Le informazioni storicamente più antiche su Costanzo sono contenute nel quinto capitolo del primo libro dei Dialogi di Gregorio Magno. L’opera fu composta a Roma tra il 593 e il 594 e raccoglie racconti sui santi e sugli uomini ritenuti virtuosi dell’Italia del VI secolo. Gregorio afferma di avere appreso la vicenda di Costanzo da un proprio coepiscopus, cioè un confratello nell’episcopato che aveva vissuto per molti anni ad Ancona in abito monastico, e aggiunge che altre persone anziane della stessa regione confermavano il racconto. La testimonianza è quindi presentata dall’autore come fondata su una memoria locale, non come una tradizione remotissima priva di collegamenti con persone conosciute. Costanzo prestava servizio nella chiesa dedicata a santo Stefano martire, situata presso Ancona. Gregorio lo definisce mansionarius, termine che indicava un addetto alla custodia e al servizio della chiesa. La tradizione successiva lo ha normalmente chiamato sacrestano. Il testo gregoriano precisa inoltre che Costanzo indossava l’abito monastico e conduceva una vita orientata alla rinuncia ai beni terreni e alla ricerca dei beni celesti. Non sono conosciuti con sicurezza i suoi genitori, la sua origine familiare, la formazione, l’eventuale ordinazione sacerdotale, la data della morte o altre tappe della sua esistenza. Anche l’esatta cronologia della sua vita non può essere ricostruita. Il Martirologio Romano lo colloca nel V secolo, ma il racconto di Gregorio appartiene alla fine del VI secolo e documenta comunque la presenza di una tradizione su Costanzo già nell’ambiente ecclesiale anconetano.
La chiesa di Santo Stefano La chiesa presso la quale Costanzo svolgeva il proprio servizio riveste particolare importanza per la storia cristiana di Ancona. Sant’Agostino, nel suo discorso sul culto di santo Stefano, ricorda infatti ad Ancona un antico luogo sacro nel quale era venerata una reliquia del protomartire. La chiesa di Santo Stefano è inoltre ricordata da Gregorio come situata presso la città. L’identificazione archeologica dell’antica chiesa non è tuttavia un dato definitivamente acquisito. I resti di una basilica paleocristiana rinvenuti sotto l’attuale chiesa di Santa Maria della Piazza sono stati proposti come quelli della primitiva cattedrale dedicata a santo Stefano. Le dimensioni dell’edificio, la presenza di una traccia interpretata come seggio episcopale, le decorazioni e alcune iscrizioni hanno sostenuto questa identificazione. Si tratta però di una ricostruzione archeologica, da distinguere dalla certezza documentaria che Costanzo prestasse servizio in una chiesa di Santo Stefano presso Ancona. Il contesto è significativo perché mostra che Costanzo esercitava un’attività molto concreta all’interno di uno dei principali luoghi della memoria cristiana della città. La sua santità, nel racconto di Gregorio, non nasce da un incarico ecclesiastico prestigioso, ma dal modo in cui egli svolgeva un servizio apparentemente umile.
Le lampade accese con l’acqua Il miracolo più famoso attribuito a Costanzo è quello delle lampade. Un giorno nella chiesa mancò l’olio necessario per alimentarle. Secondo Gregorio, il mansionario riempì le lampade con acqua, collocando al loro interno, secondo l’uso, un piccolo elemento di materiale vegetale che potesse servire alla combustione. Le lampade furono quindi accese e l’acqua arse come se fosse olio. Il racconto appartiene al genere dei miracula dei Dialogi e non può essere assunto come verifica storica dell’evento fisico. Il suo valore storico consiste soprattutto nel documentare ciò che Gregorio e la tradizione locale intendevano trasmettere sulla reputazione di santità di Costanzo. Lo stesso Gregorio interpreta il prodigio in chiave spirituale. Il miracolo non costituisce infatti il punto culminante della vicenda. Il pontefice invita il suo interlocutore Pietro a considerare soprattutto la virtù interiore del protagonista. La capacità di compiere prodigi, nella prospettiva del racconto, vale meno della disposizione umile dell’uomo che li compie.
