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Servo di Dio Rosario Livatino Giudice,martire

Senza data

Canicattì, 3 ottobre 1952 – Agrigento, 21 settembre 1990

Nasce a Canicattì (Agrigento) il 3 ottobre 1952, primo e unico figlio di Vincenzo, avvocato, e di Rosalia Corbo. Negli anni del liceo studia intensamente, inoltre s’impegna nell’Azione Cattolica. Si laurea in giurisprudenza a Palermo nel 1975. A ventisei anni, nell’estate del 1978, fa il suo ingresso in Magistratura. Dopo il tirocinio presso il Tribunale di Caltanissetta, il 29 settembre 1979 entra alla Procura della Repubblica di Agrigento come Pubblico Ministero. Per la profonda conoscenza che ha del fenomeno mafioso e la capacità di ricreare trame, di stabilire importanti nessi all’interno della complessa macchina investigativa, gli vengono affidate delle inchieste molto delicate. E lui, infaticabile e determinato, firma sentenze su sentenze: è entrato ormai nel mirino di Cosa Nostra. Il 21 settembre 1990 mentre sta percorrendo, come fa tutti i giorni, la statale 640 per recarsi al lavoro presso il Tribunale di Agrigento viene raggiunto da un commando di quattro sicari e barbaramente trucidato. L’Italia scopre nel sacrificio del “giudice ragazzino” l’eroismo di un giovane servitore dello Stato che aveva vissuto tutta la propria vita alla luce del Vangelo. Di recente Mons. Carmelo Ferraro, vescovo di Agrigento, ha avviato la sua causa di beatificazione.



“Giudice ragazzino” lo definì il presidente Cossiga, e non voleva assolutamente essere  un complimento, tanto che poi dovette smentire di averlo detto riferendosi a lui; di “piccolo giudice” parlò invece una delle sue professoresse, ma si riferiva esclusivamente alla statura fisica, perché quella morale, per lei, era fuori discussione. Arriva da Canicattì, che per noi piemontesi equivale un po’ alla “fine del mondo” (italiano) o, perlomeno, ad un posto imprecisato e geograficamente confuso. Rosario Livatino vi nasce il 3 ottobre 1952, rivelandosi da subito eccezionale per intelligenza e applicazione negli studi, che gli consentono, a neppure 23 anni, di laurearsi con lode in giurisprudenza e subito dopo in scienze politiche. Entra in magistratura, il sogno della sua vita e come sostituto Procuratore al tribunale di Agrigento, si occupa delle più delicate indagini antimafia oltreché di criminalità comune, mettendo le mani nella “tangentopoli siciliana” e inevitabilmente approdando alla mafia agrigentina. Presta poi servizio presso il Tribunale di Agrigento quale giudice a latere della speciale sezione misure di prevenzione e molto probabilmente è proprio questo delicato incarico a decretare la sua fine. Inflessibile, coerente, assolutamente ininfluenzabile, non aderisce a club od associazioni, non rilascia dichiarazioni e rarissimi sono i suoi interventi pubblici. Tutto concentrato sul suo lavoro, se lo porta anche a casa, per studiare le cause su quella sua scrivania, dove spiccano un crocifisso e una vangelo, che, da come troveranno evidenziato e con annotazioni a margine, deve essere molto consultato. "La giustizia è necessaria, ma non sufficiente, e può e deve essere superata dalla legge della carità”, scrive ed è facile capire da dove abbia preso spunto, così come non è difficile immaginare da dove abbia attinto che “il sommo atto di giustizia è necessariamente sommo atto di amore se è giustizia vera, e viceversa se è amore autentico”. La giornata del giudice, oltreché nutrita di vangelo, è intessuta di preghiera: inizia sempre con una sosta in chiesa, davanti al tabernacolo, in una chiesetta fuori mano in cui può pregare in incognito e anche per la messa domenicale sceglie una chiesa dove può passare inosservato, perchè la sua non è una fede esibita, ma concreta. “Il giudice deve offrire di se stesso l’immagine di una persona seria, equilibrata, responsabile. L’immagine di un uomo capace di condannare, ma anche di capire”, scrive, ed è esattamente quanto cerca di fare per  “dare alla legge un’anima”, nel continuo sforzo di essere giusto nel condannare ma attento a non confondere la persona con il reato, scegliendo sempre secondo giustizia, anche se, come scrive, “scegliere è una delle cose più difficili che l'uomo sia chiamato a fare… (Ma) è proprio in questo scegliere per decidere, decidere per ordinare, che il magistrato credente può trovare un rapporto con Dio: un rapporto diretto, perché il rendere giustizia è realizzazione di sé, è preghiera, è dedizione di sé a Dio”.  È sua la scelta, malgrado gli inviti bonari a “lasciar perdere”, di far parte del collegio chiamato a decidere sulla confisca dei beni a quattro presunti mafiosi agrigentini, potenti ed “intoccabili” capifamiglia di Canicattì e così gli tendono un agguato il 21 settembre 1990, sulla superstrada che normalmente percorre, sempre senza scorta, per andare in ufficio: lo rincorrono per la scarpata lungo la quale si da alla fuga, uccidendolo con sei colpi mortali e  quello di lupara finale, come per lasciare la firma con la loro arma preferita. Grazie ad una testimonianza oculare, in pochissimo tempo, mandanti ed esecutori vengono identificati, arrestati e condannati all’ergastolo. Morte di mafia, quella del giudice Livatino, ma non casuale, piuttosto logica conseguenza di un impegno per la legalità, che porta Giovanni Paolo II a definirlo “martire della giustizia ed indirettamente della Fede”.  E il papa proprio dall’incontro con i suoi genitori prende l’ispirazione per la sua celebre condanna biblica della mafia nella Valle dei Templi di Agrigento, assolutamente non prevista ma stimolata dall’esempio di Rosario. Che un giorno aveva scritto: “al termine della vita non vi sarà chiesto se siete stati credenti ma se siete stati credibili”. E sulla sua “credibilità” di magistrato e di cristiano sta indagando la Chiesa, che nel 2011 ha ufficialmente aperto il processo per la sua beatificazione, per proporlo alla venerazione di tutti.

