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Venerabile Antonio Bello (Don Tonino) Vescovo

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Alessano, Lecce, 18 marzo 1935 - Molfetta, Bari, 20 aprile 1993

Antonio Bello nacque ad Alessano (Lecce) il 18 marzo 1935. Concluso il ciclo formativo delle elementari, entrò nel Seminario Vescovile di Ugento per poi proseguire la formazione seminariale e liceale presso il Seminario Regionale di Molfetta. Nel 1953 fu inviato a Bologna, presso il Seminario dell’Opera Nazionale Assistenza Religiosa e Morale degli Operai per la formazione dei Cappellani del Lavoro. L’8 dicembre 1957 fu ordinato sacerdote. Completò la Licenza in Teologia presso il Seminario di Venegono (Milano) e il Dottorato in Teologia Pastorale presso la Pontificia Università Lateranense. Nel 1958 fu nominato dapprima insegnante e poi Rettore del Seminario di Ugento. Nel 1978 divenne amministratore parrocchiale della parrocchia del S. Cuore della stessa città e, dal 1979 al 1982, fu parroco a Tricase. Svolse anche l’incarico di Assistente dell’Azione Cattolica diocesana, Canonico della Cattedrale, predicatore e organizzatore di incontri culturali. Il 10 agosto 1982 San Giovanni Paolo II lo nominò Vescovo di Molfetta-Ruvo-Giovinazzo-Terlizzi. Il suo ministero episcopale fu animato da grande amore per Cristo, dalla passione per l’evangelizzazione e per la giustizia, dalla predilezione per gli ultimi. Nel 1985 venne nominato Presidente nazionale del Movimento Pax Christi, in cui si impegnò attivamente nella sensibilizzazione a favore dell’obiezione fiscale contro le spese militari e contro il piano di militarizzazione della Puglia, nonché per la pace a livello nazionale durante la prima “Guerra del Golfo” e il conflitto nella ex-Jugoslavia. Fu costantemente vicino alla sua gente, attento alle richieste di tutti i bisognosi, sollecito nei confronti dei sacerdoti, immerso nelle problematiche del territorio, ma con uno sguardo sempre aperto al mondo, soprattutto ai diseredati e alle vittime della guerra, testimoniando il Vangelo come segno di contraddizione. Nel dicembre 1992, durante la guerra nei Balcani, il Servo di Dio, benché già malato di cancro allo stomaco, si fece ispiratore e guida di persone credenti e non, di differenti nazionalità, unite dall’obiettivo di sperimentare “un’altra ONU”, mostrando la possibilità di vivere nella concordia, entrando come pellegrino di pace nella Sarajevo devastata dalla guerra in corso. Morì a Molfetta il 20 aprile 1993. Papa Francesco in data 25 novembre 2021 lo ha dichiarato Venerabile.



Le origini

"Grazie terra mia, piccola e povera, che mi hai fatto nascere povero come te, ma che proprio per questo mi hai dato la ricchezza incomparabile di capire i poveri e di potermi oggi disporre a servirli".


Le notizie circa le origini di Alessano sono alquanto confuse. La tradizione vede attribuire il merito della nascita del paese all’imperatore bizantino Alessio I Comneno. Qualche studioso, invece, sostiene che esistesse ancora prima. L’unica certezza è che Alessano cominciò ad avere un ruolo importante durante il periodo feudale con i Normanni.
Nel 1286, infatti, la città fu infeudata a Rodolfo d’Almeto, familiare e parente di Carlo II d’Angiò. Da Rodolfo passò poi al figlio Gerardo. Quando quest’ultimo morì, la figlia, la contessa Caterina d’Almeto, divenne Signora della Città. E nel 1936, sposandosi con Francesco Della Ratta, Caterina portò in dote il contado di Alessano.
Nel 1463, dopo un breve periodo di subordinazione al demanio regio, Alessano fu acquistata da Raimondo Del Balzo e ceduta, in seguito, al figlio Francesco. Alla famiglia Del Balzo seguirono i De Capua e i Gonzaga, quest’ultimi fecero di Alessano la signoria più prestigiosa del Salento meridionale. Ma quando il 2 agosto 1806 Giuseppe Bonaparte decretò l’estinzione della feudalità, la città passò sotto il controllo diretto dell’Università, vale a dire della amministrazione comunale.
Oggi, con oltre sei mila abitanti, la città è lontana cinquanta chilometri da Lecce e undici da Santa Maria di Leuca. Il suo centro storico custodisce ancora diverse costruzioni dell’epoca rinascimentale, tra le quali il Palazzo Romasi con il suo splendido stile ad archi e il Palazzo Ducale, nei pressi di Piazza Castello, la cui parte più antica risale alla seconda metà del quattrocento.
La chiesa principale di Alessano (ex Cattedrale) è quella dedicata alla “Trasfigurazione di Nostro Signore Gesù Cristo”. La sua costruzione fu iniziata nel 1763 e fu ultimata nel 1845. In essa si conserva una tela raffigurante “Tobia e l’Angelo”, un’opera di notevole considerazione attribuita a Paolo Finoglia. Nell’altare di San Trifone, Patrono di Alessano, è constatabile la presenza di una tela che raffigura la “Gloria di San Trifone”, dipinta dall’artista alessanese Oronzo Letizia (sec. XVIII). Ci sono pure altre chiesette sul piccolo territorio di Alessano: la chiesa di Sant’Antonio e quella del convento di San Francesco costruita nel 1627. Quella di Sant’Antonio è la chiesa più antica della città.
Seppure sia l’agricoltura a prevalere sull’intera economia cittadina, anche l’artigianato vanta un posto importante nella tradizione del paese. La cucina alessanese con i suoi prodotti riflette della genuinità e della semplicità. I farinacei rappresentano l’alimento essenziale: oltre al pane si consumano la “frisella” e la “puccia”. Le orecchiette di semola di grano duro condite con sugo a cacioricotta, carne di cavallo al sugo, “gnummareddhi”, “cozze cu la panna” (lumache), sono i piatti tipici della cucina alessanese. Una tradizione, dunque, quella di Alessano imperniata di cose semplici e povere, di colori tenui ma pregiati; e una tale realtà locale non poteva non donare a tutti la semplicità e la povertà di un grande figlio, Tonino Bello, oggi la vera ricchezza di Alessano.
Era il 18 marzo. Alessano metteva alla luce l’ennesimo figlio, anche lui destinato a fare i conti con la povera condizione meridionale. Quella del sud è una realtà difficile da spiegare, è una “croce” ormai radicata da secoli in una avversa congiuntura storico-sociale che, accompagnata anche da pochi ed inefficaci interventi di natura politica, non ha permesso di allontanare il meridione dal suo antico stato di arretratezza. Anche Alessano è coperta dall’ombra di questa croce.
L’abitazione della famiglia Bello era sistemata in via Scipione Sangiovanni, al numero civico 17. E fu proprio lì che il piccolo Tonino aprì gli occhi al sole consegnando all’anagrafe, e alla storia, il suo nome: Antonio Giuseppe Mario Bello. Il papà, Tommaso, in passato era già stato sposato e da quel matrimonio erano nati due figli maschi: Giacinto Antonio Carmine e Vittorio Nunzio Emilio. Rimasto poi vedovo, sposò in seconde nozze Maria Imperato dalla quale ebbe altri tre bambini. Tonino fu il primo a nascere, e a lui seguirono in ordine Trifone Nazzareno e Marcello Fernando.
Tommaso, che era maresciallo dei carabinieri in congedo, fece appena in tempo a mettere al mondo i suoi tre cari pargoletti perché da loro, e dalla moglie Maria, dovette veramente congedarsi per sempre. La stessa sorte toccherà ai due figli del primo matrimonio. Carmine, che era radiotelegrafista sui MAS, morirà per infarto a Milano, nell’abitazione della sua fidanzata. Vittorio, cannoniere in Marina, perderà la vita in seguito all’affondamento della corazzata “Roma”. Era in pieno svolgimento la grande guerra.
Arrivarono per Tonino i tempi destinati a ricevere i primi sacramenti. Battesimo e Cresima gli furono amministrati nella chiesa di Alessano, a volte designata come la cattedrale del paese. Fu proprio in questo luogo che Tonino cominciò a muovere i primi passi di un lungo cammino, imparando di certo qui il passo degli “ultimi” che lo porterà alla sequela di Cristo.
I primi passi nella vita sono sempre i più difficili e non raramente si è soli in questa circostanza; Tonino, invece, ebbe attorno a sé qualcuno che intuì in lui inclinazioni particolari. Don Carlo Palese, per esempio, che era il parroco del paese, aveva già capito che in quel ragazzo si sarebbe realizzato un grande progetto e lo seguiva con particolare attenzione nella sua crescita spirituale. Anche la mamma, la signora Maria, vuole la sua parte nell’aver accreditato al proprio figliolo una giusta strada. Anzi, fu lei a confidare al parroco, don Carlo, le sue intenzioni su quello che sarebbe stato di Tonino.
Infatti, quando il ragazzo terminò le elementari, i parenti non avevano alcun minimo sospetto di ciò che sarebbe accaduto. Per loro era normale pensare che Tonino frequentasse la scuola media nel proprio paese. Rimasero invece stupefatti quando vennero a sapere che il ragazzo stava per essere avviato al seminario diocesano di Ugento, dove avrebbe dovuto compiere gli studi ginnasiali. Questo fu deciso dalla mamma, e Tonino consenziente rimase contento.
Nel paese, intanto, il piccolo Tonino aveva già iniziato a conoscere la “sua” gente. Coetanei e adulti divennero subito i suoi privilegiati interlocutori. Nel tempo libero anche il mare diventò la sua grande passione. Le lunghissime nuotate e gli interminabili tuffi nel mare di Leuca lo vedevano assoluto protagonista di vere e proprie gare con amici. Nel nuoto non aveva rivali, era il migliore. Anche da adulto conserverà questo entusiasmo per il mare. Quando il tempo e il lavoro gli concedevano un po’ di tregua, ne approfittava per trasferirsi nella sua terra d’origine dove trascorreva brevi vacanze a nuotare nel mare di Santa Maria di Leuca. Tutta l’infanzia fu da Tonino vissuta nella semplicità e nell’umiltà, e in quei valori si forgiò il suo animo e la sua personalità. Era ormai pronto a realizzare quel grande progetto che si stava manifestando per volontà di sua madre. Intanto la seconda guerra mondiale era da poco finita. La miseria, la disoccupazione, le distruzioni furono anche in Italia le sue conseguenze. La gente iniziò a trovare fortuna altrove, lasciando le proprie città per recarsi in terre lontane. Anche per Tonino giunse il giorno della partenza, il seminario di Ugento apriva le sue porte al novellino alessanese. Qui iniziò una nuova vita.

