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Beato Zeffirino NamuncurÓ Aspirante salesiano

11 maggio

Chimpay, Argentina, 26 agosto 1886 - Roma, 11 maggio 1905

Zeffirino Namuncurà nasce il 26 agosto 1886 a Chimpay, sulle rive del Rio Negro. Suo padre Manuel, ultimo grande cacico delle tribù indios araucane, ha dovuto arrendersi tre anni prima alle truppe della Repubblica argentina.
Dopo 11 anni di libera vita agreste, il ragazzo è condotto a Buenos Aires: suo padre vuole fare di lui il difensore della sua razza. Ma Zeffirino, entrato nel collegio salesiano, si apre ad altri orizzonti: è meglio diventare il primo sacerdote araucano per evangelizzare i fratelli.
Sceglie Domenico Savio come modello e durante 5 anni, attraverso lo sforzo straordinario per inserirsi in una cultura totalmente nuova, diventa egli stesso un altro Domenico Savio. Esemplare l'impegno nella pietà, nella carità, nei doveri quotidiani, nell'esercizio ascetico.
Questo ragazzo che trovava difficile "mettersi in fila" o "obbedire alla campana" diventò pian piano un vero modello. "Modello - hanno testimoniato di lui - di equilibrio, era l'arbitro nelle ricreazioni: la sua parola veniva accolta dai compagni in contesa". "Mi impressionava la lentezza con cui faceva il segno della croce, come se meditasse ogni parola; anzi correggeva i compagni insegnando loro a farlo adagio e con devozione. Sembrava che si fossero invertite le parti: l'indio convertiva i bianchi".
Nel l903 (ha 16 anni e mezzo e suo padre è stato battezzato a 80 anni), Mons. Cagliero lo fa venire nel gruppo degli aspiranti a Viedma, capoluogo del vicariato, per iniziare il latino. L'anno seguente, lo conduce in Italia per fargli proseguire gli studi in modo più serio e in un clima che sembra più adatto alla salute. Entra nel collegio salesiano di Villa Sora a Frascati. Studia con tanto impegno da essere il secondo della classe. Ma un male non diagnosticato a tempo (forse perché non si lamentava mai) lo minava: la tbc. Il 28 marzo 1905, è trasportato all'ospedale Fatebenefratelli dell'Isola Tiberina a Roma. Troppo tardi. Vi muore serenamente l'11 maggio. Dal 1924 i suoi resti mortali riposano nella sua patria, a Fortin Mercedes, dove folle di pellegrini accorrono a pregarlo.
Iniziato il Processo di Canonizzazione il 2 maggio 1944, fu dichiarato Venerabile il 22 giugno 1972 ed è stato beatificato l'11 novembre 2007 sotto il pontificato di Benedetto XVI.



IL POPOLO MAPUCHE

I primi abitanti della Patagonia orientale furono i tuhel-ches; indigeni miti, conosciuti dagli spagnoli fin dalla loro prima conquista; essi popolavano l'estesa regione del litorale e dell'altopiano.
Dall'inizio del XVII secolo, però, attraverso un lento pro­cesso di annessione, i mapuches imposero la loro cultura nei territori oltre la cordigliera. Si impadronirono delle terre, im­posero la loro lingua, mentre numerose tribù migrarono verso l'est, radicandosi nella Patagonia argentina.
I mapuches erano organizzati in clan o piccoli gruppi di famiglie, che raramente superavano le 400 persone, ed erano governati da un "lonco" o cacico.
Erano un popolo profondamente religioso che adorava il Dio supremo Nguenechèn, dal quale dipendevano i nguene-chenù (le divinità delle acque celesti) e gli hueneìn (forze o energie sparse nella natura considerate protettrici dell'uomo).
Particolare terrore esercitava lo spirito malefico Huecuvù, chiamato pure Hualichu, causa dei tanti mali che tormentano la vita dell'uomo.
La festa religiosa popolare e nazionale più importante era quella di Nguillatùn, durante la quale si celebrava solenne­mente l'unità e l'identità di tutto il popolo e si affidavano alla benevolenza e al potere di Nguenechèn i parenti, il bestiame e la prosperità delle famiglie.

