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> Home > Sezione Venerabili > Venerabile Maria Oliva del Corpo Mistico (Maria Oliva Bonaldo) Condividi su Facebook Twitter

Venerabile Maria Oliva del Corpo Mistico (Maria Oliva Bonaldo) Fondatrice

.

Castelfranco Veneto, Treviso, 26 marzo 1893 - Roma, 10 luglio 1976

La vita della giovane Maria Oliva è tragicamente segnata nel 1904 dalla morte della madre, che le ha trasmesso la devozione eucaristica e l'amore per i poveri. Fidanzata con un giovane pittore, dopo il diploma magistrale si dedica all'insegnamento ma il 22 maggio 1913, festa del Corpus Domini, sente forte la chiamata a dedicarsi interamente a Dio in un'opera al servizio della Chiesa. Il 5 ottobre 1920 entra fra le postulanti delle Figlie della Carità Canossiane e, dopo la laurea in lettere, diventa preside dell'Istituto Magistrale delle Canossiane a Treviso. Il 24 giugno 1938, a Roma, realizza il sogno di fondare una nuova realtà religiosa: le Figlie della Chiesa, impegnate nel costante servizio alla Chiesa e nella promozione della vita di preghiera e dell'adorazione eucaristica. È morta il 10 luglio 1976 nella Casa generalizia di Roma, nella cui chiesa, dal 1978, sono custoditi i suoi resti mortali. Il 9 dicembre 2013 è stato promulgato da papa Francesco il decreto che sancisce l’eroicità delle virtù di madre Maria Oliva.



Nascita e famiglia
Maria Oliva Bonaldo nasce il 26 marzo 1893 a Castelfranco Veneto, in provincia di Treviso. Venuta alla luce dopo un parto difficile, viene battezzata l’indomani nella chiesa di Santa Maria della Pieve: il suo singolare nome indica proprio la nascita avvenuta nella Domenica delle Palme di quell’anno, all’indomani della festa dell’Annunciazione. Maria Oliva è la quarta figlia di Giovanni Battista Bonaldo e Italica Bianco, detta Gioconda: con loro si trasferisce a Bassano del Grappa, dove il padre diventa gestore dell’albergo “Stella d’Oro” e nascono altri quattro figli.

L’infanzia e la morte della madre
Non si conservano particolari ricordi della sua infanzia, nemmeno del giorno della sua Prima Comunione, ricevuta il 21 aprile 1902, tranne uno, indicativo della devozione eucaristica trasmessa dalla madre. Ogni anno viene preparata perché sfili nella processione del Corpus Domini, tenendo in mano un piatto dorato e un grappolo d’uva fatto di vetro; con lei, una sorella e una cugina. L’ultima immagine che Maria Oliva conserva di sua madre la vede intenta a ricamare un vestitino rosa per il bambino che porta in grembo: muore di parto il 13 febbraio 1904 e, con lei, l’ultimo nato.

In collegio a Treviso
La bambina, ad appena undici anni, viene quindi portata a Treviso per frequentare il collegio delle Figlie della Carità Canossiane, mentre sua zia Emilia si prende cura dei fratelli. In collegio appare spesso intemperante e combina marachelle, ma si calma nel giorno di sabato e nel mese di maggio: lo fa per offrire un fioretto alla Madonna, in ricordo di quanto le ha insegnato la madre. Risale a quel periodo il primo germe di vocazione religiosa, ma lei quasi lo rigetta, considerandolo «un seppellimento», quasi fosse qualcosa di triste e deprimente.

Giovane maestra
Dopo tre anni di collegio, nei quali frequenta le scuole complementari, Maria Oliva prosegue, d’accordo col padre, gli studi magistrali in una scuola pubblica a Venezia: nel 1910 consegue il diploma magistrale e l’abilitazione all’insegnamento. La sua prima esperienza didattica è a Castello di Godego presso Treviso, ma già l’anno dopo è nominata titolare della scuola femminile di Campigo; si stabilisce quindi a Castelfranco, dal nonno materno. Ogni giorno, prima a piedi poi in bicicletta, percorre tre chilometri al mattino e tre al ritorno, ma prima di andare a scuola assiste alla Messa e si accosta alla Comunione. Mostra un grande affetto per i suoi scolaretti, ma anche per i poveri, che chiama «i gesù» con la minuscola: a loro vanno i soldi dei suoi primi stipendi, appena li riscuote dall’ufficio postale. Inizia pure un fidanzamento con un giovane pittore, Mario Melli.

