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San Guglielmo Pinchon Vescovo

29 luglio

† Saint-Brieuc, Francia, 29 luglio 1234/41

Nato nella cittadina di St-Alban, nella diocesi di St-Brieuc, in Bretagna, san Guglielmo, vescovo, rifulse per bontà e semplicità e, per difendere le sue pecore e i diritti della Chiesa, patì con impavida forza d’animo aspre vessazioni e l’esilio.

Martirologio Romano: Nella cittadina di Saint-Brieuc nella Bretagna in Francia, san Guglielmo Pinchon, vescovo, che si adoperò per la costruzione della cattedrale, rifulse per bontà e semplicità e per difendere le sue pecore e i diritti della Chiesa patì con impavida forza d’animo aspre vessazioni e l’esilio.


I biografi di questo santo vescovo, contemporaneo di S. Francesco d'Assisi (+1226) e di S. Luigi IX, re di Francia (+1270), si mostrarono più interessati a descriverne i miracoli e le virtù che i dettagli della vita.
Guglielmo pare che sia nato verso il 1180 a St-Alban, in Francia, nella diocesi di St-Brieuc (Cótes-du-Nord), da una modesta famiglia chiamata Pinchon. Fin dalla più tenera età ricevette un'accurata educazione dai genitori. Tra tutte le buone qualità, in lui rifulse un'ammirabile castità, virtù che costituisce, secondo S. Bonaventura, la via regale mediante la quale si arriva all'amplesso dello Sposo e alla patria celeste. Un giorno, mentre si trovava nella casa di un ricco signore, una giovane non si vergognò di approfittare delle ombre della notte per tentarlo al male. Il santo, corroborato dalla grazia, invece di intrattenersi in pericolosi ragionamenti con la tentatrice, prese immediatamente la fuga come se si trovasse alla presenza di un velenoso serpente.
Non desta meraviglia perciò che Guglielmo, attratto dalla vita ecclesiastica, abbia meritato di essere ammesso a compiere i suoi studi nella città episcopale di St-Brieuc, governata da Gosselino il quale, soddisfatto dei progressi che faceva nello studio e nella disciplina, gli conferì gli ordini minori. Poiché lo vedeva crescere tanto pio e saggio, e si rimprometteva da lui un grande aiuto, lo prese in casa sua, lo ammaestrò, lo formò e poi lo consacrò diacono e sacerdote. Anche Pietro V e Silvestre, suoi successori, continuarono a tenerlo con sé, non sappiamo con quale compito. Il fatto tuttavia sta a dimostrare che, avendo riscontrato in Guglielmo delle doti non comuni, essi se ne servirono come uomo di fiducia. In quel tempo il nostro santo ottenne anche un canonicato della chiesa metropolitana di Tours, ma non sappiamo se andò a risiedere in quella città.
Nel 1220 Silvestre morì e Guglielmo fu eletto a succedergli sulla cattedra episcopale tant'era grande la considerazione in cui era tenuto dal clero e dal popolo per la pietà, la scienza e la virtù. In quel tempo la Chiesa della Bretagna era oppressa dal duca Pietro Mauclerc di Dreux. Aveva bisogno perciò di pastori sapienti e coraggiosi che fossero in grado di difenderne i diritti e la libertà. Guglielmo fu uno di coloro che non venne mai a compromessi con l'ingiustizia e il sopruso. Fin dall'inizio del suo episcopato si considerò il padre dei poveri e, quindi, in obbligo di sollevarli in tutte le loro necessità e di nutrirli. Non soddisfatto delle elargizioni fatte ai miseri dal suo elemosiniere, portava egli stesso con sé una borsa piena di denaro, per non esporsi al pericolo di incontrare qualche povero per strada e non essere in grado di fargli del bene. La sua sollecitudine per chi si trovava in necessità era così grande che, quando faceva distribuire loro gli avanzi della sua mensa, da una finestra egli vigilava perché sia quelli che procedevano alla distribuzione delle vivande che quelli che le ricevevano non commettessero delle ingiustizie. Se il numero dei poveri accorsi era superiore ai cibi disponibili, egli ne faceva provvedere degli altri all'istante. Durante una carestia,vedendo che i poveri languivano di fame, fece distribuire loro tutto il frumento che aveva fatto riporre nei suoi granai. Non avendone avuto a sufficienza, per sovvenire alle necessità di tutti, se ne fece imprestare dai canonici. Spinse tanto oltre la propria generosità verso gli indigenti che al termine della vita non gli restarono più sostanze di cui fare testamento. Aveva preferito farsi un tesoro in cielo, "dove né ladro si avvicina, né tarlo corrode" (Lc. XII, 33).
