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Sant' Elia Facchini Sacerdote e martire

9 luglio

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Reno Centese, 2 luglio 1839 - Cina, 9 luglio 1900

La vicenda terrena di sant’Elia Facchini (Reno Centese, 2 luglio 1839 - Cina, 9 luglio 1900), coronata dal martirio, esprime la tensione missionaria ed evangelizzatrice della Chiesa Bolognese. La sua giovanile esuberanza si manifestò in pienezza, quando all'età di 18 anni, abbandonò il paese natale per prendere l'abito francescano dei Frati Minori, mutando il nome battesimale di Giuseppe in quello del profeta Elia. Ordinato prete nel 1864, supplicò il Ministro Generale di accogliere la sua ardente aspirazione a portare il Vangelo in Estremo Oriente. Nell'ottobre 1867 partì da Marsiglia alla volta della Cina, dove si dedicò alla formazione del clero e allo studio della cultura indigena. Subì il martirio nella persecuzione dei Boxers e affrontò serenamente la morte invocando il nome del Signore ed esortando i giovani seminaristi: "Preparatevi al martirio, preparatevi a morire... E ora al cielo."

Emblema: Palma


Il 1° ottobre del 2000, papa Giovanni Paolo II ha canonizzato un numeroso gruppo di 120 martiri in Cina; e di questa folta schiera di martiri, che comprende vescovi, sacerdoti, catechisti, suore, religiosi, laici, che immolarono la loro vita per la fede, vittime dell’odio anticristiano, c’è un gruppo di 29, tutti appartenenti all’Ordine Francescano, di cui 26 uccisi dai fanatici ‘boxers’ il 9 luglio 1900 a Tai-yuen-fu.
Il gruppo capeggiato liturgicamente dal vescovo Gregorio Grassi, comprende 3 vescovi, 4 sacerdoti, un fratello religioso, 7 suore Francescane Missionarie di Maria, 11 laici cinesi del Terz’Ordine di s. Francesco e 3 fedeli cinesi; essi vennero beatificati il 27 novembre 1946 da papa Pio XII.
Fra i quattro sacerdoti frati Minori Francescani, che caddero vittime della persecuzione e dell’eccidio del 9 luglio 1900, ci fu padre Elia Facchini, che fu pure l’ultimo a morire in quel terribile giorno.
Elia nacque il 2 luglio 1839 a Reno Centese in provincia di Ferrara, ma allora facente parte della diocesi bolognese; i genitori Francesco Facchini e Marianna Guiaraldi lo ebbero dopo due sorelline e al battesimo gli diedero il nome di Giuseppe Pietro.
Di indole impulsivo ed irrequieto, tale da sconcertare genitori e maestri, per contrasto aveva un’anima candida, disposta al bene senza ipocrisia. Una delle sorelle divenne suora Orsolina a Ferrara; a cinque anni, come si usava allora, ricevé la Cresima e a sette anni cominciò a frequentare la Scuola della parrocchia; dopo il ginnasio, Giuseppe Pietro fu ammesso a studiare come esterno nel Seminario di Finale, acquisendo una discreta cultura letteraria.
In famiglia aleggiava un fervore religioso, atto a modificare i lati deboli del suo carattere, i compagni lo chiamavano il “matto Facchini”. Ad 11 anni fece la Prima Comunione preparato devotamente dalla mamma; divenne un assiduo e serio chierichetto della sua Parrocchia, sempre festoso quando in paese giungeva il frate francescano per la questua, senza intuirlo era attratto da questa figura religiosa.
Giunto ai 18 anni prese la decisione di farsi frate, fra la meraviglia dei genitori e nel luglio 1854 lasciò Reno Centese e si recò a Bologna, alla Casa Provinciale dei Francescani, dove fu accolto favorevolmente.
Poi Giuseppe Pietro fu mandato nel Convento delle Grazie presso Rimini, dove il 1° novembre 1854 vestì l’abito francescano, cambiando il nome in frate Elia. Lì incontrò un altro giovane, entrato quasi contemporaneamente, frate Francesco Fogolla, con il quale s’instaurò una santa amicizia, che durò tutta la vita, fino al giorno che morirono insieme in Cina.
Il noviziato e gli studi superiori trascorsero nella più lusinghiera riuscita, apprezzato da tutti, compagni e superiori e così benché ancora studente fu promosso al sacerdozio, che ricevé a 25 anni, il 18 dicembre 1864 per le mani dell’arcivescovo di Firenze; seguì la Prima Messa al suo paese, da dove era partito tra lo scetticismo quasi generale, dovuto al suo incontenibile carattere e ritornava invece sacerdote e frate, fra l’ammirazione e gioia di tutti.
