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Beato Luigi Stepinac Vescovo e martire

10 febbraio

Brezaric, Krasic, Croazia, 8 maggio 1898 - Krasic, Croazia, 10 febbraio 1960

Nasce l'8 maggio 1898 a Brezaric, nella parrocchia di Krasic presso una famiglia di contadini benestanti. Nel 1919 entra in seminario, e dal suo vescovo è mandato a Roma per gli studi teologici. Qui nel 1930 è ordinato sacerdote. Nel 1934 è consacrato suo vescovo coadiutore con diritto di successione. Pochi anni dopo, nel 1937, egli succede a monsignor. Bauer come arcivescovo di Zagabria. Durante la seconda guerra mondiale fu uno strenuo avversario del Nazi fascismo difendendo famiglie di ebrei e di zingari. Dopo il 1945 Stephinac diventerà uno dei più audaci difensori della libertà religiosa contro il regime di Tito. Il 19 ottobre 1946 è rinchiuso in carcere fino al 1951. Anno nel quale è confinato nel villaggio natio di Krasic dalla polizia locale. Il 12 gennaio del 1953 viene creato cardinale da Pio XII. Il 10 febbraio 1960 muore a causa di una malattia, contratta in carcere. E' beatificato il 3 ottobre 1998 da Giovanni Paolo II.

Martirologio Romano: Nella cittadina di Krašić vicino a Zagabria in Croazia, beato Luigi Stepinac, vescovo di Zagabria, che con coraggio si oppose a dottrine che negavano tanto la fede quanto la dignità umana, finché, messo a lungo in carcere per la sua fedeltà alla Chiesa, colpito dalla malattia e consunto dalle privazioni, portò a termine il suo insigne episcopato.


