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Beata Elisabetta Canori Mora Madre di famiglia, terziaria trinitaria

5 febbraio

Roma, 21 novembre 1774 - Roma, 5 febbraio 1825

Elisabetta Canori nasce nel 1774 da un’agiata famiglia romana. A 22 anni sposa un giovane avvocato. Ma la felicità dei due giovani è presto distrutta dalla fragilità psicologica ed emotiva del marito,Tommaso Mora, che cede alle lusinghe di una donna di bassa condizione con la quale sperpera il patrimonio familiare, riducendo la famiglia all’indigenza. Tuttavia egli non abbandona né la moglie né le due figlie, ma torna a casa solo a notte tarda, distrutto dalla vita disordinata. Elisabetta decide allora per una totale fedeltà al marito e alle due figlie che mantiene faticosamente col proprio lavoro. Ella trae la sua forza da una preghiera intensa, dalla propria fedele appartenenza al Terz’Ordine Trinitario, e dalla persuasione che il sacramento del Matrimonio l’ha veramente legata in maniera preziosa e indissolubile. Elisabetta sa che la fedeltà che ella riserva al marito, pur immeritata, è dovuta a Cristo; e onora il sacramento ricevuto, anche se da sola. S’inoltra così in un terreno 'mistico' fatto di carità inesauribile, aiuto prestato alle altre famiglie in difficoltà, educazione attenta delle figlie, familiarità con Gesù suo sposo, che la assiste con prodigi d’amore. Il marito – che non sa darsi pace per quella fedeltà e per quell’onore che sa di non meritare e tuttavia gli viene ugualmente donato – si rifugia apparentemente nello scherno verso tanta umile dedizione, ma interiormente è travagliato dalla santità della moglie. Dopo la morte di lei, infatti,Tommaso si convertirà, fino a farsi frate francescano conventuale e a diventare sacerdote. Giovanni Paolo II nel 1994 – Anno Internazionale della Famiglia – ha beatificato assieme Elisabetta Canori Mora e Gianna Beretta Molla definendole «donne d’eroico amore».

Martirologio Romano: A Roma, beata Elisabetta Canori Mora, madre di famiglia, che, dopo avere a lungo sofferto a causa dell’infedeltà del marito, per le ristrettezze economiche e le crudeli molestie da parte dei parenti, tutto sopportò con insuperabile carità e pazienza e offrì la vita al Signore per la conversione, la salvezza, la pace e la santificazione dei peccatori aggregandosi al Terz’Ordine della Santissima Trinità.


