-de-Tonnerre, nel territorio della diocesi di Langres (Haute-Marne), lo elessero loro abate, tanto era nota la sua abilità nell’arte del governo. Nel nuovo ambiente, il santo tentò di riportare i monaci alla piena osservanza della regola, scontrandosi però con l’irrigidimento e l’ostinazione di molti suoi sottoposti. Constatando con tristezza l’inutilità dei suoi sforzi, infine desistette e lasciò il monastero. Non lontano da Tonnerre, nel bosco di Collan vivevano sette eremiti di varia provenienza, riunitisi per praticare una vita comunitaria dedita alla penitenza. Non avendo però ancora un superiore ed essendo a conoscenza della fama di santità di cui godeva Roberto, lo invitarono ad occupare tale ruolo nella loro comunità. Scorgendo in essi un’ottima disposizione a seguire Gesù povero e sofferente, il santo si lasciò convincere dalle loro insistenze ed accettò l’invito, ma il nuovo priore di Saint-Michel-de-Tonnerre vi si oppose. Considerando tale preferenza un vero e proprio affronto alla propria comunità, egli spinse i monaci a trattenere con loro Roberto promettendogli maggiori deferenza ed ubbidienza. Dimostrando però ben presto di non essere minimamente intenzionati a correggere il loro comportamento, Roberto finì per abbandonarli nuovamente, per fare ritorno al suo primo monastero di Moutier-la-Celle. Libero da impegni di governo, nella calma e nella solitudine del chiostro, poté così gustare al meglio le delizie della contemplazione e comprendere pienamente i disegni che Dio aveva su di lui.
L’ubbidienza lo costrinse tuttavia ben presto a trasferirsi nel Priorato di Saint-Ayoul, alle dipendenze di Moutier-le-Celle, ma gli eremiti di Collan tentarono nuovamente di farsi assegnare Roberto quale superiore. Questa volta si rivolsero direttamente addirittura all’allora pontefice Alessandro II, dal quale ottennero dopo lunghe fatiche l’approvazione della loro comunità e la nomina di Roberto a nuovo superiore. Questi accettò con gioia il nuovo incarico e venne ricevuto come un inviato del Cielo, ma essendo la solitudine di Collan troppo malsana, preferì condusse i tredici eremiti nella foresta di Moleste, nella Còte d’Or. Qui nel 1075, presso un piccolo fiume sul declivio di una collina, Roberto fece costruire delle piccole celle con tronchi d’albero e rami, nonché un oratorio dedicato alla Santissima Trinità. Roberto, eletto abate, scelse per i suoi monaci la regola benedettina ed essi presero a servire Dio con ardore incredibile: nella fame e nella sete, nel gelo invernale e nella calura estiva, sempre comunque sostenuti dalla speranza di raccogliere un giorno qualche frutto. Il loro stile di vita povero e mortificato destò ben presto l’ammirazione delle popolazioni dei dintorni ed il vescovo di Troyes, di passaggio nelle vicinanze, volle far visita al nuovo monastero. Rimase perciò sorpreso ed allo stesso tempo edificato dallo spirito di penitenza di quei religiosi e procurò loro in dono almeno gli oggetti più indispensabili alla vita comune. Diversi signori dei castelli vicini non tardarono ad imitarne il generoso esempio. Le elemosine e le donazioni, grande merito per gli offerenti, si rivelarono a poco a poco pericolose per coloro che ne percepivano i frutti: non tardarono infatti a distruggere nei monaci l’amore alla povertà ed alla mortificazione, cioè i principali sostegni di ogni vita religiosa. L’elevato numero di aspiranti costituì un pretesto per far ingrandire la costruzione e dare un nuovo assetto al monastero. I religiosi, nonostante le raccomandazioni dell’abate, non vollero più dedicarsi al lavoro manuale poiché la generosità dei fedeli aveva ormai supplito abbondantemente e colmati i loro bisogni. Ormai apparentemente impossibilitato a riportare la comunità monastica all’osservanza integrale della regola, Roberto preferì abbandonarla con i migliori monaci tra cui il priore Alberto e Stefano Harding per ritirarsi in solitudine, ma poi per ispirazione divina capì che sarebbe stato meglio non scoraggiarsi e piuttosto santificarsi lavorando attivamente per la salvezza delle anime dei suoi monaci.
