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Omegna, Verbania, 24 giugno 1870 - Torino, 30 dicembre 1897
Ricevette in famiglia un'educazione profondamente cristiana, che fu poi sviluppata nel collegio salesiano di Lanzo ove entrò nell'ottobre del 1883. Qui maturò la sua vocazione. Nel 1886 ricevette l'abito chiericale da don Bosco, a Foglizzo. Nei due anni (88-89) che trascorse a Torino-Valsalice portò a termine i due corsi triennali concludendoli con le rispettive maturità come privatista. Risale a questo periodo la conoscenza del Principe polacco, Augusto Czartoryski, da poco entrato in Congregazione. Questi si ammalerà presto di TBC e sarà don Beltrami - che era entrato subito in sintonia con lui - a farli da angelo custode sia a Valsalice sia nelle altre località dove l'ammalato soggiornò. Quando poi a sua volta don Beltrami si ammalerà della stessa malattia, tra le probabili cause bisognerà annoverare anche questa dimestichezza di vita con l'amico infermo. Visse la sua sofferenza con letizia interiore. Scriverà lui stesso alla madre: "La zia mi dice: - So purtroppo il tuo stato di salute - Quel 'purtroppo' indica una disgrazia. Quanto s'inganna. Questa malattia l'ho chiesta io al Signore. Propriamente non ho chiesto la malattia, ma di soffrire e molto. E Dio mi ha mandato questo male... Non voglio guarire. E' la pazzia della Croce. Vedremo nell'eternità chi avrà avuto ragione". Ordinato sacerdote da mons. Cagliero, si diede tutto alla contemplazione e all'apostolato della penna. D'una tenacia di volontà a tutta prova, con un desiderio veementissimo della santità, consumò la sua esistenza nel dolore e nel lavoro incessante. "La missione che Dio mi affida è di pregare e di soffrire", diceva. "Né guarire né morire, ma vivere per soffrire", fu il suo motto. Esattissimo nell'osservanza della Regola, ebbe un'apertura filiale coi superiori e un amore ardentissimo a don Bosco e alla Congregazione. Nei quattro anni che gli rimasero di vita dopo il sacerdozio, scrisse alcuni opuscoli ascetici molto pregiati, ma soprattutto si dedicò all'agiografia scrivendo varie biografie di santi, e alcuni volumi di letture amene ed educative. Lasciò anche altri lavori inediti e incompiuti, tra cui è da segnalare la traduzione italiana dei primi volumi dell'edizione critica delle opere di san Francesco di Sales. Quando morì il 30 dicembre 1897 aveva 27 anni. La sua salma riposa nella Chiesa di Omegna, suo paese natale. E' "venerabile" dal 5 dicembre 1966.
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Tutti se lo contendono, istituti, scuole laiche e anche seminari, perché è di un’intelligenza straordinaria e tutti i suoi esami sono un trionfo. Lui, invece, ha solo voglia di essere salesiano: se lo sente dentro come un imperativo che non amette repliche e lo vede come unico obiettivo di vita. All’origine di questa vocazione c’è un incontro, neanche tanto ravvicinato, con don Bosco, che gli fa comunque nascere il desiderio di essere un giorno come lui; soprattutto, c’è una predica del vescovo salesiano Giovanni Cagliero, che riesce ad ipnotizzarlo ed a fargli sognare la missione, possibilmente tra gli stessi indios in cui quel leggendario vescovo lavora. È nato nel 1870 ad Omegna (Novara), primogenito di dieci fratelli, da genitori profondamente cristiani, che fanno tuttavia fatica ad accettare un figlio salesiano. Così, mentre mamma piange e papà è fermamente contrario, alla fine prevale la fede e mamma, accompagnandolo dai salesiani di Foglizzo, raccomanda al maestro dei novizi: “Ne faccia un santo”. “Farmi santo” è anche il proposito che il ragazzo scrive quel giorno, a dimostrazione che le parole delle mamme non cadono mai nel vuoto, ma bisogna