La formazione

"La tentazione del ritorno sui propri passi è una tentazione di tutti. Sarei stato un anormale se non avessi avuto la tentazione a tornare indietro. Però ho visto che era molto bello dare una mano al Signore per annunciare il Regno di Dio in questo modo".

Gli anni di permanenza nel seminario di Ugento furono cinque. Frequentò i tre anni delle medie e i due del ginnasio. Il suo impegno nello studio e in tutte le attività comunitarie richiamarono l’attenzione dei superiori i quali, compiaciuti per le doti di quel ragazzo, non ebbero grandi difficoltà a prevedere per lui un futuro ricco di grandi soddisfazioni. Terminati gli studi ginnasiali, Tonino si trasferì al seminario regionale di Molfetta per compiere i tre anni di liceo. Qui conseguì la maturità a pieni voti ma con gli occhi di tutti i professori puntati su di lui. Persino il vescovo di Ugento, monsignor Ruotolo, constatò di persona l’intelligenza e la cultura di Tonino e pensò di trasferirlo a Bologna, presso il seminario ONARMO a studiare Teologia. Il seminario ONARMO differisce dagli altri per il semplice motivo che prepara i futuri sacerdoti ad avere contatti con il mondo operaio, una realtà, questa, delicata e importante. In quel periodo, inoltre, arcivescovo di Bologna era il cardinale Lercaro, un nome abbastanza conosciuto negli ambienti della Chiesa cattolica; addirittura era uno tra i più papabili alla morte di papa Giovanni XXIII. Era noto a tutti l’impegno del cardinale Lercaro per la riforma liturgica, e lo stesso Tonino, che era alla “corte” dell’arcivescovo bolognese, di questa corrente condivideva i canoni. Era contento di quell’esperienza che stava vivendo, ed era altresì soddisfatto di come procedevano i suoi studi. L’esperienza vissuta nel capoluogo emiliano, durata cinque anni, fu decisiva e determinante per la formazione sacerdotale del giovane Antonio Bello, ormai pronto ad essere consacrato al Signore.
Era il 1957. Tonino a Bologna aveva terminato il quadriennio di Teologia. E dopo essere stato consacrato Diacono dallo stesso cardinale Lercaro, si accingeva a realizzare il suo più grande sogno. Ma per la giovanissima età, appena ventidue anni, occorreva una dispensa che autorizzasse l’Ordinazione sacerdotale. Il vescovo di Ugento – Santa Maria di Leuca, monsignor Ruotolo, che conosceva Tonino e che era già stato informato della incredibile stima che il giovane contava, non trovò alcuna difficoltà a concedere l’autorizzazione. E fu lui stesso a presiedere il rito di consacrazione l’8 dicembre 1957, festa dell’Immacolata, nella chiesa di Alessano. Circondato dalla presenza e dall’affetto dei suoi familiari, il giovane don Tonino si apprestava a percorrere una nuova e lunghissima strada.
La prima tappa del cammino sacerdotale fu caratterizzata dal conseguimento della Licenza alla Facoltà teologica di Milano. Si trasferì a Ugento nel 1958. Appena giunto nel seminario di Ugento, oltre ad essere incaricato della disciplina, don Tonino fu nominato professore di più materie scolastiche. Durante la sua permanenza, durata diciotto anni, fu prima prefetto, poi vice rettore e in ultimo dal 1974 al 1976 rettore del seminario. Quegli anni sono fondamentali perché mettono a nudo ulteriormente le capacità educative e pastorali di don Tonino, il suo impegno senza sosta, la sua cultura senza confronti.
Nel 1962 il Concilio Vaticano II, voluto da papa Giovanni XXIII, stava per iniziare e monsignor Ruotolo che doveva seguirne i lavori a Roma decise di portare con sé don Tonino, ormai lo considerava suo personale teologo. Infatti, le tracce degli interventi che il vescovo di Ugento fece durante le sessioni conciliari furono preparate da don Tonino il quale trovò anche il tempo di scrivere un diario su quella esperienza romana.
È inutile sottolineare come l’aria di rinnovamento lanciata dal Concilio Ecumenico gli condizionerà molto la già ricca cultura pastorale che, successivamente, evidenzierà durante il suo ministero episcopale. Anche nella diocesi ugentina don Tonino si impegnò e tanto per applicare gli insegnamenti che il Concilio aveva lasciato. Nel frattempo, il contributo notevole che don Tonino offrì al suo vescovo nel soggiorno a Roma era servito a preparare una grande sorpresa. Il vescovo Ruotolo lo fece nominare “monsignore”. A ventotto anni don Tonino era già monsignore! Naturalmente egli accettò di buon grado quella sorpresa, ma continuò a farsi chiamare “don” Tonino, e lo farà pure dopo la sua nomina episcopale. Non dimentichiamo, inoltre, che mentre era a Roma don Tonino si iscrisse all’Università Lateranense laureandosi, nel 1965, in Teologia.
Gli anni di permanenza nella città di Ugento avevano messo in risalto un’altra passione di don Tonino: lo sport. Ogni attività sportiva e agonistica lo trovavano pronto ad impegnarsi con i suoi ragazzi fino all’estremo delle sue forze fisiche. Era riuscito, addirittura, ad ottenere il patentino di arbitro di calcio, sostenendo i relativi esami. Anche la pallavolo lo entusiasmava. Anzi, egli stesso diede origine a una squadra del seminario, riuscendo a imporsi ed a raggiungere in quella disciplina sportiva incredibili risultati nel campionato nazionale.
Nel 1978 lasciò il seminario quando il vescovo monsignor Mincuzzi, succeduto nel frattempo a Ruotolo, lo nominò amministratore parrocchiale del “Sacro Cuore di Ugento”. Appena arrivato in parrocchia don Tonino si tuffò a tempo pieno nel suo nuovo lavoro. Ricostituì subito il Consiglio parrocchiale, dedicò particolare attenzione al canto sacro e alla preparazione al commento delle letture della domenica. La gente ricorda ancora quando don Tonino girava in continuazione per le strade della parrocchia. Infatti conosceva tutti, e chiamava ciascuno per nome. Per tutti aveva un sorriso e una parola di incoraggiamento. Nel 1979 fu eletto parroco della “Natività di Maria” in Tricase, e si preparò così a trasferirsi nella nuova parrocchia che gli era stata affidata dal vescovo Mincuzzi.

La nomina

"Se non insisto per essere liberato da questo onore e da questa responsabilità che mi spaventano, è perché temo di intralciare con i miei calcoli i disegni di Dio. Beatissimo Padre, mi rimetto alle sue decisioni quali che siano e chiedo sulla mia povera vita la sua paterna benedizione".