La prova dell’umiltà La seconda scena narrata da Gregorio è, per la costruzione del ritratto di Costanzo, ancora più importante della prima. La fama della sua santità si era diffusa e persone provenienti anche da lontano arrivavano ad Ancona per vederlo. Un uomo del contado, giunto nella chiesa proprio per incontrare il celebre mansionario, lo vide mentre era su una scala intento a occuparsi delle lampade. Costanzo aveva un aspetto fisico minuto e dimesso. L’uomo, confrontando ciò che aveva sentito raccontare con ciò che vedeva, non riuscì a riconoscere in quella figura apparentemente insignificante il santo di cui aveva sentito parlare. Arrivò quindi a deriderlo e a rivolgergli parole offensive. La reazione di Costanzo costituisce il vero centro morale del racconto gregoriano. Invece di offendersi, il mansionario scese dalla scala, corse incontro all’uomo, lo abbracciò e lo baciò, ringraziandolo per averlo giudicato secondo il suo reale aspetto. Proprio questo comportamento permette a Gregorio di concludere che Costanzo era ancora più grande nell’umiltà che nei miracoli. Il contrasto è deliberato: il miracolo delle lampade mostra la potenza straordinaria attribuita al santo, mentre l’episodio dell’insulto mostra una virtù interiore che, secondo Gregorio, è più difficile da possedere. Il racconto non intende quindi soltanto narrare un prodigio, ma proporre un modello di comportamento cristiano.
Una biografia rimasta essenziale Dopo questi episodi, le fonti antiche non consentono di ricostruire altri momenti della vita di Costanzo. Non conosciamo con certezza la sua famiglia, il momento dell’ingresso nella vita monastica, l’eventuale ordinazione sacerdotale, la data della morte o le circostanze della sua sepoltura originaria. Questa scarsità documentaria è importante e non deve essere colmata con elementi tratti da biografie tarde o da racconti devozionali. Il nucleo storico della figura è invece particolarmente solido per l’antichità della testimonianza: Gregorio scrive nel VI secolo e presenta il racconto come raccolto da persone che conoscevano la tradizione anconetana. La figura di Costanzo appartiene dunque a quella categoria di santi tardoantichi dei quali conosciamo meglio la memoria di santità che la biografia completa. Il documento principale non permette di raccontare una lunga vita, ma consente di comprendere quale immagine di cristiano esemplare fosse trasmessa nell’ambiente ecclesiale di Ancona.
La memoria nelle fonti liturgiche La memoria di Costanzo è entrata nel Martirologio Romano al 23 settembre. La formulazione moderna è particolarmente significativa perché, pur conservando il riferimento ai miracoli, pone l’accento soprattutto sull’umiltà: Costanzo è ricordato come mansionario della chiesa, più insigne per l’umiltà che per il dono dei miracoli. La formulazione liturgica costituisce quindi una sintesi coerente con il racconto dei Dialogi. La tradizione ecclesiale non ha conservato Costanzo principalmente come taumaturgo, ma come uomo nel quale il dono straordinario viene subordinato alla virtù dell’umiltà. Il Martirologio Romano lo indica al 23 settembre e lo colloca nel V secolo. Non sono invece documentate una beatificazione o una canonizzazione attraverso un processo moderno. La sua venerazione appartiene alla categoria dei culti antichi, la cui memoria si è formata e trasmessa attraverso la tradizione ecclesiale.
