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Servo di Dio Antonio da Pisticci Francescano

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Di questo eletto figlio di s. Francesco, vero fiore di santa vita e virtù francescana, abbiamo pochissime notizie biografiche pervenutaci, mentre sappiamo della sua spiritualità di frate da un paragrafo a lui dedicato, del volume settecentesco ‘Cronica Francescana, della Riformata Provincia di Napoli, detta di Terra di Lavoro’ estensore il padre Antonio da Nola, edita a Napoli nel 1718; la cui consultazione si è potuta effettuare grazie alla cortesia di Padre Tommaso Losenno ofm, concittadino del servo di Dio di cui si parla.
Altre notizie ci pervengono dal volume “Chronaca Provinciae Reformatae Terrae Laboris” del secolo XVII, estensore padre Antonio da S. Lorenzo e dal volume stesso titolo in italiano del 1927 curato da padre Cirillo Caterino, reperiti presso la Biblioteca di S. Chiara a Napoli.
Padre Antonio nacque nella seconda metà del ‘500, nella bella cittadina della terra di Basilicata, Pisticci, in provincia di Matera, che vanta retaggi storici antichi, testimoniati dai resti di un castello e fortificazioni medioevali, con chiesa e campanile di S. Pietro e Paolo del XIII secolo e con le pittoresche casette bianche con facciata cuspidata del centro storico.
E da questa bella città partì Antonio, il cui vero nome da laico ci è ignoto, come si sa i frati Minori nel passato cambiavano il loro nome aggiungendo ad esso quello della città di provenienza, caratteristica rimasta solo per i cappuccini, mentre i frati Minori oggi, fanno seguire il loro nome di religione con il proprio cognome.Giunse a Napoli per intraprendere gli studi superiori, in questa città centro della cultura meridionale e capitale del Vicereame spagnolo. Qui in contatto con i frati Minori, sviluppò la sua vocazione allo stato religioso ed entrò a 19 anni, prendendo l’abito religioso nel convento di S. Anna di Palazzo, tra i frati Minori dell’Osservanza, cosiddetti ‘Riformati’, che proprio in quei decenni di fine ‘500 avevano riunito sotto questa denominazione, le varie famiglie riformate tra cui gli amadeisti, gli osservanti, gli alcantarini, le quali pur avendo costituzioni particolari, obbedivano tutte al Ministro Generale dell’Osservanza.
Inoltre proprio in quel periodo vi era in Napoli il proliferare degli ‘alcantarini’ detti anche ‘francescani scalzi’, che dall’alto del convento di s. Lucia al Monte espandevano il loro apostolato nella città e nella regione campana.
La fonte citata narra ancora del servo di Dio Antonio da Pisticci, che dopo aver espletato il noviziato, fece la sua professione religiosa nella stessa zona napoletana; ci dice che volle sempre camminare a piedi nudi, per una maggiore mortificazione, lasciando a volte dietro di sé orme di sangue, per i graffi procurati dai sassi e sterpi a causa dello stato delle strade di allora, certamente non asfaltate; vedeva in questo una imitazione di Cristo trascinato dai giudei durante la sua Passione.
Digiunava con frequenza anche di quel poco cibo che prendeva per sostenersi, era dedito alla pratica del flagello che provava ogni notte, procurandosi scorticature della pelle che sanguinava anche copiosamente; dormiva pochissimo per dedicare più tempo alla preghiera e alla contemplazione delle visioni celesti, convinto che l’anima non può vivere una vera vita spirituale senza l’orazione.
Si prodigò ardentemente nell’Ufficio della Santa Predicazione, con prediche brevi ma di sicura efficacia per il pentimento anche dei più incalliti peccatori, per questa missione si spostò, sempre a piedi, in tanti luoghi vicini e lontani, sopportando ogni condizione atmosferica avversa, addentrandosi in boscaglie, monti scoscesi, luoghi aridi, armato del solo coraggio della fede.
Preso da un’ardente zelo chiese alla Congregazione di ‘Propaganda Fide’ di mandarlo missionario nei Paesi non cristiani; fu accontentato e tra il 1627 e il 1631 fu destinato ad Aleppo in Siria, antica città sul fiume Quwayq, crocevia delle strade carovaniere tra la Mesopotamia e il Mediterraneo e che dal 1516 era sotto il dominio turco e poi da lì in Armenia.
Anche qui con l’esempio della sua vita, con l’efficacia dei suoi discorsi, riuscì a convertire un buon numero di musulmani, cosa notoriamente non facile. Dopo circa nove anni, pur desiderando restare per ottenere un sacrificio del suo sangue, dovette ritornare nella provincia di partenza, dove riprese il suo compito di predicatore.
Carico di malattie e sofferenze, con l’età avanzata, sentì l’approssimarsi della sua fine terrena, e risiedendo nel nuovo convento (1633) di S. Antonio della Fragola (denominazione dell’attuale città di Afragola (NA), il cui nome era anticamente Villa delle Fragole, per la coltivazione lì esistente di questo frutto); sospese ogni contatto con i numerosi fedeli che venivano a visitarlo per ricevere da lui consigli e preghiere; prese a non parlare più, nemmeno con i frati, per dedicare tutto sé stesso alla preparazione con l’incontro con Cristo e attingendo la forza interiore per affrontare il momento della morte, che a tutti incute timore.
E in questo rapimento di sé stesso, dolcemente si addormentò nel Signore il 1° marzo 1642. La sua morte suscitò nei fedeli di Afragola una profonda impressione e migliaia di persone si recarono a venerare la salma esposta in chiesa, baciandogli le mani, tagliando i suoi abiti per devozione, tramutandoli in pezzetti che venivano applicati agli ammalati che subito guarivano.
Questo episodio provocò l’intervento del Santo Uffizio, il quale credeva che fosse opera dei frati (siamo in epoca di Inquisizione Romana, istituita da papa Paolo III e riorganizzata nel 1588 da papa Sisto V), comunque avendo i frati dimostrato la loro estraneità a questa distribuzione, che era un atto spontaneo e autonomo dei soli fedeli e constatato comunque che il Signore effettivamente elargiva grazie per i meriti di padre Antonio da Pisticci, fu archiviata la pratica inquisitoria.
Il suo corpo fu tumulato nel coro inferiore del convento; durante i lavori di consolidamento e ripristino dell’intero complesso monastico nel 1920, si poté recuperare la sola lapide del sepolcro, mentre dei resti mortali non v’era traccia.
La semplice lapide con la scritta “Hic jacet P. Antonius a Pisticcio”, ancora visibile negli anni ’50 non è stata più trovata.


Autore:
Antonio Borrelli

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Aggiunto/modificato il 2002-06-16

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