La stirpe Calf ucurà-Namuncurà
Zeffirino Namuncurà è vissuto in questo contesto cultu­rale, religioso, sociale e tribale mapuche, orgoglioso di ap­partenere ad un popolo impegnato in una dura e impari lotta armata contro i conquistatori bianchi, invasori della sua terra, distruttori del suo mondo, dei suoi valori, e della sua stessa vita.
Le origini della stirpe Calfucurà-Namuncurà risalgono al gran cacico Calfucurà (Roccia Azzurra), che si insediò nella regione di Salinas Blancas (ai confini delle province di Bue­nos Aires e della Pampa), dopo aver cacciato i Vorogas cileni che le possedevano.
Calcufurà era un vero leader; la sua personalità era forte e incontrastata. Seppe utilizzare adeguatamente le relazioni e i rapporti con il governo di Buenos Aires; strinse alleanze con il generale Rosas; accrebbe la sua autorità e il suo prestigio con strategie militari moderne come l'assalto improvviso e imprevisto delle forze governative e il trasferimento del be­stiame da un luogo ad un altro sottraendolo alle rappresaglie del nemico.
Con grande determinazione e in modo non convenzionale difendeva coraggiosamente la sua terra con tutti i mezzi di­sponibili.
Riuscì così a radunare i diversi e autonomi gruppi indiani in una grande Confederazione che comprendeva tremila guerrieri. Tuttavia, alla sua morte, avvenuta il 3 giugno 1873 e soprattutto dopo la sconfitta a San Carlos, la decadenza e la fine del popolo mapuche era, ormai, solo questione di tempo.
Il padre di Zeffirino, Manuel Namuncurà (Sperone di pietra), fu il successore di Calfucurà. Era un uomo intelligente e sagace, che cercò di continuare l'opera del suo predecessore, muovendosi con scaltrezza e difendendo a viso aperto i diritti e gli interessi della sua gente.
Per ben cinque anni Namuncurà riuscì con grande deter­minazione a conservare il dominio di tutto il territorio, seb­bene non possedesse più la forza militare di suo padre.

La conquista
Il generale Roca, come gli altri governatori argentini di quel periodo, non si rese conto dei problemi degli indigeni. Considerava gli aborigeni "barbari, selvaggi, incivili"; era convinto che con loro non fosse possibile nessun accordo; li riteneva, infatti, privi di una autentica politica di integra­zione.
I popoli autoctoni della Patagonia furono considerati dal governo una minaccia costante per la pace e un ostacolo per annettere le regioni dal sud di Azul alla Patagonia.
Il generale Roca progettò allora una grande invasione con cinque armate di soldati con le quali invase il territorio domi­nato dai mapuches.
Il cacico Namuncurà, non potendo realizzare un accordo pacifico con il governo di Buenos Aires, che privilegiava piuttosto la "soluzione militare", decise di resistere finché gli fosse stato possibile, nonostante l'evidente disparità di forze e di armamenti militari. L'esercito di Roca riuscì, così, ad im­porsi rapidamente e il territorio dei mapuches fu conquistato senza grossi problemi.
In solo sei mesi scomparve il potere di Namuncurà. Cad­dero migliaia di mapuches, uccisi o fatti prigionieri, circa 14 mila uomini; altri si consegnarono al nemico con i loro capi.
Namuncurà, però, non si arrese. Si ritirò sulla Cordigliera con un manipolo di uomini a lui fedelissimi ed un po' di armi, e tentò un'estrema, disperata resistenza contro il ne­mico. Nel maggio del 1882, però, durante un'incursione del maggiore Daza, riuscì a mettere in salvo i suoi uomini, ma la sua famiglia cadde prigioniera nelle mani dei militari.

La resa
A questo punto, Namuncurà si rese conto che la lotta per lui era finita. Dopo essersi consultato con i suoi, si convinse che era giunto il momento di tentare la strada della convi­venza pacifica con i bianchi. Continuare la lotta armata avrebbe significato solo altro inutile spargimento di sangue.
Fu inviata un'ambasceria al generale Villegas con l'of­ferta della resa; ma venne rifiutata. Allora Namuncurà si ri­volse al salesiano don Domenico Milanesio affinché facesse da mediatore tra il governo e i mapuche per una resa onore­vole, che garantisse in primo luogo la vita dei mediatori ma­puche.
Il 5 maggio 1884 Namuncurà si recò dal generale Roca per la capitolazione ufficiale. Ai mapuche fu assegnato il ter­ritorio di Chimpay, nei dintorni della fortezza dello stesso nome e al loro cacico Namuncurà fu conferito il grado di co­lonnello della Nazione.

