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San Callisto Caravario Sacerdote salesiano, martire

25 febbraio

Cuorgnč, Torino, 18 giugno 1903 - Cina, 25 febbraio 1930

Incontrando mons. Versiglia a Torino nel 1921 gli disse: "La raggiungerò in Cina". Mantenne la parola, partendo due anni dopo. Ordinato sacerdote, sempre fedelissimo alla sua consacrazione religiosa e animato da una carità sempre più ardente, accompagnava mons. Versiglia nella visita pastorale, nel distretto di Lin Chow insieme a due maestri, due catechiste e un'allieva quando il 25 Febbraio 1930, in un tratto isolato del fiume, furono assaliti dai pirati comunisti.
Nel tentativo di proteggere le giovani - che riuscirono a fuggire -, i due missionari furono percossi brutalmente e poi fucilati, in odio alla fede cristiana che esalta la verginità.

Martirologio Romano: Sulle rive del fiume Beijang vicino alla cittą di Shaoguan nella provincia del Guandong in Cina, santi martiri Luigi Versiglia, vescovo, e Callisto Caravario, sacerdote della Societą Salesiana, che subirono il martirio per aver dato assistenza cristiana alle anime loro affidate.


Nel 1885 san Giovanni Bosco aveva rivelato ai Salesiani riuniti a San Benigno Canavese, in Piemonte, di aver sognato una turba di ragazzi che gli erano andati incontro dicendogli: «Ti abbiamo aspettato tanto» e in un altro sogno vide alzarsi verso il cielo due grandi calici, l’uno ripieno di sudore e l’altro di sangue. Quando nel 1918 il gruppo di missionari Salesiani partì da Valdocco, in Torino, alla volta di Schiu-Chow nel Kwang-tung in Cina, il Rettor Maggiore dell’ordine, don Paolo Albera, donò loro il calice con il quale aveva celebrato le sue nozze d’oro di consacrazione ed i 50 anni del Santuario di Maria Ausiliatrice. Il prezioso e simbolico dono  venne consegnato da don Sante Garelli a monsignor Versiglia, il quale dichiarò: «Don Bosco vide che quando in Cina un calice si sarebbe riempito di sangue, l’Opera Salesiana si sarebbe meravigliosamente diffusa in mezzo a questo popolo immenso. Tu mi porti il calice visto dal Padre: a me il riempirlo di sangue per l’adempimento della visione».

In 12 anni di missione, dal 1918 al 1930, il Vescovo Versiglia riuscì a compiere prodigi in una terra del tutto nemica dei cattolici: istituì 55 stazioni missionarie primarie e secondarie rispetto alle 18 trovate; ordinò 21 sacerdoti, due religiosi laici, 15 suore del luogo e 10 straniere; lasciò 31 catechisti (18 donne), 39 insegnanti (8 maestre) e 25 seminaristi. Portò al battesimo tremila cristiani convertiti, a fronte dei 1.479 trovati al suo arrivo. Eresse un orfanotrofio, una casa di formazione per catechiste, una scuola per catechisti sia femmine che maschi; l’istituto Don Bosco, comprensivo delle scuole professionali, complementari e magistrali per i ragazzi; l’Istituto Maria Ausiliatrice per le ragazze; un ricovero per gli anziani; un brefotrofio, due dispensari per medicinali e la Casa del missionario, come desiderava fosse chiamato l’episcopio.

Il Vescovo martire non si fermava mai di fronte a nulla, neppure alle carestie, alle epidemie, alle sconfitte che si presentavano al coraggioso monsignore e ai suoi collaboratori, non sempre umanamente ricompensati: apostasie, calunnie, abbandoni, incomprensioni, viltà… Ma tutto veniva superato grazie alla preghiera, intensa, costante, significante. Negli anni dedicati alla Cina, monsignor Versiglia non si è mai stancato di esortare i suoi sacerdoti al dialogo con il Signore e con la Vergine Maria. Non a caso teneva una corrispondenza con le monache Carmelitane di Firenze, domandando loro sostegno spirituale. Leggiamo nell’ultima sua lettera inviata alla superiora delle Carmelitane, scritta poche settimane prima della morte: «… solleviamo in alto i nostri cuori, dimentichiamo di più noi stessi e parliamo di più di Dio, del modo di servirlo di più, di consolarlo di più, del bisogno e del modo di guadagnargli delle anime. Voi, Sorelle, potrete più facilmente parlare a noi delle finezze dell’amore di Gesù, noi forse potremo parlare a voi della miseria di tante anime, che vivono lontano da Dio e della necessità di condurle a Lui; noi ci sentiremo elevati all’amore a Dio, voi vi sentirete maggiormente spinte allo zelo».