Schiere di persone che, nonostante i loro drammi familiari, hanno resistito nella fede e hanno continuato a credere nel Sacramento del matrimonio, rimanendo fedeli alla promessa indissolubile fatta davanti al Signore e al Suo Altare; un esercito che rifarebbe oggi le stesse scelte indissolubili; le rifarebbe non perché persone più sciocche rispetto a quelle contemporanee, ma perché realmente credenti nelle parole del Salvatore, che invita a prendere la propria piccola o grande Croce, perché «Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero» (Mt 11,30). Chi ha resistito nella fede all’interno del matrimonio sacramentale sono in prevalenza figure femminili.
Infatti, se in una famiglia la sposa e la madre rimane al suo posto, quella famiglia, benché il padre sia scapestrato e irresponsabile, rimane ugualmente in piedi. La forza fisica degli uomini è direttamente proporzionale alla forza spirituale delle donne: a lei, non a caso, l’incombenza di partorire, di nutrire, di prendersi cura, dentro le mura domestiche, dei suoi cari, dalla nascita alla morte. Se poi tutto ciò, nella modernità, non viene più considerato, non per questo viene cancellata la vera identità femminile. Ecco perché sono donne le grandi testimoni del matrimonio, anche se sono state abbandonate o hanno vissuto le vessazioni di indegni mariti.
Molti grandi testimoni muliebri hanno raggiunto l’onore degli altari. Molte di queste donne, dopo aver vissuto eroicamente la loro fedeltà coniugale, hanno ricevuto la grazia (durante la loro vita oppure dopo la loro morte) della conversione dei loro consorti.
Come non pensare, allora, alla romana Elisabetta Canori Mora (1774-1825), esemplare sposa, madre e mistica? Beatificata il 24 aprile 1994, ella visse le sofferenze di un matrimonio infelice, ma fu ripagata in maniera straordinaria dal Fedele per eccellenza. Costretta a guadagnarsi da vivere per sé e per le due figlie con il lavoro delle proprie mani, Elisabetta, a cui Gesù promise che Lui stesso sarebbe stato il padre delle sue due figlie (Marianna e Maria Lucina), ebbe una Fede incrollabile.
Dedicava molto tempo alla preghiera e riusciva a ritagliare spazi anche per il servizio ai poveri e all’assistenza degli ammalati. «Ti amo con amore di predilezione, sono per favorirti non meno della mia Teresa, o della mia Geltrude» le disse Cristo ed ella visse così in unione con Dio, sperimentando le soavità di quelle anime che vengono inebriate dall’amore divino in uno scambio di purissima e castissima passione.
Fra i vari doni mistici le fu anche dato di vedere il futuro della Chiesa. Conobbe ed approfondì la spiritualità dei Trinitari, abbracciandone l’ordine secolare. La fama della sua santità, l’eco delle sue esperienze mistiche e dei suoi poteri taumaturgici ebbero grande risonanza già in vita. Offrì se stessa per amore di Cristo e della Chiesa, salvando l’anima del marito ‒ che si convertì ed entrò nell’Ordine secolare dei Trinitari, diventando, dopo la morte della moglie, frate minore conventuale e poi sacerdote, come gli aveva predetto la consorte (questi i miracoli dell’autentico Amore) ‒ ma votò i suoi sacrifici e la sua esistenza anche per il Papa e per la Chiesa tutta. Le sue visioni mistiche e le profezie sulla Chiesa sono contenute nel suo voluminoso Diario. In tale importante e prezioso documento, la beata rivela, in diverse e drammatiche pagine, il disordine religioso ed etico degli uomini di oggi.
Leggiamo la straordinaria fotografia che fece dei nostri giorni, sottolineando il danno che le moderne filosofie hanno compiuto nelle coscienze fiaccate ed insensibili: «Il dì 15 novembre 1818 fu il mio povero spirito nelle orazioni favorito dal Signore con particolare grazia (…) ad un tratto mi fu mostrato il mondo; questo lo vedevo tutto in rivolta, senza ordine, senza giustizia, i sette vizi capitali si portavano in trionfo, e per tutto vedevo che regnava l’ingiustizia, la frode, il libertinaggio e ogni sorta di iniquità.
Il popolo mal costumato, senza fede, senza carità, ma tutti immersi nelle crapule e nelle perverse massime della moderna filosofia. Mio Dio! qual pena provava il povero mio spirito nel vedere che tutti quei popoli avevano la fisionomia più da bestie che uomini. Oh che orrore il mio spirito ne aveva di tutti questi uomini così sformati per il vizio! (…) L’ordine della natura era tutto sconvolto (…) Vedevo poi in mezzo a tanta iniqua gente, un demonio tanto brutto che scorreva il mondo con tanta superbia e alterigia.
Costui teneva gli uomini in una penosa schiavitù, con orgoglioso impero voleva che tutti gli uomini fossero a lui soggetti, rinunziando la fede di Gesù Cristo, con l’inosservanza dei suoi santi comandamenti, dandosi in preda al libertinaggio e alle perverse massime del mondo, adottando la vana e falsa filosofia dei nostri moderni e falsi cristiani. (…) Vedere che dietro a queste false massime correvano pazzamente ogni sorta di persone, di ogni ceto, di ogni età, non solo secolari, ma ancora ecclesiastici di ogni dignità, tanto secolare che regolare (..) Oh cosa non avrei fatto, cosa non avrei patito per compensare le gravi ingiurie che questi finti cristiani facevano all’eterno Dio (…). Vedevo molti ministri del Signore che si spogliavano gli uni con gli altri molto rabbiosamente, si strappavano i paramenti sacri, vedevo rovesciare i sacri altari dagli stessi ministri del Signore, vedevo da questi conculcare con i loro piedi con molto disprezzo i paramenti sacri; per mezzo di un piccolo finestrino ho veduto il misero stato dei popoli: qual confusione, quale scempio, qual rovina (…)».
Alle «ferite dell’amore» la Beata Elisabetta non rispose rinnegando il suo matrimonio e cercando un altro uomo, ma si donò completamente a Gesù, che la ripagò ampiamente (come sempre usa fare il Maestro con chi ha davvero Fede: quante volte nel Vangelo si legge: «La tua Fede ti ha salvato»?, già qui su questa terra) con la Divina Misericordia, quella che salvò lei e suo marito.