CHIMPAY: la fanciullezza di Zeffirino

Chimpay è una regione situata presso il Rio Negro, abitata da molti gruppi di indigeni, terra di transito, ricca e propizia per la caccia e la pesca, considerata un punto nevralgico per le comunicazioni tra le alte montagne e la pianura della pampa.
Secondo alcuni, la parola Chimpay significa "guado, pas­saggio"; per altri "meandro, svolta"; per altri ancora "lo­canda".
Questa fu la terra dove i Namuncurà e il loro popolo rima­sero parecchi anni, fino al momento in cui si trasferirono verso la catena di montagne di Neuquén.
Qui nacque Zeffirino il 26 agosto 1886. Secondo alcuni sua madre Rosario Burgos era una reclusa cilena. Però, le fo­tografie che ci sono pervenute di lei mostrano chiari linea­menti mapuche; e quando fu abbandonata da Manuel Na­muncurà, dopo d'essere stata sua sposa, cercò rifugio sempre nei gruppi mapuches, senza mai osare l'integrazione con gli huincas.
Zeffirino crebbe così in un ambiente tipicamente mapu­che. Nel Natale del 1888 fu battezzato da don Domenico Mi-lanesio. Il certificato di battesimo è conservato nella Parroc­chia di Patagones, dalla cui giurisdizione dipendeva il Rio Negro.
Fin da piccolo si mostrò affettuoso e disponibile con tutti, aiutava volentieri i suoi genitori; al mattino si alzava presto e in silenzio raccoglieva la legna per risparmiare quel lavoro alla mamma.
A tre anni cadde accidentalmente nel fiume e la corrente impetuosa lo trascinò via per diverse miglia; i suoi parenti già disperavano di rivederlo, quando l'acqua lo riconsegnò alla terra sano e salvo. Fatto sempre considerato e raccontato dai suoi come un vero miracolo.

Utile alla mia gente
La tribù passò momenti difficili a Chimpay. Namuncurà amministrava con saggezza la sua gente alla quale distribuiva generosamente il suo stipendio di Colonnello, riuscendo così a garantirle il minimo indispensabile per vivere, tanto che in quegli anni nessuno morì né di fame né di peste come invece succedeva nei villaggi vicini. La miseria, tuttavia, era grande. La gente non aveva più bestiame e la terra coltivabile era troppo poca (soltanto tre leghe) per una agricoltura che po­tesse garantire sufficienti possibilità di vita.
Namuncurà sollecitò il Senato della Nazione affinché concedesse almeno dieci leghe di territorio, ma il governo ne concesse solo otto, con una clausola che prevedeva l'asse­gnazione di altri terreni migliori altrove. Era, però, solo un inganno per trasferire la tribù altrove.
Zeffirino, man mano che cresceva, si rendeva sempre più conto della gravità della situazione di prostrazione e deca­denza in cui versava il suo popolo. Vedeva profilarsi all'oriz­zonte il rischio di una fine totale. Fu allora, che con una intui­zione eccezionale per un ragazzo di undici anni, si rivolse al padre dicendogli: "Padre, le cose non possono continuare così. Voglio studiare per essere utile alla mia gente".
Zeffirino era ormai consapevole che occorreva comin­ciare un nuovo periodo, aprirsi al dialogo con la cultura bianca, integrare nuovi elementi alla sua identità mapuche. Con grande dolore, ma anche con la speranza di nuovi oriz­zonti lasciò la sua terra proprio come il patriarca Abramo. Verso la terra dei suoi sogni lo accompagnarono suo padre e alcuni cugini, anche questi desiderosi di studiare. Viaggia­rono prima a cavallo fino a Choele Choel; di qui continua­rono con la nave "Galera di Mora" fino a Rio Colorado, da dove presero il treno per Buenos Aires.