Fra coloro che lo sostenevano in quell’impresa impavida votata alla salvezza delle anime (il fine reale di ogni sacerdote e di ogni consacrato, anche se è un concetto che abitualmente non si sente più, dando rilievo, invece, a concezioni di carattere più economico-sociali che spirituali) e consequenzialmente alla dignità dell’uomo, come è sempre accaduto con l’evangelizzazione e la diffusione del cristianesimo,  c’era anche il giovane don Callisto Caravario, nato a Cuorgnè (Torino) l’ 8 giugno 1903.La sua famiglia si era trasferita a Torino e qui il piccolo Callisto poté frequentare l’oratorio e la scuola dei Salesiani fino agli studi del Liceo classico. Nel 1919, sedicenne, conobbe monsignor Versiglia, di passaggio a Torino, al quale rivelò: «La seguirò in Cina». Così avvenne. Si imbarcò a Genova a 21 anni. Prima lavorò in Estremo Oriente, nell’isola di Timor, poi a Shangai e infine a Schiu Chow, dove fu ordinato sacerdote da monsignor Versiglia nel 1929. Egli ha lasciato delle splendide e struggenti lettere alla mamma, dove si può ammirare tutto il suo amore per Dio e per il quale era pronto a qualsiasi cosa, anche al sacrificio supremo della vita: «Oramai il tuo Callisto non è più tuo, deve essere completamente del Signore, dedicato completamente al suo servizio! […] Sarà breve o lungo il mio sacerdozio? Non lo so, l’importante è che io faccia bene e che presentandomi al Signore io possa dire d’aver, col suo aiuto, fatto fruttare le grazie che Egli mi ha dato». Si presentò al Signore con i suoi frutti già l’anno successivo, sacerdote di otto mesi.

Il Vescovo Luigi Versiglia e don Callisto Caravario partirono il 24 febbraio in treno insieme a due allievi del Collegio Don Bosco, che tornavano a casa per le vacanze, due loro sorelle ed una catechista insegnate. La situazione politico-sociale era turbolenta a causa di continue guerriglie che tormentavano i territori del sud della Cina: da tempo il Vescovo attendeva tempi migliori per la sua visita pastorale ai cristiani di Lin Chow. Alla fine del 1930 partì ugualmente perché «Se aspettiamo che le vie siano sicure, non si parte più… No no, guai se la paura prende il sopravvento! Sarà quel che Dio vorrà!».

Il giorno 25 proseguono il viaggio in barca sul fiume Pak-kong. Poi una breve sosta a Ling Kong How. A mezzogiorno traghettano nuovamente il fiume, diretti a Li Thau Tzeui. Stanno recitando l’Angelus, quando improvvisamente dalla riva esplode un urlo selvaggio. Una decina di uomini, con i fucili puntati, intimano all’imbarcazione di approdare alla riva. Il barcaiolo è costretto ad obbedire. «Sotto quale protezione viaggiate?», gli chiedono e il barcaiolo: «Di nessuno, mai nessuno l’ha imposta ai missionari…». Due uomini si avventano sull’imbarcazione e scoprono, sotto il tettuccio di riparo, le tre donne, che vogliono portare via, ma monsignor Luigi e don Callisto le difendono, facendo barriera. I criminali, urlando, brandiscono con violenza il calcio dei fucili sui loro corpi, che cadono atterra. Il Vescovo ha la forza di esortare Maria Thong: «Aumenta la tua fede», mentre don Callisto mormora: «Gesù… Maria!». I missionari vengono legati e trascinati in un bosco. Un bandito afferma: «Bisogna distruggere la Chiesa Cattolica».

Monsignor Luigi e don Callisto comprendono che è giunto il tempo di testimoniare con la vita la fede in Cristo. Sono sereni. Si mettono a pregare ad alta voce, in ginocchio e guardando in alto. Cinque colpi di fucile interrompono la loro lode estatica.

I due allievi con le tre giovani avevano udito e visto tutto e tutto testimonieranno. Le donne, in lacrime, dovettero seguire i loro aggressori, mentre i ragazzi furono obbligati ad andarsene senza voltarsi indietro. Le spoglie dei martiri furono raccolte e sepolte a Schiu Chow, poi dissepolte e disperse.

Papa Paolo VI nel 1976 li dichiarò martiri e Giovanni Paolo II il 15 maggio 1983 li ha beatificati per poi proclamarli santi il 1° ottobre 2000, insieme ad altri  120 martiri cattolici.


Autore:
Cristina Siccardi

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Aggiunto il 2011-12-29

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