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Santa Maria di Gesù Crocifisso (Mariam Baouardy) Carmelitana

26 agosto

Abellin, Israele, 5 gennaio 1846 - Betlemme, 26 agosto 1878

Mariam Baouardy nacque ad Abellin in Israele il 5 gennaio 1846, da genitori molto poveri ma altrettanto onesti e pii cristiani greco-cattolici. Rimasta orfana di entrambi i genitori a soli tre anni di età insieme al fratello Paolo, venne affidata ad uno zio paterno, che alcuni anni dopo si trasferì ad Alessandria d’Egitto. Non ricevette alcuna istruzione scolastica, rimanendo analfabeta. A tredici anni, per il desiderio di appartenere solo a Dio, rifiutò con fortezza il matrimonio che, secondo le consuetudini orientali, le aveva preparato lo zio. Seguirono alcuni anni durante i quali lavorò come domestica ad Alessandria, Gerusalemme, Beirut e Marsiglia. Qui, all’inizio della Quaresima del 1865, entrò dalle Suore della Compassione, ma ammalatasi dovette lasciare dopo due mesi. Fu poi accolta tra le Suore di San Giuseppe dell’Apparizione, ma dopo due anni di postulandato ne fu dimessa, essendo stata giudicata più adatta per la vita claustrale. Fu così che il 14 giugno 1867 arrivò al Carmelo di Pau, prendendo poi il nome di suor Maria di Gesù Crocifisso. Il 21 agosto 1870, ancora novizia, partì per l’India per la fondazione di un Carmelo a Mangalore. Il 21 novembre 1871 fece la sua professione religiosa. Un anno dopo fu rimandata a Pau, da dove partì con altre religiose nell’agosto 1875 per Betlemme, per la fondazione del primo Carmelo in terra di Palestina. Morì il 26 agosto 1878 a Betlemme a causa di una cancrena contratta in seguito ad una frattura prodotta da una caduta. Beatificata da san Giovanni Paolo II il 13 novembre 1983, è stata canonizzata da papa Francesco a Roma il 17 maggio 2015. Nel calendario della Chiesa universale è ricordata il 26 agosto, mentre in quello dell’Ordine Carmelitano la sua memoria liturgica cade il 25 agosto. La sua tomba, meta di pellegrinaggio da parte di cristiani e musulmani, si trova nella chiesa del Carmelo di Betlemme.

Martirologio Romano: Nella città di Betlemme in Terra Santa, beata Maria di Gesù Crocifisso (Maria) Baouardy, vergine dell’Ordine delle Carmelitane Scalze, che, ricca di mistici doni, unì la vita contemplativa a una straordinaria carità.