Dalle reliquie di Ancona a Venezia Una parte importante della storia successiva di Costanzo riguarda la traslazione delle sue reliquie. Secondo la tradizione, il corpo fu trasferito da Ancona a Venezia e custodito inizialmente nella chiesa di San Basilio. In seguito, quando questa chiesa cessò la propria funzione, le reliquie passarono alla chiesa dei Santi Gervasio e Protasio, oggi comunemente indicata come San Trovaso. La data e le circostanze della traslazione non sono certe. Una tradizione cronachistica veneziana ha collegato il trasferimento a un saccheggio compiuto nel XII secolo durante un assedio, ma questa spiegazione non può essere considerata un fatto definitivamente dimostrato. Un’altra ipotesi, ripresa nella tradizione erudita anconetana, anticipa invece la traslazione a un periodo precedente al Mille, forse al IX secolo, in relazione alle incursioni saracene e alla crisi che interessò alcune strutture ecclesiastiche della città. Anche questa rimane un’ipotesi, non una datazione documentata. L’assenza di una sicura attestazione iconografica medievale locale di Costanzo e il silenzio del suo nome in alcune antiche formule liturgiche anconetane sono stati utilizzati per sostenere l’ipotesi di un trasferimento molto antico. Gli elementi, tuttavia, non permettono di fissare con certezza né l’epoca né le modalità della traslazione.
Il culto veneziano dei sacristi A Venezia la memoria di Costanzo si collegò in modo particolarmente significativo al mondo dei custodi e dei servitori delle chiese. La documentazione archivistica relativa alla parrocchia dei Santi Gervasio e Protasio registra infatti l’esistenza dell’Università dei nonzoli del Santissimo Sacramento, successivamente divenuta Compagnia di San Costanzo. Il dato è interessante perché mostra come la figura del mansionario anconetano, ricordato da Gregorio proprio per il suo servizio concreto nella chiesa, sia stata reinterpretata in un contesto professionale e devozionale veneziano. La tradizione artistica veneziana conserva inoltre immagini del santo. Una pala d’altare attribuita a Gaspare Diziani e datata intorno al 1755 lo rappresenta in atteggiamento di preghiera, con una scala alle sue spalle, richiamando l’episodio narrato da Gregorio. La stessa documentazione storico-artistica ricorda un’immagine di Costanzo in preghiera all’inizio della Mariegola della Scuola.
Un santo ricordato soprattutto per l’umiltà Il caso di Costanzo mostra bene come la memoria agiografica possa cambiare il significato di un miracolo. Il prodigio delle lampade è l’episodio più facilmente ricordabile, ma Gregorio costruisce il racconto in modo che il lettore consideri superiore il comportamento dell’uomo insultato. L’umiltà diventa così il tratto distintivo della memoria di Costanzo. Non è il prestigio ecclesiastico a caratterizzarlo, né una lunga attività pastorale, né una fondazione religiosa. La sua figura è quella di un uomo che svolge un servizio ordinario e che, proprio quando viene pubblicamente disprezzato, manifesta secondo Gregorio la qualità più autentica della sua santità.
Curiosità - Il termine latino mansionarius, con il quale Gregorio identifica Costanzo, indicava un addetto al servizio e alla custodia della chiesa; la tradizione italiana lo ha quindi associato alla figura del sacrestano. - Il racconto di Costanzo nei Dialogi è fondato, secondo Gregorio, sulla testimonianza di un suo confratello nell’episcopato e di altre persone provenienti dalla zona di Ancona, particolare che distingue questa narrazione da molte leggende agiografiche di origine molto più tarda. - Una pala settecentesca di Gaspare Diziani raffigura Costanzo in preghiera e conserva come elemento iconografico la scala collegata al celebre episodio delle lampade. L’opera è registrata nel Catalogo generale dei beni culturali. - L’archivio della parrocchia dei Santi Gervasio e Protasio di Venezia conserva documentazione relativa all’Università dei nonzoli del Santissimo Sacramento, poi Compagnia di San Costanzo.