Autore: Gianpiero Pettiti

 


 

Il 21 settembre 1990, memoria di S. Matteo apostolo, è una giornata calda ma non afosa, tipica del mite autunno siciliano. Sono le otto, il giudice Rosario Livatino riordina alacremente i fascicoli processuali. Gesti preparatori, gli stessi di ogni mattina. Mancano appena due settimane al suo trentottesimo compleanno.
Alle 8.30 sta percorrendo, come fa tutti i giorni, la statale 640 per recarsi al lavoro presso il Tribunale di Agrigento. Sullo scorrimento veloce Agrigento-Caltanissetta viene raggiunto da un commando e barbaramente trucidato.
Un’ondata di commozione in quei giorni percorse allora il nostro Paese, nell’apprendere la sua storia dalle pagine dei giornali. L’Italia avrebbe scoperto nel sacrificio del “giudice ragazzino” l’eroismo di un giovane servitore dello Stato che aveva vissuto tutta la propria vita alla luce del Vangelo.
Nato a Canicattì (Agrigento) il 3 ottobre 1952, figlio unico di Vincenzo e Rosalia (il padre è avvocato, figlio a sua volta di avvocati), il piccolo Rosario è un bambino mite, silenzioso, dolcissimo, dai grandi occhi scuri e vellutati. I suoi giochi preferiti: macchinine e soldatini; e poi c’è a riempirgli assai presto le giornate la passione precoce per la lettura. Un’infanzia serena, la sua, vissuta nella semplicità e nel decoro di una famiglia borghese, appartata e schiva, che lo segue con attenzione e tenero affetto.
Negli anni del liceo Livatino è il ragazzo che scendeva di rado a fare ricreazione per restare in classe ad aiutare qualche compagno in difficoltà. Aperto ai bisogni degli altri, ma riservato su di sé, studia intensamente, inoltre s’impegna nell’Azione Cattolica.
(…)Per il liceale affascinato da Dio arriva infine il giorno fatidico della scelta: che cosa farà da grande? E non ha alcun dubbio: farà il giudice.
Nel ‘78, a ventisei anni, può coronare il suo sogno. Sulla propria agenda quel giorno scrive con la penna rossa, in bella evidenza: “Ho prestato giuramento; da oggi sono in Magistratura”. E poi, a matita, vi aggiunge: “Che Iddio mi accompagni e mi aiuti a rispettare il giuramento e a comportarmi nel modo che l’educazione, che i miei genitori mi hanno impartito, esige”.
Livatino avverte infatti in maniera molto forte il problema della giustizia e lo assume ben presto come una vera missione. Il dramma del giudicare un altro essere umano, di dover decidere della sua sorte, non è cosa da poco per chi senta profondo in sé il tarlo della coscienza unito a un sincero senso di carità. Sono valori che riecheggiano pure nella Christifideles Laici (1988), sulla vocazione e missione dei laici nella Chiesa e nel mondo, laddove si può anche leggere che “la carità che ama e serve la persona non può mai essere disgiunta dalla giustizia”(§ 42).
Ma come si fa, noi ci chiediamo, ad esercitare il diritto in Sicilia? Qui lo Stato è da sempre percepito – e sempre lo sarà – come “straniero”. La verità, si dice, ha sette teste. Come afferrarla? E come riuscire a farla trionfare nell’isola dai mille volti, l’isola “plurale” secondo la bella e calzante definizione di Gesualdo Bufalino?
E’ con questa difficile realtà che il giovane magistrato, fresco di laurea e di entusiasmo, dovrà fare i propri conti molto presto.
Il 29 settembre 1979 Livatino entra alla Procura della Repubblica di Agrigento come Pubblico Ministero. Dopo l’iniziale apprendistato, le prime inchieste importanti. E’ abile, intelligente, professionale; comincia a diventare un punto di riferimento per i colleghi della Procura.
