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San Vincenzo Grossi Sacerdote e fondatore

7 novembre

Pizzighettone, Cremona, 9 marzo 1845 – Vicobellignano, Cremona, 7 novembre 1917

Don Vincenzo Grossi fu un sacerdote della diocesi di Cremona. Figlio di un mugnaio, attese a lungo prima di poter entrare in Seminario, per aiutare i familiari nel loro lavoro. Iniziò gli studi per il sacerdozio nel 1866 e fu ordinato il 22 maggio 1869. Dapprima ebbe l’incarico di vicario cooperatore in alcune parrocchie, poi nel 1873 parroco a Regona di Pizzighettone e dal 1883, fino alla sua morte, a Vicobellignano. Resosi conto della necessità di educare attentamente le giovani generazioni, particolarmente le ragazze, con l’aiuto di alcune donne da lui seguite nella direzione spirituale, fondò l’Istituto delle Figlie dell’Oratorio, sotto la protezione di san Filippo Neri, perché si dedicasse, in stretta collaborazione con i parroci, alla educazione e formazione della gioventù femminile dei paesi di campagna e delle periferie delle città. Guidò in parallelo sia le suore sia la parrocchia, con mitezza e generosità. Morì a causa di una peritonite fulminante il 7 novembre 1917, presso la parrocchia di Vicobellignano, che aveva guidato per 34 anni. Beatificato dal Beato Paolo VI il 1° novembre 1975, è stato canonizzato da papa Francesco il 18 ottobre 2015 insieme ai coniugi Martin e a madre Maria dell’Immacolata Concezione (María Isabel Salvat Romero). I suoi resti mortali sono venerati dal 1947 nella cappella della Casa madre delle Figlie dell’Oratorio a Lodi, in via Paolo Gorini 27.

Etimologia: Vincenzo = vittorioso, dal latino

Martirologio Romano: Presso Cremona, beato Vincenzo Grossi, sacerdote, che, mentre attendeva al suo ufficio di parroco, fonḍ l’Istituto delle Figlie dell’Oratorio.


A fare problema, nel caso di don Vincenzo Grossi, è sempre stata l’assoluta normalità della vita e l’assenza dei segni distintivi della santità “classica”. Infatti, un prete al “processo” si augura, senza mezzi termini, che la di lui beatificazione venga ritardata, perché “il concetto che solitamente il nostro popolo ha della santità verrebbe un pochino sminuito”. E questo, ci tiene a precisare, “non perché si pensi che il Servo di Dio non sia ancora in Paradiso, ma perché nel concetto popolare si pensa che i santi che sono sugli altari abbiano fatto qualche cosa di più esplicitamente straordinario”.
Non così, per fortuna, ha pensato la Chiesa, che non solo ha beatificato, ma il 18 ottobre 2015 ha pure canonizzato il prete “straordinariamente ordinario”, che nasce a Pizzighettone (Cremona) il 9 marzo 1845, penultimo dei dieci figli di una famiglia proprietaria di un mulino e, per questo, rispetto ad altre agiata, ma comunque non al punto da permettersi di mantenere due figli in seminario. Così Vincenzo deve aspettare che il maggiore Giuseppe diventi prete e solo a 19 anni può iniziare il suo percorso, anche se non ha perso tempo e, tra un sacco di farina e l’altro, si è preparato insieme al suo parroco per l’esame di ginnasio, il che gli permette il 22 maggio 1869, cioè a 24 anni, di arrivare in tempo all’appuntamento dell’ordinazione.
Dopo i primi incarichi nelle parrocchiette limitrofe alla sua, nel 1873 è nominato parroco a Regona, frazione del suo paese, per cercare di rimediare ai danni compiuti (secondo la testuale definizione del vescovo) da un “disgraziato antecessore” che ha desertificato la parrocchia. Ci riesce presto e bene, trasformandola in un “conventino”, come dicono i confratelli un po’ invidiosi, dimenticando la preghiera e la penitenza che deve investire per ottenere un simile risultato. Perché don Vincenzo per tante ore al giorno è prigioniero del confessionale nel tentativo di “costruire” le coscienze, mentre almeno altrettante le passa in prolungato colloquio davanti al tabernacolo.
Dai giovani si lascia tranquillamente invadere la canonica e anche svuotare la dispensa, con grande disappunto della perpetua, che non riesce a capire che queste feste parrocchiali sono un modo per tenerli lontano da compagnie e divertimenti pericolosi. A preoccuparlo, però, è la gioventù femminile, per arrivare alla quale pensa di farsi aiutare dalle migliori ragazze che si sono affidate alla sua direzione spirituale. Prendono così forma le Figlie dell’Oratorio, che per letizia e “santa giovialità” devono ispirarsi a San Filippo Neri, per carisma devono essere a servizio della gioventù e lavorare in stretta collaborazione con i parroci, per abito devono avere un vestito semplice e senza velo per poter meglio avvicinare le ragazze. Chiede loro di abitare in case in mezzo alla gente e di lavorare per potersi mantenere economicamente e non gravare sulle casse della parrocchia.
Il sogno di questa nuova congregazione prosegue anche quando, nel 1883, il vescovo gli chiede il grosso sacrificio di lasciare Regona per andare a Vicobellignano, una parrocchia difficile con una forte presenza metodista. Qui deve adottare un nuovo stile pastorale, più “in uscita”, a cominciare da questi fratelli “separati”, dei quali dice: “I metodisti devono comprendere che amo anche loro”. Per questo cerca di essere per tutti “il bastone che sostiene e non la verga che ferisce”. E  si fa capire così bene da convincere il loro pastore a venire ad ascoltare le sue prediche, mentre le famiglie protestanti cominciano a mandare i loro figli alla scuola parrocchiale. “Lavorate, lavorate, perché in Paradiso si deve andare stanchi… là si vive di rendita”, raccomanda ai parrocchiani e alle sue Figlie, dando per primo l’esempio di un’attività senza sosta, di famiglia in famiglia, al confessionale, all’altare.
Il peso degli anni, un po’ di delusione nella risposta di alcuni parrocchiani, forse un momento di crisi che anche i santi attraversano lo portano a ipotizzare di lasciare la parrocchia per dedicarsi esclusivamente alle sue Figlie, ma il vescovo lo convince a rimandare questo passo perché la parrocchia ha ancora bisogno di lui. Muore il 6 novembre 1917 di peritonite fulminante e subito si accorgono che è morto un santo, fattosi tale, nella quotidianità più anonima, “semplicemente” facendo il parroco e, insieme, gettando l’occhio al di là del proprio orticello per venire in aiuto alle necessità della Chiesa. Come ancora stanno facendo le sue Figlie, oggi presenti anche in Argentina ed Ecuador.

