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Venerabile Luigi Maria Olivares Vescovo

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Corbetta, Milano, 18 ottobre 1873 - Pordenone, 19 maggio 1943

Nacque a Corbetta (Milano) il 18 ottobre 1873, quarto di quindici figli (un suo fratello diventerà missionario e una sorella religiosa canossiana). Studi e ordinazione sacerdotale a Milano. Voleva subito farsi salesiano, ma il suo vescovo, il Card. Ferrari, lo mandò, giovane prete di 22 anni, come vicerettore del collegio arcivescovile di Saronno. Dopo 8 anni ottenne di entrare dai Salesiani. Laureato in teologia, insegna teologia morale e sociologia nello studentato di Foglizzo (1906-1910). Poi è mandato parroco dell'incipiente parrocchia di S. Maria Liberatrice al Testaccio in Roma. Il quartiere malfamato si trasforma visibilmente, grazie alla bontà del suo nuovo Parroco. Un giorno, schiaffeggiato per la strada da un violento, don Luigi gli dice: "Grazie!" e presenta l'altra guancia. "Il suo confessionale riferisce un testimone - è assediato dal mattino alla sera; nelle solennità il lavoro di confessore è come la trama della giornata, sulla quale innesta la celebrazione della Messa e la predicazione, che teneva anche 6 o 7 volte al giorno". Nel 1916 è scelto da Benedetto XV come vescovo di Sutri e Nepi. Detta a se stesso un regolamento in cinque punti: "Amerò la mia diocesi come una sposa. Nell'orazione tratterò con Gesù gli interessi delle anime, non prenderò alcuna decisione importante prima di averLo consultato. Eviterò il lusso e il superfluo. Avrò un orario e lo osserverò fedelmente. Tessera della mia vita episcopale: la carità disposta ad ogni sacrificio". Così fece durante 26 anni, in spirito salesiano: "Sono, per dono di Dio, cristiano, sacerdote, salesiano e vescovo: devo farmi santo".
Morì fuori della sua diocesi il 19 maggio 1943, mentre predicava un Corso di Esercizi Spirituali ai Liceisti di Pordenone. Aveva settant'anni. Ora riposa a Nepi nella Cattedrale. E' stato dichiarato venerabile il 20 dicembre 2004.



