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San Giovanni Massias (Macias) Domenicano

16 settembre

Ribera del Fresno, Spagna, 2 marzo 1585 - Lima, 16 settembre 1645

Giovanni Macías, frate laico domenicano, nacque a Ribera del Fresno in Spagna il 2 marzo 1585. Rimasto orfano, trascorse l'adolescenza presso gli zii, dedito alla pastorizia. Nel 1619 salpò per le Americhe e dopo quattro mesi e mezzo di viaggio, giunse a Lima, in Perù. Dopo aver lavorato presso un grossista di carne da macello, Giovanni decise di consacrarsi al Signore: a trentasette anni, entra nei Domenicani della Maddalena. Si distinse nell'orazione, nel consiglio, nel carisma della carità, promuovendo opere assistenziali e creando una catena di soccorsi che si estendevano sino a Quito, a Bogotà e a Cuzco. Morì a Lima il 16 settembre 1645. Fu beatificato, con il suo amico Martino de Porres, nel 1837 da papa Gregorio XVI. (Avvenire)

Etimologia: Giovanni = il Signore è benefico, dono del Signore, dall'ebraico

Martirologio Romano: A Lima in Perù, san Giovanni Macías, religioso dell’Ordine dei Predicatori, che svolse a lungo le più umili mansioni, curò con zelo poveri e malati e recitò assiduamente la preghiera del Rosario per le anime dei defunti.


S. Giovanni Macías, canonizzato il 28 settembre 1975, frate laico domenicano, nasce a Ribera del Fresno in Spagna il 2 marzo 1585; bimbo, perse i genitori e passò l’adolescenza e la giovinezza, con una sorella minore, presso gli zii, dedito alla pastorizia.
All’età di circa vent’anni girò per la regione extremeña (Guadalcanar, Jerez, Siviglia ecc.) in cerca di occupazione, pur sentendo vivo il desiderio di consacrarsi a Dio. Tornò al paese nativo, nel 1613, per ritirare il certificato di Battesimo.
Nel 1619 salpò finalmente per le Nuove Terre e dopo quattro mesi e mezzo di estenuante viaggio, giunse alla Città dei Re, Lima. Al termine di un breve periodo di lavoro presso un grossista di carne da macello, Giovanni matura la decisione della scelta del suo stato: a trentasette anni, entra tra i Domenicani della Maddalena, nella Provincia di S. Giovanni Battista; vi professa nel 1623, dedicandosi sino alla morte all’esercizio generoso della carità, nell’ufficio di portinaio del convento. Si distinse nell’orazione, nel consiglio, nel carisma della carità, mediante la quale promosse notevoli opere assistenziali, amalgamando persone di classi diverse e creando una catena di soccorsi che si estendevano sino a Quito, a Bogotà, a Cuzco.
Morì a Lima il 16 settembre 1645.
Fu beatificato, con il suo amico Martino de Porres, nel 1837 da papa Gregorio XVI.
Fu solennemente canonizzato da Paolo VI il 28 settembre 1975.
La memoria liturgica è il 16 settembre, mentre l'Ordine Domenicano e la città di Lima lo ricordano il 18 settembre.