Autore: Gianpiero Pettiti

 


 

Vincenzo Grossi nacque a Pizzighettone, in provincia di Cremona, il 9 marzo 1845 e fu subito battezzato nella chiesa parrocchiale di San Bassiano. Era il penultimo dei dieci figli (tre morirono in tenera età) di Baldassarre Grossi e Maddalena Cappellini, proprietari di un mulino. Da loro imparò la mitezza e la laboriosità, unite a un sincero amore per Dio.
Trascorse l’infanzia aiutando i genitori e iniziando a coltivare, nella preghiera, il desiderio di assomigliare a suo fratello Giuseppe, che frequentava il Seminario diocesano. Il 23 marzo 1854 ricevette la Cresima e, due anni dopo, la Prima Comunione.
Fu allora che manifestò al suo parroco, don Giuseppe Favenza, e ai genitori di aver capito di dover diventare sacerdote. Da parte dei familiari non ci fu opposizione, ma si limitarono a fargli presente che potevano ancora aver bisogno di lui; inoltre, avendo già l’altro figlio che studiava da prete, non potevano permettersi le spese per entrambi. Così, mentre lavorava col padre nella consegna dei sacchi di farina, il ragazzo si ritagliava del tempo per studiare privatamente, sotto la guida del parroco, le materie del ginnasio.
A diciannove anni, il 4 novembre 1864, Vincenzo fu ammesso nel Seminario di Cremona, dopo aver sostenuto gli esami del ginnasio. Nonostante la sospensione della frequenza del seminario a motivo della seconda guerra d’indipendenza e di una epidemia di colera, durante la quale la struttura fu adibita a ospedale, riportò sempre un lodevole profitto.
I suoi formatori capirono che faceva sul serio non solo in quell’ambiente, ma anche fuori: quando tornava a Pizzighettone, infatti, radunava attorno a sé i bambini e i ragazzi per istruirli e farli giocare. Nell’epoca della controversa “questione romana” non si tenne a distanza dal problema, ma, grazie agli incontri che il fratello don Giuseppe organizzava nella propria canonica, su questo e altri argomenti ecclesiali, maturò gli strumenti per giudicare correttamente la situazione e per crescere in un atteggiamento che lo avrebbe portato a privilegiare l’impronta pastorale nel suo ministero.
Nel febbraio 1869 ricevette gli Ordini minori e, il 22 maggio successivo, fu ordinato sacerdote dal vescovo di Brescia, monsignor Girolamo Verzieri, essendo vacante la sede di Cremona per la morte del vescovo, monsignor Giuseppe Antonio Novasconi. I suoi primi incarichi furono nelle parrocchie di San Rocco in Gera di Pizzighettone e a Sesto Cremonese, seguiti, nel 1871, da quello come economo spirituale (una scappatoia da parte del vescovo per nominare parroci senza indispettire le autorità civili) a Ca’ dei Soresini.
Il primo mandato effettivo come parroco fu dal 1873, a Regona, piccola frazione di Pizzighettone. La popolazione del luogo era da tempo lontana dalla pratica religiosa, ma don Vincenzo vi si dedicò con tanta cura che dopo pochi anni trasformò il piccolo borgo in un “conventino”, come appunto venne definito dai suoi confratelli. La passione per i giovani non l’aveva abbandonato: concedeva loro non solo di frequentare assiduamente la sua casa ma perfino di svuotargli la dispensa, con rammarico della perpetua, purché stessero lontani dai luoghi e dalle compagnie pericolosi.
Per le ragazze, in particolare, aveva una sincera preoccupazione. In significativa consonanza con l’operato svolto in quegli stessi anni, da alcuni laici della diocesi di Milano e con quello che san Giovanni Bosco andava compiendo a Torino, diede il nome di “oratorio” al piccolo locale che era riuscito a ricavare nella sua canonica, perché le sue giovani parrocchiane potessero svagarsi in tranquillità.
