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Card. Amedeo di Savoia Vescovo di Ginevra

Cardinali

Chambéry, 4 settembre 1383 – Thonon-les-Bains, 6 gennaio 1451

Amedeo nacque a Chambery il 4 settembre 1383, figlio del cosiddetto “Conte Rosso” Amedeo VII di Savoia, dal quale ereditò il titolo comitale nel 1391. Nel 1401 sposò Maria di Borgogna, dalla quale ebbe sei figli. Nel 1405 fondò l’università di Torino. Nel 1416 venne incoronato primo Duca di Savoia dall’imperatore Sigismondo. Promulgò in seguito gli Statuta Sabaudiae, vero e proprio codice comprendente le leggi dei suoi Stati. Nel 1434 si ritirò a Ripaglia, sul Lago di Ginevra, fondando l’Ordine di San Maurizio. Il 5 novembre 1439 il Concilio di Basilea lo elesse antipapa ed egli assunse il nome di Felice V, abdicando dunque alla corona sabauda. Nel 1449 rinunciò alla tiara ristabilendo così l’unità della Chiesa compromessa da parecchia anni. Il nuovo pontefice Niccolò V lo ricompensò allora nominandolo cardinale il 7 aprile 1449, in qualità di vescovo titolare di Sabina e nunzio apostolico per tutti gli stati di Casa Savoia e per la Svizzera, nonché per altre importanti diocesi quali per esempio Basilea e Strasburgo. Morì a Ginevra il 7 gennaio 1451 e fu sepolto nella chiesa del castello di Ripaglia. La devozione popolare sviluppatasi attorno alla sua tomba attribuì alla sua intercessione numerose guarigioni miracolose. I pellegrinaggi continuarono sino a quando i calvinisti bernesi occuparono la zona e distrussero la sua tomba. Oggi i resti del duca riposano a Torino nella Cappella della Sindone adiacente al duomo cittadino.



Con Amedeo VIII ha inizio il secondo periodo della storia della Casa di Savoia, caratterizzato dalla influenza francese sulle cose d'Italia.
Il governo di questo principe, durato circa sessant'anni, fu uno dei più gloriosi per la dinastia, e diede ai sudditi di essa un lungo periodo di pace e di generale prosperità.
Nato a Chambéry il 4 settembre 1383, il figlio del Conte Rosso ne rimase successore all'età di otto anni. La nonna, Bona di Bordone, e la madre del piccolo principe, Bona di Berry, si contesero aspramente il diritto alla reggenza dello Stato, a cui Bona di Borbone non voleva rinunciare, avendo già per disposizione testamentaria del marito la tutela del bimbo.
Il re di Francia Carlo VI interpose infine la sua mediazione, e aggiudicò la reggenza alla madre anzichè alla vedova del defunto Conte di Savoia, stabilendo che ella dovesse essere assistita da un consiglio composto di principi della famiglia, di giureconsulti e di prelati. Bona di Borbone fu quindi reggente fino al 1398, cioè fino a quando Amedeo VIII ebbe compiuti i quindici anni.
Egli si trovò prestissimo in conflitto, come i suoi predecessori, con i marchesi di Saluzzo, per la solita questione dell'omaggio feudale, che essi rifiutavano di prestare a ciascun nuovo Conte di Savoia, e che ora ai Savoia premeva più che mai, anche a maggiore sicurezza della contea di Nizza recentemente acquistata. Si venne alle armi; Tomaso di Saluzzo subì una grave sconfitta a Monasterolo, nel 1394, e fu tenuto prigioniero a Torino per circa due anni. Nel 1412 la guerra ricominciò, e durò ancora per più di un anno, finchè il Saluzzese si rassegnò a fare atto di sudditanza verso Amedeo VIII.
