Non possediamo informazioni certe sulle origini e sulla formazione di Ventura. Le fonti agiografiche, tutte posteriori al XVII secolo, lo presentano come sacerdote rettore della chiesa di San Bartolomeo situata presso la villa di Centoia, nelle vicinanze di Valdipetrina, nel territorio della diocesi di Città di Castello. Questa località si colloca nell'alta valle del Tevere umbra, una regione che nel XIII secolo viveva un intenso fermento religioso, alimentato dalla recente esperienza di san Francesco d'Assisi e dalla diffusione degli ideali evangelici di povertà e zelo pastorale. La chiesa di San Bartolomeo, affidata alle cure di Ventura, serviva probabilmente una comunità rurale di modeste dimensioni. Il titolo di "rettore" indica che Ventura aveva la responsabilità piena della cura d'anime in quella chiesa, esercitando un ministero che combinava la celebrazione dei sacramenti con l'assistenza spirituale e morale dei fedeli. In un'epoca in cui le campagne umbre erano disseminate di piccole chiese e oratori, il ruolo del sacerdote di villaggio era fondamentale per il mantenimento della vita cristiana e dei valori evangelici. La tradizione ci presenta Ventura come un sacerdote "pio e zelante", caratteristiche che dovettero effettivamente contraddistinguere il suo ministero se sopravvissero nella memoria popolare per secoli. Lo zelo pastorale, in particolare, emerge come tratto distintivo della sua personalità: non si limitava a celebrare i riti, ma si preoccupava attivamente della condotta morale e spirituale dei suoi parrocchiani e di quanti incontrava nel suo ministero.
Il martirio nel bosco di Centoia Secondo la tradizione unanimemente riportata dagli agiografi, il martirio di Ventura avvenne il 7 settembre 1250. La narrazione presenta caratteri di grande concretezza e immediatezza, che potrebbero riflettere un nucleo storico autentico, sebbene arricchito nel tempo da elementi leggendari tipici dell'agiografia popolare. L'episodio che portò al martirio si colloca in un contesto di vita quotidiana. Ventura si imbatté in un mulattiere che, mentre tagliava legna nel bosco, proferiva bestemmie in modo orrendo. La bestemmia rappresentava, e rappresenta tuttora, una grave offesa al sentimento religioso, ma nel XIII secolo assumeva una valenza sociale ancora più marcata, essendo considerata un peccato pubblico che scandalozzava la comunità e offendeva direttamente Dio. Di fronte a tale situazione, Ventura non rimase indifferente. Con la dolcezza che la tradizione attribuisce al suo carattere, il sacerdote affrontò il mulattiere correggendolo e invitandolo a cessare le bestemmie. Questo atto di correzione fraterna, che oggi potremmo definire come esercizio del ministero profetico del sacerdote, rivelava il coraggio pastorale di Ventura: non temeva di affrontare situazioni spiacevoli pur di difendere l'onore di Dio e il bene spirituale del prossimo. La reazione del mulattiere fu violenta e immediata. Infuriato per la correzione ricevuta, l'uomo colpì Ventura con un colpo d'ascia alla testa, uccidendolo sul colpo. Successivamente, per nascondere il crimine, occultò il corpo insanguinato sotto un mucchio di pietre nel bosco.
La leggenda della colomba e il ritrovamento La narrazione agiografica si arricchisce, a questo punto, di elementi miracolosi che rientrano nei topoi dell'agiografia medievale. Secondo la tradizione, una colomba - simbolo dello Spirito Santo ma anche dell'anima del giusto - avrebbe percosso con il becco la campana della chiesa di San Bartolomeo, facendola suonare a morto. Dopo aver compiuto questo prodigio, la colomba avrebbe volato sul mucchio di pietre sotto il quale giaceva il corpo del martire, per poi fare ritorno alla chiesa. Questo miracolo, ripetutosi più volte, avrebbe insospettito la gente del luogo, che si mise alla ricerca di Ventura. Dopo molti giorni, il corpo del sacerdote venne finalmente trovato e, raccolto devotamente, fu seppellito in una tomba nella chiesa di San Bartolomeo. Da quel momento, la chiesa cambiò dedicazione, prendendo il nome di San Ventura, e divenne meta di continui pellegrinaggi. La leggenda della colomba, pur nella sua natura miracolosa, risponde a una funzione narrativa precisa: spiegare come sia stato possibile ritrovare il corpo occultato e, soprattutto, manifestare il favore divino verso il martire. Le campane che suonano da sole e gli animali che rivelano la presenza di corpi santi sono motivi ricorrenti nell'agiografia medievale, destinati a sottolineare la santità della vittima e la dimensione soprannaturale dell'evento.