Un villaggio arabo di Terra Santa, una coppia di sposi poveri ma pieni di fede, e un pellegrinaggio a Betlemme: è il contesto in cui sboccia il "fiore di Galilea", suor Maria di Gesù Crocifisso, al secolo Mariam Baouardy, che il Papa ha canonizzato il 17 maggio 2015 insieme ad altre tre Beate.
La vita straordinaria di questa carmelitana, nata nel 1846 ad Abellin, non lontano da Nazareth (allora nella Siria dominata dagli Ottomani) è strettamente legata alla Vergine, alla quale fu consacrata. I genitori infatti, che prima di lei avevano perso uno dopo l’altro 12 figli, fecero un voto e un pellegrinaggio a piedi alla grotta della Natività per chiedere il dono di una figlia; per questo, in ringraziamento, offrirono alla Madre di Dio l’equivalente in cera del peso della bambina.
Fin dall’infanzia, Mariam manifestò doni di grazia particolari, ma soffrì pure prove e tribolazioni di ogni genere; rimasta orfana a tre anni, andò poi a lavorare come domestica, preferendo le famiglie più povere, per le quali chiese persino l’elemosina; fu sospettata di furto, finì in prigione. A 17 anni ebbe la prima estasi.
L’ingresso al Carmelo, a Pau in Francia, all’età di 21 anni, fu preceduto dagli anni vissuti come figlia di S. Giuseppe, (“prima di divenire figlia di Santa Teresa”, le aveva rivelato la Madonna): per 2 anni fu postulante tra le suore di San Giuseppe dell’Apparizione, a Marsiglia. La promessa di verginità, la fece all’età di 13 anni, quando proposta in sposa a un egiziano, si tagliò i capelli in segno di consacrazione, scatenando la furia dello zio, che per questo la umiliò e la trattò come una serva. Di lì a poco, Mariam arrivò alle soglie della morte: in risposta ad un turco che voleva convincerla a convertirsi all’islam, si proclamò figlia della chiesa cattolica.
Per questo il servo musulmano le tagliò la gola. Furono “le nozze di sangue”, l’8 settembre 1859. In seguito racconterà di essersi trovata in cielo; a restituirle la vita “un’infermiera vestita di azzurro” che la curò con delicatezza straordinaria, e dalla quale ebbe rivelazioni sulla sua vita; dichiarò anni dopo, che si trattava della Vergine. A prova dell’accaduto le rimase sempre la voce rauca, una cicatrice di 10 centimetri sul collo, e fu accertato che le mancavano persino alcuni anelli della trachea. Come constatò un celebre medico di Marsiglia, sebbene ateo, “doveva esserci un Dio, perché non avrebbe potuto sopravvivere in quelle condizioni, senza un miracolo”.
Nella sua vita intensa e tormentata, ha viaggiato dai sentieri della Galilea ad Alessandria, a Beirut, alla Francia, fino a Mangalore in India, dove fu la prima carmelitana a fare la professione, all’età di 24 anni, nel 1871. Tornò poi a Pau, a pochi chilometri da Lourdes; di lì nel 1875 partì per la sua Terra Santa.
Per l’aspetto di fanciulla le consorelle la chiamavano “la piccola araba”, lei però si definiva “piccolo nulla”. Fu proprio lei - che parlava a stento il francese, e non capiva certo di architettura - a descrivere il progetto e dirigere i lavori per la costruzione del monastero che doveva sorgere a Betlemme: come una torre, nel luogo indicatole in visione dal Signore, su una collina, prospiciente la Natività. Fece profezie, ebbe persino una rivelazione sul luogo in cui “il Signore spezzò il pane”, Emmaus Nikopolis, a circa 30 km da Gerusalemme, in seguito alla quale furono effettuati gli scavi e trovati resti importantissimi.
Malgrado le molte grazie ricevute, mantenne sempre l’obbedienza ai superiori, “obbedienza fino al miracolo”, fin dopo la morte: fu questa la prova che tutto veniva da Dio. Nella sua semplicità, chiamava le stimmate e le manifestazioni della Passione, che viveva nel suo corpo, “la mia malattia”, e chiese alla sua cara suor Veronica di starle lontano, perché non ne fosse contagiata. Talora invece, svegliandosi dalle estasi si scusava per la sua “pigrizia”.