Il 3 ottobre 1998 san Giovanni Paolo II si recò in pellegrinaggio al santuario di Marija Bistrica in Croazia, e proprio lì volle leggere il decreto in cui proclamava beato e martire il cardinal Stepinac (1898-1960), volto luminoso della storia recente della nazione, una storia dalle tonalità vermiglie che anche il Papa polacco aveva per certi versi conosciuto da vicino. La scelta del santuario di Marija Bistrica non fu casuale perché esso è simbolo di una pagina importantissima della storia croata. E poi, proprio da lì ebbe inizio la vicenda spirituale, assai travagliata, di configurazione a Cristo del giovane vescovo Stepinac, figura che oggi torna quanto mai attuale quale mirabile modello di vero pastore e guida nella tempesta delle persecuzioni e delle calunnie.
Qui vogliamo ricordarlo per il suo intensissimo amore alla Madonna ma, giusto per dare una cornice storica, diciamo che già nel 1945, con l’arrivo di Tito e dei comunisti, il giovanissimo e coraggioso arcivescovo si era guadagnato le loro attenzioni e il 17 maggio dello stesso anno venne ordinato il primo arresto. L’obiettivo di Tito infatti era quello di creare una chiesa nazionale da sostituire a quella vera.
L’incontro tra Stepinac e Tito, il 4 giugno 1945, fu “epico e fatale”: il rifiuto categorico da parte del nostro eroe a collaborare alla fondazione di una “falsa chiesa” scatenò la persecuzione violenta e feroce nei confronti dei vescovi e sacerdoti. Il sangue iniziò a scorrere, sotto gli occhi del giovane arcivescovo di Zagabria il quale, benché considerato da Tito il “pericolo numero 1”, era troppo stimato da tutto il popolo per poterlo eliminare in modo violento. Si tentò anche di raccogliere firme per legittimare una sua condanna a morte, ma lui, quando lo seppe, rispose quasi giulivo: «Se ciò accadrà, riferisci al Santo Padre che volentieri offro la mia vita per la Chiesa Cattolica».
Forse il beato Stepinac sarà ricordato come uno dei cardinali più diffamati della storia ed anche adesso, post mortem, c’è chi cerca di macchiarne l’immagine, pur di non mostrarlo come un “eroe della fede”. Ma l’eroicità del nostro Beato rifulge senza che possa essere oscurata nella memoria dei cattolici e soprattutto davanti agli occhi di Dio.
Dopo un falso processo e la condanna, mentre si trovava al confino a Krasic, il 12 gennaio 1953 venne elevato alla porpora da papa Pacelli, il quale a chi gli chiedeva di Stepinac rispondeva: «È un santo»! Potrebbe dirsi una “canonizzazione in vita”, e proferita da un altro “papa santo” (altrettanto diffamato) qual era Pio XII.
Il beato Stepinac, durante la detenzione, scrisse più di 700 lettere (contando solo quelle reperite), prima che il martirio segnasse la sua perfetta identificazione con il Martire divino. Fu avvelenato di nascosto e lentamente. Ma anche questo dettaglio venne tenuto nascosto, pur non mancandone le prove. L’obiettivo delle sue lettere era quello di sostenere, fortificare e incoraggiare i suoi sacerdoti perseguitati, nascosti, maltrattati e minacciati di continuo. In questo carteggio clandestino, il Beato fu in grado di trasmettere ai suoi “figli” un grande amore alla Madonna, spingendoli a ricorrere a Lei, a consacrarsi a Lei. Egli stesso, infatti, nacque e crebbe con il “latte del Rosario” recitato dalla madre terrena e visse la sua infanzia e la sua gioventù sempre con la corona in mano; attraversò l’oceano del marxismo rosso, recitando il santo Rosario senza interruzione. Infine, morì chiedendo a chi si trovava al suo capezzale di recitare con lui l’ultima corona, sempre invocando l’intercessione di Colei che è Madre e Aiuto dei cristiani. Anche oggi, le sue esortazioni a ricorrere alla Madonna del Rosario ci sembrano di grande incoraggiamento e vibrante attualità: «Spronate le anime alla devozione verso la Madre di Dio. Oh, se il Rosario si recitasse assiduamente e con devozione in tutte le famiglie croate come comune preghiera di ogni giorno, cesserebbero presto tutte le tribolazioni che tormentano oggi molte famiglie. Non esiste una via più rapida verso Gesù, verso Dio, che quella attraverso Maria... Pregate, dunque, spesso secondo tale intenzione, che cioè il Rosario penetri in ogni famiglia croata, come preghiera di famiglia, e avrete modo di vedere i miracoli che tale preghiera compie nel mondo...».
Uno degli episodi più significativi relativi al suo tenace e fiducioso attaccamento alla Madonna lo rinveniamo nel suo periodo di prigionia. Si racconta che una volta durante la sua “ora d’aria” – in cui era solito passeggiare, sempre attentamente controllato –, mentre percorreva avanti e indietro gli stretti spazi del cortile a lui accessibili, tra i lati estremi del suo percorso ebbe luogo una sparatoria. I proiettili lo sfioravano alla rinfusa, ma lui, consapevole di fare in quel momento la volontà di Dio e di dover finire la sua corona del Rosario, non si scompose affatto, continuando imperturbabile passo dopo passo, grano dopo grano, le sue Ave Maria, fino alla fine del tempo concesso. Calmo e sereno, come sempre, tornò in prigione e quando gli chiesero perché non si fosse messo al sicuro, rispose con la massima tranquillità che lui stava «facendo l’obbedienza». Ecco il vero ritratto del coraggioso cardinal Stepinac! Un uomo dalla fede incrollabile, abbandonato interamente alla provvidente azione di Dio fino al dettaglio, nella sua vita e nella vita della sua patria.
Vogliamo ricordare e rendere omaggio a questo Pastore di eroica fortezza, vissuto in un contesto di persecuzione e morte che non è da noi poi così lontano. Con la corona del Rosario in mano, egli ci ricorda ancora oggi dal Cielo che solo la coerenza e la rettitudine difendono e rinnovano la Chiesa. Degna di attenzione è sicuramente anche la sua meravigliosa profezia mariana. Disse a un amico: «Credo che la Russia si convertirà e che la statua della Madre di Dio sarà eretta sul Cremlino». Una volta, nel 1959, una statua della Madonna di Fatima riuscì persino a penetrare segretamente nel suo “domicilio vigilato”, senza essere notata da nessuno: «[...] era una statua abbastanza grande della Madonna di Fatima. Il Cardinale la benedisse e la incoronò, usando i paramenti pontificali, lì in canonica. Poi la mandò a ricevere venerazione nella cattedrale di Zagabria e poi a Bijeljina. L’incarico di questa incoronazione e benedizione gli era giunto ancora da Pio XII, e quindi fu fatta a nome del Papa, sotto il naso degli agenti della polizia segreta».
Ora la Madonna del Rosario ha incoronato in Cielo il suo cardinale perseguitato, facendo di lui un grande esempio per i vescovi e i cardinali di tutti i tempi: attraverso questo grande eroe li chiama al combattimento spirituale come veri testimoni, anche fino alla morte, se necessario, sull’esempio del Martire divino che ha dato la vita sul Calvario, accanto a Lei.
Stepinac passerà alla storia come il cardinale che «ha attraversato e fatto attraversare l’oceano del marxismo rosso» ed anche in Cielo lo vedremo coronato di porpora: la porpora del suo cardinalato vissuto eroicamente, la porpora del martirio di sangue, la porpora di quelle rose vermiglie che la Madonna gli avrà posto sul capo ad ogni Ave Maria da lui recitata.