Nel vasto soggiorno mamma Giuditta teneva in braccio l'ultimo nato e attorno a lei facevano nidiata i figliolini più piccoli. Teresa, la sua bimba più festosa ricordava che la vivacità era sempre tanta e lo spazio non poteva contenerla tutta. Di qui spintoni risate cascatoni, strilli e pianti. La mamma interveniva a castigare: a uno ordinava di stare fermo accanto a lei un minuto, a un'altra ordinava di raccogliere i giocattoli sparsi. Teresa ogni tanto protestava. Ricordava sorridendo: "Dicevo alla mamma: il Luigino però non lo castighi mai!". Tra i suoi quindici bambini, mamma Giuditta vide fiorire tre vocazioni: Maria divenne religiosa canossiana; Gioacchino sacerdote missionario in Cina; Luigi sacerdote salesiano e vescovo.
Da sua mamma Luigi imparò (e ripeté tutti i giorni) una preghiera corta e decisa: "Signore, concedetemi la grazia di crescere bene. Se dovessi diventare cattivo fatemi piuttosto morire".
A soli 10 anni (cosa che a noi sembra assurda, ma che nel 1883 - in un clima di cristianità intensa - si stimava una grazia del Signore), Luigi vestì l'abito nero dei chierici e papà Alberto lo accompagnò dalla grande casa paterna di Corbetta al seminario minore di Monza. A 15 anni fu giudicato il migliore tra gli alunni del ginnasio e con uno studente di filosofia e uno di teologia fu mandato in premio a Roma per incontrare il papa Leone XIII. Nel liceo la salute parve avere un tracollo: prostrazione e sbocchi di sangue. La mamma se lo riprese sotto le ali e fece con lui una novena di preghiere alla Madonna, e un mese di pranzi robusti. La salute e la vivacità tornarono e non ebbero mai più flessioni.
I Salesiani di Don Bosco erano arrivati a Milano alla fine del 1894 e avevano aperto il primo Oratorio. Il chierico Luigi, 21 anni, vi accompagnò diverse volte il suo direttore spirituale don Morganti, grande benefattore dei figli di Don Bosco. Luigi lesse la vita di quel prete torinese, vide all'opera i suoi figli e ne rimase incantato. Quella maniera di educare era la stessa che sua madre aveva usato con lui e con i suoi tanti fratelli: la casa salesiana era una grande famiglia.
Luigi Olivares è ordinato sacerdote il 4 aprile 1896. Subito dopo scrive una lettera al suo superiore, il cardinale Ferrari. Gli chiede il permesso di entrare tra i salesiani. La risposta è semplicemente "no". Don Olivares ammira la maniera di educare dei salesiani? Bene lo invia nel collegio arcivescovile di Saronno. Educherà quel centinaio di giovani alla maniera di Don Bosco, e il cardinale ne sarà contentissimo.
Otto anni a Saronno. Don Olivares usò il sistema preventivo di Don Bosco e le tre parole magiche ragione religione amorevolezza fecero miracoli. Il collegio arcivescovile di Saronno diventò una grande famiglia. Ma dopo otto anni don Olivares cominciò a trovarsi a disagio. Giovani sacerdoti arrivati negli ultimi tempi vedevano maggior utilità nel sistema di un severo distacco tra alunni e superiori: non ragionare, ma dare ordini; non amorevolezza, ma punizioni. Don Olivares non reagì. Semplicemente rinnovò la sua lettera al cardinale. E la risposta questa volta fu un semplice "sì". La mamma, avvisata dal figlio che nella congregazione salesiana avrebbe potuto essere inviato lontano dalla loro Lombardia rispose: "Mi sono unita a te nel ringraziare il Signore che ha esaudito le tue perseveranti preghiere. L'ho ringraziato piangendo per il dolore che la tua partenza mi cagiona. Soffrirò molto, ma con la grazia di Dio spero di soffrire con rassegnazione affinché il Signore ti benedica e ti faccia santo".
Entrò nel noviziato salesiano di Foglizzo (Torino) nell'agosto del 1904 e si pose sotto la totale obbedienza del superiore e maestro don Giovanni Zolin, suo coetaneo. Quest'ultimo ricordava: "Umilissimo sempre, pareva avesse dimenticato quello che era stato prima, considerandosi semplicemente quale povero novizio tra tanti novizi. Verso il suo maestro dimostrava un rispetto riverenziale, una illimitata confidenza. Dopo i familiari colloqui e rendiconti chiedeva sempre in ginocchio la benedizione". Incaricato di dare la benedizione eucaristica "in cotta e stola, saliva l'altare, apriva la porticina del tabernacolo e... improvvisava lunghi tenerissimi colloqui eucaristici con tanto trasporto di fede e di ardente carità che destava l'ammirazione e ravvivava la devozione dei presenti".
15 novembre 1905. Don Luigi pronuncia i voti di povertà castità e obbedienza ed è salesiano. Ha 32 anni. I superiori lo inviano a Torino a laurearsi in sacra teologia ed è insegnante presso i chierici che si preparano al sacerdozio.
