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† Alessandria d'Egitto, 249-250 circa
Visse nell'Egitto del III secolo, in uno dei periodi più drammatici per la Chiesa nascente. La sua vicenda umana e spirituale ci è nota grazie alla testimonianza diretta di Dionigi, vescovo di Alessandria, che in una lettera al vescovo Fabio di Antiochia - conservataci da Eusebio di Cesarea - racconta i fatti poco dopo il loro svolgimento. Nemesio era un egiziano, non alessandrino di nascita, che si trovò coinvolto suo malgrado nella persecuzione scatenata dall'imperatore Decio contro i cristiani tra il 248 e il 250. La sua storia comincia con un'ingiustizia: viene accusato calunniosamente di essere un brigante, di frequentare e coabitare con ladroni e banditi. Si difende davanti al centurione e viene assolto da questa imputazione strana e infondata. Ma quando le autorità scoprono che è cristiano, tutto cambia. Denunciato per la sua fede, compare incatenato davanti al governatore Emiliano. Subisce torture e flagelli, inflitti con una crudeltà doppia rispetto a quella riservata ai comuni ladroni. La sentenza è terribile: verrà bruciato vivo, e per aggiungere beffa a crudeltà, viene giustiziato in mezzo a veri ladroni. Dionigi nota con commozione che il beato martire ebbe così l'onore di assomigliare a Cristo, che patì la croce insieme ai due ladroni. Nemesio muore tra le fiamme ad Alessandria d'Egitto, lasciando una testimonianza di fede incrollabile che la Chiesa ricorda il 10 settembre.
Etimologia: Dal greco 'Némesis', che significa 'giustizia distributiva', 'vendetta divina' o 'indignazione giusta'.
Emblema: Palme del martirio, catene, fuoco, fiamme
Martirologio Romano: Ad Alessandria d’Egitto, san Nemesio, martire, che, calunniosamente denunciato al giudice dapprima come ladro, fu assolto da questo crimine, ma inseguito, durante la persecuzione dell’imperatore Decio, e accusato davanti al giudice Emiliano di essere cristiano, fu da lui sottoposto a ripetute torture e condannato al rogo in compagnia di altri ladri, a somiglianza del Salvatore che patì la croce insieme ai due ladroni.
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L'impero romano viveva una crisi profonda a metà del III secolo. L'imperatore Gaio Messio Quinto Traiano Decio, salito al potere nel 249, credeva che la prosperità di Roma dipendesse dal favore degli dèi tradizionali. Istituì così la prima persecuzione sistematica e universale contro i cristiani, richiedendo a tutti i cittadini un certificato - il libellus - che attestasse l'avvenuto sacrificio alle divinità pagane. Chi si rifiutava veniva considerato nemico dello Stato. Alessandria d'Egitto, una delle città più importanti dell'impero, con la sua famosa scuola catechetica e la sua vivace comunità cristiana, divenne uno dei teatri principali di questa persecuzione.
Le origini e la falsa accusa Nemesio proveniva dall'Egitto interno, non era un alessandrino di nascita. Dionigi specifica che era "pure egiziano", sottolineando questa sua origine provinciale. Nulla sappiamo della sua vita prima del martirio: non l'età, la professione, lo stato civile. La Provvidenza ha voluto che ci rimanesse solo l'essenziale - la sua testimonianza di fede. La prima prova che deve affrontare è paradossale: viene denunciato come coabitatore di briganti, accusato di frequentare e forse essere lui stesso un bandito. È un'accusa strana, come nota Dionigi, e calunniosa. Nemesio compare davanti a un centurione romano per discolparsi e, fortunatamente, viene assolto. Ma questa liberazione è effimera.
La denuncia come cristiano Poco dopo l'assoluzione, qualcuno lo denuncia come cristiano. Nella mentalità delle autorità romane, essere cristiano era di per sé un crimine - il nomen christianum costituiva reato capitale. Nemesio viene arrestato e compare incatenato davanti al governatore della provincia, quel giudice Emiliano che Dionigi menziona nella sua lettera. Qui comincia il vero calvario. Il governatore non ha dubbi: Nemesio è cristiano e come tale deve essere trattato. La legge di Decio è chiara e spietata.
Le torture e il supplizio Dionigi descrive con precisione la brutalità del trattamento: Nemesio viene sottoposto a torture e flagelli "due volte più che ai ladroni". L'espressione del vescovo alessandrino è significativa - suggerisce che le autorità volevano fare un esempio, che la punizione doveva essere particolarmente severa. Le fonti antiche ci raccontano i metodi di tortura usati contro i cristiani durante la persecuzione di Decio: flagelli con verghe piombate, stiramenti, ustioni parziali, pressione con pesi. Nemesio deve aver sopportato tutto questo. Ma il governatore Emiliano riserva al martire un'ultima, crudele ironia. La sentenza è la morte sul rogo, e Nemesio viene giustiziato "in mezzo ai ladroni". Coloro con cui era stato falsamente accusato di coabitare diventano i suoi compagni di morte.
Il parallelismo cristologico Dionigi non manca di notare il profondo simbolismo teologico di questa circostanza: "il beato martire ebbe così l'onore di assomigliare a Cristo". Come Gesù fu crocifisso tra due ladroni, così Nemesio viene bruciato tra veri briganti. Questa somiglianza con la Passione del Signore non è casuale nella narrazione agiografica antica: è vista come un sigillo divino sul martirio, una conferma che Nemesio ha veramente seguito Cristo fino alle estreme conseguenze. Le fiamme che lo consumano diventano il suo calvario, il luogo della sua trasfigurazione.