Tricase era in festa per l’arrivo del nuovo parroco. D’altronde don Tonino già conosceva molte persone di quel piccolo paese distante appena sette chilometri dalla sua Alessano. La gente lo accolse con tanto affetto, entusiasmo e mille attenzioni, considerandolo un figlio della propria terra. Tre anni di parroco a Tricase, nella parrocchia della Natività di Maria, basteranno per fare capire a “qualcuno” che quel ministero era soltanto una prova generale. Da quel gennaio del 1979 all’estate del 1982, don Tonino rivoluzionò il paese con il suo impegno dinamico, con scelte nuove e rinnovatrici, sforzandosi di applicare nel suo popolo gli insegnamenti che il Concilio Vaticano II aveva lasciato. I parrocchiani, la gente del paese, tutti avevano inteso che quel prete era diverso dagli altri, e perciò don Tonino cominciò a vedere la sua chiesa riempirsi di tantissime persone affascinate e conquistate dalle sue omelie. Talvolta quelle prediche gli servivano per lanciare “sferzate” ai politici e agli amministratori locali i quali, pur non risparmiandosi, rispondevano con battute bagnate al veleno. Intanto la popolarità di don Tonino cresceva. Anche i giovani di Tricase si lasciavano conquistare da lui, soprattutto i suoi alunni. Già, perché don Tonino insegnava e si incontrava tutti i giorni a scuola con i giovani, vivendo l’impegno scolastico non come un lavoro ma come una missione, come un momento di espansione e di verifica del suo ministero sacerdotale e pastorale.
Nel 1980 don Tonino dovette recarsi a Roma perché convocato dalla Congregazione dei vescovi. Qui incontrò il cardinale Sebastiano Baggio, Prefetto della Congregazione, il quale dopo un lungo colloquio gli propose la nomina a vescovo con destinazione Palmi, in Calabria. Quell’evento lo turbò, e non poco, ma alla fine decise di declinare la proposta. Non passò molto tempo da quel primo incontro che una seconda convocazione a Roma gli procurò la proposta di nomina a vescovo nella diocesi di Tursi, in Basilicata. Ancora una volta don Tonino non accettò l’invito, lo tormentava la sola idea di lasciare Tricase, la sua parrocchia, la sua gente che egli amava ma, soprattutto, la sua mamma ormai troppo anziana che, infatti, morirà nel novembre del 1981. L’anno successivo, a metà giugno, don Tonino ricevette la terza proposta. Era indeciso, ma propenso ad accettare la nomina, e il 10 agosto 1982 fu nominato vescovo di Molfetta, Giovinazzo e Terlizzi e, successivamente, anche di Ruvo di Puglia unita alle precedenti città “in persona episcopi” ed entrata a far parte della nuova diocesi il 30 settembre 1986. A Molfetta, la notizia fu data al clero interdiocesano il sabato del 4 settembre alle ore 12 da monsignor Aldo Garzia, che nel frattempo era stato trasferito nella diocesi di Gallipoli. Due giorni dopo, il 6 settembre, don Tonino conobbe di persona, nell’aula magna del seminario vescovile di Molfetta, il clero delle tre città della diocesi dicendo, con tono scherzoso, di aver voluto subito incontrare la «fidanzata che la Santa Sede gli aveva trovato per corrispondenza», e cioè la Chiesa di Molfetta. Il 19 settembre, invece, in tutte le chiese della diocesi fu letto il primo messaggio del nuovo vescovo Antonio Bello.
Iniziarono così i preparativi per la celebrazione di consacrazione episcopale, che avvenne a Tricase il 30 ottobre nei pressi della chiesa di San Domenico. Una immensa folla era convenuta in piazza Pisanelli. Dopo alcuni giorni dalla consacrazione, don Tonino dovette recarsi a Roma per prestare giuramento davanti al presidente della repubblica, Sandro Pertini. Oggi questo rito non ha più luogo con l’entrata in vigore dell’Accordo di Villa Madama del 1984. Pertini tenne un lungo colloquio con il nuovo vescovo di Molfetta, durante il quale rimase colpito dalla semplicità con cui il novello vescovo vestiva, e sbalordito nel vedere la croce pettorale fatta in legno, una cosa insolita per un vescovo, chiese spiegazioni in merito. Don Tonino, naturalmente, spiegando i motivi di quella sua scelta sollevò la croce dal petto e togliendola dal collo la pose nelle mani del Presidente facendone a lui dono. Di ritorno da Roma, don Tonino rimase qualche settimana ancora a Tricase per sistemare alcune faccende utili al suo trasferimento in Molfetta. Intanto era stato deciso che l’ingresso nella sua nuova Chiesa avvenisse il 21 novembre 1982. Gli ultimi preparativi, però, lo angosciavano, gli dispiaceva molto lasciare Tricase e la gente che amava. Nessuno ormai poteva più trattenerlo, don Tonino si accingeva a guidare la Chiesa di Molfetta. Molfetta si preparava ad accogliere il nuovo vescovo. L’ingresso nella diocesi avvenne il 21 novembre 1982, festa della presentazione di Maria al Tempio. È inutile nascondere la massiccia partecipazione e la curiosità dei fedeli convenuti in chiesa per quella rara occasione. Ma la convinzione che quel nuovo vescovo avrebbe “dirottato” la Chiesa molfettese verso altre strade, si ebbe durante l’omelia che don Tonino preparò per quella solenne cerimonia: «Eccomi, cari fratelli. Nel giorno della presentazione di Maria al Tempio, mi presento anch’io a questo tempio umano, fatto di pietre vive, glorioso di tradizioni di fede e di impegno, carico di storia e di cultura. Accoglietemi come fratello e amico, oltre che come padre e Pastore. Liberatemi da tutto ciò che può ingombrare la mia povertà».
Quelle non furono soltanto parole. L’azione seguì ben presto al pensiero. La gente imparò a conoscerlo per strada, nei locali pubblici, nel salone del barbiere. Si interessava dei problemi dei più sfortunati, impegnandosi in prima persona a risolverli. Un esempio eclatante che don Tonino riuscì a dare, a pochi mesi dalla sua elezione a vescovo, fu quando egli stesso partecipò allo sciopero che gli operai delle ferriere di Giovinazzo attuarono per la chiusura dello stabilimento. Nel suo messaggio assicurò loro «che la Chiesa ha un compito e una competenza che nessuno ci può contestare, quello di schierarci con gli ultimi. E in questo momento gli ultimi siete voi». Per gli operai in agitazione don Tonino prelevò undici milioni di lire dal fondo per la costruzione delle chiese; seguì l’intera vicenda, anche giudiziaria, tra lo stupore degli stessi operai, increduli a riconoscere quell’uomo nei panni di un vescovo, forse perché abituati ad altre concezioni di intendere e riconoscere un vescovo. Col passare dei mesi, don Tonino intensificò ulteriormente i suoi aiuti verso coloro che versavano in condizioni pietose. Aprì le porte del suo appartamento vescovile agli sfrattati, a chi aveva bisogno di una casa, di un po’ di pane, o anche solo di un po’ di affetto. E non lo faceva per pietismo, ma soltanto perché era convinto che dai poveri poteva venire la “salvezza”. La sua era e doveva essere una Chiesa povera, una Chiesa sempre al servizio di tutti. Da qui nascerà poi l’espressione che lo stesso don Tonino diede alla sua Chiesa: «Ed eccoci all’immagine che mi piace intitolare “la Chiesa del grembiule”. Che sembra un’immagine un tantino audace, discinta, provocante. Una fotografia leggermente scollacciata di Chiesa. Di quelle che non si espongono nelle vetrine per non far mormorare la gente e per evitare commenti pettegoli, ma che tutt’al più si confinano in un album di famiglia, a disposizione di pochi intimi…».
Continua don Tonino: «La chiesa del grembiule non totalizza indici altissimi di consenso. Nell’hit parade delle preferenze il ritratto meglio riuscito di Chiesa sembra essere quello che la rappresenta con il lezionario fra le mani, o con la casula addosso. Ma con quel cencio ai fianchi. Con quel catino nella destra e con quella brocca nella sinistra, con quel piglio vagamente ancillare, viene fuori proprio un’immagine che declassa la Chiesa al rango di fantesca». E il suo servizio era ormai evidente a tutti. Un impegno senza sosta. Fu lui a volere e a far nascere nel 1985, nei pressi della provinciale Ruvo-Terlizzi (oggi ubicata in località Calendano, frazione di Ruvo di Puglia), la C.A.S.A. (Comunità di Accoglienza e Solidarietà “Apulia”). L’obiettivo di quella iniziativa era, ed è tuttora, quello di recuperare e rieducare i giovani tossicodipendenti, preparandoli attraverso il lavoro ad un nuovo inserimento nella società. Molto lavoro fu svolto da don Tonino per quella preziosa iniziativa. Con la collaborazione di qualche sacerdote, don Tonino istituì a Ruvo una Casa di accoglienza per extracomunitari. A Molfetta, invece, per sua iniziativa nacque la “casa per la pace”. Erano le azioni, dunque, a precedere i discorsi, che perciò diventavano credibili. Per questa ragione era già entrato nel cuore della gente.

Pax Christi

"Non ci potrà mai essere pace finché i beni della terra sono così ingiustamente distribuiti. La guerra non è solo il tuono dei cannoni o l'esplosione delle atomiche, ma la semplice esistenza di questo violento sistema economico".