Ma la passione che viveva, fu compresa meglio dopo la sua morte, avvenuta il 26 agosto del 1878, per una cancrena causata da una caduta, avvenuta portando l’acqua agli operai. Si spense tra dolori indicibili nel monastero in costruzione sulla collina del re Davide. Quando venne estratto il cuore, fu rilevata la cicatrice di un ferita profonda e non recente. Il suo cuore fu “transverberato” come quello di altri santi, tra cui la sua madre S. Teresa d’Avila.
La vita di Mariam ha coinciso con il pontificato di Pio IX che chiamava “mio padre”. E fu perfetta coetanea di Bernadette Soubirous. Con la santa francese, oltre al fatto di essere illetterata, condivide la grandissima umiltà, che ha lasciato a bocca aperta intellettuali e sapienti. Il suo biografo Amedeo Brunot si disse “impressionato dal fascino esercitato da questa misteriosa araba su tanti intellettuali cattolici: Maurice Barrès, Léon Bloy, Francis James, Julien Green, Jacques Maritain, Louis Massignon, René Schwob... Non può essere segno di un messaggio universale? Dai suoi gesti, dalle sue parole, dalla sua persona si diffonde un forte profumo biblico... “
Straordinari i pensieri della piccola carmelitana sull’umiltà:  “Domando all’Altissimo: Dove abiti? Egli mi risponde: cerco ogni giorno una nuova dimora… Sono felice in un anima bassa, in un presepio. Domando sempre a Gesù dove abita – In una grotta; lo sai come ho schiacciato il nemico? Nascendo così basso…”. E ancora: “Oggi la santità non è la preghiera, né le visioni o le rivelazioni, né la scienza di parlar bene, né i cilici; né le penitenze; è l’umiltà”. “Nell’inferno –disse la religiosa- si trovano tutte le specie di virtù, ma non l’umiltà; in Paradiso si trovano tutte le specie di difetti, ma non l’orgoglio”. 
Significativo il fatto che proprio Mariam, così piena di grazie straordinarie, metteva in guardia dalle cercare rivelazioni e cose sorprendenti. “Non andate a vedere e consultare qui e là lo straordinario, altrimenti “la vostra fede s’indebolirà”, raccomandava da parte del Signore. “Se vi si dice: la Madonna appare qui o là; vi è un’anima straordinaria in tal luogo, non vi andate… Il Signore vi dice: Sii fedele alla fede, alla Chiesa, al Vangelo. Se sarete fedele alla Chiesa, al Vangelo, Egli sarà sempre con voi e non vi lascerà mai.”
Figlia della sua terra, cantò nello stile orientale – e con le immagini semplici, che conosciamo dalle parabole e dai salmi -  la bellezza del creato, l’amore del Creatore e la fragilità dell’essere creatura. “Considerate le api; esse svolazzano di fiore in fiore, entrano poi nell'alveare per comporre il miele. Imitatele; cogliete dovunque il succo dell'umiltà. Il miele è dolce; l'umiltà ha il gusto di Dio; fa gustare Dio”.
E’ per l’umiltà di “questa piccola illetterata” che l’intellettuale ebreo, convertito al cristianesimo, René Schwob espresse l’auspicio che ella “possa diventare la patrona degli intellettuali, una volta avvenuta la canonizzazione. Essa è l'ideale che li può liberare dall'orgoglio.”
Di famiglia maronita, battezzata ed educata nella chiesa greco-cattolica, carmelitana, Mariam porta in dote alla chiesa universale la ricchezza dell’Oriente cristiano e una particolare devozione allo Spirito Santo. “Il mondo e le comunità religiose – disse - trascurano la vera devozione al Paraclito. Per questo vi è l'errore, la disunione, e non vi è la pace. Non si chiama abbastanza la luce come deve essere chiamata. Anche nei seminari è trascurata. Chi invocherà lo Spirito Santo, non morrà nell'errore”. E al Papa scrisse: “Mi è stato detto che, nell'universo intero, bisogna stabilire che ogni sacerdote dica una messa dello Spirito Santo tutti i mesi. Coloro che vi assisteranno avranno una grazia e una luce particolarissima”. Venti anni dopo, Leone XIII con l’enciclica “Divinum illud munus” prescrisse la novena allo Spirito Santo in preparazione alla Pentecoste.
Bellissime le invocazioni di Mariam allo Spirito Santo: “Sorgente di pace, di luce vieni ad illuminarmi; ho fame vieni a nutrirmi; ho sete, vieni a dissetarmi; sono cieca, vieni a illuminarmi; sono povera vieni ad arricchirmi; sono ignorante vieni ad istruirmi. Spirito Santo mi abbandono a te”.