ZEFFIRINO A BUENOS AIRES

Arrivati a Buenos Aires, Manuel Namuncurà, decise di iscrivere suo figlio come allievo in una scuola tecnica della Marina a Tigre, dove Zeffirino entrò come apprendista di falegnameria.
Ma qualche giorno dopo, Zeffirino chiese al padre di iscriverlo altrove; quella scuola non rispondeva alle sue esigenze. Namuncurà accondiscese al desiderio del figlio e su consiglio del dottore Roque Saenz Pena, che gli parlò molto bene dell'azione educativa dei Salesiani, si rivolse al Collegio Pio IX di Almagro, dove Zeffirino venne accolto il 20 settembre 1897. Dopo pochi giorni, il padre andò a trovarlo, ma questa volta Zeffirino manifestò la sua piena soddisfazione ed il desiderio di rimanere nella scuola salesiana.
Fin dal primo momento Zeffirino mise tutto l'impegno per approfittare al massimo delle proposte culturali offerte dall'Istituto: studia intensamente e con tenacia lo spagnolo, si aggiorna progressivamente nelle materie, partecipa volentieri ad altre attività della vita del Collegio, fa parte del coro in cui, tra gli altri, c'è un certo Carlos Gardel che in seguito si affermerà come uno dei maggiori "interpreti del tango argentino". È membro attivo della Compagnia dell'Angelo Custode e di altri gruppi giovanili e in cortile con i suoi compagni esprime tutta la sua gioia di vivere.
In poco tempo, si adattò a tutte le esigenze della nuova vita; riuscì a guadagnarsi presto il rispetto e la stima della maggior parte dei suoi compagni.
Spesso, fronteggiò senza complessi d'inferiorità l'ironia e le beffe per essere un indigeno. Questo non lo impaurì; di­venne anzi occasione per imparare a non lasciarsi trascinare dal rancore, a crescere nella fortezza e nella capacità di con­vivere con tutti, superando le difficoltà che incontrava nelle circostanze critiche.
Una volta gli capitò un incidente, che dimostrò il suo tem­peramento forte e anche irruente.
Testimonia un ex compagno, José Alleno: "Un giorno gio­cavo con Zeffirino alla bandiera. Ci fu un incidente tra me e Zeffirino. Lui mi aveva toccato ed io subito avrei dovuto fer­marmi, ma la partita era così accesa che io continuai la corsa per vincere. Zeffirino protestò. Io mi arrabbiai e gli dissi che era un truffatore. Lui mi rispose: "Sei un bugiardo". Allora ci picchiammo finché arrivò un prete che ci separò".

SEMPRE MAPUCHE

Zeffirino, nonostante lo sforzo di adattamento alla nuova realtà, mai dimenticò di essere un mapuche.
Prima di tutto, mantenne una frequente corrispondenza con il padre, la mamma ed altri componenti della sua tribù; non si vergognava nell'usare l'arco e le frecce portati da Don Beauvoir dalla Terra del Fuoco. Abile nel cavalcare, spesso con il cavallo del lattaio andava in giro per Buenos Aires, ri­cordando così i bei tempi a Chimpay.
Ogni occasione era buona per parlare la sua lingua con i missionari di passaggio. In modo speciale, durante le ferie estive a Uribelarrea, faceva lunghe cavalcate e si interessava di tutto ciò che riguardava la terra e l'agricoltura.
Racconta uno dei suoi compagni: "Siccome io ero l'inca­ricato di consegnare ogni mattina il latte dal Collegio San Michele a quello delle Figlie di Maria Ausiliatrice, Don Guerra chiese a Zeffirino di accompagnarmi, perché potesse svagarsi un poco. Io fui felice nell'averlo come compagno di viaggio e in pochissimo tempo diventammo amici. Gli piaceva guidare il cavallo ed io lo accontentavo sempre. Mi raccontava tante cose sulla Patagonia; per me tutto era una novità, però, a volte, ero poco attento. Un giorno lo inter­ruppi con una domanda fuori posto. Capì che non lo ascol­tavo e mi disse: "Come? Non ti interessa la mia storia? Se tu conoscessi la Patagonia, ti renderesti conto di quanto sia bella".
Zeffirino, nonostante la lontananza dalla sua terra e l'assi­milazione della cultura dei bianchi, rimase sempre fedele al suo mondo, alla Patagonia, al suo popolo mapuche.