Per il vescovo di Molfetta gli impegni cominciarono a moltiplicarsi sul finire del 1985, quando la nomina a presidente di Pax Christi lo vedrà protagonista di tante battaglie a difesa della pace. Fu il cardinale Ballestrero, all’epoca Presidente del consiglio permanente della CEI (Conferenza Episcopale Italiana), a promuovere don Tonino Bello alla guida di quel movimento cattolico internazionale. La scelta su quella nomina non era stata del tutto facile. Basti pensare che dal 1978 al 1985 nessun vescovo aveva occupato quel ruolo lasciato libero da monsignore Luigi Bettazzi. Sei anni di attesa, dunque, lasciano supporre come don Tonino Bello sia stato scelto perché ritenuto l’uomo giusto al posto giusto. Ed i fatti lo dimostreranno subito.
Nemmeno il tempo di insediarsi alla guida di Pax Christi, che don Tonino veniva coinvolto, seppure alla larga, da polemiche le cui origini si trascinavano ormai da tempo: obiezione di coscienza al servizio militare, obiezione fiscale, guerra alla guerra, erano i temi scottanti di un accesissimo confronto dialettico tra Stato ed Associazioni pacifiste. E le difese di don Tonino nei confronti di monsignor Bettazzi, l’unico vero bersaglio della stampa particolarmente laica, lo indussero a scontrarsi con Indro Montanelli, famoso giornalista che allora dirigeva “Il Giornale”, il quale attraverso l’articolo di fondo apparso il 4 febbraio 1986 ridicolizzava Bettazzi. Furono, perciò, molte le delusioni che il vescovo molfettese collezionò a causa del suo immenso impegno pacifista. D’altronde faceva il suo dovere di vescovo, difendeva e promuoveva il nome della Pace contrapponendolo a quello della guerra, delle armi, della violenza.
L’impegno di don Tonino a difesa della pace si evidenziò anche nell’ambito locale. Infatti, una delibera del Consiglio Regionale di Puglia del 1983 concedeva l’autorizzazione per la costruzione di alcuni poligoni militari su una vasta zona della Murgia. Non è difficile immaginare la protesta e la contestazione dei contadini, proprietari delle terre che dovevano ospitare le esercitazioni militari. Don Tonino iniziò subito a prendere provvedimenti. Partecipò alla marcia organizzata per protestare contro quella decisione, animò incontri e dibattiti e, infine, prese carta e penna e scrisse un appello, nell’aprile del 1986, a tutti i componenti del Consiglio Regionale: «A voi, politici, di cui pure comprendiamo la sofferenza e intuiamo le perplessità, chiediamo di mostrare che la rete delle istituzioni non si è scollata dal sentire della gente. Che a voi preme ancora il bene comune. Coraggio. La revoca della delibera regionale dell’83, che assegnava gran parte della Murgia ai poligoni di tiro, significa che il sogno di Isaia è ancora possibile. Ed è certamente ancora possibile che sulla nostra terra, pur riarsa dal sole e bruciata dalla sete, il grano della pace diventi pane».
Al tirocinio seguì la teoria. Fu questo il principio che caratterizzò sempre il vescovo molfettese, che darà vita anche ad una “letteratura della pace”. È vero che il suo esempio precedeva sempre la parola, ma è altrettanto vero che quella sua parola, impetuosa e travolgente, era sorgente di bellissime frasi oltre che di credibilità; per molti soltanto utopia. La pace, diceva il vescovo monsignor Bello, «non è un semplice vocabolo, ma un vocabolario». E perciò i suoi discorsi, le sue omelie, le sue preghiere erano orientate a mettere in luce i diversi significati della pace. «Sul terreno della pace», ribadiva don Tonino, «non ci sarà mai un fischio finale che chiuda la partita: bisognerà sempre giocare ulteriori tempi supplementari». La pace era per lui un cammino, «e per giunta in salita»; era il perdono, «solo chi perdona può parlare di pace e teorizzare sulla non violenza»; la pace per don Tonino era solidarietà, «non è solo il silenzio delle armi, o l’isolamento di chi non manca di nulla. La pace è comunione»; la pace era soprattutto verità, «chi ama la pace non ha paura di dire come stanno le cose, anche quando le sue parole rovinano la digestione dei potenti».
Ma don Tonino sapeva altresì bene quale pace additare agli uomini. Era consapevole che «la pace la vogliono tutti, anche i criminali, perché nessuno è così spudoratamente perverso, da dichiararsi amante della guerra». Per questa ragione invitava tutti a «non scommettere sulla pace non connotata da scelte storiche concrete, perché è un bluff»; a non fidarsi della pace «che prenda le distanze dalla giustizia, perché è peggio della guerra»; a non promuovere una pace «che si proclami estranea al problema della salvaguardia del creato, perché è amputata»; a non scommettere, inoltre, sulla pace «che sorrida sulla radicalità della non violenza, perché è infida»; a non osare una pace «che non provochi sofferenza, perché è sterile»; e, infine, don Tonino affermava di non scommettere «sulla pace come “prodotto finito”, perché scoraggia». La sua credibilità aveva conquistato il popolo della pace. Da ogni parte d’Italia lo invitavano a tenere conferenze. Andò a Rocca di Papa, a Verona, a Prato e ad altre città ancora.
L’impegno per la pace, seppure sia stato il lato forte del ministero episcopale, non ha però messo in ombra altri aspetti determinanti di don Tonino. Il suo lavoro di vescovo nella Chiesa locale, per esempio, merita di essere analizzato per quanto ha saputo condensare nei suoi progetti pastorali e non solo. Il documento più importante che racchiude l’esigenza del vescovo molfettese di “riordinare” la diocesi, è: “Insieme alla sequela di Cristo sul passo degli ultimi”. Sono tre le ragioni di questo progetto pastorale, e che don Tonino definisce “luci di posizione”: evangelizzazione, spiritualità, scelta degli ultimi. Occorreva innanzitutto privilegiare l’evangelizzazione, e questo per migliorare la qualità della vita cristiana. Ristabilire il primato della spiritualità era il secondo obiettivo e, infine, era necessario che ogni azione partisse dagli ultimi. Scriverà don Tonino che «i poveri sono il punto di partenza di ogni servizio da rendere all’uomo», e per questo bisogna «mettersi in corpo l’occhio del povero per condividere con gli ultimi la nostra ricchezza e la loro povertà; e per lottare con loro non basta il buon cuore, occorre il buon cervello, oltre che stimolare una formazione politica seria per il nostro popolo, senza la quale i poveri si trasformeranno in massa manovrabile da parte di coloro che hanno in mano le leve del potere economico, politico e culturale».
Da qui si può dedurre con facilità come il progetto sui poveri sia già un progetto di pace.

Il pastore

"Quando sono stato nominato Vescovo, mi hanno messo l'anello al dito, mi hanno dato il Pastorale tra le mani, la Bibbia, messo in testa la mitra. Sono i simboli del Vescovo. Sarebbe bene che si donassero al Vescovo una brocca, un catino ed un asciugatoio per lavare i piedi al mondo".