La fonte storica: la lettera di Dionigi La lettera di Dionigi di Alessandria a Fabio di Antiochia costituisce una delle testimonianze più preziose sulle persecuzioni del III secolo. Dionigi (190-264), detto "il Grande", fu il quattordicesimo vescovo di Alessandria e visse in prima persona la persecuzione. Costretto a nascondersi, poté però documentare gli eventi e i martiri della sua comunità. Eusebio di Cesarea conservò ampi stralci di questa corrispondenza nella sua Historia Ecclesiastica, permettendoci di conoscere dettagli altrimenti perduti. La narrazione di Nemesio è quindi contemporanea o quasi contemporanea ai fatti, il che le conferisce un valore storico eccezionale.
Le diverse datazioni nel martirologio Il Martirologio Geronimiano menziona un martire Nemesio in tre date diverse: 20 febbraio, 8 settembre e 10 settembre. Gli studiosi non sono certi che si tratti sempre della stessa persona. Adone di Vienne, nel IX secolo, introdusse Nemesio nel suo martirologio fissando arbitrariamente la data al 19 dicembre, basandosi sulla versione latina di Rufino della storia ecclesiastica di Eusebio. La tradizione si è poi stabilizzata sul 10 settembre, data che il Martirologio Romano ha mantenuto.
L'assenza dai sinassari orientali È degno di nota che questo martire alessandrino sia rimasto sconosciuto sia ai sinassari bizantini sia al Sinassario Alessandrino compilato da Michele, vescovo di Atrib e Malig. Questa assenza è sorprendente dato che Nemesio morì ad Alessandria e la sua storia fu documentata dal vescovo locale. Forse la memoria del martire si perse precocemente in Oriente, mentre si conservò in Occidente attraverso le versioni latine di Eusebio.
Il giudice Emiliano L'identificazione del giudice che condannò Nemesio presenta difficoltà. Dionigi menziona un Emiliano come governatore, ma Adone di Vienne lo identificò con l'Emiliano di cui parla lo stesso Dionigi in una lettera al vescovo Germano, riferita però alla persecuzione di Valeriano (253-260). È possibile che ci siano state confusioni tra due funzionari romani omonimi, o che la memoria del martirio si sia contaminata con eventi successivi. La critica storica moderna tende a mantenere Nemesio nel contesto della persecuzione deciana.
Cronologia 248-250: Persecuzione dell'imperatore Decio contro i cristiani 249-250 circa: Nemesio viene falsamente accusato di brigantaggio e assolto dal centurione 249-250 circa: Denunciato come cristiano, compare davanti al governatore Emiliano 249-250 circa: Subisce torture e flagelli 249-250 circa: Muore bruciato vivo ad Alessandria d'Egitto insieme a ladroni III-IV secolo: Dionigi di Alessandria documenta il martirio nella lettera a Fabio di Antiochia IV secolo: Eusebio di Cesarea conserva la lettera di Dionigi nella sua Historia Ecclesiastica IX secolo: Adone di Vienne inserisce Nemesio nel suo Martirologio al 19 dicembre Epoca moderna: La memoria liturgica si stabilizza al 10 settembre Autore: Enrico Quiri
La lettera di Dionigi, vescovo di Alessandria, sui martiri della persecuzione di Decio (248-250) nella sua città, indirizzata a Fabio, vescovo di Antiochia e conservata da Eusebio di Cesarea, ci fornisce le informazioni sul martirio di Nemesio, poco dopo l’avvenimento: «Un certo Nemesio, pure egiziano (cioè non alessandrino) fu accusato di coabitazione con i briganti. Si discolpò dall’imputazione strana e calunniosa davanti al centurione, ma, deferito come cristiano, dovette comparire incatenato davanti al governatore. L’ingiustissimo giudice, dopo avergli inflitto torture e flagelli, due volte più che ai ladroni, in mezzo a questi lo fece poi bruciare il beato martire ebbe così l’onore di assomigliare a Cristo».
Un martire Nemesio è commemorato nel Martirologio Geronimiano al 20 febbraio e all’8 e 10 settembre e in quest’ultima menzione il suo nome è associato ad Alessandria. È tuttavia impossibile determinare in tutti e tre i casi si tratti dello stesso personaggio e se si tratti ancora del martire di Decio conosciuto da Dionigi. Adone introdusse Nemesio nel suo Martirologio alla data arbitraria del 19 dicembre ispirandosi per la breve notizia al brano citato da Eusebio e a lui noto attraverso la traduzione di Rufino, mentre Floro commemorava i martiri di Alessandria al 20 febbraio. Adone, inoltre, identificava il giudice con l’Emiliano di cui parla Dionigi nella sua lettera al vescovo Germano: si trattava tuttavia in questo caso della persecuzione di Valeriano.
Usuardo abbreviò la notizia di Adone e C. Baronio la rimaneggiò ancora, pur conservando il nome di Emiliano.
Questo martire è rimasto sconosciuto sia ai sinassari bizantini, sia al Sinassario Alessandrino di Michele vescovo di Atrib e Malig.
Autore: Joseph-Marie Sauget
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