LA MATURAZIONE CRISTIANA

Fin dal suo ingresso nel Collegio Pio IX, Zeffirino dimo­strò un interesse fuori del comune per il Vangelo, che comin­ciava a conoscere poco per volta. Più che di "interesse", si trattava di una vera "passione". Si preparò con grande impe­gno alla Prima Comunione e alla Cresima, avvenimenti che lo segnarono nel profondo dell'anima. Da allora visse inten­samente l'Eucaristia di ogni giorno come l'incontro più in­timo e gioioso con il Signore. Allo stesso modo prese con im­pegno l'abitudine salesiana della visita al Santissimo Sacramento.
La sua amicizia con il Signore divenne sempre più forte e intensa; aveva una coscienza viva della presenza di Gesù nella sua vita e cercò di coltivarla intensamente ogni giorno con grande fedeltà. Prese sul serio lo studio del Catechismo e partecipò con successo alle difficili gare che si facevano in quei tempi, ottenendo una volta il secondo posto. Ma, soprat­tutto, Zeffirino si sentiva sempre più chiamato a comunicare ai suoi compagni tutto quello che stava imparando. Per que­sto, si offrì come catechista per un piccolo gruppo di ragazzi nell'Oratorio del Collegio San Francesco di Sales.
Il suo apostolato aveva la dimensione del cuore. Trovan­dosi con i suoi compagni, si sforzava di vivere quello che im­parava, cercando il modo di avvicinarli a Gesù, in maniera molto spontanea e gioiosa. Aveva capito che il Vangelo do­veva essere non solo goduto ma vissuto e annunziato.
Così, maturava nel suo cuore il desiderio di servire il Re­gno di Dio, donandosi totalmente a questo compito. In Don José Vespignani trovò l' "amico dell'anima", al quale aprì il suo cuore e la sua coscienza, cominciando un cammino di ri­flessione e di preghiera per capire ciò che Dio gli stava chie­dendo.
Fu una gioia immensa per l'adolescente mapuche la noti­zia della grande missione realizzata nella tribù Namuncurà a Sant'Ignazio da Monsignor Cagliero, il grande apostolo che don Bosco mandò a capo della prima spedizione missionaria salesiana in Argentina.
In quella circostanza, Monsignor Cagliero preparò perso­nalmente il cacico Namuncurà alla prima Comunione e alla Cresima che furono celebrate il 25 marzo 1901.
In seguito lo stesso Cagliero lo informò dell'esito positivo della missione. E Zeffirino, in un indirizzo di omaggio al ve­scovo, affermò pubblicamente: "Anch'io mi farò salesiano e un giorno andrò con Monsignor Cagliero per mostrare ai miei fratelli il cammino del cielo, come lo hanno mostrato a me".

Il cammino con la Croce
Insieme a queste gioie Zeffirino conobbe anche la via della Croce.
La prima esperienza dolorosa fu l'allontanamento di sua madre dalla tribù. Suo padre, secondo le tradizioni mapuche, conviveva con più donne. Diventando cristiano aveva dovuto adeguarsi al matrimonio come unione indissolubile tra un uomo e una donna. Quando, perciò, si sposò con il rito cristiano a Roca il 12 febbraio 1900, mentre era in viaggio verso i nuovi territori assegnati alla tribù, la scelta della sua sposa cadde su Ignazia Ranquil. Così, la mamma di Zeffirino, libera dal precedente vincolo matrimoniale, si sposò con Francisco Colliqueo della tribù Yanquetruz. Tuttavia, quando morì il marito, fu accolta dai Namuncurà; e morì in casa del figlio Annibale, a Sant'Ignazio, provincia di Neuquén.
Per Zeffirino questa fu una croce molto pesante; era molto legato alla mamma e faceva di tutto per andare a trovarla e manifestarle affetto e solidarietà.
Intanto, verso la fine del 1901 incominciarono a manifestarsi i primi sintomi della malattia che l'avrebbe portato alla morte. A metà del 1902, i superiori decisero d'inviarlo ad Uribelarrea, nella speranza che l'aria della campagna lo aiutasse a recuperare la salute.
Durante questo tempo, Zeffirino visse intensamente la devozione all'Eucaristia.
Adempiva il servizio di sagrestano con dedizione, e tante volte aiutava anche come assistente ed insegnante i ragazzi della scuola agricola.
Don Heduvan ci ha lasciato, al riguardo, una testimonianza molto interessante: "Questo giovane dimostrò sempre una grande pietà e un buon carattere; era ben voluto dai piccoli agricoltori, che assisteva e curava in assenza dell'assistente. Non ricordo che qualcuno si sia mai ribellato o abbia mancato di rispetto al piccolo assistente".
La sua salute, però, continuava a peggiorare tanto che i superiori ritennero opportuno mandarlo a Viedma, nella speranza che il clima patagonico potesse facilitare il suo recupero.

