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Venerabile Maria Maddalena del Ss. Crocifisso Clarissa Cappuccina

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Licata (AG), 8 novembre 1901 – Palermo, 3 novembre 1928


Una suora addetta alla sartoria del suo convento, nell’invitarla a darle una mano, le disse in modo per niente gentile: “Suora inutile, venite ad aiutarmi”. E questa fu la caratteristica della sua vita, che più la confortava, quella di essere ‘inutile’; ma questo, lungi da essere un difetto, nelle anime consacrate a Dio e che hanno raggiunto l’abbandono più profondo alla Sua volontà, diventa un carisma e un dono, per chi si ritiene tale.
Ma se oggi parliamo di una venerabile suora ‘inutile’ che si avvia verso la beatificazione e il riconoscimento delle sue virtù, bisogna considerare che la sua ‘inutilità’, fa la differenza positiva con alcune consorelle più utili, ma meno compenetrate nel mistero salvifico della presenza di Dio nelle anime e del Suo immenso Amore.
Carmelina Alesci figlia di Vincenzo e di Santa Alotta, nacque l’8 novembre 1901 a Licata provincia di Agrigento; molto devota alla Madonna del Carmelo per la presenza plurisecolare dei Carmelitani, che proprio qui ebbero nel 1225 un loro martire, il venerato S. Angelo da Gerusalemme, ucciso da un incestuoso del luogo, certo Berengario.
Carmelina crebbe in un ambiente familiare permeato di religiosità e moralità, era particolarmente incline alla preghiera, fuggevole delle cose frivoli; dopo la Prima Comunione si notò in lei un crescendo di pietà, che favorì la sua formazione spirituale.
A dieci anni le morì il padre, ciò procurò a Carmelina il dolore più grande dell’infanzia, facendola legare di più a Cristo. Da signorina s’iscrisse tra le ‘Dame della carità’ di s. Vincenzo de’ Paoli, mettendo in pratica l’amore cristiano con una carica di impegno sociale, che attingeva dalle sue prolungate preghiere, quasi a voler accelerare, come tanti mistici, la venuta del Signore nella sua anima.
La sua idea fissa diventò “mi voglio fare monaca”, scoraggiata dalla madre, sollecitata al matrimonio dai parenti, trovava conforto nella guida spirituale di padre Morinello; durante questo periodo di attesa le morì anche la madre, per lei fu un dolore enorme, ma anche questa volta, non cambiò i suoi ideali, prese ad ammirare la vita di s. Teresa del Bambino Gesù, la carmelitana di Lisieux, che era stata beatificata e canonizzata proprio in quegli anni.
Anche la giovane ragazza di Licata voleva seguire la piccola via della ‘infanzia spirituale’ della nuova beata, attraverso l’offerta di sé all’Amore misericordioso. Il suo ‘carmelo’ fu per i sentieri infiniti di Dio, il monastero delle Cappuccinelle di Palermo, dove fu ricevuta dopo un periodo di prova, il 28 maggio 1924 a 23 anni di età; fu senz’altro un amore grande, di quelli che cambiano la vita, a far giungere alla clausura una giovane dagli occhi profondi e belli e ad un tipo di vita rigido e impegnato, non certamente desiderato dalle tante ragazze della sua età.
Il 19 aprile 1925 vestì l’abito delle Clarisse ‘Cappuccinelle’ e Carmela Alesci diventò Maria Maddalena del Ss. Crocifisso, ma già durante il noviziato l’impronta della Croce, cominciò ad imprimersi sul suo cammino, una tosse insistente, secca, minacciava seriamente la sua salute, tra la preoccupazione delle suore; fu sottoposta ad esami minuziosi ed a visite mediche, ma come dirà in seguito, la Madonna interveniva ed i medici stupiti non trovavano nulla di anormale, dichiarandola in buona salute; quindi poteva essere ammessa all’austera vita religiosa.
Il 23 maggio 1926 il Capitolo delle suore, fu chiamato a pronunciarsi sulla sua ammissione, pur essendo convinte della malattia della novizia di Licata, esse alla fine inspiegabilmente, si trovarono tutte favorevoli all’ammissione; e il 15 giugno 1926 poté così pronunciare i suoi voti.