Il culto e la traslazione del 1684 Il culto di San Ventura si consolidò nei secoli successivi al martirio, mantenendosi vivo soprattutto nella devozione popolare della zona di Valdipetrina e di Città di Castello. Tuttavia, fu nel XVII secolo che il culto conobbe un decisivo rilancio grazie all'iniziativa del vescovo Giuseppe Maria Sebastiani (1623-1689), che resse la diocesi di Città di Castello dal 1672 al 1689. Giuseppe Maria Sebastiani, appartenente all'ordine dei Carmelitani Scalzi, fu un vescovo zelante e riformatore, impegnato nell'attuazione delle disposizioni del Concilio di Trento nella sua diocesi. La sua attenzione verso San Ventura si inseriva in un progetto più ampio di promozione della santità locale e di educazione del clero diocesano. Ottenute le necessarie facoltà dalla Sacra Congregazione dei Riti, il vescovo Sebastiani inviò in segreto due sacerdoti a compiere la ricognizione del corpo del santo presso la chiesa di San Bartolomeo a Centoia. Successivamente, nella notte del 17 luglio 1684, lo stesso vescovo, accompagnato da un cappellano, dal cancelliere e da un servitore, si recò a prelevare il corpo di Ventura per trasferirlo a Città di Castello. La traslazione notturna, compiuta quasi di nascosto, potrebbe essere stata motivata dalla necessità di evitare disordini popolari o manifestazioni eccessive durante il trasferimento. Il corpo del martire fu accolto con ogni onore in Città di Castello e collocato nella chiesa del seminario in un'urna di noce dorata e intagliata, donata dal marchese Filippo Bufalini, esponente di una delle famiglie più illustri della nobiltà tifernate. L'intenzione del vescovo Sebastiani era esplicita: presentare ai chierici del seminario un modello di virtù e di zelo sacerdotale, fiorito in un'umile chiesa della diocesi. San Ventura diventava così, accanto ai patroni principali Florido e Amanzio, un esempio concreto per i futuri sacerdoti, mostrando come la santità del ministero potesse manifestarsi anche nelle situazioni più umili e quotidiane. Nel 1752, il vescovo Giovanni Battista Lattanzi, avendo riedificato dalle fondamenta il seminario, lo pose sotto la protezione dell'Immacolata Concezione e dei santi Florido vescovo e Ventura martire, consolidando ulteriormente il ruolo del santo come patrono e modello del clero diocesano.
La devozione popolare e il patronato contro l'ernia Uno degli aspetti più caratteristici del culto di San Ventura è il suo patronato contro l'ernia, tradizionalmente chiamata "male di rottura". Questa devozione nacque, secondo la tradizione, da un miracolo avvenuto durante il trasporto del corpo del martire: un uomo che partecipava al trasporto avrebbe ottenuto la guarigione dall'ernia proprio mentre trasportava le reliquie. Da quel momento, San Ventura fu invocato come protettore da questa dolorosa afflizione, e la sua intercessione divenne particolarmente richiesta nella popolazione rurale dell'Umbria, dove i lavori pesanti esponevano frequentemente al rischio di ernie. La devozione si manifestava in modi concreti: a Valdipetrina, ogni anno nella festa del santo, si ponevano fanciulli sul suo sepolcro per preservarli dall'ernia, in un rito che combinava elementi di devozione cristiana con pratiche popolari antiche. Questa forma di devozione "terapeutica" non era insolita nella religiosità popolare dell'epoca, dove i santi venivano invocati per mali specifici e le loro reliquie erano oggetto di pratiche taumaturgiche. San Ventura si inseriva così nel vasto pantheon dei santi taumaturghi, specializzandosi in un male che colpiva particolarmente le classi lavoratrici. Nel XX secolo, la devozione a San Ventura conobbe un rinnovato impulso. Nel 1952, il vescovo Filippo Maria Cipriani pose il corpo del martire in una nuova urna, offerta dal clero diocesano, e fece ricomporre le ossa rivestendole dei paramenti sacerdotali. Fu aggiunta una maschera in cera, opera dello scultore tifernate Romolo Bartolini (1886-1961), che lasciava scoperta la ferita del cranio, rendendo visibile il segno del martirio. In quegli anni venne promossa la devozione a Ventura anche fuori dalla diocesi con varie iniziative, proponendolo come "il martire antiblasfemo", un titolo che attualizzava il messaggio del santo in un'epoca in cui la bestemmia rimaneva un problema sociale rilevante.