Autore: Suor Ostia del Cuore Immacolato

Fonte: www.settimanaleppio.it

 


 

La Chiesa compie la missione affidatale dal Divin Maestro, di essere strumento di santità attraverso le vie dell’evangelizzazione, dei sacramenti e della pratica della carità. Tale missione riceve un notevole contributo di contenuti e di stimoli spirituali anche dalla proclamazione dei beati e santi, perché essi mostrano che la santità è accessibile alle moltitudini, che la santità è imitabile.
Con la loro concretezza personale e storica fanno sperimentare che il Vangelo e la vita nuova in Cristo non sono un’utopia o un sistema di valori, ma sono ‘lievito’ e ‘sale’ capaci di far vivere la fede cristiana all’interno e dall’interno delle diverse culture, aree geografiche ed epoche storiche.
E in questa ottica, si inserisce la fulgida e sofferta testimonianza della fede del cardinale Alojzije Viktor Stepinac a Zagabria, vittima del comunismo ateo del dopoguerra nei Balcani.
Egli nacque a Brezaric, nella parrocchia di Krasic (diocesi di Zagabria) l’8 maggio 1898; dopo gli studi elementari nel natio paese, proseguì quelli liceali nel seminario arcivescovile di Zagabria, capoluogo della Croazia, che a quel tempo faceva parte dell’Impero Austro-Ungarico; ottenuta la maturità nel 1916, venne poi arruolato nell’esercito austriaco e come ufficiale fu inviato sul fronte italiano, essendo in corso la Prima Guerra Mondiale.
Fu fatto prigioniero dagli italiani nel luglio 1918, fu rilasciato nel dicembre successivo a fine guerra; fu in seguito volontario nella Legione Jugoslava e inviato a Salonicco, rientrando in Croazia nella primavera del 1919, nel frattempo aveva rinunziato all’idea di farsi sacerdote.
Infatti nell’autunno del 1919, prese a frequentare la Facoltà di Agronomia nell’Università di Zagabria, ma nel 1924 a 26 anni, gli ritornò la vocazione sacerdotale, quindi si recò a Roma per studiare nel Collegio Germanico-Ungarico e all’Università Gregoriana, conseguendo le lauree in filosofia nel 1927 e teologia nel 1931.
Fu ordinato sacerdote il 26 ottobre 1930, celebrando la sua prima Messa nella basilica di S. Maria Maggiore. Nel 1931 lasciò Roma per ritornare in Croazia, dove nel frattempo si era instaurata, sin dal gennaio 1929, la dittatura del re Alessandro di Serbia; la situazione era difficilissima, perché i Serbi facevano di tutto per estirpare la religione cattolica a favore di quella ortodossa, che era la loro religione di Stato, in mancanza di concordati con il Vaticano, i cattolici erano considerati cittadini di second’ordine, mentre agli ortodossi erano concessi tutti i privilegi.
Padre Stepinac ebbe incarichi nella Curia, primo presidente della ‘Caritas’ diocesana, istituita per suo consiglio nel novembre 1931, dall’arcivescovo Bauer. Il 29 maggio 1934 papa Pio XI lo nominò a soli 36 anni, vescovo coadiutore con diritto di successione dell’arcivescovo di Zagabria e il 7 dicembre 1937, morto l’arcivescovo Bauer, diventò titolare della diocesi e dopo un po’, presidente della Conferenza Episcopale Jugoslava.
Nel 1941 la Croazia divenne uno Stato indipendente con l’aiuto del nazifascismo, sotto il regime di Ante Pavelic, il quale seguendo l’esempio di Hitler e Mussolini, prese a perseguitare le minoranze (ebrei, zingari, dissidenti, serbi).
I serbi si trovarono in posizione opposta di prima del regime, nei confronti dei croati e quindi dei cattolici; l’arcivescovo Alojzije Stepinac prese subito le difese dei perseguitati, proibendo ogni processo contro gli ortodossi, vietando che venissero ribattezzati nel casi di passaggio al cattolicesimo; intervenne con lettera presso Pavelic, per scongiurare che non venissero uccisi serbi che non avessero una provata colpa di delitto; chiedendo il 20 novembre 1941 il “rispetto totale della persona, senza distinzione di età, sesso, religione, nazionalità e razza”.
Questa sua strenua difesa, specie per gli ebrei ed i zingari, lo portò a predicare pubblicamente i suoi pensieri, al punto che il rappresentante tedesco a Zagabria commentò: “Se un vescovo pronunciasse in Germania tali discorsi, non scenderebbe vivo dal pulpito”; Pavelic inviò un inviato speciale al Vaticano per ottenerne la destituzione.