Si occupò anche dei restauri della chiesa parrocchiale, ma senza trascurare i compiti più strettamente inerenti al ministero: confessare, curare la liturgia, occuparsi della formazione dei fedeli. La sua fama di predicatore valicò i confini parrocchiali prima e diocesani poi, così da farlo chiamare a predicare nelle missioni popolari. A volte era da solo, altre in collaborazione con sacerdoti amici, come i lodigiani don Luigi e don Pietro Domenico Trabattoni (quest’ultimo è Venerabile dal 1977).
Tutto questo lavoro, già enorme, non appagava completamente don Vincenzo. Vivendo in continuo contatto con la popolazione delle campagne, si era reso conto che la gioventù cresceva in situazioni molto fragili e complicate. C’erano però delle brave ragazze, che gli avevano chiesto di far loro da direttore spirituale: una di loro, Vittoria Squintani, oltre ad essere un’apostola tra la gioventù della sua parrocchia, si era offerta vittima per la santificazione dei sacerdoti. Lui stesso, di fronte alla decadenza spirituale del clero del tempo, era consapevole di questa necessità: vide quindi in lei un prezioso strumento per comprendere più chiaramente la sua nuova missione.
Prese quindi a radunare alcune delle sue assistite e ad avviarle alla vita comune tra loro. La morte di Vittoria, a soli ventinove anni, sembrò vanificare quei primi passi, ma l’incontro con un’anima affine alla sua, Maria Caccialanza, lo spinse a continuare.
Nel 1883 don Vincenzo fu pronto a una nuova obbedienza: il vescovo, monsignor Geremia Bonomelli, lo destinava come parroco a Vicobellignano. La sua presenza era stata riconosciuta come la più provvidenziale, in quel territorio dove aveva preso piede il protestantesimo, nella sua declinazione metodista.
Da subito, mostrò gran carità e apertura anche verso quei fratelli: «I metodisti devono comprendere che amo anche loro», diceva spesso, raccogliendosi in preghiera. Gli effetti si notarono: lo stesso pastore venne più volte ad ascoltare le sue prediche quaresimali e le famiglie protestanti mandavano i loro figli alla scuola parrocchiale.
La nuova destinazione, che lo allontanava di molto da Regona, non fece desistere don Vincenzo dal progetto della nuova comunità femminile. Il nome scelto fu quello di “Figlie dell’Oratorio” non tanto per indicare il luogo privilegiato del loro operato, quanto per richiamarle a un modello spirituale ben preciso: la letizia spirituale o, come preferiva chiamarla, la “santa giovialità” di san Filippo Neri, fondatore della Congregazione dell’Oratorio. Non volle che portassero un abito definito, per avvicinare meglio le giovani, ma le desiderava religiose serie e convinte. Si occupava personalmente della loro formazione tenendo periodiche conferenze, esercizi spirituali annuali e inviando loro numerose lettere.
Le prime basi per il nascente Istituto furono poste nel 1885 a Pizzighettone. Come sorella maggiore di quel primo gruppo, nel 1895, fu scelta suor Maria Caccialanza, la quale però morì il 5 settembre 1900. A succederle fu Ledovina Scaglioni, la prima Madre generale.
L’approvazione diocesana, intanto, tardava ad arrivare. Monsignor Bonomelli, infatti, dopo alcune esperienze infelici verificatesi in diocesi, non era molto propenso all’apertura di nuove comunità religiose; per questo motivo, rimandò di qualche tempo l’analisi delle Costituzioni. Alla fine diede il suo assenso il 20 giugno 1901.
Nel frattempo le Figlie dell’Oratorio avevano aperto una casa a Maleo col benestare del vescovo di Lodi, Giovanni Battista Rota, e altre comunità nella Diocesi di Guastalla, ma per garantire la formazione scolastica di quelle tra loro che avrebbero dovuto dedicarsi all’insegnamento, fu scelta la città di Lodi, dove si decise di acquistare una casa in via Paolo Gorini: divenne quella la Casa madre.
Don Vincenzo si divideva tra la parrocchia e le suore e proseguì anche nei difficili anni del primo conflitto mondiale. Il peso degli anni e l’angoscia per non poter raccogliere nella parrocchia i frutti sperati di una semina abbondante lo spinsero a ipotizzare di potersi ritirare a Lodi, presso le sue Figlie. Il vescovo però lo dissuase, suggerendogli di attendere la fine della guerra.
