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Venerabile Giuseppe Quadrio Sacerdote salesiano

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Vervio, Sondrio, 28 novembre 1921 - Torino, 23 ottobre 1963


Giuseppe Quadrio nacque a Ca’ Torchio, presso Vervio, in una famiglia numerosa e profondamente cristiana. A soli otto anni si diede un serio regolamento di vita, capitava di sentirgli dire: "Cercherò di farmi santo”. Ebbe il compito di portare al pascolo sui monti le pecore, ma nel frattempo leggeva la vita di don Bosco e il bollettino salesiano. Frequentò le scuole elementari a Vervio e la quinta classe a Mazzo. Tra le prime ad accogliere il suo desiderio di dedicarsi a Dio ci fu la maestra. Consigliato dal parroco, don Luigi Sertorio, fu accompagnato, a soli 12 anni, nell'istituto salesiano missionario di Ivrea dove si distinse per intelligenza e bontà d’animo. Tra il ‘33 e il ‘36 concluse il ginnasio, brillando per profitto. A quindici anni fu novizio a Villa Moglia di Chieri, alunno di don Eugenio Magni. Nel 1937 fece la professione temporanea e, viste le buone capacità, fu inviato a Roma per studiare filosofia e teologia presso la Pontificia Università Gregoriana. Nell’Urbe frequentò inoltre l’Accademia di S. Tommaso d’Aquino e prestò la sua opera nell’Oratorio del Sacro Cuore. Non di radò fu anche barbiere dei ragazzini che lì erano accolti. Dal 1941 al 1943 fu insegnante di filosofia a Foglizzo (TO). In quell’anno tornò a Roma per gli studi teologici e il 28 maggio 1944, nel giorno di Pentecoste, professò i voti pepetui. È del 1° maggio 1946 l’annotazione di alcuni pensieri: “Ritengo doveroso atto di onestà offrire a Gesù Sacerdote, per le mani di Maria SS., la mia povera vita per le vocazioni che Dio suscita e coltiva tra i giovani che frequentano la nostra casa, allo scopo di evitare l’ordinazione di uno meno degno ed insieme di implorare il formidabile onore ad altri più degni di me”. Il 20 luglio 1945 conseguì il baccalaureato in teologia “summa cum laude” e il 3 novembre successivo fu insignito di medaglia d’oro. Le sue straordinarie doti emersero pubblicamente alla Gregoriana, nell’ambito del dibattito sulla definizione del dogma dell’Assunzione. Il 12 dicembre 1946, alla presenza del suo insegnante, il padre gesuita Boyer e di mons. Montini (futuro Paolo VI), da chierico difese il dogma in una solenne disputa pubblica. Aveva 25 anni. Pio XII, sentita l’eco di quella discussione, volle averne la trascrizione. Quello studio fu trasmesso alla Radio Vaticana e pubblicato su una rivista spagnola. Studiò a fondo gli autori che trattarono dell’Assunzione della Madonna, dal VIII al XV secolo, conseguendo la laurea il 7 dicembre 1949, con tesi dal titolo: “Il Trattato sull’Assunzione della Beata Vergine Maria dello Pseudo-Agostino e il suo influsso nella teologia assunzionista latina” che fu stampata in Analecta Gregoriana. La notizia uscì sull’Osservatore Romano. Il dogma sarà proclamato da Pio XII il 1° novembre dell’Anno Santo 1950, per don Quadrio fu un giorno straordinario. Tornò quindi ad insegnare a Foglizzo e fu ordinato sacerdote il 16 marzo 1947. Il 20 luglio celebrò la sua prima messa a Vervio. Nell’immaginetta ricordo fece scrivere di voler essere: “Vicario dell’Amore di Cristo e a Lui Sommo sacerdote”.  Fu quindi destinato al Pontificio Ateneo Salesiano di Torino della Crocetta come docente di dogmatica, dove ricoprì dal 1954 al 1959 la carica di decano della facoltà teologica. Nello stesso tempo era prete tra la gente, nella vicina parrocchia, la stessa del beato Piergiorgio Frassati, e nella Casa Vacanza di Ulzio. Fu guida spirituale di gente semplice come di personalità della cultura. Il suo ministero lo vide impegnato anche presso i detenuti minorenni della Generala. Soprattutto, però, insegnò, in modo chiaro e incisivo, a tante generazioni di futuri preti. Nel 1960 fece la sua comparsa un male incurabile, un linfogranuloma maligno, che lo avrebbe portato alla morte, ma don Giuseppe, consapevole del male, portò avanti serenamente la propria missione di insegnante. Nelle frequenti degenze ospedaliere la sua bontà fece breccia nel cuore dei malati che gli erano accanto, dei medici e degli infermieri. Riuscì persino a convertire alcuni che erano lontani dalla Chiesa. Devoto del beato Michele Rua, pochi mesi prima di morire, scrisse: "Il grande miracolo che don Rua mi ha fatto fin da principio è una pace immeritata e soavissima, che rende questi giorni di attesa prolungata i più belli e felici della mia vita". Dopo un viaggio a Lourdes annotò: “ Dio è stato ed è molto buono con me! Mi aiuti a ringraziarlo… che cosa può capitarci di male se Dio è Padre e ci ama? … sono sereno, calmo e allegro come non lo sono mai stato in vita mia. Sento la mano di Dio Padre sulla mia spalla e sto in perfetta pace”. Nelle lettere e nelle omelie, rivolgendosi in particolare ai sacerdoti, scrisse: “Siate realmente e praticamente il “Cristo Oggi” del vostro ambiente, il Cristo autentico, in cui il divino e l’umano sono integri e armoniosamente uniti…. Gli uomini che vi avvicinano o che vi fuggono, a ciascuno di voi rivolgono una preghiera disperata “Vogliamo vedere Gesù”. Non deludete l’attesa della povera gente. Sappiate capire, sentire, cercare, compatire e amare. Non temete: tutti aspettano soltanto questo, il Cristo!”. […] “Celebra ogni tua Messa come se fosse la prima, l’ultima, l’unica della tua vita. Ogni parola sia un annuncio ed ogni gesto un “segno” sacro. Trasforma la tua Messa in vita vissuta e tutta la tua vita in una Messa continua. Ricordati che, chiuso il Messale, la tua Messa deve continuare nella vita”. “Sia tua delizia confessare e dirigere le anime, specialmente i piccoli e gli adolescenti, i poveri, i lontani. Non farti mai attendere al tuo confessionale”. “Tutto ciò che Dio prepara e dispone per noi è un gesto di amore infinito”. Il “prete del sorriso da fanciullo” morì, al gesto della benedizione della Madonna, la sera del 23 ottobre 1963. Benedetto XVI lo ha proclamato venerabile nel 2009.


Autore:
Daniele Bolognini

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Aggiunto il 2012-09-17

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