Un paio d’anni dopo dovette affrontare e subire insieme a tutto il suo convento, le leggi dello scioglimento degli Ordini e conventi, dovette ritirarsi per qualche tempo in famiglia e qui maturò l’intenzione di andare nelle missioni in Cina, con il permesso dei Superiori, lasciò i suoi familiari e andò a Roma nel Collegio delle Missioni a S. Bartolomeo all’Isola.
Così dopo alcuni mesi di preparazione e studio delle lingue, venne aggregato ad una spedizione missionaria, guidata da mons. Eustachio Zanolo o.f.m. provvisoriamente in Italia, e di ritorno nel suo Vicariato cinese del Hu-pè, del gruppo facevano parte alcuni padri e parecchie suore Canossiane.
Si imbarcarono a Civitavecchia per raggiungere quello che allora si chiamava l’Impero di Mezzo; dopo un lungo viaggio arrivarono il 6 dicembre 1867 a Shanghai, da qui altri tre giorni su una corazzata francese fino a Tce-fu; il viaggio poi per padre Elia Facchini e padre Anastasio da Ferentino, proseguì a piedi, a dorso di mulo o con palanchino, guidati da alcuni cinesi pagani, per settimane intere e fra avventure in cui assisterono ad assalti di rivoltosi, ad assedi, uccisioni di persone da parte dei briganti; soffrirono la fame, rifiutati nei paesi per il loro misero vestire, perché scambiati per malfattori; dormito su una stuoia per terra, a volte a stento riparati dal freddo e la neve.
Nel mese di marzo 1869 i due missionari arrivarono a Tci-nan-fu capitale della provincia dello Scian-tong, ma per padre Elia il cammino non era finito, qui trovò una lettera del Vicario Apostolico mons. Moccagatta che lo chiedeva nello Shan-si, quindi si rimise da solo in viaggio, e sempre tra tante avventure e pericoli raggiunse Tai-yuen-fu il 29 aprile del 1868; qui trovò tre suoi cari compagni della stessa provincia francescana, Gregorio Grassi, Francesco Fogolla e Paolo da Fresonara.
Dopo un’opportuna ambientazione gli fu affidato l’importante distretto di Ta-tong-fu, dove con l’ardore e l’entusiasmo del giovane missionario, passò ad operare una instancabile opera apostolica, fornito da una folta e lunga barba, che metteva un timore reverenziale.
Ma restò nel distretto appena un anno, quando gli giunse l’ordine di ritornare a Tai-yuen-fu, come rettore del seminario cinese, essendo morto il precedente rettore; in pratica era l’unico professore di una ventina di studenti, sparsi in vari gradi di studio fino alla teologia.
Condusse il Seminario per ben venti anni con disciplina e comprensione, amato dagli studenti, non concedendosi riposo e conducendo per sé una vita molto severa, si alzava alle tre di notte e in tutto dormiva solo quattro ore. L’11 settembre 1893 gli fu dato l’incarico di guidare la prima famiglia monastica francescana in Cina o perlomeno nella vasta regione, con il convento costruito a Tong-eul-kou, con tre sacerdoti e tre novizi cinesi, il suo primo pensiero fu quello di ripristinare il saio francescano anche se nero, perché in Cina non si usava il marrone; infatti i missionari vestivano in maggioranza come i cinesi.
Purtroppo dopo quattro anni dovette lasciare questo amato luogo claustrale, che gli faceva rivivere la vita consacrata della gioventù e ritornare a dirigere il Seminario indigeno a Tai-yuen-fu. La sua più grande virtù fu l’obbedienza, sempre pronto agli ordini dei Superiori, senza reclamare mai un privilegio.
Negli ultimi anni padre Elia Facchini soffrì disturbi cutanei molto dolorosi e tormentati, specie quando faceva molto caldo, il suo corpo diventava tutto una piaga, era obbligato a dormire semivestito a causa del dolore che provava ogni qualvolta si vestiva, specie per le calze.
Arrivata la bufera della persecuzione, il venerando padre Elia venne portato in catene nel cortile del tribunale di Tai-Yuen-fu il 9 luglio 1900, interrogato dal sanguinario viceré Yü-sien, che gli chiese “chi sei tu?” – “sono un uomo d’Italia” rispose; poi condotto sul posto dove erano già stati uccisi tutti gli altri 25 martiri, il carnefice gli ordinò di inginocchiarsi, cosa che non poteva fare a causa dei già citati dolori e della conseguente obesità.
Allora il carnefice gli diede due sciabolate nelle gambe e caduto per terra lo massacrarono di fendenti, decapitandolo. La sua testa con quella dei vescovi, fu issata sulle mura all’ingresso della città alla Porta Meridionale.


Autore:
Antonio Borrelli

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Aggiunto il 2003-08-29

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