A Roma in quegli anni il quartiere popolare del Testaccio sta diventando la roccaforte del socialismo e dell'anticlericalismo. Il papa vi ha chiamato i salesiani affidando loro la parrocchia di Santa Maria Liberatrice. I superiori di Torino chiamano il professore di teologia Luigi Olivares e lo mandano al Testaccio come direttore e parroco. E' l'autunno del l910. Don Olivares vi si reca con umiltà, mettendosi subito al servizio della gente. Nella prima omelia dice ai suoi parrocchiani: "Tutti vi amo nel Signore anche coloro che per avventura nella persona del sacerdote non vedessero un amico". Il senatore Mario Cingolani ricordava: "Ho notato personalmente l'enorme cambiamento in meglio avvenuto al Testaccio sotto la guida di don Olivares. Egli dedicava tutto se stesso all'assistenza delle opere cattoliche di apostolato e di carità. Si dedicava moltissimo alla confessione e alla predicazione ed era a tutti esempio di vita austera. La pressione anticlericale si attenuò fino ad estinguersi". E una sua parrocchiana: "Avrebbe predicato anche ad una sola vecchietta; e mai che abbia omesso la scuola di religione a noi circoline, neanche quando per un certo periodo (che fu dura prova anche per lui) il circolo fu ridotto a sette od otto ragazze".
"Aveva carità per tutti", attesta sotto giuramento un parrocchiano. "Uomini e donne adulti e piccini poveri e ricchi. E questa carità si manifestava con intensità maggiore verso gli infermi, i sofferenti, i miseri. Un giorno un gruppo di scalmanati lo prese pubblicamente a schiaffi. Don Olivares non fece nulla. Solo disse: Vi perdono e spero che anche Dio vi perdoni. E continuò ad aiutare i poveri e a visitare gl'infermi".
Nel maggio 1915 l'Italia entrò nella prima guerra mondiale. I tempi divennero duri e difficili per tutti. Mentre don Olivares raddoppiava gli sforzi per portare soccorso alle famiglie bisognose, papa Benedetto XV (che conosceva personalmente i parroci di Roma e stimava lui in particolare) lo nominò vescovo di Sutri e Nepi, due antichissime cittadine a 40 chilometri da Roma.
La diocesi affidata al nuovo vescovo non era vasta: comprendeva soltanto 60mila abitanti, distribuiti in 35 parrocchie. Ma durante gli anni della guerra stavano arrivando specialmente nei dintorni di Nepi molti profughi dal Veneto, investito direttamente dal turbine della guerra: famiglie di salda fede cristiana che improvvisamente avevano perso tutto, ed erano cariche di bambini.
Don Olivares fu ordinato vescovo il 29 ottobre 1916 davanti ai suoi parrocchiani. Era presente la sua anziana mamma Giuditta, che abbracciò con tenerezza appena terminato il rito.
Si recò immediatamente nella sua diocesi dove, ricorda madre Teresa Giglietti, "i profughi di guerra furono confortati, assistiti e protetti paternamente dal nuovo vescovo, il quale non tralasciò di provvedere subito alle loro necessità più immediate, come il vitto e il vestiario". In questa diocesi mons. Olivares avrebbe trascorso 26 anni: tutto ciò che gli restava da vivere. E i suoi cristiani avrebbero visto realizzarsi concretamente il programma che si impose davanti a loro nella prima omelia: "1. Amerò la mia diocesi come mia sposa. 2. Diffiderò sempre di me stesso. Nell'orazione tratterò con Gesù gli interessi delle anime. 3. Eviterò il superfluo e il lusso dappertutto. La mia mensa sarà frugale. 4. Il segno distintivo della mia vita episcopale voglio che sia la carità: sincera, paziente, benefica, spirituale, disposta a ogni sacrificio".
Il suo stile buono, disposto a tutto pur di fare il bene, nei primi due o tre anni - attesta il suo segretario don Riva - gli attirarono da parte di diversi sacerdoti freddezza e sfiducia. Ma egli che aveva messo nel suo stemma vescovile le parole "fortiter et suaviter" (con fortezza e soavità), tirò avanti senza badarci. C'era sempre chi alla ragionevolezza e amorevolezza di Don Bosco preferiva gli ordini e le punizioni. Ma mons. Olivares sapeva che lo stile di Don Bosco (che era quello di Gesù) vinceva. Difatti anche la diffidenza svanì. Il parroco don Antonazzi, che gli fu accanto in quei 26 anni, ha così condensato la sua attività: "Fin dal primo momento prese a interessarsi con assiduità del clero del seminario, delle parrocchie. Si può dire che egli seguisse ogni parrocchia e ogni sacerdote nella sua attività. Era continuamente in giro per la diocesi, accettando predicazioni, amministrando cresime e prime comunioni e passando ore e ore in confessionale. Contribuì moltissimo a sviluppare l'Azione Cattolica per aiutare la gioventù nella formazione religiosa e nella vita impegnata. Teneva molto alla istruzione catechistica. Ciascuno di noi, nella sua attività parrocchiale, si sentiva sostenuto e protetto". Il segretario don Riva ricorda il suo impegno per i due seminari di Sutri e di Nepi, che da anni per la loro disorganizzazione non davano più preti . Non poté fare miracoli, ma al termine del suo episcopato i seminari avevano donato più di 40 nuovi preti alla diocesi: un numero non eccelso, ma sufficiente.
Il segno distintivo della carità non rimase soltanto nel suo programma di vescovo. I suoi cristiani lo videro concretizzarsi giorno dopo giorno, con delicata tenerezza. "Nel mio paese natio", attesta don Rossetti, "c'erano persone lontane da Dio che, trovandosi vicino alla morte, egli visitò privatamente, riuscendo a far sì che la loro fosse una morte da buon cristiano". "Accadde a Capranica", afferma mons. Dante, "che un uomo tentò il suicidio sparandosi alla testa. Il vescovo accorse al suo capezzale, lo persuase a un atto di fede e di dolore, e a ricevere i santi sacramenti". Per far catechismo ai giovani lavoratori, d'inverno si recava a piedi tre volte alla settimana fino alla sede del loro circolo. Sempre a sera tarda, per dar la possibilità a tutti d'intervenire.
