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San Primo Martire
Festa:
Seconda domenica di agosto
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Roma, 301 circa - Roma, 305 circa
Di lui si ha la certezza del nome e dell’età: quattro anni e otto mesi. Si
presume che fosse figlio dei santi Claudio e Prepedigna, nipote si San
Massimo e fratello di S. Alessandro e Sant’Aguzio, ma non vi sono di
prove certe. Venne martirizzato ai tempi dell’Imperatore
Diocleaziano con lo scopo di indurre la famiglia presente al martirio, a
rinunciare alla propria fede. Nel paese di Casabasciana, sulle colline
della Val di Lima lucchese, si venerano da ormai 170 anni le spoglie
mortali di San Primo Martire. Il Corpo, custodito in un’urna nella Pieve
di San Quirico e Giulitta, venne rivenuto il 28 dicembre 1831, a Roma
nelle catacombe di S. Ippolito, situate nell’agro di Santa Ciriaca
presso il Campo Verano, durante i lavori di sistemazione. In quella
circostanza, infatti, si rivenne il corpicciolo di San Primo, martire, e
con esso un vaso di vetro che ne contiene il sangue; e inoltre una
lapide con il nome e l’età di lui, di anni quattro e otto mesi. Le
preziose reliquie sono subito trasportate al Vicariato di Roma, in
Sant’Apollinare e qui vengono custodite. Il Padre gesuita Silvestro
Iacopucci, ebbe il desiderio di portare i resti del piccolo martire a
Casabasciana, sua terra natale, ed inizia le pratiche burocratiche
interrotte dalla sua morte prematura. Suo fratello P. Carlo Antonio
anch’egli gesuita, abbraccia il progetto di Padre Silvestro e ottiene il
permesso da Papa Gregorio XVI di trasportare le spoglie di San Primo
con il vaso del suo sangue nella natia Casabasciana dove giungono il
giorno di Pentecoste del 1833. Papa Gregorio XVI fissò la data della sua
festa alla II domenica di agosto.
Etimologia: Dal latino 'primus', cioè 'primo', 'iniziale', 'preminente'.
Emblema: Palma del martirio, vaso di sangue, tunica bianca, aspetto di bambino di circa quattro anni.
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Della vita di Primo non si conosce pressoché nulla di storicamente accertato. L'unica fonte diretta a lui contemporanea è la lastra sepolcrale che ne custodiva i resti, incisa con il nome e l'indicazione dell'età: quattro anni e otto mesi. Questo elemento, per quanto scarno, colloca il martire tra i più giovani testimoni della fede cristiana nei primi secoli. La tradizione devozionale, sviluppatasi in epoca posteriore e priva di riscontri archeologici diretti, ha voluto identificare Primo come figlio dei santi Claudio e Prepedigna, nipote di San Massimo e fratello di Sant'Alessandro e di Sant'Aguzio. Tale ricostruzione deriva dalla passio di Santa Susanna, un testo agiografico tardo di carattere romanzesco, composto verosimilmente tra il V e il VI secolo, che narra le vicende di una nobile famiglia romana convertita al cristianesimo durante la persecuzione di Diocleziano. Secondo questo racconto, Claudio fu incaricato dall'imperatore di chiedere in sposa per il figlio Massimiano la nipote Susanna; recatosi dal fratello, si convertì al cristianesimo insieme alla moglie Prepedigna e ai figli, seguito poi dallo zio Massimo. L'intera famiglia fu arrestata, esiliata a Ostia e infine arsa viva. Questa passio, che alimentò per secoli la devozione verso il gruppo familiare commemorato il 18 febbraio, è stata espunta dal Martirologio Romano nella revisione del 2001 voluta da Giovanni Paolo II, in assenza di riscontri storici affidabili. L'associazione di Primo a tale famiglia, quindi, appartiene al patrimonio della pietà popolare più che alla storiografia ecclesiastica.
Il ritrovamento nelle catacombe di Sant'Ippolito La storia documentata di San Primo inizia il 28 dicembre 1831, durante lavori di sistemazione nella catacomba di Sant'Ippolito, situata nell'agro di Santa Ciriaca presso il Campo Verano, a ridosso della via Tiburtina a Roma. Tale complesso cimiteriale, sviluppatosi nel III secolo attorno alla tomba del celebre teologo e antipapa Ippolito, era stato esplorato già nel XVI secolo dall'archeologo Antonio Bosio, ma soltanto nell'Ottocento fu oggetto di indagini sistematiche. In quell'occasione fu rinvenuto il corpo di un bambino, accompagnato da una lastra tombale recante il nome e l'età, e da un vaso vitreo contenente il sangue del martire. La presenza del vaso di sangue, secondo la prassi dell'epoca, fu interpretata come prova del martirio, sebbene la critica archeologica moderna abbia dimostrato che tali recipienti potevano contenere anche vino, profumi o sostanze legate al rito funerario. Le reliquie furono immediatamente trasferite al Vicariato di Roma, nella chiesa di Sant'Apollinare, dove rimasero in custodia per alcuni mesi.
Il trasferimento a Casabasciana e l'opera dei gesuiti Iacopucci A imprimere una svolta alla storia di San Primo fu l'interesse di due fratelli gesuiti originari di Casabasciana, un piccolo paese sulle colline della Val di Lima, nella lucchesia: padre Silvestro Iacopucci e padre Carlo Antonio Iacopucci. Silvestro, venuto a conoscenza del ritrovamento, avviò le pratiche presso la Santa Sede per ottenere la traslazione delle reliquie nel proprio paese natale. La sua morte prematura interruppe il progetto, che fu prontamente ripreso dal fratello Carlo Antonio. Questi riuscì a ottenere da Papa Gregorio XVI il permesso di trasferire il corpo del piccolo martire, insieme al vaso del suo sangue, a Casabasciana. Il viaggio delle reliquie fu lungo e accuratamente documentato. L'urna fu imbarcata a Civitavecchia su un vascello diretto a Viareggio, dove sostò nella chiesa dei frati francescani. Da qui fu trasportata su un carro fino a Lucca, dove fu esposta alla venerazione nella chiesa degli Angeli Custodi. Infine, portata a spalla fino a Bagni di Lucca e poi a Casabasciana, giunse a destinazione il 25 maggio 1833, giorno di Pentecoste. L'accoglienza fu trionfale: l'intera popolazione si riversò lungo le strade per accompagnare la processione fino alla Pieve dei Santi Quirico e Giulitta, dove le reliquie furono solennemente collocate sotto la mensa dell'altare maggiore in un'urna appositamente realizzata.
Il culto e la festa Papa Gregorio XVI, nel concedere la traslazione, fissò la memoria liturgica di San Primo alla seconda domenica di agosto, data che ancora oggi scandisce il calendario religioso di Casabasciana. Il culto si radicò rapidamente tra la popolazione, divenendo punto di riferimento spirituale anche per gli emigrati che, pur lontani dal paese, mantennero viva la devozione verso il santo fanciullo. Ogni cinque anni la festa assume carattere straordinario: l'urna viene esposta alla venerazione dei fedeli e portata in processione per le vie del paese. Una celebrazione particolarmente sentita si svolge nel pomeriggio di Ferragosto, con il canto dell'inno proprio dedicato al santo.
Autore: Enrico Quiri
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