Cosa dire di questa ulteriore canonizzazione? Perché questo nuovo Santo? Ascoltiamo le parole del Postulatore della causa, Tarcisio Piccari:
"Giovanni Macías è proclamato “santo”. Due son le note principali del suo curriculum vitae: fu prima un emigrato; poi divenne religioso. Non fu un religioso-emigrante; ma un “tipico” emigrante: “religioso”, nel senso laico, secolare e intimo che diamo al termine. A lui l’epiteto di “emigrante” perché espatria dalla Spagna e va in Perù; non mosso da motivazioni di lavoro o da maggiori aspirazioni economiche. Non è un assoldato a compagnie di ventura e nemmeno un indesiderato politico che fugge dall’Extremadura. È uno spagnolo sano, onesto; si trapianta per lavorare non per far l’avventuriero, guadagna e invia un po' di risparmi alla sorella, che vive al suo paese; il resto lo restituisce ai poveri peruviani e lo dona alla Chiesa locale, quando si fa domenicano. Nel Macías il motivo della migrazione (...) è determinato dalla risposta personale all’onere missionario dell’essere cristiano. E nel rispondere all’imperativo della Fede ne intuì il poema; e decise di viverla partecipando la sorte dei fratelli “più lontani”, scoperti nella carità del Cristo e della Chiesa. Li vedeva con sguardo nuovo, diverso da quello degli immigrati pari suoi, partiti dalla propria terra per lo più in cerca di fortuna. “Tipico immigrato”, non si chiude in interessi coloniali suggeriti da comportamento egoistico; si manifesta un genio nel porsi a servizio altrui senza calcoli umani, e finisce per rivelare l’energica virtù del Vangelo che eleva la condizione umana e fonde i vincoli di solidarietà. È uno spagnolo che guadagna la simpatia universale per le benevolenza che esprime in mille modi verso i peruviani. Immigrato, quando decide di evadere dal mondo, emigra con lo spirito arruolandosi nello stato religioso. La vocazione domenicana la scopre nel desiderio di maggiore unione a Dio, a vantaggio dei fratelli; dal convento, patria del suo spirito, non abbandona la gente povera. La portineria della Maddalena gli sarà, per vent’anni, l’approdo di mille miserie. Quasi abitualmente - come dichiarano centinaia di testi del Processo (aperto a tre anni della morte) - diventò strumento carismatico di servizio quotidiano per centinaia di indigenti. L’ultima ventura “migratoria” del Macías, recente, è del 23 gennaio 1949, ad Olivenza (Extremadura) dove soccorse prodigiosamente i poveri cui era venuto meno il vitto quotidiano. Quale dunque, è il suo messaggio attuale? Attuale è il fenomeno migratorio, ai nostri giorni, non solo a livello regionale entro i confini del medesimo paese; esso si sviluppa e si contrae su scala internazionale e intercontinentale, con vibrazioni e implicazioni di equilibri e squilibri demografici, economici, sociali e politici. [...] Vien da chiederci se, e come, in misura analoga la Chiesa estendendo l’evangelizzazione, abbia animato di virtù divina l’esperienza umana delle prime migrazioni. Giovanni Macías è una risposta che richiama l’attenzione a tale aspetto del problema. La personalità di questo “tipico emigrante ed immigrato” va situata nell’ambiente ispanico-peruviano del ‘600, in maniera da far emergere le condizioni sociali, in cui si mosse. Il Macías operò in clima di tensione [...], in libertà di spirito e in maniera concreta efficientissima, santa, derivando il segreto della sua portentosa attività dal non negare mai ai fratelli quel tributo di servizio ch’egli aveva scoperto nell’essere cristiano. Tanto infatti credette in questo suo appartenere a Cristo e alla Chiesa, da tirar dalla sua l’onnipotente Provvidenza divina, che volle accordagli il carisma della carità".

Vogliamo anche ricordare le parole che il pontefice pronunciò durante il messaggio dell’Angelus domenicale, nelle quali possiamo scorgere lo slogan stesso dell’Anno Santo, “Ogni uomo è mio fratello”, in cui sottolineando nel Santo la virtù della povertà, Paolo VI richiama quale debba essere il rapporto tra l’uomo e i beni terreni:
"E vedremo allora che questo rapporto con i beni di questo mondo ci rende capaci di allargarne l’impegno da egoista a sociale; essi diventano degni d’essere cercati per una distribuzione che ne estende il beneficio ad altri, i quali nel dono loro fatto di tali benefici diventano fratelli, creando un circuito di interesse, di simpatia e di amore, che si chiama carità, cioè riflesso religioso, anzi divino nella nostra vita anche materiale e sensibile. Il pane dato nel nome di Cristo realizza questa sublimazione".