Quando si trattava di rendere un servizio al prossimo, la sua dignità non costituiva una ragione per dispensarsene. Fu visto, con edificazione di tutti, inginocchiarsi per terra e soffiare sul fuoco acceso per cuocere il cibo destinato ai bisognosi e ai malati. Un giorno si recò da lui un uomo a chiedergli un tino per fare prendere un bagno ad una povera donna. Pur essendo solo in casa con il suo cappellano, non disdegnò nella sua umiltà di andare egli stesso a svuotare il tino del grano che conteneva, e con l'aiuto del cappellano caricarlo sulle spalle del richiedente. Una notte, andando a dormire, si avvide che i suoi familiari avevano preparato per terra il letto per un religioso suo ospite, mentre avevano collocato il suo in un luogo più alto e più comodo. Quella preferenza lo indispose. Non andò difatti a dormire fino a tanto che il suo cameriere non ebbe parificato i due letti. Quando restava da solo, sovente prendeva il suo breve riposo disteso per terra, trattava il proprio corpo come un nemico e lo sottoponeva ad aspre penitenze. La sua posizione sociale e la sua dignità episcopale molte volte lo costringevano a prendere parte a banchetti in cui regnava una discreta abbondanza e varietà di cibi. Egli gustava appena le pietanze che venivano servite ai commensali, e si limitava a tingere di vino l'acqua pura che costituiva la sua bevanda ordinaria.
Di fronte alle pene e alle miserie del prossimo, Guglielmo si commuoveva fino alle lacrime. Una donna idropica un giorno andò a chiedergli l'elemosina. Vedendola in quello stato pietoso, non si contentò di sollevarla dalla sua miseria, ma volle procurarle un lenimento al male. Al momento del desinare incaricò una persona di servizio di portarle il migliore piatto della sua mensa. Il messo fece ricerche della povera donna e la trovò a letto, in preda a spasmodici dolori. Alla triste notizia il vescovo andò in chiesa a offrire a Dio le sue lacrime e le sue preghiere, e vi rimase finché non gli andarono a riferire che l'idropica si era alzata da letto e godeva perfetta salute. Dio aveva ricompensato con un miracolo la carità e le preghiere del suo servo. Le occupazioni di ogni giorno non impedivano al santo di vivere di continuo alla presenza di Dio. Oltre le ore canoniche e le devozioni proprie di ogni buon sacerdote, egli recitava quotidianamente tutto il salterio, che sapeva a memoria.
Durante la guerra che la cattiva condotta di Pietro Mauclerc cagionò al ducato, la città di St-Brieuc, non essendo cinta da mura, andò soggetta a saccheggi ora da parte delle truppe francesi, ora da parte di quelle bretoni. Anche in quelle tristi circostanze brillò lo zelo e la tenerezza del buon pastore, che ebbe cura di riunire e consolare i fedeli dispersi. Molte volte apparve in mezzo alle bande armate con pericolo della vita per salvare quella degli altri. Molte volte fu ingiuriato, percosso e minacciato di morte, ma egli si mostrò incrollabile nella difesa dei diritti del suo popolo. In caso di necessità fece pure uso delle pene canoniche per piegare la protervia degli ostinati. Il duca, con lo specioso pretesto di rendere la chiesa bretone più evangelica, mirò ad usurparne i beni. Per la difesa dei diritti ecclesiastici Guglielmo avrebbe dato volentieri la vita. Invece fu costretto a prendere la via dell'esilio con i vescovi di Rennes e di Tréguier.
Il Santo, contento di patire persecuzioni per amore della giustizia, si rifugiò a Poitiers, dove il vescovo, malato, lo pregò di prendersi cura del suo gregge. Il santo, nei due anni che rimase presso di lui, svolse un ministero molto attivo. Il duca nel 1230 si sottomise alle imposizioni di Gregorio IX di modo che, Guglielmo, poté fare ritorno tra il suo gregge e continuare la costruzione della cattedrale, tuttora esistente, di cui è considerato il fondatore. Si dice che, pensando alle difficoltà dell'impresa e alle spese ingenti di esecuzione, abbia esclamato con sicurezza: "O vivo o morto, porterò a termine la mia chiesa".
Guglielmo morì il 29 luglio di un anno incluso tra il 1234 e il 1241. Fu seppellito nella cattedrale, a lato destro della navata. Due anni dopo la sua morte, Filippo, suo successore, avendo intenzione di continuare i lavori della chiesa, fu costretto, per seguirne gli allineamenti, fare scavare nel luogo in cui il suo predecessore era stato sepolto. Lo fece esumare alla presenza del clero e del popolo e, con meraviglia di tutti, fu trovato intatto ed emanante un odore aromatico. Da quel giorno sul sepolcro di Guglielmo fiorirono i miracoli. Da città vicine e lontane affluirono i pellegrini a chiedere grazie per i loro malati. Coi denari che essi offersero alla cattedrale in onore di lui, il vescovo poté portarne a termine la costruzione in breve tempo.
La descrizione dei miracoli operati per intercessione di Guglielmo Pinchon fu portata da Filippo alla corte di Innocenzo IV, in lotta contro l'imperatore Federico II, presente allora a Lione. Il papa, dopo avere incaricato un cardinale di fare le dovute inchieste in Bretagna, canonizzò S. Guglielmo di St-Brieuc nel 1247.


Autore:
Guido Pettinati

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Aggiunto il 2011-12-20

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