Cronologia - V secolo circa: il Martirologio Romano colloca in questo periodo la vita di Costanzo ad Ancona. - VI secolo: Costanzo è ricordato nella tradizione locale come monaco e mansionario della chiesa di Santo Stefano presso Ancona. - 593-594: Gregorio Magno compone i Dialogi e inserisce nel primo libro il racconto di Costanzo, trasmettendo gli episodi delle lampade e dell’incontro con il contadino. - Età medievale: le reliquie di Costanzo vengono tradizionalmente collegate a Venezia; non è possibile stabilire con certezza la data della traslazione. - XII secolo: una tradizione cronachistica collega ipoteticamente la traslazione delle reliquie a un saccheggio durante un assedio, senza che la circostanza sia storicamente dimostrata. - Prima del Mille, forse IX secolo: un’altra ipotesi erudita colloca la traslazione in rapporto alle incursioni saracene e all’abbandono di alcune strutture ecclesiastiche di Ancona. - Età moderna: le reliquie sono venerate nella chiesa veneziana di San Basilio e successivamente in quella dei Santi Gervasio e Protasio, oggi San Trovaso. - 1760: alla cattedrale di Ancona viene donato un frammento osseo attribuito a Costanzo, accompagnato da un’autentica del patriarca di Venezia. - 23 settembre: la Chiesa celebra la memoria liturgica di san Costanzo di Ancona.
Valutazione storico-critica - L’esistenza storica di Costanzo è sostenuta da una fonte relativamente antica e direttamente collegata alla memoria locale: Gregorio Magno lo presenta nei Dialogi, composti nel 593-594, sulla base di testimonianze che egli dichiara di avere ricevuto da persone legate ad Ancona. - La documentazione biografica è però estremamente limitata. Sono attestati il nome, la condizione monastica, il servizio come mansionario presso la chiesa di Santo Stefano e la fama di santità; non sono documentati con sicurezza nascita, famiglia, ordinazione sacerdotale, morte e sepoltura originaria. - Il miracolo delle lampade accese con acqua appartiene al racconto agiografico di Gregorio e non può essere verificato come evento fisico. Il suo valore storico è soprattutto quello di documentare la reputazione taumaturgica attribuita a Costanzo nell’ambiente anconetano alla fine del VI secolo. - L’episodio dell’insulto ricevuto dal contadino ha un carattere fortemente esemplare e letterario, ma è essenziale per comprendere il messaggio dei Dialogi: Gregorio considera l’umiltà di Costanzo più significativa dei suoi miracoli. - La collocazione cronologica nel V secolo, presente nel Martirologio Romano, non consente di stabilire una data precisa. È più prudente parlare di un santo della tarda antichità, la cui memoria è attestata nel VI secolo. - La chiesa di Santo Stefano presso Ancona è storicamente attestata da Gregorio, mentre l’identificazione archeologica con la basilica paleocristiana sottostante Santa Maria della Piazza resta un’ipotesi sostenuta da importanti elementi archeologici e storico-artistici. - La traslazione delle reliquie a Venezia è una tradizione consolidata, ma la sua data e le circostanze rimangono incerte. Le ipotesi che la collegano al IX o al XII secolo non possono essere presentate come dati acquisiti. - La documentazione veneziana offre invece una testimonianza concreta della lunga evoluzione del culto: Costanzo divenne patrono dei sacristi e la Compagnia di San Costanzo è attestata negli archivi della parrocchia dei Santi Gervasio e Protasio. - Nel complesso, la figura storica è documentata meglio attraverso una testimonianza tardoantica che attraverso una biografia completa. La continuità della sua memoria è invece documentata dalla tradizione liturgica, dalla storia delle reliquie, dalla devozione veneziana e dalle testimonianze artistiche.