La discordia s’impossessò però della comunità e le elemosine dei fedeli iniziarono a scarseggiare. I monaci di Molesme si pentirono allora di aver rattristato il loro fondatore e padre e lo supplicarono di ritornare, promettendogli un’assoluta sottomissione ai suoi ordini. Scrissero anche al papa, dal quale ottennero un Breve che imponeva a Roberto di riprendere il governo dell’abbazia ed affidava al vescovo di Langres la pronta esecuzione dell’ordine. Roberto, sempre alla ricerca della volontà di Dio per poterla seguire, fece ritorno a Molesme senza chiedere scuse per il passato od esigere promesse per il futuro. Per un anno i monaci sopportarono pazientemente il santo abate applicava ai loro mali, ma questa buona disposizione non durò. Essi speravano infatti che con Roberto sarebbero tornate affluire le elemosine. Nuovamente il santo preferì ritirarsi a vita solitaria, questa volta in compagnia di Alberico, Stefano ed altri due monaci che non tolleravano la larghezza con cui la regola benedettina veniva interpretata ed applicata. Nelle solitudine di Vinic concepirono allora e sperimentarono in prima persona un piano di riforma dell’ordine monastico occidentale, volto a ristabilire l’osservanza della primitiva regola di San Benedetto in tutto il suo rigore. Ma ancora una volta intervenne il vescovo di Langres minacciando di scomunica i fuggitivi. Constatando però che la riforma di Molesme continuava a rimanere infruttuosa, Roberto ed i suoi compagni preferirono edificare una nuova abbazia in cui poter osservare la regola benedettina senza dispensa alcuna. Dopo lunghe riflessioni e preghiere, desiderando prevenire ogni difficoltà assicurandosi l’autorizzazione della Santa Sede, all’inizio del 1098 Roberto andò a trovare Ugo, arcivescovo di Lione e legato di Urbano II in Francia, ed ottenne il consenso ad intraprendere la sua grandiosa opera. A Molesme il santo presentò il suo progetto ai monaci e, dopo averli sciolti dall’ubbidienza promessagli, lasciò l’abbazia con ventuno confratelli, portando con sé solamente un libro degli uffici divini ed il necessario per la celebrazione dell’Eucaristia.
Il luogo prescelto per la fondazione dell’abbazia fu Cìteaux, nel territorio della diocesi di Chalon-sur-Saóne. Il terreno paludoso, facente parte di una foresta, fu donato dal conte di Beaune. Roberto fu subito eletto abate all’unanimità dai confratelli e ricevette il bastone pastorale dalle mani del vescovo. Dinnanzi a lui i monaci rinnovarono la loro professione solenne e s’impegnarono alla stabilità del luogo ed all’osservanza della regola senza eventuali addolcimenti. Tale cerimonia ebbe luogo il 21 marzo 1098, domenica delle Palme.
I monaci di Molesme fecero però di tutto ancora una volta per riavere il loro fondatore: ricorsero quindi ad Urbano II, il quale delegò le trattative all’arcivescovo di Lione. Costui, ritenendo ormai la neonata comunità di Cìteaux già ben consolidata, ordinò a Roberto di ritornare a Molesme. Il santo obbedì, non prima di aver designato quale suo successore come abate di Cìteaux Alberico e quale priore Stefano Harding. L’abbazia di Molesme accettò la rigorosa osservanza della regola benedettina e prosperò sotto la guida di Roberto, che la guidò per il resto della sua vita. Qui morì il 21 marzo 1111 e Sant’Alberico gli successe nella carica di abate, ottenendo durante il suo mandato la conferma dell’Ordine da parte del nuovo pontefice Pasquale II. Riconoscendo i numerosi miracoli avvenuti sulla tomba di Roberto, nel 1222 papa Onorio III lo canonizzò iscrivendolo nell’albo dei santi ed ancora oggi compare la sua memoria sul Martyrologium Romanum in data 17 aprile.


Autore:
Fabio Arduino

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Aggiunto il 2006-04-10

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