Quando si iniziò il "processo di santità" di mons. Olivares, le testimonianze sulla sua carità, fatte sotto giuramento, riempirono centinaia di pagine. "Ho inteso non poche persone ricordare con piacere gli aiuti che avevano ricevuto. Il vescovo dava via denaro, cibo, biancheria, ritenendo per sé il minimo indispensabile. Regalava biancheria e anche la dote a qualche ragazza che entrava nella vita religiosa. Ricordo che una vedova mi diceva che lei e i suoi sette bambini sarebbero morti di fame se mons. Olivares non fosse venuto in loro aiuto". "Vi sono famiglie che egli ha tolto dalla miseria". "Egli amava moltissimo i poveri, donava loro tutto quello che poteva. Preferiva dare ai poveri le offerte accumulate per riparare la casa del vescovo". "Era voce comune che il vescovo nascostamente aiutava famiglie povere anche con prestiti, di cui non voleva la restituzione". "Per ben tre volte fui testimone dell'aiuto dato a giovani sposi poveri. Pagò la biancheria e le lenzuola". Il segretario ricorda: "Quando c'erano degli infermi, mandava me perché mi rendessi conto delle condizioni spirituali e materiali in cui si trovavano. Se io non riuscivo a mettere a posto le cose, si muoveva lui di persona". Lo stesso segretario ricorda e visite del vescovo ai carcerati: "Vi andava spesso, e riuscì a predicarvi anche gli esercizi spirituali". Una particolare carità, il vescovo la usava con i suoi sacerdoti. Non permise mai a nessuno di sparlarne in sua presenza. Un vecchio prete, don Tito Bonini, diceva che a monsignore potevano cavare tutti i denti, ma non una parola critica nei riguardi di un sacerdote.
Nel 1926 il dittatore Benito Mussolini, che si era impadronito del potere in Italia, istituì le organizzazioni giovanili fasciste. Esse dovevano inquadrare tutta la gioventù italiana. Furono quindi sciolte di autorità tutte le altre organizzazioni. I circoli cattolici che fecero resistenza furono perseguitati. La sede del circolo cattolico di Nepi tanto caro al vescovo fu bruciata. Allora si vide che la parola fortiter non era stata scritta sullo stemma vescovile per scherzo. Fece fare una perizia dei danni provocati dall'incendio, la controllò lui stesso e poi richiese che venisse saldata dal segretario politico del partito fascista. Fu intransigente e non concesse nessuno sconto, poiché diceva "Non è cosa mia, ma della comunità cristiana".
Quando nel 1940 l'Italia entrò nella seconda guerra mondiale, sentì tutta la desolazione delle famiglie a cui era portato via il padre o il figlio maggiore per avviarli alla guerra. La sua carità in quei momenti difficili per la sua gente non conobbe limiti. Il segretario don Riva ricorda: "Quando gli chiedevo denaro non opponeva mai un rifiuto. Prendeva dal cassetto i biglietti che c'erano e diceva: "Toh, toh! Sono pieni di microbi. Non attaccarci il cuore. Spacciali bene e subito a gloria di Dio e a bene del prossimo".
Nel terzo anno di guerra avrebbe compiuto 70 anni. Nelle sue conversazioni tornava sovente il richiamo al Paradiso. Don Mancini ricordava: "Quella del Paradiso era una aspirazione molto frequente". E mons. Baldini: "Aveva sempre in bocca Paradiso Paradiso anche nelle conversazioni ordinarie".
"Nel marzo 1943", raccontò il salesiano don Busato, "invitai mons. Olivares a predicare gli esercizi spirituali ai liceisti del collegio Don Bosco di Pordenone, di cui ero direttore. Monsignore arrivò nel pomeriggio del 5 maggio. Il 6 maggio fu una giornata regolare di predicazione. Ma al mattino del 7 trovammo il vescovo a letto in uno stato pietoso. La notte si era sentito molto male: era in atto una peritonite. Venne trasportato d'urgenza all'ospedale e fu subito operato. Dal 7 all'11 maggio il decorso della malattia parve regolare, ma il 14 maggio la febbre riapparve e salì fino ai 40°. Era sopravvenuta la setticemia ormai inarrestabile".
La notizia del suo stato la ricevette come una risposta alla sua sete di Paradiso. Chiese l'unzione degli infermi, la benedizione di Maria Ausiliatrice e aspettò Dio pregando a fior di labbra. L'infermiere salesiano Leonida Tagliaferro, che l'assistette in quegli ultimi giorni, ha testimoniato: "In due settimane non uscì mai in un lamento, ma solo parole di ringraziamento e di riconoscenza. Se sapevo che aveva bisogno di riposare, bastava che gli dicessi: "Eccellenza, chiuda gli occhi e dorma". Ubbidiva all'infermiere come fosse stato un suo superiore". A chi gli chiedeva se soffriva molto, diceva: "Quello che Dio vuole non è mai troppo". Spirò serenamente il 19 maggio 1943. Nella grande tragedia della guerra, dei bombardamenti che sconvolgevano le città e i paesi, non si osò trasportare i resti mortali alla sua diocesi. Ma la notizia che arrivò rapida, diede insolitamente ai suoi poveri una serena rassegnazione: "Dal cielo adesso ci aiuterà per sempre".


Autore:
Teresio Bosco


Fonte:
www.sdb.org

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Aggiunto il 2001-06-22

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