Questi si dedicò poi ad abili negoziati per aumentare i suoi territori, ai quali riuscì ad aggiungere anzitutto il Genevese, che costituiva la sola grave soluzione di continuità ancora esistente nel suo Stato di là dalle Alpi, e che ottenne da Oddone di Villars (erede dei Conti di Ginevra), parte in virtù di antiche ragioni di superiorità, e parte a prezzo d'oro. Acquistò poi metà della giurisdizione del vescovo di Belley, nella quale questo prelato lo volle associato per esser difeso contro i signori e contro il popolo, a lui ugualmente avversi, e la sudditanza degli Arborii, degli Avogadri, dei Roasenda, degli Alciati e di altri nobili, nonchè quella di parecchie terre del Vercellese, che, stanche del malgoverno dei Visconti, gli si sottomisero spontaneamente. Pietro e Ranieri Lascaris gli fecero omaggio di Briga e di Limone, e questo acquisto ebbe notevole importanza perchè agevolò ai Sabaudi il passo del Colle di Tenda; Luca ed Antonio Grimaldi, signori di Monaco, gli cedettero nel 1418 la città di Mentone.
In quello stesso anno, Amedeo VIII fece un acquisto più considerevole di tutti gli altri: quello del Piemonte, la cui sovranità da Filippo principe d'Acaia era passata al suo primogenito Giacomo e da questo al figlio Amedeo, che l'aveva trasmessa al fratello Lodovico. Morto quest'ultimo senza prole, e spentasi così la linea dei Savoia di Piemonte-Acaia, l'importante provincia piemontese, accresciuta di tutti gli acquisti fatti da quei principi, ritornò alla Casa di Savoia per diritto di riversibilità e di eredità. Infine Amedeo VIII potè aggiungere ai propri domini, oltre ad altri minori, la città di Vercelli (cedutagli nel 1427 dal Duca di Milano, perchè si staccasse dalla lega formata coi Veneziani e coi Fiorentini a danno dei Visconti), e la città di Chivasso con altre terre, avute da Giangiacomo, marchese di Monferrato. Così Amedeo formò con le antiche e le nuove province uno Stato assai vasto, che si estendeva dal lago di Neuchàtel alla Sesia, e dall'estremità del Lemano al Mare Tirreno.
Egli era stato fidanzato all'età di tre anni a Maria di Borgogna, allora lattante, e l'aveva poi sposata nel 1401. Avuta da quella principessa una figlia, Maria, la diede in moglie al Duca di Milano, Filippo Maria Visconti.
Del resto, il governo di questo principe fu ordinatissimo in tutto e per tutto. Egli non prendeva mai alcuna risoluzione, se non dopo matura riflessione. Quando si trattava di affari gravi, raddoppiava, quadruplicava il numero dei suoi consiglieri. In certi casi, per gli affari pubblici, interrogava i tre Stati (Clero, Nobiltà e Popolo), le cui regolari assemblee erano cominciate durante la reggenza.
Una delle opere principali di Amedeo VIII fu certamente la legislazione nuova ch'egli diede ai propri Stati, nei quali le controversie solevano essere giudicate senza un fondamento costante di diritto, mentre si seguivano confusamente le vecchie leggi feudali, le consuetudini e la legge romana che cominciava a diffondersi. Nel 1430 egli promulgò un organico corpo di leggi, col titolo di Statuta Sabaudiae, nel quale furono anche determinate le attribuzioni diverse delle varie cariche dello Stato. Stabilì inoltre la precedenza delle cause dei poveri con patrocinio gratuito.
Provvide inoltre Amedeo VIII a moderare le eccessive pretese del clero, che anche negli Stati della Casa di Savoia, come negli altri, cercava continuamente di usurpare diritti o attribuzioni del potere sovrano.
Frattanto era stato eletto imperatore il re d'Ungheria Sigismondo (1411). Questi transitò per la Savoia nel 1416, e Amedeo l'accolse con grandissima pompa in Chambéry. Appunto in quell'anno, e in quell'occasione, il 19 febbraio, l'imperatore investì del titolo ducale i Conti di Savoia, ai quali confermò la dignità e le prerogative di vicari imperiali, che erano già state conferite loro al tempo di Amedeo VI. Dal canto suo, il Duca Amedeo VIII, che ebbe, come scrisse il Cibrario, « l'istinto unificatore della propria Casa », istituì alcuni titoli che, dopo di lui, rimasero nella dinastia e che si ripeterono fino al regno di Vittorio Emanuele III.