L'iconografia e le testimonianze artistiche L'iconografia di San Ventura è strettamente legata alle modalità del suo martirio e alla tradizione agiografica. Il santo viene raffigurato principalmente in due modi: con l'ascia conficcata nel capo, che evidenzia il segno del martirio, oppure nel momento drammatico del martirio stesso, mentre viene colpito dal mulattiere. Una delle rappresentazioni più significative è il quadro commissionato per l'altare maggiore della chiesa del seminario di Città di Castello. L'opera fu disegnata da Giovan Ventura Borghesi (1640-1708), pittore originario di Città di Castello che operò principalmente a Roma nell'ambiente barocco, e dipinta da Simone Nelli di Citerna nel XVII secolo. Questa commissione, realizzata in occasione del rilancio del culto nel XVII secolo, testimonia l'importanza che il vescovo Sebastiani e le élite locali attribuivano alla figura del santo. Una statua di stucco del XVII secolo si trova nel Santuario di Belvedere, assieme alle rappresentazioni degli altri santi della Chiesa tifernate, inserendo Ventura nel contesto della santità locale. Particolarmente significative sono le tre immagini conservate nella cattedrale dei Santi Florido e Amanzio. Un affresco di Bernardino Gagliardi (1609-1660) si trova nella cappella del Santissimo Soccorso, mentre il santo è raffigurato in gloria assieme ad altri santi tifernati negli affreschi di Marco Benefial sulla volta del presbiterio. Infine, ulteriori rappresentazioni compaiono negli affreschi della cupola, opera di Tommaso Conca, inserendo San Ventura nel contesto della gloria celeste insieme ai patroni principali della città. Queste testimonianze artistiche, concentrate soprattutto nel XVII e XVIII secolo, documentano il successo del culto e l'integrazione di San Ventura nel pantheon dei santi protettori di Città di Castello, accanto alle figure più antiche e prestigiose come Florido e Amanzio.
Le reliquie e l'urna del 1952 Il corpo di San Ventura è conservato nella chiesa del Seminario di Città di Castello. L'urna attuale, realizzata nel 1952 per volere del vescovo Filippo Maria Cipriani, sostituì quella seicentesca donata dal marchese Bufalini. Le ossa del santo furono ricomposte e rivestite con paramenti sacerdotali, secondo l'uso dell'epoca per le reliquie di santi vescovi o sacerdoti. La maschera in cera, opera dello scultore Romolo Bartolini, rappresenta il volto del santo lasciando volutamente scoperta la ferita del cranio, a testimonianza visibile del martirio subito. Questa scelta iconografica risponde a una duplice esigenza: rendere riconoscibile il santo ai fedeli e mantenere vivo il ricordo della sua testimonianza estrema.
Il santuario di San Bartolomeo a Centoia La chiesa originaria di San Bartolomeo, dove Ventura esercitò il suo ministero e dove fu inizialmente sepolto, cambiò dedicazione dopo il martirio, diventando la chiesa di San Ventura. Situata presso Centoia, nelle vicinanze di Valdipetrina, divenne meta di pellegrinaggi popolari, specialmente per chi cercava guarigione dall'ernia. La chiesa mantenne il suo ruolo di centro di devozione locale fino alla traslazione del 1684, quando il culto si spostò progressivamente verso Città di Castello. Ancora oggi il luogo conserva una valenza memoriale importante per la devozione tifernate.
La festa liturgica La memoria liturgica di San Ventura è fissata al 7 settembre, data tradizionale del martirio. Storicamente, la festa veniva celebrata la prima domenica di settembre sia a Valdipetrina che, dopo la traslazione, nella chiesa del seminario di Città di Castello. Nei calendari liturgici, tuttavia, la festa figurava al 7 settembre. Nel 1981, il calendario della diocesi di Città di Castello ha nuovamente inserito la memoria del santo al 5 settembre, con ufficio e messa propri, riconoscendo così il valore permanente di questa figura per la spiritualità diocesana.
