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Santi Francesco Gil de Federich e Matteo Alfonso de Leciniana Sacerdoti domenicani, martiri

22 gennaio

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† Thang Long, Vietnam, 22 gennaio 1745

Emblema: Palma

Martirologio Romano: Nel Tonchino, ora Viet Nam, santi Francesco Gil de Federich e Matteo Alonso de Leziniana, sacerdoti dell’Ordine dei Predicatori e martiri: sotto il regno di Trịn Doanh, dopo una incessante predicazione del Vangelo, continuata anche in carcere, trafitti con la spada morirono gloriosamente per Cristo.


Francisco Gil de Federich de Sans

Francisco Gil de Federich de Sans nacque il 14 dicembre 1702 a Tortosa, nella regione della Catalogna in Spagna, da illustri genitori. All’età di quindici anni fu ammesso al noviziato domenicano di Villa de Exemplo con il nome di Francesco. Emise poi la professione solenne nel convento di Santa Caterina in Barcellona. Nel corso della sua formazione religiosa aveva maturato il desiderio di darsi all’evangelizzazione dei pagani e dunque nel 1724, ancora studente in teologia a Orihuela, chiese di unirsi ad alcuni missionari domenicani diretti alle Isole Filippine. Solo dopo l’ordinazione presbiterale, avvenuta nel 1727, e la nomina a maestro dei frati studenti, nel 1730 ottenne di porter partire missionario con ventiquattro altri compagni, tra i quali Padre Matteo Alfonso de Leciniana.
Giunto a Manila, Francisco Gil fu assegnato alla provincia di Pangasinan, di cui fu eletto segretario, ma non cessò di chiedere ai superiori che lo lasciassero partire per il Tonchino, regione vietnamita sconvolta dalla persecuzione del re Vuéh-Hun. Studiò con tanto impegno la lingua annamita che dopo soli cinque mesi fu in grado di prendersi cura di una quarantina di cristiani, noncurante della pena di morte decretata per i missionari e dei pericoli cui sarebbe stato esposto. Due volte all’anno, dalla quaresima alla stagione delle messi e dalla festa di San Domenico all’Avvento, si recava ad amministrare i sacramenti ai suoi fedeli, noncurante del caldo o del freddo, delle febbri o dei rischi che correva di essere sequestrato per ricevere un riscatto. Era solito dedicarsi alle confessioni sino a mezzanotte. Padre Francesco conduceva una vita molto austera, praticava l’astinenza dalle carni tutto l’anno ed in quaresima non mangiava che una volta al giorno. Pur essendo di temperamento serio, si mostrava affabile con chiunque. Tutti infatti lo amavano come un padre, poiché si rivelava sempre pronto ad aiutare quanti si trovavano in diverse impellenti necessità. Alla carità il santo sacerdote sapeva però accoppiare un giusto rigore. Quando per esempio i suoi domestici cadevano in colpe gravi, egli mai esitava ad imporre loro di mangiare per terra soltanto un po’ di riso con sale. Inoltre non permetteva loro di abbigliarsi con troppa cura, d’intrattenersi con donne o di introdurle in casa, e più in generale di perdere tempo in vario modo. Egli stesso, quando non era occupato a predicare e a confessare, inpiegava il suo tempo pregando e studiando.
Il 3 agosto 1737, dopo ben due anni di fecondo apostolato, Padre Francesco fu arrestato dai soldati a Luc-Thuy ed imprigionato a Ket-Cho, allora capitale del regno. Una anziana signora pagana, desiderosa di ricevere il battesimo, si prese cura di lui, ormai incapace di reggersi in piedi a causa della malattia. Corrompendo le guardie con delle mance, ella ottenne che il prigioniero potesse trascorrere prima alcune ore e poi intere giornate a casa sua, al fine di poter curare le sue piaghe. Padre Gil ne approfittò per poter studiare, ricevere i numerosi fedeli che giungevano a visitarlo e rispondere ai missionari che a lui si rivolgevano in cerca di consiglio. Ogni volta che veniva condotto dinnanzi ai giudici era rattristato dall’irriverenza nei confronti della corce, a cui tentava di porre rimedio. La signora Ba-Gao, impietosita dalle sue precarie condizioni di salute, riuscì ad ottenergli la libertà anche per le ore notturne ed egli ne approfittò allora per intensificare il suo ministero pastorale, confessare e celebrare l’Eucaristia nel cuore della notte in attesa di una fine che si prospettava sicuramente tragica.
Quando apprese di essere stato condannato a morte per decapitazione, il 24 novembre 1738 scrisse al Vicario Apostolico, Fra’ Ilario di Gesù: “Il Signore mi conceda di giungere a tanta gloria”. A Padre Matteo Alfonso de Lecianiana, ancora libero, confidò un mese dopo di non vedere l’ora di “uscire dai peccati e dalle miserie di questo mondo” e si raccomandò alle sue preghiere per ottenere da Dio “umiltà, pazienza e costanza”. Poiché però la conferma della sentenza di morte tardava a venire, scrisse ancora al vicario provinciale: “Iddio è assai offeso da molti miei peccati e ingratitudini, motivo per cui non ottenni ancora quello che la mia superbia si era promesso”. La ribellione nel frattempo scoppiata contro la famiglia regnante ritardò la fine del processo contro il missionario, ma gli interrogatori continuarono lo stesso, anche se i giudici non riuscirono a sapere da lui dove era stato e chi lo aveva aiutato a propagare la fede nel Tonchino. Ostinandosi a tacere, gli fu ordinato di percuotere gli oggetti religiosi che gli avevano sequestrato, ma al suo ennesimo rifiuto l’empio Thay-Thinh ebbe l’ordine d’infrangere sotto gli occhi del prigioniero il crocifisso di metallo, la statuetta in avorio della Madona e di calpestare l’immagine della Madonna del Rosario. Fu tanto il dolore che il santo missionario provò che fu immediatamente assalito dal vomito e da una nuova emorragia.
Siccome a causa dei problemi di politica interna il processo ancora non giungeva al termine, Padre Francesco ne approfittò nuovamente per intensificare il suo ministero dentro e fuori la capitale, ove circa seimila fedeli erano rimasti senza privi di assistenza spirituale. Riceveva annualemnte migliaia di confessioni ed amministrava centinaia di battesimi. Nel 1743 fu di nuovo chiamato dinnanzi al tribunale, ma non volendo fare dichiarazioni sulla sua cattura per non compromettere degli innocenti, gli fu imposto di calpestare la corona che portava al collo con due medaglie. Essendosi per l’ennesima volta rifiutato, il gesto sacrilego fu compiuto da Thay-Thinh, servo del magistrato, ma il santo li ammonì dicendo che il Tonchino era sconvolto dalle ribellioni, dalla fame e dalle pestilenze a causa delle ingiuste pestilenze perpetrate verso i cirstiani.
Tra tante tribolazioni, Padre Francesco venne a sapere nel dicembre 1743 che il suo confratello Padre Matteo Alfonso de Leciniana, tradito da un uomo pagano, era stato arrestato nella Casa di Dio di Luc-Thuy: i soldati avevano fatto irruzione nella cappella mentre il sacerdote celebrava la Messa e questi tentò di fuggire verso la cucina portando l’ostia consacrata con sé. Avendo però dimenticato il calice sull’altare, un pagano se ne impadronì e subito rovesciò a terra il vino consacrato.