dire che davvero poche mamme sono prese così in parola dal buon Dio. Lo stesso don Bosco si lascia scappare che “di Beltrami ce n’è uno solo”, in quel giorno del 1886 in cui gli impone l’abito chiericale. L’anno dopo, nelle mani di un don Bosco ormai cadente e già sul viale del tramonto, emette i primi voti e comincia a prepararsi seriamente al sacerdozio. Gli è compagno il principe polacco Augusto Czartoriski, fragile di salute ma eroico nel suo impegno di santità. Tra i due nasce una profonda amicizia spirituale che si trasforma anche in aiuto fraterno, quando a questi è diagnosticata la tubercolosi. Andrea diventa praticamente la sua ombra, seguendolo per incarico dei superiori anche nei vari spostamenti, che Augusto accetta nella vana ricerca di aria salubre che gli restituisca la salute. Non è difficile immaginare quale influenza quest’ultimo eserciti sul più giovane Andrea, irrobustendo la sua fede, insegnandogli a soffrire per amore e instillandogli a poco a poco una spiritualità oblativa e riparatrice che diventerà poi la caratteristica specifica di Beltrami. Che nel 1893, alla morte di Augusto, ha la netta sensazione di “aver curato un santo”, riconoscendo quanto da lui ha ricevuto per la sua crescita spirituale e non sapendo che, con ogni probabilità, da lui ha ereditato anche la tubercolosi. Pian piano scavato e indebolito anche lui dalla stessa malattia, ha un modello di vita cui ispirarsi, sviluppando contemporaneamente una spiritualità propria. “Né guarire né morire, vivere per soffrire” diventa il suo programma di vita, nella certezza che “soffrire e pregare sia più utile per me e per la Congregazione, che lavorare...”. Sembra avere soltanto la paura di non fare in tempo a diventare sacerdote e così i superiori, molto saggiamente, mentre fanno novene per la sua guarigione, affrettano anche la sua preparazione e le necessarie dispense per poterlo ordinare l’8 febbraio 1893, a 23 anni non ancora compiuti. Ad imporgli le mani è proprio monsignor Cagliero, il vescovo della sua vocazione, e da quel giorno don Andrea capisce che la sua missione non sarà tra i giovani e neppure tra gli indios: il suo letto diventerà altare e cattedra, in cui immolarsi insieme a Gesù e da cui insegnare come si ama, come si offre e come si soffre. La sua cameretta diventa tutto il suo mondo, da cui scrive (numerose sono le sue opere spirituali e agiografiche) ed in cui celebra la sua cruenta messa.“Mi offro vittima con Lui, per la santificazione dei sacerdoti, per gli uomini del mondo intero”, ripete, ma la sua salesianità lo spinge ad intrattenere anche rapporti con il mondo esterno, ispirando e sostenendo, ad esempio, la nascita del centro guiovanile “Cesare Balbo”, di cui sarà socio anche Piergiorgio Frassati. Muore il 30 dicembre 1897, abbandonandosi nelle mani dell’Ausiliatrice. Nello stesso istituto di Valsalice si sta formando un giovane chierico astigiano, Luigi Variara, che lo sceglie come modello di vita e che, diventando sacerdote e missionario salesiano in Colombia, si ispirerà a lui nel fondare la Congregazione delle Figlie dei Sacri cuori di Gesù e Maria. E’ il “filo rosso” della santità, che da don Bosco, passando per don Rua e don Augusto Czartoriski, attrraverso don Andrea arriva fino a Luigi Variara, a dimostrazione che i santi non sono mai isolati e sporadici. Mentre però tutti questi sono arrivati alla gloria degli altari, solo don Andrea Beltrami (venerabile dal 1966) è ancora in “lista d’attesa” e si attende il riconoscimento di un miracolo che gli apra le porte della beatificazione.
Autore: Gianpiero Pettiti
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Aggiunto il 2011-02-20
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