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San Francesco Ch'oe Kyong-hwan Catechista e martire

12 settembre

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Taraekkol, Corea del Sud, 1804 – Seul, Corea del Sud, 12 settembre 1839

Francesco Ch’oe Kyŏng-hwan, catechista, venne arrestato nel giugno 1839, insieme a sua moglie Maria e ai loro figli, a causa dei suoi tentativi di evangelizzare i conterranei. Indifferente alle innumerevoli torture, non rinnegò la fede. Morì in carcere, nella notte tra l’11 e il 12 settembre 1839, in seguito alle percosse ricevute. È stato canonizzato da papa Giovanni Paolo II il 6 maggio 1984, inserito nel gruppo dei 102 martiri coreani.

Martirologio Romano: A Seul in Corea, san Francesco Ch’oe Kyŏng-hwan, martire, che, catechista, condotto davanti al prefetto non volle rinnegare la fede cristiana e, detenuto in carcere, pervenne al martirio tra torture e supplizi senza però mai desistere dalla preghiera e dall’opera di catechesi.


Francesco Ch’oe Kyŏng-hwan nacque nel 1804 presso la città di Taraekkol, nel distretto dello Hongjugun, nella provincia del Chungcheong, nell’attuale Corea del Sud. Suo nonno, Ch’oe Han-il, fu il primo membro della sua numerosa e prospera famiglia ad essere battezzato, nel 1787.
A causa dell’assenza, da molti anni, di un sacerdote, i cattolici del luogo lo erano solo di nome, dedicandosi a pratiche rituali scorrette e a superstizioni di vario tipo. Non sopportando oltre tale situazione, Francesco esortò i suoi fratelli a lasciare il loro villaggio natio e si trasferì con loro nella capitale Seul.
Per motivi ignoti, venne coinvolto in questioni legali e perse gran parte delle sue proprietà. Senza cercare vendetta, lui e la sua famiglia si trasferirono di nuovo, in un villaggio sul monte Suri, presso Kwach’on, nella provincia del Kyonggi. Disboscò la zona per far sì che altre famiglie cattoliche in fuga potessero costruire le proprie abitazioni e si diede alla coltivazione del tabacco.
Lentamente, il numero delle famiglie si accrebbe: da tre o quattro, giunse a quasi venti. Di sera, Francesco radunava i fedeli in casa sua e spiegava loro la dottrina cristiana: ben presto, cominciarono ad arrivare persone anche da molto lontano, attirate dall’abilità oratoria da lui messa in gioco per il Vangelo. Non era molto istruito, ma aveva maturato un grande amore a Dio e all’insegnamento della Chiesa mediante la lettura e la meditazione di testi spirituali. Sia che lavorasse o che stesse in casa, che fosse tra i campi o in strada, viveva in costante unione con Dio e i suoi argomenti di conversazione erano inerenti unicamente a Lui.
Nel 1836, quando Francesco aveva trentun anni, arrivò in Corea padre Pierre Maubant, della Società delle Missioni Estere di Parigi. Consapevole della difficoltà che i sacerdoti stranieri avevano nell’entrare e nel risiedere in quel Paese, decise d’inviare oltreoceano i giovani coreani orientati verso il sacerdozio.
Il figlio maggiore di Francesco e sua moglie Maria, Tommaso Yang-eop, gli era stato raccomandato per la sua straordinaria intelligenza. Così, padre Maubant mandò a chiamare i coniugi e chiese loro il consenso a lasciarlo partire per Macao: «Grazie, padre. Questa non è volontà nostra, ma la chiamata di Dio, una vocazione. Non avevamo idea che una tale benedizione e felicità sarebbe giunta in casa nostra», risposero. La loro decisione assume un coraggio ancora maggiore di quanto solitamente mostrano i genitori nell’acconsentire alla vocazione dei figli: per via dell’influsso del Confucianesimo, infatti, i coreani tendevano a non mandare a vivere lontani i propri figli, nemmeno con fratelli maggiori o minori.
Nel 1839, Francesco venne ufficialmente nominato catechista, proprio quando la persecuzione contro i cattolici si era inasprita: moltissimi vennero catturati e costretti a morire o per fame o per la sofferenza. Egli, dunque, organizzò una colletta e prese a viaggiare per aiutare con quel denaro sia i cattolici prigionieri, sia i non credenti poveri. Si occupava anche di seppellire i corpi dei martiri.
Tornato a casa, prospettò ai familiari la possibilità del martirio. Raccolse tutti gli oggetti religiosi che aveva in casa e li seppellì, eccezion fatta per i testi di catechismo: «Nascondiamo i nostri articoli religiosi cosicché non vengano profanati, ma i libri non sono benedetti. Un soldato che va in guerra ha bisogno di istruzioni per il combattimento. In un’epoca come questa, dobbiamo studiare tutti i libri più onestamente».
Nella notte del 31 luglio 1839, le forze di polizia arrivarono da Hanyang al villaggio sul monte Suri. Circondarono casa di Francesco e, con grida e insulti, abbatterono il cancello d’ingresso. Ciò nonostante, Francesco diede loro il benvenuto come se fossero degli ospiti a lungo attesi: lì invitò a riposare fino all’alba e offrì loro vino e riso. I soldati, stupiti da quell’atteggiamento, accettarono l’offerta, convinti che non ci sarebbe stato rischio di fuga.
Francesco colse l’occasione: fece il giro del villaggio e invitò i residenti a consegnarsi alla polizia e affrontare il martirio. Ai suoi figli disse che, piuttosto che patire la fame a casa, sarebbe stato meglio morire in carcere testimoniando la fede.