Mateo Alonso de Leciniana

Ripercorriamo in breve anche la vita di Mateo Alonso de Leciniana, nato anch’egli in Spagna il 26 novembre 1702 presso Nava del Rey. Entrato nel convento domenicano di Santa Croce a Segovia, emise i voti nel 1723 e compì gli studi letterari e teologici. Nella pace del chiostro sentì nascere in sé una vocazione missionaria e domandò perciò di essere inviato nelle Filippine, ove giunse insieme a Francisco Gil de Federich nel 1730. Due anni dopo con altri due confratelli salpò per il Tonchino orientale e per ben undici anni si dedicò all’evangelizzazioni in mezzo a difficoltà di ogni sorta, senza fissa dimora. Più volte sfuggì miracolosamente alla cattura ordinata dal sacerdote pagano Thay-Thinh ed i domestici talvolta cercavano di dissuaderlo dal recarsi in quei villaggi ove i cristiani erano minoranza, ma egli soleva rispondere loro: “Se dovessi tralasciare di recarmi ad amministrare i sacramenti per timore di essere preso, a che scopo sarei venuto in questo regno?” Non di rado si incamminò da solo perché tutti rifiutavano di seguirlo per timore di morire e, pur di essere utile ai fedeli, era disposto ad affrontare ogni fatica. Non era cosa rara che trascorresse notti intere in confessionale e teneva sempre presso con sé una borsa di denaro per le necessità dei bisognosi. In tempo di carestia i poveri accorrevanoa lui numerosi sapendo che avrebbero ricevuto per lo meno una scodella di riso.
Dopo la cattura, Padre Matteo fu spogliato e percosso a sangue, poi fu condotto dal sottoprefetto che risiedeva a Vi-Hoang. Costui credeva che il prigioniero fosse uno dei ribelli al giovane re Can-Hung ed invece si accorse di avere dinnanzi “un maestro della fede portoghese”. Anziché imprigionarlo, lo lasciò esposto al pubblico affinchè i cristiani potessero avvicinarlo. Una suora terziaria, fingendosi un’accattona, poté così prendersi cura di lui, finchè dopo una quindicina di giorni il futuro martire fu chiamato a comparire davanti al tribunale della capitale. Mentre pazientemente attendeva di essere giudicato, subì ogni sorta di tortura e, come già l’altro suo confratello, dovette intervenire la profanazione della croce. Per fortuna non mancarono anche i curiosi, che gli rivolsero domande sulla sua persona e sulla sua religione.
Il governatore della capitale, che aveva preso in consegna il missionario, gli domandò: “Giacché il re vieta la tua legge nel regno, per quale ragione sei venuto qui e ti sei esposto a tante fatiche e pericoli?”. Questi prontamente gli rispose: “Per poter predicare la Legge di Dio, Signore del cielo, ed esortare gli uomini ad essere veraci, a battere la strada della virtù e ad allontanarsi da quella dei vizi”. Padre Francesco, non appena apprese che il suo confratello si trovava nelle prigioni del governatore, si affrettò a scrivergli consigliandogli di non rivelare il luogo ove era stato catturato onde evitare di compromettere i cristiani di Luc-Thay. Padre Matteo da parte sua non desiderava altro che poter rivedere Padre Francesco per potersi confessare, in quanto si riteneva un grande peccatore e che in tutta la sua vita mai era riuscito a compiere progressi in materia di santità.