Fonti e bibliografia essenziale - Gregorio Magno, Dialogi, I, 5, De Constantio mansionario Ecclesiae sancti Stephani, in Patrologia Latina, 77, Parigi 1849, coll. 177-180; per l’edizione critica: Grégoire le Grand, Dialogues, a cura di Adalbert de Vogüé, Sources Chrétiennes 251, 260, 265, Paris, Éditions du Cerf, 1978-1980. - British Library, Egerton MS 3089, Gregory the Great, Dialogi, manoscritto dei quattro libri dei Dialogi, con indicazione della composizione dell’opera negli anni 593-594. - Martyrologium Romanum, editio typica altera, Typis Vaticanis, 2004, 23 settembre: memoria di san Costanzo, mansionario della chiesa di Ancona. - Acta Sanctorum, Septembris, tomus VI, 23 settembre, voce relativa a S. Constantius Confessor, Anconae in Italia. - Mario Natalucci, voce 'San Costanzo di Ancona', in Bibliotheca Sanctorum, fonte utilizzata per la ricostruzione della tradizione anconetana relativa alle reliquie e al culto. - Museo diocesano di Ancona, 'La Chiesa di Santa Maria della Piazza', documentazione storico-artistica sulla basilica paleocristiana e sull’ipotesi della sua identificazione con la prima cattedrale di Santo Stefano. - Ministero della Cultura, Catalogo generale dei beni culturali, 'San Costanzo d’Ancona. Santo', pala d’altare di Gaspare Diziani, circa 1755, Venezia, scheda ICCD 0500138008. - SIUSA, Sistema informativo unificato per le Soprintendenze archivistiche, 'Parrocchia di Santi Gervasio e Protasio di Venezia', documentazione relativa alla parrocchia di San Trovaso e all’Università dei nonzoli, poi Compagnia di San Costanzo. Autore: Giampietro Cattini
Di lui fornisce alcune notizie s. Gregorio Magno nei suoi Dialogi, mettendone in evidenza la profonda umiltà e la virtù taumaturgica. Secondo la narrazione dell'insigne pontefice, basata sulla testimonianza cuiusdam coepiscopi mei (probabilmente il vescovo stesso della città) e di altre persone del luogo, Costanzo, in abito monacale, esercitava l'ufficio di mansionario, o di sacrista, nella chiesa di S. Stefano, prima cattedrale di Ancona e famoso santuario, in cui, al dire di s. Agostino, si venerava una reliquia del protomartire. S. Gregorio fa soprattutto rilevare come all'aspetto dimesso e quasi spregevole del semplice e piccolo sacrista corrispondesse un grande spirito di perfezione, che rifulgeva attraverso il dono dei miracoli. Tra i fatti prodigiosi si ricorda che, per la virtù taumaturgica dell'umile sacrista, le lampade della chiesa ardevano pur essendo piene di acqua anziché di olio. Poiché si era diffusa la fama della santità e delle opere straordinarie del piccolo monaco molti accorrevano a lui per vederlo e per chiedergli favori spirituali. Un giorno capitò nel tempio un rude contadino che, vedendo l'esile sacrista su di una scala intento ad allestire le lampade, si rifiutò di credere alla sua santità e prese a deriderlo con parole offensive, trattandolo da bugiardo e presuntuoso. Costanzo, che aveva udito le ingiurie, corse ad abbracciarlo e a baciarlo, ringraziandolo di tale trattamento e dando così prova, come conclude s. Gregorio, che se era grande nei miracoli, era più grande per l'umiltà del cuore. Altro non si conosce di questo santo confessore. Il suo corpo venne più tardi trasferito a Venezia e deposto prima nella chiesa di S. Basilio, poi in quella dei SS. Gervasio e Protasio, ove si venera attualmente e se ne celebra la festività il 23 settembre, come nella diocesi di Ancona. Non sono note le ragioni e l'epoca precisa di tale traslazione: qualche cronista locale ritiene che il corpo sia stato trafugato nel sec. XII in occasione di un assedio e a seguito di rapina compiuta da alcuni mercanti veneziani. Certo è che la figura di Costanzo non ha alcun rilievo nell'antica iconografia sacra locale (essa non appare nei plutei attribuiti ai secc. XI-XII) e, poiché il nome del santo è taciuto in alcune formule liturgiche della antica Chiesa anconetana, si può pensare che il trasferimento delle reliquie sia avvenuto anteriormente al Mille e forse nel sec. IX, dopo la distruzione operata dai saraceni alla quale seguì per Ancona un periodo di abbandono. Oggi la chiesa cattedrale, come unico ricordo di Costanzo, possiede un frammento osseo che è stato donato, con autentica del patriarca di Venezia, nel 1760.
Autore: Mario Natalucci
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