Dopo circa 15 giorni dalla professione suor Maria Maddalena si ammalò chiaramente di tubercolosi, diagnosticata da tre medici, cominciò a stare un po’ a letto e un po’ alzata, con febbre e tosse, la stessa malattia di s. Teresina, ancora a quei tempi un male oscuro e mortale.
Suor Maria Maddalena cosciente di ciò, accettò con gioia questa prova, come volere di Dio per averla presto vicino a Sé, ma attraverso la strada della sofferenza. Scrive un ispirato sacerdote: “Noi siamo la razza che s’affatica, che patisce, che muore. Solo noi – non gli angeli – possiamo offrire a Dio degli strani e patetici doni: le lagrime, le sofferenze, le notti di veglia e le lunghe quaresime. Solo noi possiamo procurare la gloria di Dio con il sudore, il pianto e il sangue, nessun angelo”.
Il tema dell’abbandono fiducioso nelle mani di Dio emerge con insistenza, nei suoi scritti e nei suoi atti, per questo fece il ‘voto di abbandono’ nel novembre 1926. La malattia era un vero e proprio ostacolo per suor Maria Maddalena, anche se la suorina di Licata, si era compenetrata nella sofferenza come nel suo ‘habitat’ naturale e congeniale.
Non tutte le suore avevano la capacità di comprendere la grandezza della sua immolazione, alcune forse stanche dell’assistenza che bisognava darle, quando invece la sua gioventù poteva far pensare ad un aiuto data da lei alle altre più anziane, dicevano alla fine che aveva ingannato la Comunità o facevano pesare la sua condizione di ammalata.
La sofferenza non era solo fisica ma soprattutto interiore, lo dice lei stessa: “con questa malattia mi trovo esiliata, dispensata da tutto… sto solo nella cella e nel Signore, ma non insieme alle altre, sola in disparte, c’è un piccolo coretto appunto per le ammalate”.
A tutto ciò si aggiunse, come per tante mistiche e anime consacrate, la completa oscurità della presenza di Dio, lo sforzo per pensare a Lui, la mancanza di slancio per la vita eterna, Gesù che non si fa sentire; nella ‘notte oscura’ suor Maria Maddalena fa l’esperienza del ‘nulla’ ma in lei rimane la volontà di amare Gesù con amore forte, generoso e sacrificato, proprio quando ci si trova ‘in quella angoscia e in quelle agonie che straziano l’anima’.
Avrebbe voluto in questi momenti di desolazione e aridità dello spirito, il conforto del sacerdote, ma anche questo le veniva meno, forse per una questione di contagio. Fece il ‘voto di vittima’, fu consapevole di essere un’ostia per la salvezza del mondo e come s. Teresa che si definiva ‘granellino di sabbia’, Maria Maddalena si riteneva una ‘pallottolina’ “così piccola, che Gesù ne fa quel che gli piace”.
Dal dicembre 1928, la febbre e gli altri sintomi della tubercolosi non lasciarono più suor Maria Maddalena, purtroppo subì altre tappe dolorose: le cure sbagliate e controverse, che aumentavano anziché alleviare le sofferenze fisiche, l’allontanamento dal chiostro e l’isolamento totale a causa della malattia contagiosa.
Gli ultimi mesi ebbe sofferenze indicibili, ma nonostante ciò dalla sua bocca uscivano solo sorrisi e preghiere; offrì l’ultima sua ora di vita per un sacerdote in pericolo di perdere la fede; morì il 3 novembre 1928 a soli 27 anni appena compiuti.
Anche dopo la morte la piccola suora di Licata, tenne fede alla sua ‘inutilità’, la sua salma non venne esposta in chiesa come per le altre suore defunte, per paura del contagio, dalla cella dopo il funerale, passò direttamente al cimitero.
Dal 23 aprile 1965 suor Maria Maddalena riposa in una semplice ed austera tomba, nella chiesa delle Cappuccinelle di Palermo. Il 3 novembre 1982 si aprì il processo per la sua beatificazione; il 3 luglio 1998 si è avuto il decreto sulle virtù e di conseguenza il titolo di venerabile.


Autore:
Antonio Borrelli

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Aggiunto/modificato il 2003-02-04

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