Durante l’intero episcopato don Tonino si recò due volte a Roma dal papa, per la visita “ad limina”. Tale appuntamento ha luogo, per tutti i vescovi, ogni cinque anni, un incontro che vuol essere una vera e propria verifica della situazione generale della diocesi. La prima volta che don Tonino incontrò Giovanni Paolo II fu nel dicembre del 1986: «Mi ha chiesto se in diocesi ci sono molti poveri», dirà don Tonino, «se le mie città sono violente. Se la speranza vi è di casa. Se i sacerdoti sono generosi fino alla follia. Se i laici vivono con autenticità i valori del Vangelo…». La seconda visita “ad limina” avvenne il 14 gennaio 1992, quando don Tonino era già malato. «Sono stato con lui, nel suo studio privato, per un quarto d’ora che lì per lì mi è parso un minuto», racconterà don Tonino. E ancora: «Mi ha domandato di voi, della vostra coerenza cristiana, delle difficoltà più grosse che incontrate in questa comune fatica del vivere. Si è interessato dei giovani, e mi ha chiesto che quota di speranza si portano nel cuore. Mi ha incaricato di far giungere ai poveri e ai sofferenti la sua solidarietà, e, mentre diceva queste cose, mi accorgevo che non c’era nulla di rituale nelle sue parole, che mi rigavano l’anima come la penna di un sismografo. Durante il colloquio privato mi sono permesso di dirgli che tutti i credenti della nostra diocesi gli vogliono bene, pregano incessantemente per lui, e gli promettono di seguire di più i suoi insegnamenti. Ho fatto bene?».
Il lavoro di vescovo nella diocesi di Molfetta fu caratterizzato anche dalle visite pastorali. Don Tonino frequentò tutte le parrocchie delle quattro città sostando una settimana in ciascuna di esse. La visita pastorale offre l’occasione al vescovo di verificare il lavoro e le attività che si svolgono nell’ambito di una parrocchia. Dà, inoltre, la possibilità di conoscere il quartiere con i relativi problemi sociali. Ebbene, don Tonino entrò in un rapporto diretto con i diversi gruppi associativi delle parrocchie diocesane, verificandone così lo stato di salute; frequentò le diverse categorie di lavoro dei parrocchiani; i professionisti, gli artigiani, i contadini; si recò nelle scuole, negli asili e nei circoli culturali; visitò gli ammalati e gli ospedali, e per tutti elargiva parole di conforto e di speranza. Le visite pastorali gli avevano dato pure la possibilità di intraprendere un dialogo epistolare con le diverse comunità incontrate, e attraverso il settimanale diocesano “Luce e Vita” don Tonino scriveva bellissime lettere che rappresentavano un po’ il bilancio delle sue verifiche. Così anche preferì lo stile epistolare per comunicare ai catechisti della diocesi i suoi messaggi. Nel periodo quaresimale, ogni mercoledì sera, prese la consuetudine di incontrarsi con i giovani in Cattedrale. E furono quegli incontri a far sì che gli stessi giovani s’innamorassero della sua travolgente parola, del suo fresco ed originale linguaggio, nonché della sua credibile testimonianza. Ci sono stati anche tantissimi momenti in cui il vescovo molfettese ha dato prova di estrema naturalezza, quella naturalezza che è riscontrabile in qualsiasi uomo. E perciò si divertiva a suonare la fisarmonica nei momenti di fraternità con amici, con i giovani, e con quanti gli rendevano visita nel suo appartamento vescovile. A calcio, con i ragazzi del seminario, avrebbe voluto giocare, ma lo frenava la paura di farsi male e poter così arrestare il suo impegno pastorale. Improvvisava divertenti giochi di gruppo con i bambini quando andava a trovarli negli asili. Si recava nelle palestre o sui campi da gioco per incoraggiare gli atleti, insegnando loro a comportarsi da veri sportivi. E per questa sua spontaneità, normalità e naturalezza, don Tonino riuscì a conquistare tantissima gente, fuorché una categoria di uomini, quelli a cui si attribuisce il termine “politico”.
Nessuno può mettere in discussione l’impegno di don Tonino Bello per la classe politica della diocesi. La sua attività di vescovo era anche per loro, per quelle persone interessate direttamente all’amministrazione della “cosa pubblica”. «Se uno mi chiedesse a bruciapelo “dammi una definizione di quel che dovrebbero essere i politici”», affermava don Tonino, «io risponderei subito: Operatori di pace». Ma il vescovo molfettese sapeva altrettanto bene che gli uomini politici tutt’altro possono definirsi all’infuori che operatori di pace, e perciò iniziò con loro un dibattito che sul piano dialettico fu quasi sempre acceso ed intenso. Prese così l’abitudine, sollecitato dall’Azione Cattolica locale, di incontrarsi con loro ogni Natale, ma per la “durezza” delle sue parole ogni anno sempre meno politici frequentavano quelle riunioni a tal punto che, dopo il 1988, don Tonino preferì registrare i suoi discorsi e inviarli attraverso un nastro a ciascun politico. Ciò lascia immaginare come il vescovo riusciva ad imporsi alla vecchia e tradizionale mentalità di intendere e fare politica, del resto lo dimostrano le parole delle sue riflessioni. «Oggi il vostro mestiere è fra i più ingrati e incompresi», dice don Tonino rivolgendosi ai politici. E ancora, «quando si parla di voi la gente corruga la fronte, ricorre alla battuta convenzionale, si sente autorizzata dal tacito consenso generale ad avanzare giudizi pesanti e, bene che vada, l’aggettivo più innocuo che appone alla parola “politica” è quella di “sporca”». Ma usava tonalità ancora più aspre quando analizzava da vicino la realtà politica locale, invitandola alla “sobrietà comunitaria”.
«I partiti si sono ubriacati», diceva, «non è più lo stato sociale, ma lo stato dei partiti. È urgente che i partiti si disintossichino dall’ubriacatura». E rivolgendosi direttamente ai politici, don Tonino domandava così: «Chi state servendo il bene comune o la carriera personale? Il popolo o lo stemma? Il municipio o la sezione? Il tricolore o la bandiera del partito? Un giorno il Signore vi chiederà conto se lo spirito che ha animato il vostro impegno politico è stato quello del servizio o quello del self-service». Non era sua intenzione però scoraggiare gli operatori della politica, anzi! Spiegava le sue comprensioni innanzi al loro scoraggiamento, e diceva che la politica è un’arte nobile e difficile, è un mestiere ingrato e incompreso; e a quanti travisavano le sue parole, don Tonino replicava che tra i suoi tanti doveri c’era pure quello di fornire «una manciata di provocazioni». Si trovava bene nei panni del profeta, ma non aveva alcuna intenzione di intromettersi nelle questioni squisitamente politiche. Più volte lo aveva ribadito che la distinzione di ruoli era a lui chiarissima. «Alle istituzioni tocca il compito di reggere, il compito dei reggitori, del re», affermava don Tonino, «e al vescovo tocca il compito del profeta. Non si può allora sopprimere il ruolo del governatore, di chi comanda, il ruolo di chi comanda è un ruolo difficile, come difficile il ruolo del profeta. Non è facile perché chi governa viene preso di mira dalle critiche della gente, chi fa il profeta viene preso di mira dal sorriso del benpensante. Il re ha il suo compito e il profeta ne ha un altro. Ma insieme devono provocare la crescita della città». Don Tonino non simpatizzava per nessun partito politico e chiunque, politico o no, non può dire di essergli stato particolarmente vicino ideologicamente. Il vescovo molfettese aderiva soltanto al Vangelo, e il suo leader era Gesù Cristo. Per lui inoltre non esisteva nemmeno una politica cristiana, «c’era un modo cristiano di fare politica», ed era altresì convinto che «il consenso politico non si può esigere nel nome della fede, per cui in politica i cristiani devono ottenere il consenso non nel nome di Gesù Cristo ma nel nome del programma valido, della loro coerenza, della loro onestà…». Ciò vuol dire che per lui qualsiasi partito andava bene purché realizzasse una politica giusta. E per politica giusta intendeva il raggiungimento di una “pietà comunitaria”. Il compito, però, di ricostruire l’uomo e la sua città non spetta soltanto alla classe politica, don Tonino era consapevole di questo, e per lui soprattutto la Chiesa «deve andare in città», deve cioè, «riversarsi nelle strade come dice il Vangelo e richiamare ciechi, storpi, sordi, per invitarli tutti al banchetto del Regno». Ma per questo occorre una Chiesa che adoperi la povertà come metodo. E qui, in questa ottica don Tonino impegnò gran parte della sua vita e del suo magistero episcopale per additare un rinnovamento, un profondo cambiamento all’interno della stessa Chiesa. Per lui bastava una Chiesa «sicura solo del suo Signore e per il resto debole. Una Chiesa che mangia il pane amaro del mondo, una Chiesa povera, semplice, mite, che condivide con i comuni mortali la più lancinante delle loro sofferenze: quelle della insicurezza».

Crisi internazionale

"Non posso chiudere gli occhi di fronte alle situazioni pesantissime di miseria, di disoccupazione, di violenza, di ingiustizia, di affossamento dei valori, di degenerazione della qualità della vita".