ZEFFIRINO A VIEDMA

Verso la metà di gennaio del 1903 Zeffirino si trasferì a Viedma, in Patagonia, nel collegio San Francesco di Sales di quella città dove regnava un clima meraviglioso di fiducia, di fervore spirituale e di grande amicizia fra tutti i membri di quell'istituto. Si viveva e respirava un autentico spirito di fa­miglia in cui Zeffirino si trovò presto a suo agio. Augusto Valle, un compagno di quel periodo, racconta: "... eravamo in pochi e ci amavamo come veri fratelli. Nella mia vita non sono mai riuscito a godere un'amicizia così sincera come quella degli anni passati nel Collegio San Francesco di Sa­les... Lì gli allievi del sesto corso condividevano con i supe­riori e i confratelli coadiutori il lavoro, la preghiera e il diver­timento in un clima di grande serenità e di sincera amicizia. L'ambiente familiare era dovuto allo spirito di Don Bosco, e al grande e intelligente lavoro di Monsignor Cagliero e di Don Vacchina".
C'era, inoltre, nel Collegio un piccolo gruppo di aspiranti alla vita salesiana, che accolse con grande gioia Zeffirino, che cominciava a manifestare il desiderio di diventare sacer­dote salesiano.
In questo ambiente Zeffirino continuò a vivere la sua do­nazione al Signore e la sua dedizione costante agli studi. Era l'anima delle ricreazioni e partecipava sempre con molta ini­ziativa e creatività ai giochi. Eseguiva giochi di prestigio, che gli meritarono il titolo di mago. Organizzava diverse gare, tra cui le famose scorrerie dei battellini nel canale. Istruiva i suoi compagni sulla maniera migliore di preparare gli archi e le frecce per addestrarli successivamente nel tiro al bersaglio.
Anche qui gli fu affidato il compito di sagrestano, che Zeffirino adempì con diligenza e molto sacrificio.
Intanto, la malattia proseguiva implacabile il suo corso. Don Garrone seguiva solerte la salute di Zeffirino. Non era medico, ma era talmente conosciuta la sua capacità nel dia­gnosticare e nel curare le malattie, che i contadini si fidavano ciecamente di lui.
Anche il coadiutore salesiano Artemide Zatti, proclamato beato da Giovanni Paolo II il 14 aprile 2002, si prese cura del giovane mapuche con grande amore e competenza. Proprio lui, nella testimonianza rilasciata per la causa di Zeffirino, ri­ferì che ogni mattina, secondo la ricetta di Don Garrone, prendeva con Zeffirino una bistecca ai ferri, un bicchierino di vino e un pezzo di pane. Il pomeriggio, invece, facevano la seconda medicazione: una passeggiata per respirare aria pura e raccogliere le uova che servivano per lo zabaione.
Artemide Zatti, che aveva più o meno 22 anni, ed era an­che lui ammalato di tubercolosi, ricorda che Zeffirino gli di­ceva: "Sono bravi i nostri superiori. Ci amano come se fos­sero i nostri genitori. Diciamo il rosario per loro".

