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San Massimo di Padova Vescovo

Festa: 2 agosto

Padova, III/IV sec.

San Massimo è una figura fondante per la comunità cristiana di Padova, venerato come il secondo vescovo della città dopo san Prosdocimo. La tradizione lo colloca come immediato successore del primo evangelizzatore della città, garantendo quella continuità apostolica tanto cara alle Chiese di antica fondazione. La sua figura non è definita da grandi gesta documentate, ma dalla fedeltà al ministero episcopale in un'epoca di transizione e, talvolta, di persecuzione. Il culto di san Massimo trova il suo momento di massima fioritura con la miracolosa riscoperta delle sue spoglie nel 1053.

Etimologia: Dal latino Maximus, superlativo di magnus, che significa 'il più grande'.

Emblema: Abiti vescovili, pastorale, mitria, talvolta raffigurato in compagnia di san Prosdocimo o sant'Osvaldo.

Martirologio Romano: A Padova, san Massimo, vescovo, che si ritiene sia succeduto a san Prosdócimo.


Le notizie biografiche su san Massimo sono scarsissime e si intrecciano inevitabilmente con la tradizione agiografica medievale. Secondo le liste episcopali più antiche, tra cui quella premessa alla Cronaca di Rolandino da Padova, Massimo fu il secondo vescovo della città, chiamato a raccogliere l'eredità di san Prosdocimo, il primo evangelizzatore. Alcune cronache successive, come il Liber Niger del 1487 e la Cronaca veneziana di Andrea Dandolo, tentarono di colmare questo vuoto di dati, collocando il suo episcopato tra il 141 e il 166 d.C. e ipotizzando persino la sua appartenenza alla nobile famiglia padovana dei Vitaliani. Tuttavia, gli storici moderni, come A. Barzon, pur ammettendo l'esistenza storica di un vescovo di nome Massimo, ritengono più prudente collocarne la vita in un periodo imprecisato tra il III e il IV secolo, epoca in cui la comunità cristiana padovana iniziava a strutturarsi in modo più definito.

L'oblio e la miracolosa Inventio del 1053
Per molti secoli, il nome di Massimo rimase confinato nelle antiche liste clericali, privo di un culto pubblico documentato. La svolta decisiva avvenne nell'XI secolo, durante l'episcopato di Bernardo di Padova. Secondo il racconto dell'Inventio Maximi, un testo redatto da un presunto testimone oculare, il vescovo Bernardo ebbe in sogno la visione di un vegliardo inviato da Dio. Il vegliardo gli indicò il luogo esatto dove, nascosti e dimenticati, giacevano i corpi dei santi Massimo, Felicita e Giuliano, insieme a quello di tre Innocenti.
Dopo tre giorni di digiuno e preghiera, il vescovo si recò in processione nella cappella di Santa Maria, all'interno della basilica di Santa Giustina. Diede personalmente inizio agli scavi e, a circa sei piedi di profondità, furono rinvenute tre arche sigillate. Da esse si sprigionarono, secondo la narrazione agiografica, luci e profumi soavissimi, accompagnati da immediate guarigioni miracolose tra i presenti.

Il riconoscimento papale e la traslazione
L'evento della riscoperta, avvenuto il 2 agosto 1053, assunse subito una risonanza straordinaria. La tradizione vuole che, proprio in quei giorni, papa Leone IX si trovasse a Padova, diretto in Ungheria. Ospite del vescovo Bernardo, il Pontefice assecondò il desiderio della comunità, celebrò nella basilica di Santa Giustina, sciolse la città da un interdetto e, di sua iniziativa, confermò e canonizzò i santi recentemente scoperti. Questo riconoscimento papale diede un impulso definitivo al culto di san Massimo, trasformandolo da figura storica semi-dimenticata a patrono e protettore della città. Da quel momento, il 2 agosto divenne la data ufficiale della sua memoria liturgica.

Le reliquie e la basilica di Santa Giustina
Le spoglie di san Massimo trovarono definitiva collocazione nella basilica di Santa Giustina. Dopo vari spostamenti, dal 1565 il suo corpo riposa nella nona cappella della basilica ricostruita, situata a destra, subito dopo la cappella dedicata all'apostolo san Mattia. L'urna che ne custodisce le reliquie è parte integrante del patrimonio spirituale e artistico della città, meta di preghiera e venerazione continua.

L'iconografia e il dibattito storiografico
L'arte ha celebrato san Massimo in diverse occasioni. Sull'altare a lui dedicato, una celebre tela di Giambattista Tiepolo lo raffigura insieme a sant'Osvaldo re, a testimonianza della devozione continuata nei secoli. Sul piano storiografico, l'iscrizione funeraria rinvenuta nell'arca, che lo definisce 'secondo vescovo dopo Prosdocimo', è stata oggetto di acceso dibattito. Mentre alcuni storici locali antichi ne difesero l'autenticità, studiosi moderni come A. Silvagni hanno escluso in via assoluta che lo stile e la verbosità del testo possano risalire all'epoca romana, attribuendola piuttosto all'epoca medievale dell'inventio, come elemento di legittimazione della scoperta.