La grazia della conversione
Il 22 maggio 1913 segna per la giovane maestra uno snodo significativo nel suo percorso. È il giorno del Corpus Domini e si sente spinta a partecipare alla processione: da una parte teme il giudizio dei coetanei benestanti, che considerano bigotti o campagnoli quelli che vi prendono parte; dall’altra, però, le torna in mente l’esempio della madre, che, pur non potendo andare, preparava lei e le altre. Alla fine, vestita di bianco, con un velo sul capo, e accompagnata da un’amica e collega, Maria Girardi, si mette in fila.
Quando il corteo fa tappa in piazza del Giorgione, il sacerdote eleva l’ostensorio per la benedizione eucaristica. In quello stesso istante, Maria Oliva, inginocchiata come gli altri fedeli, si sente come investita da una luce e da una forza straordinarie: «Capii Gesù, capii la Chiesa, capii per che cosa dovevo vivere», riferisce in seguito. L’amica che con lei è stupita dal suo sguardo rapito e dal suo contegno silenzioso; poi si alzano e vanno via. Appena arrivata a casa, ancor prima di togliersi il velo, prende il suo quaderno degli appunti e scrive: «Mi farò religiosa».
La decisione è tanto repentina quanto irrevocabile: rimanda indietro un regalo appena inviato dal fidanzato e annulla le imminenti nozze. Da allora non ha altro pensiero che l’attuazione di quello che ha intuito: a scuola, nelle faccende di casa, ma ancora di più nelle lunghe meditazioni in chiesa. La sua salute ne risente, ma dopo un breve recupero riprende l’insegnamento da titolare nelle scuole elementari femminili di Castelfranco.

Profuga e catechista
La prima guerra mondiale, con la disfatta di Caporetto, la costringe a sfollare con la famiglia a Portiolo di San Benedetto del Po, in provincia di Mantova. L’esperienza la rende consapevole che non a tutti è toccata la grande grazia che lei ha ricevuto, anzi, molti si lasciano traviare da dottrine e ideologie contrarie alla fede. Per lei, scriverà poi, «l’argine del Po si confondeva con i confini del mondo» ed è proprio lì che raggiunge i ragazzini che dalla piazza, spesso, irrompevano in chiesa fischiando e urlando, interrompendo le sue meditazioni: grazie al suo intervento, iniziano anche a frequentare il catechismo. Benché profuga, offre volentieri il suo supporto a don Pericle Aldini, il parroco del luogo.

Tra le Canossiane
Il dono della vocazione non l’abbandona, ma nessun istituto che le viene proposto la soddisfa: sa che deve dar origine a un’opera tutta nuova. Il suo direttore spirituale non l’asseconda, ritenendola inadatta a un simile compito. Sette anni dopo, il 3 ottobre 1920, entra per obbedienza tra le Canossiane, a Treviso: emette i primi voti il 7 settembre 1923 e il 24 ottobre 1928 pronuncia la professione perpetua. Un anno dopo, nella festa di San Pietro, fa voto di restare canossiana a vita, sacrificando quell’angoscia per il Papa e per la Chiesa. Le sue superiore, intanto, l’hanno mandata a studiare Lettere all’Università Cattolica di Milano, dove discute la tesi su «La Vergine nell’Umanesimo» e si laurea a pieni voti.
Tuttavia, già nel periodo di elaborazione della tesi, madre Maria Oliva (le Canossiane non sono dette “suore”, bensì “madri”) inizia ad essere malata di tubercolosi. Tra una convalescenza e l’altra, è presa nella “notte dello spirito” e si chiede perché il Signore l’abbia voluta lì. Viene poi nominata preside dell’Istituto Magistrale Manzoni e s’impegna a costituire un progetto educativo armonico.