All’alba servì la colazione ai soldati e a uno di loro, malvestito, diede perfino un cambio d’abito. Nel frattempo, gli abitanti del villaggio vennero interrogati uno ad uno se fossero cattolici: chi apostatava era libero di andarsene.
Di buon mattino, una quarantina di persone, inclusi donne e bambini, vennero condotti a Seul. Alla testa del gruppo c’era Francesco, che incoraggiava i compagni a meditare sulle sofferenze di Gesù in croce e aggiunse che un angelo, con un righello d’oro, misurava i loro passi. Si era nel pieno dell’estate, quindi camminare era molto difficile per via del caldo, specie per i più deboli.
Tra gli astanti c’erano sia persone che insultavano i componenti di quel corteo, sia altri che sentivano dispiacere per loro. Arrivati alla Grande Porta del Sud, si sentirono gridare contro: «Gente malvagia! Morite se volete, ma perché far morire con voi questi bambini innocenti?».
Il mattino dopo cominciarono gli interrogatori. Il giudice disse: «Se vuoi credere, fallo da solo. Non ingannare quest’altra gente». Francesco replicò: «Chiunque non crede alla Chiesa Cattolica va all’inferno». Furibondo, l’altro ordinò che venisse torturato finché non avesse ritrattato le proprie credenze. Il catechista sopportò le battiture: era ferito dappertutto, tanto che gli si vedevano le ossa, ma non cedette.
Non accadde lo stesso agli altri del villaggio. Alla fine, della comunità del monte Suri erano rimasti in tre: Francesco, addolorato per la defezione degli altri, sua moglie Maria e una loro parente, Yi Emerenzia.
Appena i giudici vennero a sapere della partenza di suo figlio Tommaso per gli studi teologici a Macao, accrebbero le pressioni su di lui: lo picchiarono tanto da slogargli le ossa delle braccia e delle gambe. Tuttavia, era invariabilmente costante: «Potete farmi smettere di mangiare, ma non mi farete mai rinnegare Dio» e «Come osate domandarmi di tradire la Chiesa! L’infedeltà tra la gente comune è considerata sbagliata. Quanto più lo è l’infedeltà a Dio!».
Stando ad alcuni testimoni, durante i due mesi trascorsi da Francesco in carcere, ci fu a stento un giorno in cui non venne sottoposto a torture. Il suo corpo era diventato tutto una piaga: venne frustato trecentoquaranta volte e picchiato con una mazza sulle tibie centodieci volte.
Nonostante tutto, non smise mai di pregare e di predicare il Vangelo a chi lo circondava: nel mezzo del suo dolore, ogni volta che gli veniva chiesto di spiegare la dottrina, Francesco lo faceva con gioia.
Un giorno, per aggiungere sofferenze a sofferenze, il capo della polizia lo legò a un ladro, che lo prendeva in giro e colpiva le sue ferite. Ma Francesco non emise nemmeno una parola, tanto che il ladro si diede per vinto, esclamando: «Se uno stesse per credere alla Chiesa Cattolica, dovrebbe comportarsi come lui».
In un’altra occasione, i carcerieri cercarono di fargli indossare la mitria e la casula del vescovo Laurent Imbert, anch’egli prigioniero. In risposta, Francesco s’inchinò, dichiarando che si stava inchinando alla Croce e manifestando un profondo rispetto per gli ordini sacri.
L’11 settembre Francesco venne di nuovo tratto in tribunale e gli vennero inflitti cinquanta colpi, ma ormai era l’ultima volta. Tornato in cella, consapevole di essere prossimo alla morte, disse ai suoi compagni: «Ho sperato di testimoniare la fede morendo di spada. Ma è volontà di Dio che io muoia in prigione». Alcune ore dopo, nella notte, emise il suo ultimo respiro. Aveva trentacinque anni.
Sua moglie, dopo essersi vista morire tra le braccia uno dei figli, accettò di apostatare, ma presto se ne pentì. Venne decapitata a Tangkogae il 29 dicembre 1839, a trentanove anni.
Il figlio Tommaso, invece, venne ordinato sacerdote nel 1849 e, tornato in Corea, si recò a predicare nei villaggi più sperduti. Scrisse numerose opere sugli usi e costumi coreani, ma anche sui testimoni della fede del Paese, guadagnandosi l’epiteto di “martire del sudore”. Per lui si è svolta, dal 2005 al 2009, l’inchiesta diocesana sulle virtù eroiche.
Tornando a Francesco, la sua causa venne unita a quella di altri martiri coreani, compresi il vescovo Imbert e padre Maubant. La loro effettiva morte in odio alla fede venne sancita con decreto del 9 maggio 1925, che aprì la via alla beatificazione, celebrata il 5 luglio 1925.
Il gruppo di cui facevano parte venne unito a quello di altri martiri coreani, per un totale di centodue. Vennero canonizzati tutti insieme da papa Giovanni Paolo II il 6 maggio 1984, in piazza Youido a Seul, nell’ambito del viaggio apostolico in Corea, Papua Nuova Guinea, Isole Salomone e Thailandia.
Il culto di san Francesco Ch’oe Kyŏng-hwan è tuttora fiorente: a Jacksonville, in Florida, gli è stata dedicata una cappella dove si ritrovano a pregare numerosi cattolici di origine coreana. Inoltre, il 12 settembre 2010, presso l’Anyang Arts Center, si è tenuta la prima rappresentazione di un’opera musicale composta da Riccardo Giovannini, dell’Accademia di Santa Cecilia, dedicata alla sua vita e al suo martirio.


Autore:
Emilia Flocchini

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Aggiunto/modificato il 2014-03-04

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