Fonte: Zenit

 


 

Mariam Baouardy nacque ad Abellin in Galilea, tra Nazareth e Haifa (nell’odierno Stato d’Israele), il 5 gennaio 1846, da una famiglia araba ma cattolica, di rito greco-melchita. I genitori Giorgio Baouardy (lavoratore della polvere da sparo) e Mariam Chahyn, erano ferventi credenti ma infelici, perché avevano perso ben dodici figli, morti in tenerissima età. Un giorno intrapresero un pellegrinaggio di 170 km a piedi, diretti a Betlemme per pregare sulla culla di Gesù Bambino, chiedendo alla Santa Vergine il dono di una figlia, che avrebbero chiamata Mirjam in suo onore.
Il loro desiderio fu esaudito e nove mesi dopo nacque la bimba, che fu battezzata e cresimata nello stesso giorno, secondo il rito orientale; un anno dopo nacque anche un maschietto, Baulos (Paolo). Ma la felicità dopo tante angosce, fu di breve durata, quando Mirjam o Mariam non aveva ancora tre anni, morì il padre e dopo pochi giorni anche la mamma per il dolore.
I due orfani furono adottati da alcuni parenti: Mariam da uno zio paterno e Baulos da una zia materna residente in un vicino villaggio. Nel 1854 quando Mariam aveva otto anni, lo zio si trasferì ad Alessandria d’Egitto portandola con sé, così i due fratellini non si rividero più.
La bambina trascorse l’infanzia con tranquillità, ma fece la Prima Comunione un paio d’anni prima del tempo fissato perché, dietro le sue insistenze, il prete distrattamente disse di sì.
Non ebbe un’istruzione (soltanto molto più tardi imparò a leggere e scrivere stentatamente); cresceva nella sua semplicità e umiltà come un angelo. In un momento di sconforto per la morte di due uccellini che accudiva, avvertì dentro di sé una voce: «Vedi, tutto passa! Ma se tu vuoi dare a me il tuo cuore, io resterò con te per sempre».
Verso i dodici anni fu fidanzata a sua insaputa, secondo l’uso orientale, ad un cognato dello zio e quando aveva 13 anni le dissero che era arrivato il momento del matrimonio; giunse il fidanzato portando ricchi gioielli e la sua famiglia adottiva le preparò vesti ricamate e sontuose.
Ma Mariam non voleva affatto sposarsi e lo comunicò agli zii, i quali, pensando ad un capriccio di adolescente, coinvolsero il prete e il vescovo della comunità, affinché la convincessero ad ubbidire a loro, ma tutto fu inutile. Quando il giovane, proveniente dal Cairo, si presentò per la cerimonia, tutti aspettavano che Mariam uscisse dalla sua stanza in abiti nuziali: invece lei si presentò con i lunghi capelli recisi, deposti in un vassoio. Questo gesto l’espose all’ira degli zii, i quali la relegarono in cucina tra le schiave di casa, soggetta alle loro prepotenze.
Dopo tre mesi la ragazza si ricordò del fratello Baulos rimasto in Palestina e tentò di mettersi in contatto con lui. Si fece scrivere una lettera di nascosto e una sera, l’8 settembre, si recò a portarla ad un servo arabo musulmano, conosciuto in casa degli zii e che sapeva in procinto di partire per Nazareth.
Ma a casa di quest’uomo ci fu una sgradita sorpresa. La famiglia inizialmente l’accolse con gentilezze e ascoltò le sue peripezie familiari, poi l’uomo nell’ascoltarla si incolleriva sempre più, finché non esortò Mariam a lasciare il cristianesimo e convertirsi all’Islam.
La ragazza oppose un fiero rifiuto: «Musulmana io? Mai! Sono figlia della Chiesa Cattolica e spero di restare tale per tutta la vita». La risposta imbestialì l’uomo: le sferrò un violento calcio che la fece stramazzare a terra, poi la colpì alla gola con la scimitarra.
Creduta morta, Mariam fu avvolta in un lenzuolo e depositata in un’oscura stradina. Cosa accadde poi, lo rivelò molti anni dopo lei stessa. Come in un sogno, le sembrò di essere in Paradiso e di rivedere i suoi genitori, mentre una voce le diceva: «Il tuo libro non è ancora tutto scritto». Al risveglio, si era ritrovata in una grotta, assistita e curata da una giovane donna, che come una suora portava un velo azzurro. Dopo circa quattro settimane, la donna l’aveva lasciata presso la chiesa dei Francescani.
Per lei non poteva che essere la Vergine Maria, come raccontava mostrando la lunga cicatrice che le attraversava il collo. In effetti 16 anni dopo, un celebre medico non credente, che l’aveva visitata a Marsiglia, constatò che le mancavano alcuni anelli della trachea, esclamò: «Un Dio ci deve essere, perché nessuno al mondo, senza un miracolo, potrebbe vivere dopo una simile ferita».
