Nacque a Cannobio (Lago Maggiore), in una famiglia modesta di agricoltori salariati, pure attivi come tessitori con telai a mano. Dodicenne, entra nel seminario ginnasiale di Gozzano; passa successivamente in quelli dell'Isola San Giulio, di San Carlo di Arona, di Novara per i corsi teologici (1900-04), raggiungendo il sacerdozio il 29 giu. 1904. Nel 1912, rivelandosi scriverà: «Il sacerdote deve somigliare alla candela, la quale arde e si consuma per illuminare». Inviato come reggente a Trarego (1904-05), poi vicario a Cambiasca (1905-06), vive in stretta povertà e solitudine, tra gente indifferente, spesso avversato dalle incomprensioni, pur esercitando tra i ragazzi un fascino costruttivo. Trasferito come coadiutore a Galliate (1906), vi resterà fino all'inizio del 1911, svolgendo un intenso ministero, particolarmente tra la gioventù, gli ammalati e i poveri. Seppe avviare una pastorale dinamica, privilegiando la catechesi, le attività oratoria-ne, la partecipazione alla messa festiva e ai sacramenti, suscitando numerose vocazioni. Scopriva ai giovani i veri valori della vita. Lo zelo intelligente e la solidità formativa che comunicava, gli attirarono lo sguardo del vescovo, che lo nominò direttore spirituale del seminario di Arona (1° genn. 1911 - 2 sett. 1926), tra gli alunni del ginnasio superiore e del liceo. In quello specifico ministero, d. Silvio rivela la straordinaria ricchezza della sua vita interiore e l'alto ascetismo che viveva per sé, prima di insegnarlo ai discepoli. Intanto scopre la sua «via»: per Mariam ad Jesum, e sogna la fondazione della «Societas Missionariorum Mariae», che il vescovo, più tardi, vorrà incorporata nella Congregazione diocesana degli Oblati di S. Gaudenzio e S. Carlo (1925). Durante le vacanze estive, esercita instancabilmente il ministero, insistendo sul tema mariano; nel lug. del 1915, a Cannobio, funge da cappellano di 200 soldati della Territoriale; mantiene contatti epistolari con i seminaristi alle armi o in vacanza; diffonde il Trattato della vera vocazione alla SS. Vergine di s. Luigi Grignion de Montfort. Dal dic. del 1916 a tutto il 1918 esercita il gravoso incarico di vicario economo di Stropino, dove si reca ogni sabato, a piedi, superando i quindici chilometri di distanza da Arona. Intanto la sua ascesi saliva, si infuocava; ed il 3 febb. 1921 scriveva al discepolo Francesco Fasola: «Il Calvario non ci ha da essere meno caro del Tabor, ci è anzi molto più necessario. Non è lassù che si muore per poi risorgere a vita nuova? Il Calvario è l'accademia dei veri amanti della Croce». Nel sett. del 1921 è nominato rettore del seminario di Arona. Con intima sofferenza lascia la direzione spirituale per assumere i compiti esteriori ed economici, per nulla congeniali al suo temperamento ascetico. Nell'occasione annotava: «Ho bisogno della preghiera di tutti, perché non fallisca completamentee la missione che mi è stata affidata di stabilire per mezzo di Maria e in unione con lei il Regno del Cuore di Gesù in coloro che sono destinati a stabilirlo in tutta la diocesi». Dio lo provò anche con sconcertanti angosce spirituale, in cui la sua anima soffrì le oscurità della fede, tipiche delle esperienze mistiche. Nell'ago, si reca, pellegrino a Roma per l'Anno Santo; ma ritorna affaticato, quasi esaurito. Annota: «Sento che se la Madonna non disporrà diversamente, il mio sacrificio si accosta alla fine». Nel dic. 1925 è minato da linfigranuloma, per cui, consigliato dal medico, si reca a Torino, nella Piccola Casa del Cottolengo, per un periodo di riposo (23 lug. 1925-13 febb. 1926); quindi ritorna al seminario di Arona. Durante l'estate trascorre una vacanza a Nervi, per godere i benefici del mare. Ma ritorna spossato, anche se nell'ago, accompagna, non senza suo grave disagio, i seminaristi in lunghe passeggiate. Il 13 dic. 1926 è nominato direttore spirituale del Seminario Teologico di Novara, dove è accolto da molti con entusiasmo, da altri con diffidente freddezza. Il servo di Dio è giunto ormai alla fine. Il 2 dic. 1926 celebra l'ultima messa; poi rimane nel letto, nella solitudine di una camera fredda, in preda all'insonnia, a continue sofferenze, all'aridità interiore. Mormorerà spesso: «Sto abbandonato nelle mani della Madonna». Seguono le ultime tappe del suo calvario: in ospedale a Novara; a Cannerò, ospite di quel parroco amico; poi, aggravatosi, all'ospedale di Pallanza, sul lago natio, dove il suo spirito, staccato dal tempo, anelava all'eternità. Morì il 2 magg. 1927. La venerazione per d. Silvio Gallotti andò crescendo e, in occasione del ventennio della morte, la sua salma fu esumata dal camposanto (3 sett. 1947) e trasferita nella cripta del santuario della SS. Pietà di Cannobio. La sua causa di beatificazione fu introdotta presso la S. Congregazione per le Cause dei Santi nel 1977.
Autore: Pietro Gini
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Aggiunto il 2008-12-13
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