La prima idea delle Figlie della Chiesa
Nell’agosto 1934, a riposo nella “Casa Charitas” di Schio, inizia a stendere lo statuto della nuova istituzione. Sono i cosiddetti “33 foglietti”, nei quali abbozza le linee di spiritualità di quelle che, per la prima volta, denomina “Figlie della Chiesa”. Il nome, già presente nella lettera del 29 gennaio 1932 a un sacerdote amico, don Ciro Scotti, è breve, ma il programma è impegnativo: «Glorificare il Padre vivendo il Mistero della nostra incorporazione a Gesù Cristo nella Chiesa, dal suo Spirito santificata e retta».
Tra aperture e interruzioni, mentre persistono la malattia e il suo martirio incruento, madre Maria Oliva perfeziona se stessa e il suo ideale. Alla fine trova comprensione nel cardinal Giovanni Adeodato Piazza, Patriarca di Venezia, il quale sollecita le Canossiane a tentare un esperimento. Così, il 23 giugno 1938, madre Maria Oliva parte insieme a 4 giovani per la casa generalizia delle Canossiane a Roma, dove arrivano l’indomani. A Treviso, l’8 aprile 1939 si apre la prima casa delle Figlie della Chiesa, nel frattempo cresciute di numero.

Tra prove e difficoltà inizia il cammino
Tuttavia, già nel periodo di elaborazione della tesi, madre Maria Oliva (le Canossiane non sono dette “suore”, bensì “madri”) inizia ad essere malata di tubercolosi. Tra una convalescenza e l’altra, è presa nella “notte dello spirito” e si chiede perché il Signore l’abbia voluta lì. Viene poi nominata preside dell’Istituto Magistrale Manzoni e s’impegna a costituire un progetto educativo armonico.
Nell’agosto 1934, a riposo nella “Casa Charitas” di Schio, inizia a stendere lo statuto della nuova istituzione. Sono i cosiddetti «33 foglietti», nei quali abbozza le linee di spiritualità di quelle che, per la prima volta in maniera ufficiale, denomina “Figlie della Chiesa”. Il nome, già presente nella lettera del 29 gennaio 1932 a un sacerdote amico, don Ciro Scotti, è breve, ma il programma è impegnativo: «Glorificare il Padre vivendo il Mistero della nostra incorporazione a Gesù Cristo nella Chiesa, dal suo Spirito santificata e retta».
Tra aperture e interruzioni, mentre persistono la malattia e il suo martirio incruento, madre Maria Oliva perfeziona se stessa e il suo ideale. Alla fine trova comprensione nel cardinal Giovanni Adeodato Piazza, Patriarca di Venezia, il quale sollecita le Canossiane a tentare un esperimento. Così, il 23 giugno 1938, madre Maria Oliva parte insieme a 4 giovani per la casa generalizia delle Canossiane a Roma, dove arrivano l’indomani, festa del S. Cuore. A Treviso, l’8 aprile 1939 si apre la prima casa delle Figlie della Chiesa, nel frattempo cresciute di numero.

Madre Maria Oliva ufficialmente Fondatrice e Superiora generale
Le difficoltà della guerra minacciano la “chiesuola”, come la chiama la fondatrice, che a sua volta può occuparsi delle sue Figlie solo tramite indulti temporanei. Alla fine, il cardinal Piazza accoglie l’istituto a Venezia e, allo stesso tempo, chiede a papa Pio XII l’indulto perché madre Maria Oliva passi nella propria fondazione. Il 2 agosto 1946, nella chiesa di San Maurizio a Venezia, lei emette la professione perpetua con 46 sorelle: al nome di battesimo aggiunge la qualifica “del Corpo Mistico” e viene riconosciuta ufficialmente come Fondatrice e prima Superiora generale delle Figlie della Chiesa.
Lo è per i seguenti trent’anni, accompagnando l’Istituto nella sua espansione e consolidandone le finalità: un apostolato sociale, che trovi sviluppo dall’Eucaristia e mediante la diffusione del magistero ecclesiale. Il 21 dicembre 1949 le Figlie della Chiesa ottengono il Decreto di Lode e, l’8 giugno 1957, ottengono l’approvazione pontificia definitiva.