Autore: Enrico Quiri
 


 

L’Inventio Maximi, Iuliani patricii, Felicitatis virginia et SS. Innocentium racconta che il vescovo Bernardo di Padova (Maltraversi, 1048-53) vide in sogno un vegliardo, inviato da Dio ad indicargli dove, nella cappella di santa Maria della basilica di S. Giustina, giacevano, nascosti ed ignorati, i corpi dei santi Massimo, Felicita e Giuliano con i tre Innocenti.
All’indomani, il vescovo raccontò il sogno ai principali del clero e del laicato e indisse un digiuno di tre giorni. Il terzo giorno si recò in processione con gran concorso di popolo a san Giustina, vi celebrò la Messa e quindi scese nella cappella di santa Maria e si prostrò a pregare. Volle essere lui il primo a dare inizio allo scavo. A sei piedi di profondità furono scoperte tre arche «vitro dariores, ferreis nexibus complexas» da cui uscirono luci e profumi soavissimi, mentre cominciarono a moltiplicarsi le guarigioni miracolose. Una tavoletta funeraria in ciascuna arca dichiarava il nome e la qualifica del santo contenuto. Quella di san Massimo diceva:
HIC REQUIESCIT MAXIMUS SECUNDUS A PROSDOCIMO EPUS QUI HUIUS MUNDI VITAM DOMINO TRIBUIT UT SEMPITERNAM HABERE MERERETUR IN COELIS.
Passava in quei giorni per Padova, diretto in Ungheria, papa Leone IX il quale, ospite del vescovo Bernardo, assecondandone il desiderio, celebrò in santa Giustina, sciolse la città dall’interdetto da cui era irretita e, di sua iniziativa, canonizzò i santi recentemente scoperti. L’invenzione era avvenuta il 2 agosto 1053.
Così l’Inventio, che si dichiara scritta da un testimone oculare, è creduta autentica da G. Brunacci pur retrodatando d’un anno il passaggio di Leone IX per Padova. Invece l’altro noto storico della Chiesa padovana, san Dondi dell’Orologio accetta la sostanza del racconto, ma giudica alcune circostanze «fiori devoti dell’eloquente scrittore». In particolare, se R. Zanocco era perplesso circa l’autenticità dell’iscrizione, A. Silvagni la esclude in via assoluta; per lo stile e la verbosità l'iscrizione di san Massimo, come le altre due, non può essere dell’epoca in cui i santi sarebbero stati nascosti, ma tutt’al più del tempo dell’invenzione. A. Barzon avanza l’ipotesi che nome e qualifica siano stati dedotti dalla tavoletta sepolcrale realmente inclusa nell’arca o ad essa annessa.
Il bollandista Van den Bosscke che trattò di san Massimo nel volume I degli Acta SS. Augusti trova strano che del culto di lui non fosse restata alcuna memoria prima del 1052, tanto che fu necessaria una nuova canonizzazione da parte del papa Leone IX. Di fatto, come la data del 1052 è il punto di partenza del culto di questo santo, così l’iscrizione della Inventio lo è degli ulteriori sviluppi della tradizione. Ai santi scoperti circa sessantacinque anni prima accenna intorno al 1117 la Inventio S. Danielis levitae, nella redazione del modenese Francesco dei Donetti, benedettino di san Giustina.
Il nome di Massimo compare come quello dell'immediato successore di san Prosdocimo nella lista dei vescovi padovani, la più antica che si conosca, premessa da un ignoto copista alla Cronica in fatti et circa facta Macchie Trinatane di Rolandino da Padova. In questa lista c’è solo il nome; invece quella del 1487 contenuta nel Liber Niger della Capitolare di Padova, ne fa un cittadino padovano, successo a san Prosdocimo nel 141 o nel 143 secondo la Cronaca veneziana di Andrea Dandolo e del quale raccontò la vita e le opere. Il Dandolo conosceva già la Vita S. Prosdocimi, che si dichiara esplicitamente opera di san Massimo. Nuovi particolari aggiunsero gli storia padovani posteriori, Scardeone, Portenari, Orsato, Monterosso, Giustiniani, eccetera, derivati dalla loro o altrui fantasia. A. Barzon, il più recente storico della Chiesa padovana, ammette l’esistenza di un vescovo di nome Massimo, ma non sa quando sia vissuto.
Attualmente nella diocesi di Padova solo una chiesetta è dedicata a questo santo, proprio in città; Dondi dell’Orologio la fa esistere fin dal 1170, ma non se ne hanno prove prima del 1267. Nel riordinamento delle parrocchie della città, fatto dal vescovo Pagano (1302-1319) nel 1308, risulta già come chiesa parrocchiale. Lo restò fino all’agosto del 1808, quando il vescovo Dondi dell’Orologio (1807-1819) ne incorporò il territorio a quello della parrocchia d’Ognissanti, di cui la chiesa di san Massimo diventò oratorio succursale.
Sul suo altare: maggiore una tela di Giambattista Tiepolo rappresenta il santo assieme a sant'Osvaldo re. Il corpo invece restò sempre a santa Giustina, dal 1565 nella nona cappella della ricostruita basilica, a destra subito dopo la cappella dell’apostolo san Mattia. Nel Martirologio Romano è commemorato il 2 agosto, data dell’invenzione; ma ricorrendo in quel giorno la festa di sant'Alfonso Maria de’ Liguori, quella di Massimo già nel Proprium Ecclesiae Patavinae del 1932 è anticipata al 30 luglio.


Autore:
Ireneo Daniele


Fonte:
Bibliotheca Sanctorum

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Aggiunto/modificato il 2026-07-27

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