Al termine della Seconda Guerra Mondiale, ci fu un nuovo ribaltamento politico, infatti l’8 maggio 1945 entrarono a Zagabria i partigiani comunisti di Tito (Josip Broz - 1892-1984), i quali cominciarono una lotta sistematica contro le attività religiose; fu istituita l’OZNA polizia segreta comunista, che arrestò, fece processare e condannare a morte migliaia di cittadini, colpevoli di non simpatizzare con il nuovo regime ateo.
Per questo molti sacerdoti cattolici e alcuni vescovi, furono imprigionati e il 17 maggio 1945, toccò anche all’arcivescovo di Zagabria Stepinac, che però fu liberato il successivo 3 giugno per l’intervento di Tito, il quale aveva uno scopo, chiese al presule di staccarsi da Roma e di creare una Chiesa nazionale croata.
La risposta dell’arcivescovo fu dura e ferma, quindi ripresero le persecuzioni contro la Chiesa Cattolica: furono uccisi i vescovi di Dubrovnik e Krizcevi; condannato a 12 anni di carcere quello di Mostar, arrestati quelli di Krk e Spalato; espulso da Zagabria l’inviato speciale del Vaticano; condannati a morte senza processo 369 sacerdoti; confiscati i beni della Chiesa.
L’arcivescovo Stepinac il 22 settembre 1945 fece pubblicare una lettera collettiva dell’episcopato croato, che denunciava le ingiustizie subite dalla Chiesa, auspicando nel contempo un Concordato tra Stato e Chiesa. Il regime comunista reagì furiosamente, Stepinac fu arrestato il 18 settembre 1946 e subì un processo-farsa messo su con false testimonianze e calunnie, svoltosi a Zagabria fra il 30 settembre ed il 10 ottobre.
L’11 ottobre l’arcivescovo venne condannato a sedici anni di lavori forzati ed alla perdita dei diritti civili, anche per cinque anni dopo la fine della condanna; la sua colpa agli occhi del regime, in realtà fu il rifiuto di organizzare una Chiesa nazionale.
Il 19 ottobre 1946 fu rinchiuso nel carcere di Lepoglava in completo isolamento, fino al 5 dicembre 1951; gli era consentito solo la celebrazione della Messa e la lettura di libri religiosi; poi alla fine del 1951 venne confinato nel villaggio natio di Krasic, sorvegliato dalla polizia, ospitato nella parrocchia, senza esercitare il ministero episcopale.
Il 12 gennaio 1953 papa Pio XII lo creò cardinale, deplorando pubblicamente il regime che gli impediva di recarsi a Roma per la cerimonia, pena il non ritorno in Patria. A seguito di ciò il governo di Tito, ruppe ogni rapporto con la S. Sede, instaurando di fatto anche in Jugoslavia, quella che venne definita “Chiesa del silenzio” dei Paesi comunisti.
Nel 1956 gli venne fatta conoscere la lettera apostolica, con la quale papa Pacelli lodava la fede eroica dei cardinali Mindszenty in Ungheria, Wyszynski in Polonia, Stepinac in Jugoslavia, vittime della persecuzione comunista atea, esortandoli a perseverare nella loro testimonianza.
L’arcivescovo disse al parroco che l’ospitava: ”Se il papa chiede il martirio e rifiuta ogni trattativa col comunismo, allora tutto mi è chiaro”. Intanto già dal 1953 la malattia contratta nel carcere di Lepoglava, esplose in tutta la sua virulenza, con diversi disturbi, sopportati coraggiosamente e pazientemente: trombosi alle gambe, catarro bronchiale, polycitemia rubra vera, infiammazioni, forti dolori causati da un grosso calcolo alla vescica.
Lo stato generale si aggravò e inaspettatamente egli morì il 10 febbraio 1960, pregando per i suoi persecutori; dopo la sua morte, la polizia ordinò che tutti i suoi organi venissero distrutti dopo l’autopsia, per evitare ogni forma di culto.
Con un permesso speciale del governo, il 13 febbraio 1960, vennero solennemente celebrati i suoi funerali, nella cattedrale di Zagabria, presente l’intero episcopato jugoslavo e il clero e da allora iniziò un pellegrinaggio ininterrotto alla sua tomba nella cattedrale, numerose grazie sono attribuite alla sua intercessione.
Il processo per la sua beatificazione fu iniziato a Roma il 9 ottobre 1981, conclusasi con la solenne beatificazione celebrata da papa Giovanni Paolo II il 3 ottobre 1998, nel santuario di Marija Bistrica (Zagabria).


Autore:
Antonio Borrelli

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Aggiunto/modificato il 2022-01-23

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