Da Canicattì tutte le mattine raggiunge la sede del Tribunale, ad Agrigento, una manciata di chilometri percorsi con la sua utilitaria. Prima di entrare in ufficio, la visita puntuale alla chiesa di S. Giuseppe, vicino al Palazzo di Giustizia, dove si ferma a pregare; quindi, il lavoro indefesso al Tribunale fino a sera inoltrata.
Nell’aula delle udienze aveva voluto un crocefisso, come richiamo di carità e rettitudine. Un crocefisso teneva inoltre anche sul suo tavolo, insieme a una copia del Vangelo, tutto annotato: segno che doveva frequentarlo piuttosto spesso, almeno quanto i codici, strumenti quotidiani del suo lavoro.
(…)Il suo sincero senso del dovere messo al servizio della giustizia ne fa una specie di missionario: il “missionario” del diritto. Per la profonda conoscenza che ha del fenomeno mafioso e la capacità di ricreare trame, di stabilire importanti nessi all’interno della complessa macchina investigativa, gli vengono affidate delle inchieste molto delicate. E lui, infaticabile e determinato, firma sentenze su sentenze: è entrato ormai nel mirino di Cosa Nostra.
Domanda che gli venga affidata una difficile inchiesta di mafia perché è l’unico tra i sostituti procuratori di Agrigento a non avere famiglia: con fiducia totale si affida nelle mani di Dio (“Sub Tutela Dei”, annota nella sua agenda).
Ma Rosario non era un eroe: faceva semplicemente il suo dovere. E lo faceva coniugando le ragioni della giustizia con quelle di una incrollabile e profondissima fede cristiana.
“Impegnato nell’Azione Cattolica, assiduo all’eucaristia domenicale, discepolo del crocifisso”, sintetizzò nell’omelia delle esequie mons. Carmelo Ferraro, fotografandolo con pochi rapidi tratti. Uomo di legge, uomo di Cristo.
(…)Da quando Rosario non c’è più, lei non ha smesso un solo giorno di girare l’Italia in lungo e in largo, recandosi nelle scuole, ma anche in televisione, dovunque insomma la chiamassero per parlare del “suo” giudice. E’ la professoressa Ida Abate, che fu sua insegnante di latino e greco al liceo classico: per noi è stata un’autentica miniera di notizie, ricordi e documenti che ci hanno reso possibile ricostruire la vita di Rosario Livatino nel profilo che abbiamo realizzato per le Ed. Paoline.
Sull’allievo scomparso Ida Abate ha speso fiumi di parole, ha scritto molte lettere e testimonianze, e di recente è stata incaricata dal Vescovo di Agrigento, mons. Ferraro, di raccogliere le voci, i racconti, le dichiarazioni di quanti conobbero in vita Rosario, così da poter dare inizio a quel lungo e complesso iter che forse un giorno lo porterà – a Dio piacendo – sugli altari.
(…)Di Rosario molte cose si sono conosciute solo dopo la sua morte. Della sua carità, del suo amore per gli ultimi, per i poveri. Il custode dell’obitorio ricordava allora con le lacrime agli occhi tutte le volte che lo aveva visto pregare accanto al cadavere di individui di cui egli ben conosceva la fedina penale, pregiudicati in cui si era imbattuto svolgendo il suo lavoro di sostituto procuratore al Tribunale di Agrigento, e ai quali aveva pure applicato la legge, ma che non per questo cessavano di essere suoi fratelli in Cristo nella sventura.
“Un martire della giustizia e, indirettamente, anche della fede…”, ha detto di lui Giovanni Paolo II il 9 maggio del 1993, in occasione della sua visita pastorale in Sicilia.
A dieci anni dalla sua morte, la lezione morale che ci trasmette è quella di un testimone radicale della Giustizia, che in essa credeva profondamente, come progetto di fede e come esercizio di carità.


Autore:
Maria Di Lorenzo

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Aggiunto/modificato il 2013-10-13

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