Insieme verso il martirio

Ai due martiri fu concesso di incontrarsi in un’abitazione privata fuori del carcere e consolarsi così reciprocamente. I cristiani, insieme con i superiori dei due missionari, sarebbero stati disposti a sborsare volentieri un’ingente somma di denaro pur di ottenere la loro liberazione. Negli interrogatori anche a Padre Matteo furono rivolte domande sulle immagini sacre, gli arredi ed i libri liturgici che gli erano stati sequestrati, ed egli seppe rispondere in maniera da illuminarli sulle principali verità di fede e di morale, sui sacramenti e sulle principali preghiere cristiane. Dopo la condanna alla decapitazione, gli fu concesso di trascorrere gli ultimi mesi di vita assieme a Padre Francesco e di beneficiare così anch’egli dell’assistenza della signora Ba-Gao, celebrare l’Eucaristia e confortare spiritualmente i fedeli che accorrevano nella loro casa.
Poiché le calamità continuavano ad affliggere il regno, il sovrano, dubbioso che il cielo potesse essere adirato per le condanne di cotanti innocenti, ordinò che fossero riesaminate definitivamente tutte le cause ancora pendenti. Fu così che nel 1744 per Francisco Gil fu chiesta la pena di morte, mentre per Mateo Alonso il carcere perpetuo anziché la decapitazione. Appena la notizia si diffuse, molti cristiani fecero visita ai due missionari per ricevere da loro le ultime raccomandazioni, baciare piangendo le loro catene e supplicarli di chiedere la grazia al re. Padre Francesco, però, non ne volle sapere e dichiarò di non essere disposto a dare “la minima moneta per essere sottratto alla morte”. Padre Matteo, invece, per conto suo aveva preparato un’istanza a tal fine, ma il confratello lo dissuase dall’inoltrarla al sovrano dicendogli: “Mi trovo da otto anni in carcere. Dio si è mosso a compassione di me permettendomi di soffrire per lui, e voi vorreste impedirlo?”.
A mezzogiorno del 22 gennaio 1745, in presenza del popolo, fu di nuovo letta la condanna a morte del Padre Francesco ed alcuni soldati si avvicinarono a Padre Matteo per suggerirgli di chiedere la grazia al re per il suo compagno. Egli però reagì bruscamente e gridò: “Siamo fratelli e chiediamo di vivere o di morire insieme. Se s’indulge con uno, s’indulga anche con l’altro; se uno è condotto a morte, si uccida anche l’altro; soltanto così saremo contenti”. I magistrati allora condannarono anch’egli alla decapitazione.
Giunti al luogo del supplizio, un mandarino pose dinanzi agli occhi dei due condannati a morte, assorti in preghiera, una croce fatta di canne e li esortò: “Vi lasceremo liberi se calpesterete questa croce; diversamente sarete decapitati”. I due, intrepidi testimoni della divinità di Cristo Gesù, replicarono: “Fa’ come meglio ti pare; noi non calpesteremo la croce”. Consegnarono invece ad un cristiano seicento monete affinché le donasse ai loro carnefici, si diedero reciprocamente l’assoluzione ed infine si lasciarono legare ai pali. Le loro teste caddero contemporaneamente al segnale del comandante. I soldati furono impotenti a trattenere la folla, che si riversò con pannolini e bambagia a raccogliere il sangue delle vittime. I corpi dei due martiri furono traslati e seppelliti in pompa magna presso Luc-Thuy.
Papa Giovanni Paolo II, che nel suo lungo pontificato si è rivelato grande cultore delle molteplici vicende di martirio nel corso dei secoli, ha canonizzato questi due missionari spagnoli il 19 giugno 1988, insieme con altri 115 testimoni della fede in terra vietnamita. La celebrazione comene di questo gruppo è fissata dal calendario liturgico latino al 24 novembre sotto la denominazione “Santi Andrea Dung-Lac e compagni”, mentre il Martyrologium Romanum commemora i soli Francesco Gil de Federich e Matteo Alfonso de Leciniana nell’anniversario della loro nascita al cielo.


Autore:
Fabio Arduino

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Aggiunto/modificato il 2007-01-16

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