Il 15 agosto 1424 egli conferì il titolo di Principe di Piemonte al suo primogenito Amedeo, nato nel 1412. Questo suo figlio ebbe vita assai breve. Nel 1431, mandato con numerose milizie ad incontrare l'imperatore Sigismondo (che scendeva in Italia per arginarvi la crescente potenza di Venezia, della quale anche Amedeo VIII si preoccupava assai) morì per una indigestione di frutta. Amedeo, che già aveva subito, provandone profondo dolore, la perdita della moglie nel 1422, soffrì immensamente per quella nuova sventura.
Per di più, il destino gli fu avverso nella guerra intrapresa dal 1430, insieme col principe d'Orange e coi duca di Borgogna, per impadronirsi del Delfinato mentre in Francia infierivano guerre intestine. Sconfitto gravemente ad Anthon, corse anche pericolo di annegare, nell'attraversare il Rodano a nuoto per non rimanere prigioniero; e questo ed altri avvenimenti, non esclusa la peste che poco prima aveva desolato il Piemonte e specialmente Torino, tanto lo impressionarono, aggiungendosi alle sciagure domestiche, da renderlo inguaribilmente triste e da spingerlo a cercar rifugio e consolazione nelle meditazioni religiose. In queste condizioni di spirito lo sorprese l'atto insano di un nobile della Bresse, Gallo di Sure, che, per ambizioni sue insoddisfatte o per qualche altra ragione rimasta ignota, gli tese un agguato per pugnalarlo, presso Thonon. Egli sfuggì soltanto per caso ai colpi di quel ribelle, che fu poi decapitato a Chambéry, e dopo questo fatto decise di "dedicarsi a Dio".
Il 7 novembre 1433, comunicò la sua risoluzione all'assemblea dei prelati e dei signori della Savoia, e senza abdicare rimise il governo dello Stato al suo secondogenito Lodovico, nato in Ginevra il 24 febbraio 1402. Poi si ritirò in un eremo presso Ripaglia, con sei cavalieri della sua Corte, ch'erano anche suoi consiglieri, i quali presero insieme con lui l'abito monacale.
Così ebbe origine l'Ordine Mauriziano, che allora fu denominato dei Cavalieri romiti di San Maurizio, dal nome del santo protettore dei re di Borgogna e della Casa di Savoia. Quest'Ordine, pure avendo carattere religioso, fu da principio un vero e proprio Consiglio di Stato. Infatti Amedeo, che non aveva affatto rinunciato alla sovranità, continuò a dirigere dall'eremo gli affari più importanti del Ducato, consultando, per le decisioni gravi, i suoi sei compagni di romitaggio, tutti celibi o vedovi, tutti attempati, esperti nell'arte di governare e nella diplomazia del tempo. Continuò anche ad esercitare una certa autorità negli affari d'Europa, e forse fu realmente (come asserisce qualche storico) mediatore fra l'Inghilterra, la Francia e il duca di Borgogna nella pace di Arras, che liberò la Francia dagl'Inglesi.
Si hanno curiosi ed interessanti particolari sul singolare Consiglio di Stato del primo duca sabaudo. Quegli eremiti non pronunciavano alcun voto, ma si riunivano ad ore fisse nella chiesa del convento di Sant'Agostino, per gli offici divini, e due volte alla settimana in una sala, presso Amedeo VIII, per trattare le questioni politiche. Indossavano una tonaca grigia con mantellina e cappuccio, portavano lunghi capelli e la barba e si appoggiavano ad un lungo bastone, ricurvo ad un'estremità come un pastorale. Una croce d'oro simile a quella dei vescovi pendeva loro sul petto, unico segno di distinzione. Amedeo VIII teneva rigorosamente a quell'abito ed alla propria barba fluente. La mensa in comune dei cavalieri eremiti, senza essere splendida era rispondente alla loro condizione, alle loro abitudini e all'età loro.