Il 2 agosto 1990 accade qualcosa che veramente sa dell’incredibile: ha inizio la crisi del Golfo Persico. Le truppe irachene occupano il Kuwait minacciando la sua indipendenza. E l’8 agosto il governo iracheno proclama l’annessione, considerando il Kuwait quale diciannovesima provincia dell’Iraq. Le Nazioni Unite riuscirono ad adottare, nello stesso giorno dell’occupazione del Kuwait, una risoluzione (n. 660) che condannava l’invasione irachena del Kuwait, esigendo che l’Iraq ritirasse «immediatamente e senza condizioni tutte le sue forze militari nelle posizioni in cui si trovavano il 1° agosto 1990».
Sin da quel 2 agosto, don Tonino aveva seguito con attenzione e dispiacere l’evolversi della crisi, e a chi lo interrogava per saperne di più il vescovo gli presentava chiara e senza mezze parole la sua diagnosi: «La crisi del Golfo Persico sta esprimendo un conflitto in cui l’occidente industrializzato ridefinisce i suoi rapporti di forza con un Sud (e quello arabo rappresenta il Sud più rivendicativo in virtù delle sue risorse energetiche), che chiede di poter uscire da una collocazione storica di subalternità. Non illudiamoci: questo è il vero problema. Mascherato, se vogliamo, con le ragioni del diritto. Ma, in fondo, il contendere si riduce lì: controllare le fonti energetiche indispensabili agli interessi vitali delle società industrializzate, e mantenere tale controllo con la violenza e con la guerra permanente. Di fronte a questa situazione, come credenti siamo impegnati in tre direzioni. Anzitutto, dobbiamo far sentire la nostra voce contro la guerra, intesa come mezzo per risolvere i conflitti. È una illusione tragica continuare a porre la nostra fiducia nelle armi e nelle strutture belliche. Unica garanzia per la sopravvivenza dei popoli oggi è la soluzione nonviolenta dei conflitti. In secondo luogo, dobbiamo far entrare nelle nostre coscienze, mediante lo studio e la ricerca, tutte le strategie approntate dai metodi della difesa popolare nonviolenta. Infine, dobbiamo chiedere alla comunità internazionale di adottare tutte le necessarie pressioni politiche, economiche e diplomatiche, per garantire il rispetto della vita e dei più elementari diritti umani dei Palestinesi. La legittima aspirazione del popolo palestinese ad avere una sua terra e un suo Stato, accolta e ratificata dall’ONU, attende di essere portata a compimento».
Aveva ragione don Tonino, ma come farlo capire alla gente, ai politici, ai governanti, alle Nazioni? Quale “risoluzione” può adottare un vescovo contro la guerra? Non si dava per vinto, si spostava di città in città per spiegare l’assurdità di questa crisi, scriveva sui giornali e riviste, partecipava a trasmissioni televisive spiegando i suoi giudizi, le sue opinioni, le sue posizioni contro la guerra. Infine inviò una lettera ai parlamentari. «Onorevoli parlamentari», scriveva, «ascoltate il vostro popolo. Prima di udire il crepitare delle armi e di sperimentare le conseguenze tragiche di un’altra “inutile strage”, vi supplichiamo di non disattendere la voce della vostra gente che, per la sua sopravvivenza, si sente solo garantita da una soluzione nonviolenta e complessiva del conflitto in corso. Lo diciamo a voi per primi. Osiamo sperare che questa convinzione, che parte non solo dalla logica delle beatitudini ma anche ormai dalle viscere della terra e dalle conquiste della civiltà, verrà assunta responsabilmente da voi tutti». Una lettera, quindi, ben dosata e provocatoria al punto giusto. La conferma vien data dalle parole con cui don Tonino concludeva la lettera: «Risparmiateci, vi preghiamo, la sofferta decisione, quale “extrema ratio”, di dover esortare direttamente i soldati, nel caso deprecabile di guerra, a riconsiderare secondo la propria coscienza la enorme gravità morale dell’uso delle armi che essi hanno in pugno».
Per queste parole don Tonino fu accusato di incitamento alla diserzione, fu deriso dalla stampa che lo definiva “il teologo della diserzione”, fu considerato un pazzo e ancor di più… Niente da fare. La guerra tanta scongiurata dal vescovo molfettese non fu evitata. La cosiddetta “Tempesta nel deserto” cominciò le prime operazioni. Sempre costretto dagli avvenimenti a non potere fare di più di quanto desiderasse, don Tonino pensava al dopo. «Penso di poter dire», ribadiva il vescovo, «che l’idea della guerra risulta nettamente perdente, se non sui tavoli delle cancellerie, o sulle planimetrie dei generali, almeno nella coscienza popolare. Ed è per questo che non dobbiamo demordere». L’idea della pace e della nonviolenza in lui non si spegneranno mai.
Giusto il tempo di vedere finalmente conclusa la guerra del Golfo, che altri guai minacciano la tranquillità interiore e l’integrità fisica di don Tonino Bello. Lo sgretolamento del regime comunista nei paesi dell’Est aveva generato numerose immigrazioni di profughi nell’Europa continentale, dove ragazzi, giovani e adulti si erano riversati alla ricerca di nuovi equilibri economici e sociali. E il popolo albanese, suo malgrado, più di ogni altro fu protagonista di un esodo terrificante e brutale i cui contorni, assai spiacevoli e per niente umani, hanno scritto una delle pagine più amare degli anni novanta. Tutto ha inizio nell’estate del 1990, allorquando circa quattromila albanesi sbarcarono nel porto di Brindisi. L’evento pur recando scompiglio non fu poi troppo allarmante, e le persone vennero “smistate” per i diversi Paesi europei. Nei primi mesi del 1991 altre ondate di profughi provenienti dall’Albania cominciarono a destare preoccupazione, mentre anche Molfetta diventò la meta di una imbarcazione contenente oltre cento persone. Sin da quei primi momenti don Tonino manifestò il suo vivo interesse di fronte al problema di dover garantire una giusta sistemazione ai profughi, e non venne meno il suo impegno nel sollecitare l’intera diocesi di Molfetta ad una vera e propria catena di solidarietà. Non si riuscì a risolvere definitivamente il problema perché, nella prima decade di agosto, l’ennesima “invasione” di albanesi mise in crisi il Ministero della Protezione civile e quello degli Interni, nonché le autorità politiche e civili delle città costiere della Puglia. Migliaia di albanesi vennero stipati a Bari nello stadio “Della Vittoria”, mentre altri ancora furono lasciati sul molo del porto. La polizia aveva il suo bel daffare a controllare la situazione ricorrendo volentieri all’uso dei manganelli e di altri mezzi repressivi. Una generale massa corporea si estendeva per tutto lo stadio, senza acqua, cibo e quant’altro possa servire per “sopravvivere” a quelle condizioni in un clima caldissimo e afoso. Soprattutto in quella circostanza don Tonino non riuscì a darsi pace.
Era il 10 agosto 1991. Il vescovo molfettese si recò di persona a Bari riuscendo ad entrare nel vecchio stadio del capoluogo pugliese. Una scena allucinante apparve ai sui occhi. Donne, giovani, bambini e vecchi svenivano per insolazione o per disidratazione. Don Tonino è in mezzo a quella gente e soffre con loro, ma soffre ancora di più quando si accorge dell’assenza ingiustificata del ministro della Protezione civile e di quello degli Interni. Tornato in episcopio, iniziò a scrivere diversi articoli di protesta per alcuni giornali nazionali e locali. Ancora una volta levò la sua voce a difesa dei più deboli, degli indifesi e degli umiliati. Ma all’onorevole Scotti, ministro degli Interni, non fu gradita la posizione del vescovo molfettese e, soddisfatto dell’“Operazione Sardegna” che riuscì a “rispedire” in Albania quasi tutti i profughi, beffò don Tonino pronunciando un antico esorcisma: «A peste, a fame et bello libera nos Domine». Don Tonino, a distanza di qualche mese dall’accaduto, scriverà una lettera al ministro Scotti manifestando il suo dispiacere per essere stato da lui deriso e beffeggiato: «Se nei giorni di agosto, al porto di Bari, ho parlato con franchezza e poi ho scritto su Avvenire ciò che pensavo, è perché ho visto con i miei occhi la violazione dei più elementari diritti umani. Era il minimo che si potesse dire. Del resto, nessuno poteva aspettarsi che un vescovo, davanti alle telecamere che riprendevano quelle allucinanti liturgie di sofferenza, potesse concedere l’indulgenza plenaria a ogni carica della polizia». Rivolgendosi ancora all’onorevole Scotti, don Tonino continuava: «Non vorrei apparirle preoccupato della mia immagine più di quanto non lo sia per la dignità dei poveri. Nell’economia della mia vita spirituale, mi sta bene anche questa umiliazione. E, tutto sommato, la ringrazio. Desidero dirle, anzi, che non serberò nessun rancore nei suoi confronti e che, se da oggi le assicuro la mia preghiera al Signore perché la guidi in un lavoro così difficile per le sorti della nostra nazione, farò seguire i fatti alle parole. Anche stavolta».

L'ONU dei poveri

"Io sono stato anche a Gerusalemme. Ma vi dico che la commozione che ho provato nell'entrare a Sarajevo è stata più forte. Gerusalemme bagnata dal sangue di Cristo e Sarajevo bagnata dal sangue di tanti innocenti, di tanti poveri”.