Abbandonata ormai la famiglia adottiva, con l’aiuto di un francescano, Mariam a 13 anni si mise al servizio come domestica di famiglie non agiate, ad Alessandria, Beirut, Gerusalemme, dove sul Santo Sepolcro emise il voto di castità perpetua. Si spostava volontariamente presso famiglie sempre più bisognose, fino a prendersi cura di una famigliola malata e ridotta in miseria, per la quale si mise lei stessa a mendicare.
Nel 1863, la famiglia siriana Nadjar presso la quale serviva, si trasferì a Marsiglia in Francia, portando con sé la diciassettenne Mariam, analfabeta. Qui avvertì più chiaramente la chiamata di Dio ad una vita consacrata; non riuscì ad entrare fra le Figlie della Carità, a causa dell’intervento della sua padrona, che non voleva perderla.
Nel 1865, a 19 anni, fu ammessa fra le postulanti delle Suore di San Giuseppe dell’Apparizione. Non poteva offrire altro che il suo lavoro manuale, per le incombenze più pesanti, a cui non si sottraeva, anzi anticipava le altre consorelle, tranquillizzandole nel suo approssimativo francese; dava del “tu” a tutti.
Stava quasi sempre in lavanderia o cucina, ma in questi luoghi cominciò ad andare in estasi e aveva visioni. Il giovedì e venerdì le comparivano, sulle mani e sui piedi, stimmate sanguinanti. La prima volta fu il 29 marzo 1867: Mariam credeva che si trattasse di una malattia e, vergognandosene, nascondeva le ferite con cura. Credendo che potesse trattarsi di lebbra, visto che in Palestina aveva contattato dei lebbrosi, raccomandava alla Madre Superiora di stare lontana da lei, ma la Madre, che aveva compreso l’eccezionalità del fenomeno, la tranquillizzava.
Ma qualche mese dopo, sempre nel 1867, in assenza della Madre Generale, che la capiva e proteggeva, fu allontanata dall’Istituto, perché i suoi fenomeni turbavano troppo la comunità. Le venne quindi consigliato di entrare in un Istituto di vita contemplativa, più adatta per lei.
Il 14 giugno 1867 Mariam entrò nel Carmelo di Pau (Bassi Pirenei), presentata dalla sua vecchia maestra di noviziato, suor Veronica della Passione, che garantiva e dichiarò poi: «Quella piccola araba era obbediente fino al miracolo».
Il 27 luglio 1867 indossò l’abito carmelitano, prendendo il nome di Maria di Gesù Crocifisso; la sua condizione di analfabeta la relegava fra le converse. A lei, che voleva solo servire, andava bene così, ma fu deciso invece di ammetterla come corista. La obbligarono ad imparare a leggere e scrivere, purtroppo senza successo, per cui nel 1870 ritornò conversa.
Intanto continuavano le estasi. Lei se ne vergognava, convinta che non sapesse resistere al sonno. Non riusciva a completare una preghiera: come iniziava, dopo qualche strofa, diceva lei, si “addormentava”. Le stimmate sanguinavano nel giorno della Passione di Cristo, e si era aperta una piaga sul costato simile a quella di Gesù in croce.
A ventuno anni ne dimostrava dodici, tanto era minuta e come una bambina ne possedeva il candore, senza conoscere alcuna malizia.
Con le sue visioni, ebbe la facoltà di prevedere alcuni attentati contro il papa, il Beato Pio IX, come la distruzione della caserma pontificia “Serristori” di Borgo Vecchio, che saltò in aria il 23 ottobre 1869. Da allora la Santa Sede prese ad interessarsi di quella novizia in Francia.
Il 21 agosto 1870 fu inviata insieme ad altre carmelitane a fondare il primo Carmelo a Mangalore in India. Anche in terra di missione aveva quegli straordinari fenomeni che lei cercava di nascondere. Benché fosse impedita nel fisico prostrato, non mancava ai suoi doveri in cucina e nei lavori pesanti. Spesso sembrava che il demonio prendesse possesso di lei, alternando momenti nei quali disubbidiva esteriormente alla Regola a manifestazioni straordinarie di grazia. Le sembrava a volte di essere immersa in un lago circondato da serpenti, ma la Madonna le diceva: «Io sono tua Madre. Ti metto io in quest’acqua. Non ti muovere. Tu non mi vedrai, ma io veglierò su di te».
Con l’andare del tempo, la cosa impensierì sia la superiora che il vescovo, che l’accusarono di essere una visionaria, di ferirsi col coltello, di avere una troppa fervida immaginazione orientale e, forse, di essere un’indemoniata.
Alla fine nel settembre 1872 fu rimandata al Carmelo di Pau in Francia, riprendendo la semplice vita di conversa, fatta di tanto lavoro intervallato dagli episodi prodigiosi. Pur essendo illetterata, componeva bellissime poesie incantata dalla natura e inventava strane e dolci melodie per cantarle. Ecco un esempio, quasi un salmo di contemplazione:
«A chi assomiglio io, Signore?
