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Servo di Dio Francesco Cascio da Licodia Laico Cappuccino

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Licodia Eubea (CT), 1600 - Luanda (Congo), 1682


Francesco nasce nel 1600 a Licodia Eubea (CT), nella Sicilia centro-orientale, dai coniugi Antonino e Antonina Cascio. A vent'anni chiede di entrare nel convento dei frati Cappuccini di Licodia Eubea che vi si erano stabiliti bel 1568. Viene accolto ed inviato a compiere l'anno di noviziato nel convento di Agira dove dopo un anno emette i voti perpetui e diventa cappuccino a tutti gli effetti, scegliendo di rimanere fratello laico.
Fra Francesco fu assegnato al confratello padre Innocenzo da Caltagirone, come fratello compagno, in pratica, fratello accompagnatore durante le predicazioni ed i servizi pastorali.
Fra Francesco accompagnò padre Innocenzo per ben 17 quaresime in varie località della Sicilia.
Nel 1643 padre Innocenzo venne eletto ministro generale dell'ordine dei frati cappuccini e portò con se fra Francesco che lo accompagnò durante la visita pastorale a tutte le province dell'ordine. Nel 1945 durante una visita pastorale alle province del nord Italia, fra Francesco chiede di essere inviato insieme con altri frati in terra di missione; dopo essere stato a Lisbona, lasciò con altri frati il porto di Cadice nel mese di ottobre 1647 per approdare nel piccolo porto di Pinda, in Angola, l'11 marzo dell'anno successivo. Durante il lungo viaggio Francesco animò spiritualmente i passeggeri e l'equipaggio dell'imbarcazione, secondo alcuni testimoni, sembrava di stare in un convento galleggiante.
L'Angola era in ricostruzione dopo la sanguinosa guerra tra olandesi e portoghesi per il dominio e la colonizzazione del paese. All'inizio Francesco ed i suoi fratelli dormirono come mendicanti sotto i portici e nei vari alloggi di fortuna che trovavano durante il loro cammino fino a quando a Luanda, la capitale del paese, fu loro assegnata la chiesa di S. Antonio da Padova dove costruirono il loro ospizio.
L'opera dei frati e del servo di Dio in Angola era volta in particolare ai malati, agli schiavi e ai bambini.
Frate Francesco indossava come prescrivevano le costituzioni cappuccine, saio ruvido con cappuccio, una fune ai fianchi, portava la barba incolta e la tipica tonsura, non portava sandali tanto che era soprannominato "o descalço" lo scalzo.
Già da quando era fratello accompagnatore fu definito l'asinello di Dio, definito così in molte testimonianze nel processo per la sua umiltà e poiché grazie alla sua robusta mole fisica, si offriva per i lavori più faticosi e se per strada incontrava chi trasportava qualcosa di pesante, non esitava a caricarsi del peso e a portarlo fino al luogo di destinazione.
La sua cella era uno sgabuzzino, aveva tre tronchi per letto ed una pietra per cuscino, in aggiunta affinché tutto ciò non fosse comodo aveva messo sopra i tronchi piccoli sassi.
Durante il giorno era dedito al servizio, durante la notte, oltre ai momenti di preghiera, dedicava il tempo che rubava al riposo alla penitenza, spostava le pesanti panche della chiesa da una parta all'altra e pregava andando sui ginocchi in giro per la chiesa, tutte queste "stranezze" per immedesimarsi nella passione di nostro Signore.
A Luanda l'ospizio di S. Antonio era il posto dove accorrere in caso di estrema necessità e di situazioni di estremo pericolo, sono molte, infatti, le testimonianze che nel processo attribuiscono miracoli al frate.
Una testimonianza riporta che Francesco saputo di una condanna a morte, si presentò al governatore offrendosi al posto del condannato, il governatore accettò per verificare fino a che punto si manifestava l'eroismo del frate e fece preparare il patibolo, ma al momento dell'esecuzione, con Francesco con il cappio al collo, il governatore concesse la grazia al condannato e risparmiò la vita al frate.
Molte volte ha prestato il suo cingolo che cinto a donne con parti difficoltosi hanno poi dato alla luce bambini e ringraziato il frate per il suo intervento; andando a trovare gli ammalati colpiti da piaghe le baciava ed esse scomparivano, anche con gli animali aveva un rapporto particolare, una sera un leopardo si era rifugiato in convento creando lo scompiglio tra i frati, ma Francesco, convinse l'animale a lasciare quel luogo.
Non mancò, durante gli anni trascorsi in Africa, di ricordare a tutti che non si poteva guarire da nessuna malattia se prima non si era in grazie di Dio e spesso diceva che per guarire bastava un profondo pentimento e la richiesta del perdono da parte del Signore.
Piegato dalle fatiche e dall'età il cappuccino muore a Luanda il 18 aprile 1682. Per dare la possibilità a tutti gli abitanti della città di vedere per l'ultima volta il corpo del frate, rimase esposto per quattro giorni.
Crescendo la fama di santità, si iniziò il processo informativo che venne trasmesso a Roma, il 19 aprile 1743 è stata data l'autorizzazione ad iniziare la causa.


Autore:
Carmelo Randello

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Aggiunto/modificato il 2002-10-01

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