Una nuova guerra civile, esplosa nella ex Jugoslavia tra la fine del 1991 e l’inizio del 1992, condizionerà molto l’impegno pastorale di don Tonino, evidenziando ulteriormente il suo carisma profetico e la sua molteplice attività a difesa della pace. E mentre la guerra cominciava a mietere le prime vittime in quella società multietnica, il vescovo molfettese, ancora provato dalla malattia, dovette affrontare la triste vicenda dell’eccidio del sindaco di Molfetta. Infatti, il 7 luglio dello stesso anno il sindaco da poco eletto, Gianni Carnicella, fu assassinato da un organizzatore di un concerto i cui sviluppi avrebbero messo in difficoltà l’ordine pubblico, e per quel motivo il povero Carnicella si era impegnato affinché tale concerto non avesse luogo. Tutto questo scatenò l’ingiustificabile ira dell’organizzatore che, senza scrupoli, con un colpo di fucile a canne mozze mise fine alla giovane esistenza del sindaco democristiano. La morte del sindaco Carnicella aveva dato pure la possibilità a don Tonino di “richiamare” l’intera città ad un ordine civile e morale, mostrando chiara l’immagine dello stato in cui Molfetta versava. Così durante l’omelia della cerimonia funebre, svoltasi il 9 luglio, don Tonino non risparmiò frecciate indirizzate alla responsabilità di tutti, soprattutto delle autorità politiche ma anche religiose. «Incredibile. Un permesso negato, per oggettive ragioni di sicurezza, all’ambigua manifestazione del cantante di turno. La minaccia intimidatoria dell’organizzatore, sui gradini di una chiesa. La resistenza ferma e dignitosa del sindaco. Poi il fucile a canne mozze che, a distanza ravvicinata, ha chiuso il discorso. Ma ne ha aperto un altro», continua don Tonino, «inquietante e amaro. È il discorso sul malessere della città. Un malessere che, in modo spesso maldestro, vogliamo rimuovere dalla nostra coscienza e del quale facciamo fatica a prendere atto, forse perché troppo fieri del prestigio del nostro passato».
Anche l’estate del 1992, l’ultima per don Tonino, si rivelò densa di preoccupazioni e di avvenimenti che avvilirono il vescovo moralmente, ed ora anche la sua salute ricominciò a peggiorare ulteriormente. L’esito di una nuova TAC, a cui don Tonino si era sottoposto, e che evidenziò il progredire del tumore, fu inviato a Parigi all’ospedale “Gustave Russie”. Da Parigi intanto fu comunicato l’inevitabile ricorso alla chemioterapia a cui il vescovo molfettese fu sottoposto, e al primo ciclo di essa per tre giorni don Tonino si ricoverò al Policlinico di Bari. Cives lo istruì circa le conseguenze di quella terapia, gli parlò della caduta dei capelli… E don Tonino sempre “in gran forma” spirituale gli rispose: «Spero che con i capelli non mi cadano anche le idee!». Nell’ottobre del 1992, in occasione del decimo anniversario dell’Episcopato, il Consiglio comunale di Molfetta deliberò, con voti unanimi e favorevoli, «di conferire a S.E. Mons. Antonio Bello, Vescovo della Diocesi, la “cittadinanza onoraria” di Molfetta e di offrigli il Sigillo d’Onore della Municipalità per le sue eccezionali benemerenze acquisite nel servizio pastorale reso alla Città». Successivamente ricevette anche la cittadinanza onoraria della città di Reggio Emilia e quella di Tricase.
Intanto la guerra nella ex Jugoslavia si infuocava sempre più, mentre don Albino Bizzotto, responsabile del Movimento “Beati i costruttori di pace”, aveva organizzato insieme a don Tonino una marcia a Sarajevo. Furono più di duemila le adesioni, ma poi per motivi di sicurezza partirono solo cinquecento. Don Tonino, nonostante le sue condizioni di salute, volle marciare insieme a quella gente: «Ci andrò anche con le flebo addosso». Il lunedì del 7 dicembre si ritrovano sul porto di Ancona i cinquecento protagonisti della spedizione. Con loro, oltre don Tonino, c’era monsignor Luigi Bettazzi, don Albino Bizzotto e alcune autorità politiche tra cui Eugenio Melandri, Deputato al parlamento Europeo. Le condizioni del tempo sono pessime. Ma si decide di partire ugualmente. Le cinquecento persone giungono sulla costa della ex Jugoslavia, ma da Sarajevo arrivano notizie allarmanti. Dovettero infatti passare alcuni giorni prima di entrare in quella città il sabato del 12 dicembre. «Incredibile l’accoglienza della gente lungo le strade», scriverà don Tonino, «dalle finestre, baci dei bambini. Applausi al nostro passaggio. Strette di mano. Lacrime dei passanti. Il pianto di un soldato». Nel teatro di Sarajevo in quello stesso giorno don Tonino pronunciò un discorso che riassume un po’ tutto il significato di quel suo gesto estremo: «Vedete, questa esperienza è stata una specie di ONU rovesciata: non l’ONU dei potenti è arrivata qui a Sarajevo ma l’ONU della base, dei poveri. L’ONU dei potenti può entrare a Sarajevo fino alle 4 del pomeriggio, l’ONU dei poveri si può permettere… di entrare anche dopo le 7».
Il viaggio a Sarajevo aveva indubbiamente rafforzato gli ideali e le convinzioni di don Tonino, ma aveva altresì indebolito il suo fisico giacché il suo stato di salute entrava inesorabilmente in una fase delicatissima. Si apprestava a compiere l’ultimo viaggio, questa volta per il Paradiso.

L'ultimo viaggio

"Perché si muoia io non lo so. Sono però convinto che il senso della morte come quello della vita, dell'amicizia, della giustizia e quello supremo di Dio non si trovano in fondo ai nostri ragionamenti, ma sempre in fondo al nostro impegno".

Quello degli albanesi non fu l’unico problema che, nell’estate del 1991, preoccupò don Tonino. Anche la sua salute cominciò a vacillare, procurandogli dispiaceri di notevole considerazione. L’incontro e, successivamente, l’amicizia con il medico Domenico Cives permetterà a quest’ultimo di constatare la grave malattia che “annidava” nel corpo del vescovo, il quale era già in cura per una “gastroduodenite”. Fu il dottor Cives a visitare per primo don Tonino, e da quella visita ricavò (come testimonierà poi nel suo libro-memoriale “Paola di Uomo”) «notizie che permisero di escludere che la patologia sofferta potesse essere rappresentata da una banale gastrite o da un’ulcera gastrica». Don Tonino si sottopose così ad una più accurata visita specialistica, e in quella occasione si venne a conoscenza della sua iscrizione all’AIDO (Associazione Italiana Donatori Organi) nonché delle sue 48 donazioni di sangue! Il 29 agosto l’esito della gastroscopia, a cui don Tonino fu sottoposto, rivelò la presenza di un “adenocarcinoma gastrico”, vale a dire un tumore maligno allo stomaco. Toccò allo stesso Cives comunicare la grave notizia al vescovo. Fu quello un incontro abbastanza doloroso e delicato. «Purtroppo si tratta di un cancro dello stomaco», disse il medico: «Con queste parole avevo spento la dolcezza del suo sorriso e il viso cambiò repentinamente espressione, restando in silenzio don Tonino continuava a fissarmi con gli occhi spalancati, ma avevo la netta sensazione che stesse guardando nel vuoto. Era rimasto frastornato dall’improvvisa e terribile notizia». Non c’era tempo da perdere e per questo motivo furono avvisati della circostanza i familiari del vescovo. Il dottor Cives aveva comunque pensato bene di affidare il caso ad una équipe di medici esperti, anche di fama internazionale, e ne rimase invece sconcertato quando don Tonino lo informò della sua prenotazione all’ospedale di Gagliano del Capo, paesino vicino Alessano. «Se a quell’ospedale fa capo tanta gente povera», diceva don Tonino, «non capisco il motivo per cui io debba essere opearto altrove. E poi ho fiducia nel chirurgo. Al resto penserà la Provvidenza».
Don Tonino fu accontentato dal momento che si ricoverò all’ospedale di Gagliano del capo dove, il 3 settembre, fu eseguito l’intervento dal dottor Luigi De Blasi al quale assistettero lo stesso Cives e Marcello Bello, fratello minore del vescovo, anche lui medico di quell’ospedale. I tempi dell’operazione si rivelarono più lunghi del previsto, oltre sei ore, perché la situazione si manifestò alquanto grave. Dopo aver trascorso alcune settimane di convalescenza prima a Santa Maria di Leuca e dopo a casa sua in Alessano, don Tonino rientrò a Molfetta a metà ottobre desideroso di tornare ad occuparsi del suo lavoro di vescovo. E lo fece, nonostante il decorso post-operatorio, con la stessa intensità di prima. Riprese a girare per la diocesi, ad occuparsi dei problemi della gente, a promuovere iniziative, come se nulla gli fosse accaduto. A fine novembre don Tonino dovette recarsi a Milano, presso il Centro Tumori per un consulto medico specializzato. Una parentesi brevissima e poi di nuovo a Molfetta, in mezzo alla sua gente. Il 1991 era stato un anno difficile e negativo. Troppi avvenimenti tristi e preoccupanti si erano succeduti a catena. Prima la guerra del golfo persico, successivamente la questione delicata degli albanesi e, infine, la malattia. Del resto altri avvenimenti metteranno a dura prova don Tonino Bello, conducendolo fino al sacrificio.
La notizia che don Tonino stava male fece il giro del mondo in breve tempo. Da ogni parte della Puglia, dell’Italia e anche dall’estero giungevano al vescovo messaggi di conforto e di solidarietà. Tre cicli di chemioterapia, una visita specialistica all’ospedale francese “Gustave Russie” e un ciclo di radioterapia al “Gemelli” di Roma, avevano messo a dura prova il fisico di don Tonino a tal punto che, per circa un mese, dovette lasciare necessariamente i suoi impegni e la sua attività di vescovo per trasferirsi in Alessano e trascorrere perciò un lungo periodo di riposo. Il 15 febbraio 1993 lasciava il suo paese per fare ritorno a Molfetta. Il 18 marzo compiva gli anni, cinquantotto. Era quello l’ultimo compleanno della sua vita terrena. Tutti si impegnarono, e in modi diversi, per far arrivare al vescovo gli auguri. Ma una autentica sorpresa fu per lui preparata dai giovani della diocesi. Questi, infatti, si radunarono nell’atrio dell’episcopio e iniziarono a cantare la canzone che più di tutte don Tonino preferiva: Freedom. All’udire quelle voci, don Tonino si commosse e volle farsi accompagnare innanzi ad una delle finestre che dal suo appartamento si affacciano sull’atrio. Ma stanco per la malattia e non avendo sufficienti forze fisiche, fu costretto a ritirarsi nella sua stanza, ma le sue ultime parole compensarono quella necessità: «Grazie per questa manifestazione di affetto. Vorrei scendere e abbracciarvi ad uno ad uno. Comunque lo faccio con la voce. Vi stringo così, con tantissimo affetto e… vi voglio bene».
I giorni che seguirono, in attesa della Pasqua, furono trascorsi nella più completa sofferenza e, nonostante fosse costretto a rimanere nel letto, riuscì a preparare l’omelia per la Messa Crismale dell’8 aprile, dettando ai suoi familiari il testo. A quella importante celebrazione volle presiedere ugualmente, anche se le sue condizioni di salute non offrivano alcuna possibilità di resistere a quel tipo di solenne cerimonia. La Cattedrale era colma di gente venuta da ogni angolo della diocesi. Trascorse la Pasqua e i giorni successivi ad essa tormentato dai forti dolori. Dimagriva vistosamente. Non ce la faceva più. Consapevole che era ormai prossimo alla fine, don Tonino volle riabbracciare per l’ultima volta gli amici, i suoi stretti collaboratori, dando loro le ultime raccomandazioni. Il 18 aprile dettò le sue ultime volontà. Quella stessa sera le sue condizioni peggiorarono. Il giorno successivo e per tutta la mattinata del 20 aprile, don Tonino non aveva più la forza di parlare, era stanco e soffriva, ma aveva il suo sguardo rivolto verso il quadro della madonna delle Grazie. L’agonia cessò alle 15.26 di quel 20 aprile 1993. Qualcuno ordinò: «Suonate le campane!». Don Tonino entrava in paradiso accompagnato dal suono a festa delle campane. All’udire il suono delle campane la gente capì, e solo dopo pochi attimi si riversò nei pressi del Palazzo Vescovile. Cominciò così una lunga attesa con la speranza di poter rendere omaggio alla salma del vescovo. Così come la triste notizia dell’avvenuta scomparsa di don Tonino Bello si era diffusa presto in ogni parte d’Italia e del mondo, specialmente negli ambienti dove il vescovo molfettese era conosciuto e stimato. Nel frattempo i familiari e pochi amici intimi si adoperavano per vestire e sistemare le spoglie mortali di don Tonino che, all’indomani mattina, dopo una lunga notte trascorsa in preghiera, furono portate in processione nella Cattedrale dove rimasero fino al giorno successivo, prima che si celebrassero le esequie. La Chiesa diventò immediatamente la meta di un ininterrotto pellegrinaggio: fedeli, amici, confratelli, politici, giovani, ragazzi, bambini, tutti rendevano omaggio all’amato vescovo. Fuori dalla Cattedrale, dietro le transenne, un fiume di gente lentamente avanzava fino ad entrare in chiesa. Un via vai interminabile, ma del resto prevedibile. La commozione delle persone era evidente. Nessuno poteva fare a meno dal trattenere le lacrime. Nel pomeriggio del 22 aprile il feretro dalla cattedrale fu accompagnato in processione sino al porto della città. Lì fu innalzato l’altare, su di un grande palco. La bara di don Tonino fu posata su una lastra di pietra al centro dell’altare, e ai suoi fianchi la mitra ed il pastorale in legno. Incredibile la partecipazione della gente radunata sul porto! Ammassata, come in uno stadio gremito ai limiti della capienza, vuole assistere alla celebrazione esequiale. La mattina del venerdì 23 aprile, tra il pianto, le lacrime e la commozione dell’intera città, don Tonino lasciò per sempre Molfetta, mentre Alessano, il suo paese natale, lo attendeva per ricongiungersi a lui.