Il duca, che si faceva chiamare il Decano, aveva seicento fiorini per le proprie spese; i suoi compagni ne avevano duecento. Ciascuno di essi abitava in una casetta isolata in mezzo ad un piccolo giardino ed era servito da famigliari. Amedeo VIII aveva un'abitazione sontuosa ed una numerosa servitù, cosicchè l'Ordine non aveva nulla di eremitico, salvo nient'altro che la consuetudine delle lunghe preghiere in comune e la severissima regolarità del sistema di vita.
Sebbene Amedeo, pur conducendo vita monastica, avesse ancora molta ingerenza nelle cose d'Italia, ed anche in quelle d'Europa, la sua vita politica non avrebbe più lasciato tracce nella storia, se inaspettatamente, nel 1439, il Concilio di Basilea (in seguito ad una lunga e complicata contesa, e riaprendo nella Chiesa cattolica uno scisma che era già durato quarant'anni e che soltanto da ventidue era stato composto dal Concilio di Costanza) non lo avesse proclamato papa, senza che fosse mai stato prete, dopo aver condannato come eretico Eugenio IV.
Alcuni storici affermano che Amedeo VIII fu assai riluttante ad accettare la tiara, aborrendo dall'idea di contenderla ad Eugenio IV e di veder continuare le discordie che straziavano la Chiesa. Altri invece gli rimproverano di avere aspirato alla dignità papale e di aver brigato per conseguirla.
Il Cibrario dice : «Questo gran principe ebbe il torto di desiderare il papato, e di accettarlo dopo la deposizione di Eugenio IV, fatta dal Concilio di Basilea illegalmente perché fuori dei casi di quella estrema necessità che aveva giustificato simili rimedi adoperati dai Concilii di Pisa e di Costanza ». Comunque, nell'accettare il pontificato, Amedeo VIII ebbe questa attenuante, riconosciutagli dalla storia: - mentre dalla parte del papa di Roma Eugenio IV stavano la corruzione e gli abusi, dall'altra parte, cioè da quella del Concilio di Basilea, che aveva eletto l'antipapa, stava un lodevole spirito di riforma e di purificazione. E pare d'altronde ch'egli realmente si proponesse di ritornare al suo eremo non appena fosse riuscito a ristabilire la pace nella Chiesa.
Salutato pontefice dagli ambasciatori del Concilio, col nome di Felice V, da lui scelto, il duca di Savoia abdicò totalmente, in favore del figlio Lodovico e si recò a Basilea, dove entrò solennemente il 4 giugno 1440. Enea Silvio Piccolomini, allora segretario del Concilio e più tardi papa a sua volta, così descrisse il pontefice contrapposto a quello di Roma « Giunse sul nascer del giorno Felice papa eletto, con veneranda canizie, aspetto dignitoso, e spirante da tutto il volto una prudenza singolare; di statura mediocre, di fattezze tanto belle quanto le può comportar la vecchiezza; bianco di carni e di pelo, lento e breve nel favellare ».
In quell'occasione erano convenute a Basilea non meno di cinquantamila persone. Felice V celebrò la sua prima messa con grande pompa, e la cerimonia finì con un'imponente processione.
Naturalmente Eugenio IV, da Firenze, nuova sede (dopo Ferrara) del suo Concilio, scagliò la scomunica contro Amedeo di Savoia, e la Chiesa fu divisa da uno scisma che durò dieci anni.
In questo periodo, Amedeo fece il papa quanto meglio potè. Quantunque più che cinquantenne studiò ed imparò perfettamente il latino, tanto da parlarlo correntemente. Stette per quasi due anni a Basilea, indi passò a Losanna con alcuni cardinali, mentre gli altri, compresi quelli creati da lui, rimanevano a continuare il Concilio, che si sciolse nel maggio del 1442.
Dalla parte di Felice V si schierarono tutti gli avversari degli abusi e dei disordini ecclesiastici; ma Eugenio IV distribuiva così largamente favori e privilegi, che la maggiore influenza rimase a lui, tanto nel campo ecclesiastico che in quello politico.