Salesiano e Prete ?
Zeffirino a Viedma come aspirante iniziò a partecipare ai raduni con gli altri aspiranti, nonostante le diverse difficoltà che rendevano problematica la realizzazione del suo progetto di vita religiosa e salesiana. Egli, infatti, non era figlio legittimo, e questa situazione a quei tempi costituiva un grave ostacolo per l'ammissione al sacerdozio. Inoltre, è sorpren­dente come, nonostante l'incessante preoccupazione di Zeffi-rino per ottenere il certificato di Battesimo, non sia mai stato possibile disporre di questo documento, indispensabile per un aspirante al sacerdozio. La precarietà della sua salute, inoltre costituiva un ostacolo non da poco per l'accettazione nella Congregazione Salesiana.
Terminata la costruzione del Collegio Maria Ausiliatrice di Patagones, fu deciso che gli aspiranti fossero trasferiti nella vicina città. Erano 18 aspiranti. I superiori, però, deci­sero che Zeffirino rimanesse a Viedma.
Ecco come Don De Salvo, che faceva parte del gruppo, ri­porta tutto ciò che successe al momento della separazione: "Eravamo diciotto aspiranti e sentivamo una grande tristezza perché Zeffirino non poteva rimanere con noi... Le gravi condizioni della sua salute, esigevano delle cure speciali... Non dimenticherò mai quella separazione. Era il 13 giugno. Don Vacchina, che non poteva nascondere l'emozione, ci ra­dunò; ci diede, commosso, gli ultimi consigli. Poi si riprese. Raccontò molte barzellette e ci lasciò baciare la mano. Ma aveva osservato che, in un angolo, da solo, a testa china, stava il figlio del deserto, il suo prediletto Zeffirino, triste, che a stento tratteneva le lacrime... Don Vacchina, lo ricordo molto bene, esitò per qualche attimo... poi si fece coraggio e con voce accorata disse:
— Zeffirino vieni qui e congedati dai tuoi compagni... Coraggio. Su, perbacco! Non vedi che neppure io piango?
Poi, con voce grossa, forse, per coprire l'emozione, ri­volto a noi disse:
— E voi, cosa fate con quella faccia addolorata? Che bello! Siamo, forse, alla fine del mondo?
Don Vacchina, con una scusa, si allontanò per un po' di tempo. Allora, noi ci avvicinammo a Zeffirino e ci conge­dammo da lui senza poter trattenere l'emozione e la tri­stezza...".
Fu quello certamente uno dei momenti di maggiore soffe­renza per il figlio del cacico Namuncurà. Dio gli chiedeva, la rinuncia a ciò che Lui stesso aveva seminato nel suo cuore. E lui con grande spirito di fede, era disposto a consegnare tutto al suo Signore, anche la sua stessa vita.
Zeffirino continuò, secondo le sue possibilità, a visitare gli aspiranti colmandoli di tante attenzioni. Qualcuno di loro testimonierà al processo: "Tenevamo in grande considera­zione il suo contegno virtuoso. Eravamo fieri di diventare meritevoli dei suoi pensieri, di essere oggetto del suo affetto fraterno ed eravamo orgogliosi di considerarci suoi amici... Eravamo, infatti, tutti convinti che fosse un vero santo...".
La malattia nel mentre avanzava; Zeffirino più volte fu colpito da emorragia bronchiale.
Allora, Monsignor Cagliero pensò a quello che sembrava un estremo rimedio: condurlo in Italia per verificare la possi­bilità di una cura migliore.

IL VIAGGIO IN ITALIA

Quando Zeffirino ricevette la notizia del viaggio in Italia, provò una grande gioia: avrebbe potuto conoscere il centro della Cristianità e i luoghi dove era vissuto Don Bosco. Ma era anche triste per il dolore di lasciare l'ambiente di famiglia di Viedma; la sua terra dagli orizzonti sconfinati, e andare così lontano, forse, per sempre dalla sua famiglia e dalla sua tribù.
A Buenos Aires, visse un momento d'immensa gioia in­contrando i compagni e i superiori del Collegio Almagro. Tutti, però, si resero conto immediatamente che la sua salute era peggiorata, e quando Don Vespignani gli domandò espressamente quali fossero le sue condizioni fisiche, Zeffi­rino rispose: "Normale!". Ma dopo, purtroppo, riprese a espettorare sangue.
Zeffirino, giunto in Italia, passò da una novità all'altra e visse intensamente ogni istante.
Diventò un corrispondente itinerante; scrisse molte lettere e cartoline ai parenti, ai Salesiani della Patagonia, agli amici.
A pochi giorni dal suo arrivo, fu invitato a visitare il suc­cessore di Don Bosco, Don Michele Rua. L'incontro lo scosse internamente e lo riempì di forti emozioni.
La gente che incontrava lo circondava di grande stima e simpatia, e sempre più persone di diversa cultura e religione desideravano conoscerlo.
Quanto in tutto ciò ci fosse di autentico interesse e quanto di vana curiosità non è dato sapere. Zeffirino non si lasciò mai turbare né dalle persone, né dagli omaggi che riceveva. La sua semplicità e la sua umiltà rimasero serene: apparte­neva ad una razza martoriata ed era figlio di un lonco, cioè di un cacico che aveva lasciato tutto per difendere gli interessi e i diritti della sua gente.
Durante il soggiorno a Torino, tre furono i principali im­pegni di Zeffirino:
1. Pregare. Sostava per ore nel Santuario di Maria Ausilia-trice, in dialogo intimo con Gesù.
2. Scrivere alla sua gente, che non dimentica mai.
3. Visitare le comunità salesiane di Torino e dintorni, ac­compagnato ordinariamente da Monsignor Cagliero.
Il 19 settembre Zeffirino si recò a Roma. Qui visse una esperienza indimenticabile nell'incontro con il Papa Pio X. Il giovane mapuche riuscì a dire anche qualche parola in ita­liano al Papa che gli parlò paternamente, e benedisse lui e la sua gente. Mentre tutti stavano lasciando l'aula dell'udienza, il segretario privato del Papa lo chiamò di nuovo e lo portò alla scrivania del Santo Padre, che lo aspettava sorridente. Il Papa lo salutò di nuovo e gli consegnò una medaglia ricordo della visita.
Zeffirino meravigliò tutti per la semplicità, la buona edu­cazione e la saggezza piena di umiltà e discrezione con cui si comportò in una circostanza di così grande importanza.
Il 21 novembre Zeffirino fu accolto come allievo nel Col­legio salesiano di Frascati. Mantenne stretti rapporti episto­lari con i suoi e con i salesiani conosciuti in Argentina e si de­dicò allo studio con grande impegno, finché le forze lo permisero.