Nell’epoca del Concilio
Sempre attenta alle istanze e alle sofferenze degli uomini, madre Maria Oliva inventa le “chiesette viaggianti”, dei pullman attrezzati e adattati per la celebrazione della Messa nei quartieri periferici di Roma; l’iniziativa si sposta poi a Bologna e nei paesi terremotati del Sud. Il 28 dicembre 1960 è a Napoli, per salutare le prime tre sorelle inviate in missione, precisamente in Bolivia.
L’indizione del Concilio Vaticano II la vede poi in prima linea nella diffusione dei documenti, ma anche nell’attuazione di quelli che concernono più direttamente le questioni della vita consacrata. Infine, è in contatto con numerose personalità della Chiesa del suo tempo, non ultimi eminenti laici come Igino Giordani, che resterà suo figlio spirituale anche dopo aver fatto proprio il carisma di Chiara Lubich, e Giorgio La Pira, sindaco di Firenze.

Gli ultimi anni e la morte
Nel 1971 è colpita dal primo infarto, ma non rinuncia al mandato e si occupa della stesura delle Costituzioni rinnovate. Pensa di ritirarsi a “Stella Matutina”, la casa che Paolo VI le ha concesso di dedicare esclusivamente alla vita contemplativa, (ogni casa delle Figlie della Chiesa prende nome da una delle invocazioni delle Litanie lauretane), ma viene frenata, il 7 luglio 1976, da un ictus, al termine del corso di Esercizi spirituali delle suore juniores. Da allora non proferisce più parola: muore, silenziosamente, il 10 luglio, nella casa generalizia, in viale Vaticano 62. Lì, dal 1978, è stato traslato il suo corpo, in precedenza sepolto nella tomba delle Canossiane al cimitero del Verano; precisamente, si trova nello stesso punto dov’era situata la sua camera, adiacente al presbiterio della chiesa della Casa generalizia dedicata a “Sancta Maria Mater Ecclesiae”.

La causa di beatificazione
Obbedendo al consiglio e alle sollecitazioni dei superiori ecclesiastici, madre Maria Oliva aveva visto avviate alla gloria degli altari due figlie, da lei conosciute personalmente nei primi tempi della congregazione: Olga Gugelmo della Madre di Dio e Maddalena Volpato di Santa Teresa di Gesù Bambino; anche per lei, ben presto, le Figlie della Chiesa fecero richiesta per l’apertura della causa di beatificazione.
L’inchiesta diocesana è quindi stata aperta il 17 giugno 1987 nel Vicariato di Roma e, integrata da un’inchiesta rogatoriale nella diocesi di Treviso iniziata il 24 ottobre dello stesso anno, è stata conclusa il 15 settembre 1992. Dopo che i consultori teologi, il 23 marzo 2012, e i cardinali e vescovi, il 5 novembre 2013, hanno dato parere positivo sulle virtù eroiche, il 9 dicembre 2013 papa Francesco ha autorizzato la promulgazione del decreto con cui madre Maria Oliva del Corpo Mistico è stata dichiarata Venerabile.
La causa di suor Olga Gugelmo ha visto la conclusione poco prima, con la promulgazione della venerabilità il 31 ottobre 2013, mentre quella di Maddalena Volpato è ancora in fase romana.

Il carisma di madre Maria Oliva oggi
Attualmente le oltre 400 Figlie della Chiesa hanno case in tutta Italia, mentre all’estero sono presenti in Spagna, Portogallo, Francia, Turchia, Colombia, Ecuador, Bolivia, Brasile e India. La loro passione per la Chiesa e per l’umanità, ereditata dalla Fondatrice, è presente anche nell’Associazione dei Figli della Chiesa, cui lei aveva pensato fin dagli inizi, ma ha trovato l’approvazione solo il 15 settembre 1991, con decreto del Vescovo di Porto e Santa Rufina.


Autore:
Emilia Flocchini

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Aggiunto/modificato il 2016-07-11

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