Nel 1917, mentre si trovava a Lodi per sistemare alcune faccende urgenti per l’Istituto, si sentì male. Nonostante i dolori allo stomaco, indizi di una peritonite fulminante, volle tornare a Vicobellignano. Nei primi giorni di novembre le sue condizioni si aggravarono, tanto che le suore di Lodi accorsero per ricevere da lui un’ultima benedizione. Faticava a parlare, ma poté pronunciare solo pochissime parole: «La via è aperta: bisogna andare». Alle 21.45 del 7 novembre, don Vincenzo rese l’anima a Dio. Aveva 72 anni ed era parroco da 43.
Le Figlie dell’Oratorio ricevettero l’approvazione pontificia il 29 aprile 1926: attualmente sono diffuse, oltre che in Italia, in Argentina ed Ecuador. Nel frattempo, la fama di santità del loro Fondatore (o Direttore, come preferiva essere chiamato) non venne meno, tanto da domandare l’apertura della sua causa di beatificazione.
Nel 1947, in diocesi di Lodi, fu aperto il processo informativo sulle sue virtù eroiche, passato in fase romana il 2 aprile 1954. Col decreto promulgato il 6 maggio 1969, don Vincenzo venne dichiarato Venerabile. La sua beatificazione è stata celebrata a Roma dal Beato Paolo VI il 1° novembre dell’Anno Santo 1975.
Il secondo miracolo, necessario per la canonizzazione (il primo fu la guarigione di una religiosa), avvenne proprio pochi anni dopo quell’evento. Una neonata di Pizzighettone, affetta da anemia eritropoietina di tipo 2, non poté ricevere un trapianto di midollo in quanto nessun suo familiare risultò compatibile. Mentre la piccola era mantenuta in vita tramite trasfusioni e cure palliative, una Figlia dell’Oratorio invitò i familiari a pregare il suo Fondatore. Dopo un breve periodo, l’ammalata risultò completamente guarita. A seguito di un’accurata indagine da parte del Tribunale ecclesiastico di Cremona, il caso passò all’esame delle commissioni medica e teologica della Congregazione Vaticana per le Cause dei Santi.
Ricevendo in udienza privata il Prefetto della Congregazione, il cardinal Angelo Amato, papa Francesco ha firmato il 5 maggio 2015 il decreto con cui quella guarigione era definita miracolosa e avvenuta per intercessione del Beato. La sua canonizzazione, insieme a quella dei coniugi Martin e di madre Maria dell’Immacolata Concezione (María Isabel Salvat Romero) è stata celebrata a Roma il 18 ottobre 2015, nel corso della XIV Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi sul tema «La vocazione e la missione della famiglia nella Chiesa e nel mondo contemporaneo».
I resti mortali di san Vincenzo Grossi, già traslati nel 1944 dal cimitero di Vicobellignano a quello di Lodi, vennero collocati nel 1947 in un apposito sacello nella cappella della Casa madre delle Figlie dell’Oratorio, in via Paolo Gorini 27 a Lodi, dove tuttora riposano.

PREGHIERA A SAN VINCENZO GROSSI
Trinità santissima, che hai plasmato la vita evangelica di san Vincenzo Grossi e lo hai reso fedele servitore di Cristo e della Chiesa nel ministero sacerdotale, amorevole educatore dei giovani e saggio fondatore dell’Istituto Figlie dell’Oratorio, concedi, per sua intercessione, pace al mondo, concordia alle famiglie, conforto a chi soffre, prospettive di futuro per le nuove generazioni, fervore ai sacerdoti, spirito di comunione alle parrocchie e a tutti fede robusta, speranza certa e carità attiva, per procedere speditamente verso la pienezza della vocazione cristiana. Amen.
(Con l’approvazione del Vescovo di Lodi)


Autore:
Emilia Flocchini e suor Rita Bonfrate, FDO




Spunti bibliografici su San Vincenzo Grossi a cura di LibreriadelSanto.it

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Aggiunto il 2015-10-24

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