Servo di Dio

"I Santi ci concedano di trasferire le loro virtù dalla cripta delle buone intenzioni sulle barricate della vita di ogni giorno."

Don Tonino Bello moriva il 20 aprile 1993 a Molfetta, stroncato da una malattia incurabile. In occasione del suo decimo anniversario d’episcopato, nel novembre 1992 pochissimi mesi prima della dipartita, durante la cerimonia di consegna del sigillo d’onore della città, affermava: «Io non sono al 25°, ma al 25° sarò io a conferire alla città di Molfetta una onorificenza». Il 27 novembre 2007, esattamente nel mese del 25° anniversario (don Tonino il 21 novembre 1982 faceva il solenne ingresso in Molfetta), la Congregazione per la Causa dei santi ha rilasciato il “nulla osta” per la sua Causa di Beatificazione e Canonizzazione. Molfetta ha accolto con giubilo la notizia, don Tonino Bello ha consegnato alla città una onorificenza, così come aveva predetto. Il 30 aprile 2010 nella cattedrale di Molfetta si è svolta la Prima sessione pubblica del Processo di Canonizzazione, con l’insediamento del Tribunale Ecclesiastico. L’evento, pure se di straordinaria importanza, non ha lasciato in secondo piano la consapevolezza tra la gente e il popolo della chiesa della santità del vescovo. Per molti don Tonino Bello è considerato già un santo. Il 30 novembre 2013 si è conclusa invece la fase diocesana del processo di Canonizzazione.
Sono trascorsi oltre trenta anni dalla sua ordinazione episcopale e oltre venti anni dal suo “dies natalis”. Di lui si continua a discutere oltre che pregare. S’inaugurano strade, piazze e monumenti legati al suo nome. Scuole, ospedali e strutture di pubblica utilità abbandonano le vecchie intestazioni e “rinascono” sotto il suo nome. Fioriscono associazioni e cresce il numero delle pubblicazioni di autori che studiano e approfondiscono il suo pensiero e il suo messaggio. Tuttavia, ben poco si fa per concretizzare la sua profezia. In ambito politico è sotto gli occhi di tutti una profonda crisi di carattere morale che attanaglia le istituzioni della nazione, in contraddizione alle parole del vescovo quando si rivolgeva ai politici: «Ci sono tanti problemi che il popolo vi propone. La casa, il lavoro, l’istruzione, la salute. E che voi dovete risolvere privilegiando sempre la porzione più indifesa della vostra gente. Si ha l’impressione, però, che talvolta, il timoniere della barca segua le rotte imposte dagli sceicchi locali, invece che dalla povera gente; e che le vele raccolgano solo i venti di chi ha più fiato in corpo, invece che il sospiro di chi boccheggia perché privo di tutto».
È d’attualità il gran parlare e la preoccupazione sull’instabilità politico-economica dell’eurozona. Don Tonino Bello già nel 1992, anno della firma del trattato di Maastricht, affermava: «Verranno tempi duri proprio nel momento in cui ci stiamo preparando a vivere l’esperienza nella casa comune della nuova Europa, che a me si presenta anche con tristi presagi perché ha più il sapore di una convivenza economica, di una cassa comune che di una casa comune». È chiaro a tutti, oggi, il ruolo che la Germania ha e che vuole difendere nella gestione delle problematiche dell’eurozona. Ma sorprende come don Tonino in tempi non sospetti dichiarava che: «c’è una polarizzazione intorno a una nazione emergente, la Germania; e intorno alla sua moneta, il marco». Una situazione quella di oggi (lo spread, di cui si fa un gran parlare, ne è un esempio) già in visione nelle parole del vescovo: «L’Unione europea sembra svilupparsi non tanto in una convivialità di differenze quanto attorno al marco e probabilmente attorno a grandi nazioni che renderanno la nostra vita standardizzata un po’ sulla loro». Anche sul versante ecclesiastico si assiste, purtroppo, a un calo di credibilità nella gerarchia della chiesa cattolica. La triste vicenda dei preti pedofili, l’annosa questione dei beni temporali, quella più recente relativa alle fughe di notizie e al furto dei documenti che ha scosso le alte sfere del Vaticano, alcuni esempi per nulla edificanti di prelati che si lasciano sedurre dal fascino dell’edonismo e del consumismo, richiamano all’attenzione e rendono auspicabile la profezia di don Tonino Bello in tema di chiesa di parte. Una chiesa capace di fare la scelta preferenziale per i poveri, una chiesa «che scenda veramente dal suo piedistallo, dal suo palazzo, che si fa popolo». Un Chiesa oggi che attraverso papa Francesco ci lascia scorgere la possibilità di poter realizzare il sogno di don Tonino Bello. Questa è oggi la sua santità, l’audacia di un vescovo che ha saputo testimoniare con le opere prima, e con la parola dopo, la speranza che si può costruire una società a misura d’uomo e una chiesa al servizio di tutti, dei poveri in particolare.


Fonte:
www.dontoninovescovo.it

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Aggiunto/modificato il 2021-11-30

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