Autore: Cristina Siccardi

 


 

Elisabetta Canori Mora nasce a Roma il 21 novembre 1774 da Tommaso e Teresa Primoli.
La sua è una famiglia benestante, profondamente cristiana e attenta all'educazione dei figli. Il padre era importante proprietario terriero e gestiva molte tenute agricole, un gentiluomo vecchio stampo, amministrava senza avidità disdegnando il sopruso e la sopraffazione.
I coniugi Canori hanno dodici figli, sei dei quali muoiono nei primi anni di vita. Quando nasce Elisabetta trova cinque fratelli maschi ed una sorella, Maria; dopo due anni arriva un'altra sorella, Benedetta.
Nel giro di pochi anni, i cattivi raccolti, la moria di bestiame e l'insolvenza dei creditori, cambia la situazione economica e Tommaso Canori si trova costretto a ricorrere all'aiuto di un fratello che abita a Spoleto che si fa carico delle nipoti Elisabetta e Benedetta.
Lo zio decide di affidare le nipoti alle Suore Agostiniane del monastero di S. Rita da Cascia, qui Elisabetta si distingue per intelligenza, profonda vita interiore e spirito di penitenza.
Rientrata a Roma, conduce per alcuni anni vita brillante e mondana, facendosi notare per raffinatezza di tratto e bellezza. Elisabetta giudicherà questo periodo della sua vita un "tradimento", anche se la sua coerenza morale non viene meno e la sua sensibilità religiosa è in qualche modo salvaguardata.
Un alto prelato che conosce bene i problemi economici e le qualità spirituali della famiglia Canori, propone di far entrare Elisabetta e Benedetta nel monastero delle Oblate di S. Filippo, facendosi carico di tutte le spese. Benedetta accetta e si fa suora nel 1795, Elisabetta no, non se la sente di lasciare la famiglia in difficoltà.
Il 10 gennaio 1796 nella chiesa di Santa Maria in Campo Corleo, si celebra il matrimonio con Cristoforo Mora, ottimo giovane, colto, educato, religioso, ben avviato nella carriera di avvocato. Il matrimonio è una scelta maturata attentamente ma, dopo alcuni mesi, la fragilità psicologica di Cristoforo Mora compromette tutto. Allettato da una donna di modeste condizioni, tradisce la moglie e si estranea dalla famiglia, riducendola sul lastrico.
Elisabetta alle violenze fisiche e psicologiche del marito risponde con una totale fedeltà. La nascita delle figlie Marianna nel 1799 e Maria Lucina nel 1801 non migliora le cose. Costretta a guadagnarsi da vivere col lavoro delle proprie mani, segue con la massima attenzione le figlie e la cura quotidiana della casa, dedicando nello stesso tempo molto spazio alla preghiera, al servizio dei poveri e all'assistenza degli ammalati.
La sua casa diventa punto di riferimento per molte persone che a lei si rivolgono per necessità materiali e spirituali. Svolge un'azione particolarmente attenta alle famiglie in difficoltà. Conosce ed approfondisce la spiritualità dei Trinitari e ne abbraccia l'ordine secolare, rispondendo con dedizione alla vocazione familiare e di consacrazione secolare.
La fama della sua "santità", l'eco delle sue esperienze mistiche e dei suoi "poteri taumaturgici" hanno grande risonanza particolarmente a Roma e nelle sue vicinanze. Niente, però, incide sul suo stile di vita povero, improntato ad una grande umiltà e ad un generoso spirito di servizio ai poveri e ai lontani da Dio.
Dona se stessa per la conversione del marito, per il Papa, la Chiesa e la sua città di Roma, dove muore il 5 febbraio 1825. È sepolta nella Chiesa di San Carlino.
Subito dopo la sua morte, il marito si converte, entra nell'Ordine secolare dei Trinitari e diviene, poi, frate Minore Conventuale e sacerdote, come gli aveva predetto la consorte.
Elisabetta Canori Mora viene beatificata il 24 aprile 1994 -Anno Internazionale della Famiglia.

"Mi distaccai dalle vanità, vinsi molti ostacoli che m 'impedivano d'andare a Dio…".

"Propongo di non desiderare niente che sia di mio profitto, ma di compiere in ogni istante della mia vita la santa volontà di Dio".

"Figlia mia diletta, offriti al mio celeste Padre a pro della Chiesa: ti prometto il mio aiuto …".

(dall'autobiografia)

"Una simile madre non si trova al mondo, e io sono indegno di esserle consorte".
( il marito Cristoforo alle figlie) .


Autore:
Carmelo Randello

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Aggiunto il 2015-10-30

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