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Beata Celestina Donati Fondatrice

18 marzo

Marradi, Firenze, 28 ottobre 1848 – Firenze, 18 marzo 1925


Avere tutto e sentire che comunque ti manca qualcosa. A Maria Anna Donati davvero non manca nulla, tra affetti familiari, buona istruzione, salute e simpatia. Per di più, particolare non trascurabile, la sua famiglia ha un patrimonio ingente e per lei, forse, c’è anche un buon partito, almeno nelle fantasie di papà. Che proprio non riesce ad ammettere un futuro da religiosa per quella sua figlia, sulla quale, al di là delle di lei inclinazioni, lui ha altri progetti. Di antica e stimata famiglia fiorentina, Maria Anna nasce, ultima di sei figli, nel 1848 a Marradi, dove papà è funzionario del granducato; e poiché la sua professione di giudice lo obbliga a continui spostamenti, la famiglia lo segue anche a Cortona e a Siena, prima di ritornare a fine carriera definitivamente a Firenze. Cresce particolarmente devota, straordinariamente matura, precocemente incline alla vita religiosa. Un periodo di riflessione e di ricerca vocazionale presso le suore Vallombrosane non ha esito positivo, e questo rafforza papà nella sua contrarietà all’ingresso in convento di quella figlia un po’ speciale, che prega tanto e che si prende così a cuore i bisogni degli altri. Maria Anna pazientemente attende: fino ai 41 anni, assolvendo fedelmente anche ai suoi doveri di figlia; docilmente obbediente, ma anche fortemente determinata a seguire prima o poi la sua vocazione. E’ padre Celestino Zini a sostenerla in questo periodo di ricerca e di paziente attesa; direttore spirituale particolarmente illuminato, scopre in lei i germi di una vocazione autentica che sapientemente coltiva, aiutandola ad innamorarsi perdutamente di Dio. Per di più, da buon padre scolopio, le trasmette anche la spiritualità e il carisma del suo fondatore, San Giuseppe Calasanzio, che si concretizza nell’educazione della gioventù. Così lei, quando è libera di volare dove la vocazione la spinge, comincia con l’aprire una scuola gratuita per le ragazze povere o non accompagnate: si è accorta infatti di quanto l’ignoranza le esponga maggiormente allo sfruttamento e alla sottomissione di persone senza scrupoli, che a fine Ottocento già non mancano. Spesso le opere di Dio nascono da episodi di per sé insignificanti o molto semplici: come per don Bosco, che ha iniziato col primo orfano cui ha spalancato le porte di casa sua, così per Maria Anna, il giorno in cui si vede affidare una bimba, che la mamma vuole sottrarre alle continue violenze del papà. Sono così gettate le basi delle “Figlie Povere di San Giuseppe Calasanzio”, o, più semplicemente, delle “Calasanziane”, come la gente impara presto a chiamarle. E’ un progetto che le nasce in cuore dettato dal bisogno, che però ha tutta l’approvazione e il necessario accompagnamento di padre Celestino Zini, in omaggio al quale lei, insieme ai voti, prende il nome di Celestina. La sua attenzione si concentra subito sulle figlie dei detenuti, che oltre alla povertà hanno spesso alle spalle una miseria morale insieme alla mancanza della figura paterna. Fa, cioè, a Firenze quanto a Pompei sta facendo il beato Bartolo Longo per i figli dei detenuti., ma è un intervento che ancora suscita diffidenza e scandalo, tanto è poca la considerazione che all’epoca si ha per chi è in carcere. Ci vuole tempo e pazienza perché Madre Celestina riesca a far convergere sulla sua opera la beneficenza dei ricchi fiorentini, trasformando la loro “carità da salotto” in concreti interventi per i bisognosi. Nonostante ciò i debiti sono i suoi più fedeli compagni, fino alla morte. Per lei, figlia di un giudice e con un’educazione rigida che non ammette indebitamenti, è una sofferenza continua, tanto che la si sente esclamare più di una volta: “Cristo c’è morto sui chiodi, noi ci viviamo”, dove i chiodi sono rappresentati dalla cronica mancanza di denaro che non la fa vergognare di tendere continuamente la mano, e che malgrado tutto non bastano mai. Alle sue suore insegna che “le bambine sono il tempio della SS. Trinità”, che bisogna “venerare in loro l’infanzia di Gesù e per questo non siamo degne di stare loro appresso”, mentre raccomanda di mettere un “supplemento d’anima” in quello che fanno, perché il loro non sia semplicemente un intervento “sociale”. . Madre Celestina Donati muore il 18 marzo 1925 ed è stata beatificata il 30 marzo dello scorso anno, mentre le sue suore, ora appena un centinaio, sono presenti in Italia, Brasile, Salvador, Romania, come lei sempre a servizio dei poveri più poveri.

Autore: Gianpiero Pettiti



Maria Anna Donati nacque a Marradi (Firenze) il 28 ottobre 1848, ben presto si sentì attratta dalla vita religiosa, trascorse così un periodo di riflessione presso le Suore Vallombrosane, ma l’esperienza non ebbe buon esito.
Ritornata in famiglia si affidò alla guida spirituale del padre scolopio Celestino Zini, che intuì le possibilità nascoste della giovane e con esperto tatto spirituale, la condusse all’ascolto della voce dello Spirito Santo.
Con il suo consiglio, arrivata ai 41 anni giunse così a fondare nel 1889 la nuova Congregazione delle “Figlie Povere di S. Giuseppe Calasanzio” dette “Calasanziane” con il fine di educare cristianamente le bambine povere e qualche tempo dopo anche dell’educazione delle figlie e dei figli dei carcerati.
Il messaggio del Calasanzio, fatto proprio da madre Celestina Donati, che prendendo i voti aveva cambiato il nome di Maria Anna, è sempre vivo e presente; chi opera nel sociale usa la professionalità, ma anche un “di più” di umano e civile e soprattutto quel “supplemento d’anima” che viene dalla fede.
Nel 1892 morì il suo direttore spirituale e sua guida padre Zini, che era divenuto nel frattempo arcivescovo di Siena; tutta la responsabilità dell’Istituzione restò sua, che la governò saggiamente, diffondendola in tutte le regioni d’Italia.
Seppe infondere nelle sue figlie lo spirito di povertà, che l’accompagnò per tutta la vita, creandole tantissime difficoltà nella gestione dell’Istituto. Di natura umilissima, poneva ogni problema ai suoi superiori ecclesiastici, attenendosi docilmente alle loro direttive; si adoperò per stabilire il suo Istituto a Roma, contraendo anche debiti notevoli e ci riuscì con l’aiuto di molte persone.
Madre Celestina morì a Firenze il 18 marzo 1925; una decina d’anni dopo si cominciò ad istruire la causa per la sua beatificazione, il 12 luglio 1982 uscì il decreto d’introduzione; il 6 aprile 1998 si ebbe quello sull’eroicità delle virtù e il titolo di venerabile.
Fra le tante Case che le sue suore “Calasanziane” gestiscono, c’è l’oasi calasanziana “Mamma Bella” a Campi Salentina, vicino Lecce, nella cui chiesa riposano le reliquie del santo calasanziano Pompilio Maria Pirrotti, che visse in questi luoghi e che così chiamava la Madonna. L’opera delle suore prosegue oltre che con i salentini ora anche con gli immigrati albanesi.
E' stata beatificata a Firenze il 30 marzo 2008.


Autore:
Antonio Borrelli

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Aggiunto il 2009-07-19

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