Curiosità - Il nome "Ventura" condivide l'etimologia con il più celebre san Bonaventura da Bagnoregio, dottore della Chiesa del XIII secolo. Mentre Bonaventura significa "buona ventura", Ventura indica semplicemente "ciò che deve venire", "fortuna". - Giovan Ventura Borghesi, il pittore che disegnò il quadro del martirio per il seminario, portava lo stesso nome del santo. Nato a Città di Castello nel 1640, divenne un affermato pittore barocco attivo principalmente a Roma, allievo di Carlo Maratta. - La traslazione notturna del 1684, compiuta quasi di nascosto dal vescovo Sebastiani, potrebbe aver generato malcontenti tra gli abitanti di Valdipetrina, che vedevano privarsi delle preziose reliquie. Questo spiegherebbe la cautela nell'effettuare il trasferimento durante la notte. - Il marchese Filippo Bufalini, donatore della prima urna nel 1684, apparteneva a una delle famiglie più potenti dell'aristocrazia tifernate, che nei secoli aveva accumulato un vasto patrimonio nella valle del Tevere. Autore: Enrico Quiri
Ventura, rettore, nel XIII secolo, della chiesa di S. Bartolomeo vicino alla villa di Centoia presso Valdipetrina nel territorio di Città di Castello (Perugia), fu un sacerdote pio e zelante. Un giorno si imbatté in un mulattiere che tagliando la legna nel bosco bestemmiava orrendamente. Ventura lo corresse con dolcezza, ma l’uomo, infuriato, uccise il sacerdote con un colpo d’ascia nascondendo poi il corpo insanguinato sotto un mucchio di pietre. Secondo la tradizione tramandata dagli agiografi, una colomba percosse col becco la campana della chiesa del santo, facendola suonare a morto, e quindi volò su quel mucchio di pietre, per poi tornare di nuovo alla chiesa. La gente del luogo, accortasi del fatto, si mise alla ricerca del Ventura. Il corpo del sacerdote fu trovato dopo molti giorni e, raccolto devotamente, fu seppellito in una tomba nella chiesa. Da quel momento la chiesa di S. Bartolomeo prese il nome di San Ventura, e divenne meta di continui pellegrinaggi. Avendo un uomo, nel trasportare il corpo del martire, ottenuta la guarigione dal “male di rottura”, il Ventura fu invocato, da allora in poi, come protettore dall’ernia, Tutti gli agiografi pongono la data del martirio al 7 settembre 1250. Alla festa di San Ventura, celebrata annualmente, avvenivano spesso fatti spiacevoli, per cui il vescovo mons. Giuseppe Sebastiani decise di porvi rimedio. Ottenute le necessarie facoltà dalla Sacra Congregazione dei Riti, inviò in segreto due sacerdoti per fare la ricognizione del corpo del santo. In seguito, il 17 luglio 1684, lo stesso vescovo Sebastiani, con un cappellano, il cancelliere e un servitore si recò di notte a prelevare il corpo di Ventura, che fu accolto con ogni onore in Città di Castello e collocato nella chiesa del seminario in un’urna di noce dorata e intagliata, donata dal marchese Filippo Bufalini. Il vescovo intendeva così presentare ai chierici un modello di virtù e di zelo sacerdotale, fiorito in un’umile chiesa della diocesi. Nel 1752 il vescovo Giovanni Battista Lattanzi, riedificato il seminario dalle fondamenta, lo pose sotto la protezione dell’Immacolata Concezione e dei santi Florido vescovo e Ventura martire. Nel 1952 il vescovo Filippo Maria Cipriani pose il corpo del martire in una nuova urna, offerta dal clero diocesano, e fece ricomporre le ossa di Ventura, rivestendole dei paramenti sacerdotali con l’aggiunta di una maschera in cera, opera dello scultore Romolo Bartolini, che lascia scoperta la ferita del cranio. In quegli anni venne promossa la devozione a Ventura anche fuori diocesi con varie iniziative, proponendolo come “il martire antiblasfemo”. La festa del santo era, un tempo, la prima domenica di settembre sia in Valdipetrina, dove ogni anno si ponevano fanciulli sul suo sepolcro per preservarli dall’ernia, sia, dopo la traslazione, nella chiesa del seminario, mentre nei calendari la sua festa figurava al 7 settembre. Nel calendario della diocesi di Città di Castello la sua memoria fu di nuovo inserita, nel 1981, al 5 settembre, con ufficio e messa propri. Il Ventura è raffigurato con l’ascia conficcata in testa, oppure al momento del martirio, come nel quadro disegnato da Gian Ventura Borghesi e dipinto da Simone Nelli di Citerna nel XVII secolo per l’altare maggiore della chiesa del seminario. Una statua di stucco, anch’essa del XVII secolo, si trova nel Santuario di Belvedere assieme a quelle dei santi della Chiesa Tifernate. In cattedrale ci sono ben tre sue immagini: un affresco nella cappella del Santissimo Soccorso, opera di Bernardino Gagliardi; in gloria assieme ad altri santi tifernati, negli affreschi di Marco Benefial sulla volta del presbiterio; ed infine negli affreschi della cupola, opera di Tommaso Conca.
Autore: Elvio Ciferri
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