Agli uccelletti implumi nel loro nido.
Se il padre e la madre non portano loro il cibo
muoiono di fame.
Così è l’anima mia,
senza di te, o Signore.
Non ha sostegno,
non può vivere […]».
Intanto i prodigi continuavano. Per sei giorni consecutivi fra luglio e agosto 1873 fu trovata in cima ad un gigantesco tiglio, poggiata sui debolissimi rami. Solo quando la superiora, a voce alta, le ordinava di scendere, lei leggera, quasi senza toccare i rami e le foglie, scendeva e si ridestava dall’estasi, raccontando che Gesù le tendeva le mani e la sollevava mentre saliva, ma in genere non ricordava nulla di tutto ciò. Le consorelle con premura non le dicevano niente, facendole trovare ai piedi dell’albero altri sandali, velo, cintura, perché gli altri le erano rimasti impigliati tra i rami.
Nello stesso 1872 confidò ai superiori che il Signore voleva un Carmelo a Betlemme in Terra Santa, assicurando che le grandi difficoltà sarebbero state superate. Papa Pio IX in persona autorizzò la fondazione e così nell’agosto del 1875, dopo un pellegrinaggio a Lourdes, suor Maria di Gesù Crocifisso, con altre otto carmelitane, salpò per il Medio Oriente.
Il 6 settembre era a Gerusalemme e l’11 giunse a Betlemme, dove fu costruito il primo monastero carmelitano a forma di torre sulla “collina di Davide”, secondo un progetto ideato da lei stessa, che diresse anche i lavori di costruzione: fu inaugurato il 24 settembre 1876 e il 21 novembre le suore poterono entrarvi.
Progettò anche la fondazione di un Carmelo a Nazareth, dove si recò nel 1878 a vedere il terreno adatto; si recò in pellegrinaggio anche ad Ain Karem, ad Emmaus, al Monte Carmelo e ad Abellin, senza perdere il contatto con la presenza di Dio un solo istante.
Fece arrivare in Terra Santa i Padri di Betharram, fondati da san Michele Garicoïts, per i quali si adoperò per l’approvazione delle Costituzioni. Umile e illetterata, seppe dare consigli e spiegazioni teologiche con chiarezza cristallina, frutto del dialogo continuo con lo Spirito Santo. Lo Spirito la faceva partecipe degli avvenimenti anche lontani, del mondo cattolico, dalle missioni in Asia all’attività apostolica del “suo” papa Pio IX, alla cui morte partecipò in estasi, il 7 febbraio 1878; sempre in estasi, partecipò all’elezione del successore, papa Leone XIII.
Continuò a vivere a Betlemme i suoi ultimi anni della sua breve esistenza, fra estasi, visioni, levitazioni, bilocazioni, stimmate, ma anche tormenti demoniaci, ossessioni del maligno. Sempre più attratta da Dio, pregava: «Non posso più vivere, o Dio, non posso più vivere. Chiamami a te!».
Il 22 agosto del 1878, mentre trasportava due secchi d’acqua per dare da bere ai muratori che lavoravano nel giardino del monastero, cadde inciampando su una cassetta di gerani fioriti e si ruppe un braccio in più parti. Mentre la soccorrevano mormorò: «È finita»; il giorno dopo s’era già sviluppata la cancrena. Alle cinque del mattino del 26 agosto, baciando per l’ultima volta il crocifisso, morì a soli 32 anni. Fu tumulata nello stesso convento carmelitano di Betlemme.
La buona fama di suor Maria di Gesù Crocifisso, definita “Kedise” (“Santa”) sia da cristiani che da musulmani, ha portato all’apertura del processo per la sua beatificazione. La fase informativa durò dal 1919 al 1922, mentre il 23 luglio 1924 giunse il decreto sugli scritti. La fase apostolica, successiva all’introduzione della causa il 18 maggio 1927, si svolse dal 1928 al 1929; la convalida di entrambe le fasi avvenne il 19 novembre 1930. La sua causa venne ripresa dopo la seconda guerra mondiale: il 27 novembre 1981 fu pubblicato il decreto che la dichiarava Venerabile.
A seguito dell’inchiesta diocesana su un probabile miracolo, il 9 luglio 1983 venne promulgato il decreto per la beatificazione, celebrata da san Giovanni Paolo II il 13 novembre 1983, durante l’Anno Santo della Redenzione. Un ulteriore miracolo, segno della sua continua intercessione, è stato approvato con decreto del 6 dicembre 2014.
Il 17 maggio 2015, in piazza San Pietro a Roma, papa Francesco ha ufficialmente posto alla venerazione di tutta la Chiesa cattolica questa “piccola araba” e altre tre Beate: la sua conterranea suor Maria Alfonsina Danil Ghattas, suor Giovanna Emilia De Villeneuve e madre Maria Cristina dell’Immacolata Concezione (Adelaide Brando).


Autore:
Antonio Borrelli ed Emilia Flocchini

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Aggiunto il 2015-06-05

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