Il clero francese rimase obbediente ad Eugenio IV; Carlo VII non prese parte nè per l'uno nè per l'altro dei due papi; Federico d'Austria, successore dell'imperatore Sigismondo, fece dei tentativi per la pacificazione della Chiesa, nei quali però fu più fortunato il re di Francia. Questi infatti, essendo morto nel 1447 Eugenio IV, ed essendo stato eletto in sua vece, dai cardinali di Roma, il nuovo papa Nicola V, si mise di mezzo per far cessare lo scisma, e indusse facilmente Felice ad adattarsi alla rinuncia al pontificato e a riconoscere l'autorità dell'eletto di Roma.
Fu convenuto che Amedeo di Savoia abdicherebbe volontariamente, davanti ad un concilio da lui stesso convocato, e che allora verrebbero dichiarate nulle e come non avvenute le scomuniche lanciate contro di lui e contro i cardinali creati da lui, i quali sarebbero riconosciuti legittimi. La cessazione dallo scisma fu celebrata con grande solennità (1449).
Amedeo non fu detto antipapa, ma già papa Felice V. Nicola V lo nominò cardinale, vescovo di Sabina, legato a vicario apostolico a «primo principe dalla Chiesa dopo il sovrano pontefice». Al Duca di Savoia rimase anche il vescovado di Ginevra, cha nel 1444, mentre era papa, la città stessa gli aveva conferito.
Ma egli ritornò nella tranquillità dal suo eremo di Ripaglia, dopo aver dimostrato di preferire alla propria ambizione la pace dalla Chiesa, a d'altronde sopravvisse soltanto diciotto mesi alla sua grande rinuncia. Morì infatti in Ginevra il 7 gennaio 1451, a fu solennemente tumulato in Ripaglia. Più tardi, le sua ossa vennero trasportata nella cattedrale di Torino, dove infine vennero onorata con un grandioso monumento nella cappella dal Sudario, eretto per volere del re Carlo Alberto.
Come i suoi predecessori, Amedeo VIII fu fondatore di chiese a di conventi. Fu inoltre, coma già abbiamo detto, istitutore di dignità e di titoli, eresse il Piemonte in principato, e, protettore degli studi come delle arti, concesse privilegi ed onori speciali all'Università di Torino, fondata nel 1404 dall'ultimo principe d'Acaia, Lodovico V.
Dal tempo di Amedeo VIII in poi, sulle moneta coniata dai principi della Casa di Savoia si legge il motto FERT, che diede luogo ad interpretazioni diversissime, fra cui quella secondo la quale le quattro lettere sarebbero iniziali delle parole Fortitudo Ejus Rhodum Tenuit, alludenti ad un fatto storicamente insussistente, cioè che il Conte di Savoia Amedeo VI si fosse impadronito di Rodi.
In realtà quella parola, o quell'insieme di iniziali, non è che l'espressione di uno dai tanti motti d'arme in uso in quell'epoca, e si trova sulla tomba di Tomaso I di Savoia, morto nel 1233, ossia molto tempo prima cha Amedeo VI si recasse in Oriente. « A quei tempi, dice in proposito il Cibrario, compare nel Collare anche la parola misteriosa FERT, che io ho creduto potersi spiegare nel suo senso letterale, poichè tutta le altra interpretazioni sono favolose od arbitrarie. Paragonando colla impresa dei nodi, a con la consacrazione dell'Ordine ai gaudi di Maria, io compio la frase e spiego : porta i nodi della fede giurata a Maria. Ecco una emprise simile alle tante altre che si usavano a quall'età in argomenti sacri a profani : un segno materiale di voto o promessa solenne ».
Dei nove figli che il primo Duca di Savoia ebbe da Maria di Borgogna, tre soli vissero oltre l'adolescenza : Lodovico, che successe al padre; Margherita, che sposò Luigi III d'Angiò, re di Sicilia, a poi, rimasta vedova, Luigi di Wittelsbach, duca di Baviera; Maria, che sposò Filippo Maria Visconti.

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Aggiunto il 2001-10-23

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