Autore: Don Marco Grenci




Orfano dei genitori fin da ragazzo con una sorella più piccola, per alcuni anni fa il pastore nelle terre degli zii, poi diventa garzone, passando da una fattoria all’altra. A 34 anni s’imbarca per il Nuovo Mondo: è attratto dalla sterminata America meridionale che, come il suo paese nativo, è soggetta al re di Spagna, señor del mundo, come lo chiama il poeta Lope de Vega. In età non più giovanissima, parte come molti altri spagnoli verso quelle lontananze, dove sembrano alla portata di chiunque i sogni di conquista, ricchezza, potere. E ha certo in mente le imprese di due suoi famosi conterranei: Hernán Cortés, scadente alunno dell’università di Salamanca e poi conquistatore del Messico; e Francisco Pizarro, l’illetterato che si è fatto padrone del Perú.
Ma Giovanni, dopo quasi cinque mesi di viaggio per mare e per terra, arriva a Lima ancora per lavorare sotto padrone. Un vero emigrante: solo, sprovvisto di mezzi e aiuti, pronto a tutte le fatiche per un salario migliore. Trova lavoro in un mattatoio con buona paga, e può mandare qualche aiuto alla sorella, che vive poveramente in Spagna. Intanto scopre la povertà di Lima. Fondata da Pizarro nel 1535, la città è la capitale di tutti i possedimenti spagnoli d’America, sede del viceré e del primo ateneo fondato nel Nuovo Mondo, l’Università di San Marco. Ma intorno ai palazzi e ai centri commerciali si estende poi una “cintura” di povertà, con peruviani, spagnoli e “mulatti” accomunati dal bisogno, che si disputano gli stessi lavori precari e condividono le stesse malattie.
A questa gente sta dedicando la sua vita in Lima il frate coadiutore domenicano Martino de Porres (figlio di una peruviana e di uno spagnolo) nel convento di Nostra Signora del Rosario: fonda ospedali e orfanotrofi, cura di persona gli infermi, fino alla morte nel 1639 per una malattia da povero, il tifo. Anche Giovanni Macías si fa domenicano, nel convento di Santa Maddalena, come fratello coadiutore nel 1623, a 38 anni. Un salariato accolto a quell’età non può certo bazzicare pulpiti di cattedrali. Gli affidano la portineria, e questo è davvero il posto suo, perché tutto passa di lì: persone, voci, problemi, disperazioni, e anche opportunità. Lì ascolta i poveri che già conosce, è il loro consigliere, il suggeritore di speranze. E lì, al tempo stesso, si fa loro portavoce presso chi sta in alto, preme sui poteri pubblici, interviene con le proposte, i progetti. Lo zappatore venuto dalla Spagna scrive giorno per giorno una storia diversa da quella dei conquistadores. È lo spagnolo che i peruviani sentono fratello, perché ogni suo intervento cambia in meglio la vita di qualcuno, e poi di molti (col suo umilissimo grado nell’Ordine riesce a far nascere ospedali e orfanotrofi a Lima, Bogotá e Quito, salvando migliaia di diseredati da miseria e malattie).
Tre anni dopo la sua morte, un coro di voci peruviane racconterà nel processo canonico le “conquiste” di frate Giovanni, salvatore di poveri e anche educatore di molti ricchi, ai quali insegnava, dalla sua portineria, a che cosa doveva servire il loro denaro. Paolo VI, proclamandolo santo nel 1975, ha così riassunto questo suo insegnamento: "Quelli che chiamiamo beni di questo mondo diventano degni di essere cercati per una distribuzione che ne estenda il beneficio ad altri, i quali nel dono fatto di tali beni diventano fratelli".


Autore:
Domenico Agasso


Fonte:
Famiglia Cristiana

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Aggiunto/modificato il 2005-09-04

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