La morte
La malattia, intanto, continuava il suo corso inesorabile ed era giunto il tempo della sua donazione totale al Signore. Dai primi giorni di marzo del 1905 Zeffirino non riuscì più a scendere in classe. Alla fine dello stesso mese venne con­dotto al Collegio del Sacro Cuore a Roma e il 28 fu ricove­rato all'Ospedale Fatebenefratelli, all'isola Tiberina.
All'ospedale meravigliò tutti per la sua preghiera conti­nua, la disponibilità alla volontà di Dio, la fortezza nella sof­ferenza.
Dal sacerdote Giuseppe Iorio, allora infermiere del Colle­gio, che sovente andava a visitarlo, conosciamo quanto grande fosse la sua rassegnazione alla volontà del Signore nella dolorosa malattia.
"Mai fece sentire una lamentela, anche se il solo vederlo suscitava compassione e strappava le lacrime, così magro e sofferente com'era. Non soltanto non si lamentava delle sue sofferenze, ma le dimenticava tutte per pensare a quelle degli altri. All'ospedale il suo letto era accanto a quello di un altro giovane allievo del Collegio, che, come Namuncurà, era al­l'ultimo periodo della malattia. Zeffirino lo incoraggiava con parole affettuose invitandolo ad offrire ogni azione e ogni sofferenza al Signore".
A Don Iorio, tre giorni prima di morire, disse:
"Padre, io fra poco me ne andrò, ma le raccomando questo povero giovane, che è accanto a me; torni spesso a visitarlo... Soffre tanto! Di notte quasi non dorme, tossisce tanto...".
E diceva questo quando lui era in una situazione ancora peggiore, giacché non dormiva affatto.
Durante la degenza in ospedale, nonostante la grande de­bolezza, scrisse al padre Manuel una lettera affettuosa, in cui cercava di rasserenarlo sulla sua malattia.
Monsignor Cagliero, che gli era stato sempre vicino negli ultimi tempi, gli amministrò il Sacramento degli infermi e gli rimase accanto fino all'ultimo respiro.
Si spense in silenzio l'11 maggio 1905. La salma fu por­tata al cimitero del Verano a Roma da un piccolo gruppo di persone e lì deposta.

IL RITORNO IN PATRIA

Nel 1911 un salesiano argentino, Don Esteban Tagliere, lanciò l'iniziativa di scrivere un libro su Zeffirino Namuncurà e Don Vespignani preparò un questionario per racco­gliere dati e testimonianze sulla sua vita.
Furono avviate le pratiche per l'esumazione della salma e il corpo del giovane mapuche nel 1924 fu traslato da Roma a Fortin Mercedes e posto davanti al villaggio Pedro Luro (a sud della provincia di Buenos Aires).
Là è rimasto fino al 1991, anno in cui il corpo fu traslato in un locale attiguo al Santuario di Maria Ausiliatrice.
Già all'arrivo in Argentina, tantissimi pellegrini inizia­rono a sfilare davanti alla nuova tomba per pregare e racco­mandarsi alla sua intercessione ed ancora oggi continuano ad accorrere da ogni dove.
La gente semplice sente che Zeffirino è uno di loro; perce­pisce la sua vicinanza e rivede nella sua immagine i valori del Regno dei Cieli, che il giovane mapuche seppe incarnare con semplicità e radicalità.


Fonte:
Ispettoria Salesiana

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Aggiunto il 2008-12-25

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