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Beato Mario Borzaga Sacerdote e martire

25 aprile

Trento, 27 agosto 1932 - Kiucatian, Luang Prabang, Laos, 25 aprile 1960

Mario Borzaga, nato a Trento il 27 agosto 1932, dopo aver iniziato la sua formazione al sacerdozio nel Seminario diocesano, entrò tra i Missionari Oblati di Maria Immacolata. Nel 1957 partì per il Laos, insieme ad altri confratelli, i primi a sbarcare in quel paese asiatico. Percorse i villaggi visitando gli ammalati e dispensando ovunque il suo sorriso: essere un uomo felice nella conformazione a Cristo Crocifisso era la sua vocazione più intima. Il 25 aprile 1960 s’incamminò, insieme al catechista laico Paolo ThojXyooj, per visitare altri villaggi nel nord del Laos, i cui abitanti desideravano conoscere meglio il Vangelo. Da allora non si ebbero più loro notizie, fino a quando non venne scoperto che erano stati uccisi da alcuni guerriglieri Pathet Lao, contrari alla presenza dei missionari stranieri. Padre Mario aveva ventisette anni, mentre Paolo diciannove. Il loro processo sul martirio si è svolto nella diocesi di Trento dal 2006 al 2008. Il 5 maggio 2015 papa Francesco ha autorizzato la promulgazione del decreto con cui la loro morte è stata riconosciuta in odio alla fede. La loro beatificazione, insieme a quella di altri 15 martiri del Laos, è stata fissata all’11 dicembre 2016 a Vientiane, nel Laos.



Dopo il padre Mario Vergara, un altro missionario viene elevato alla gloria degli altari, “tirandosi” dietro anche questa volta il catechista con cui ha condiviso il martirio. Si tratta del padre Mario Borzaga, il cui martirio papa Francesco ha ufficialmente riconosciuto il 5 maggio 2015.

Nasce a Trento nel 1932, terzo dei quattro figli di una modesta famiglia, che custodisce come un tesoro la sua vocazione sacerdotale, cui si accoppia ben presto anche quella missionaria, realizzata tra gli Oblati di Maria. Il 24 febbraio 1957 Mario è ordinato sacerdote, facendo il proposito di non essere mai “un parassita dell’altare”, mentre sul suo diario annota: “Cristo che mi ha scelto è lo stesso che ha dato vita e forza ai martiri e alle vergini: erano persone come me, fatte di niente e di debolezza. Anch’io sono stato scelto per il martirio”. Esprime ai superiori il desiderio di partire per il Laos, dove gli sembra di poter meglio essere missionario “ad gentes” e viene accontentato. Vi arriva verso la fine dello stesso anno e i giorni della missione sono meticolosamente raccontati nel suo “Diario di un uomo felice”, che esprime nel titolo tutta la sua gioia di essere là dove ritiene il Signore lo chiami, ma tra le righe cela tutta la fatica del suo calarsi nella nuova cultura, di impararne la lingua e i costumi, di adattarsi al clima, di farsi tutto a tutti. “Così si inizia una missione, il programma della giornata è obbedire e imparare, imparare di tutto da tutti; imparare la lingua, i costumi; imparare a pescare, a camminare nella foresta, a riconoscere i versi e le piste degli animali, imparare la tecnica del legno, delle macchine, dei motori”, scoprendo ogni giorno quanto sia difficile “imparare dai padri, dai fratelli, dagli operai, dai ragazzi, dagli avvenimenti, dalle situazioni, imparare in silenzio da tutti, soprattutto a credere, a soffrire, ad amare.”

Patisce la solitudine e la difficoltà a comunicare con gli indigeni, ha paura del clima politico e si lamenta di “aver sognato le mille avventure e una strada gloriosa alla santità per poi trovarsi ad annegare in un buco di missione ed aver paura a metter fuori il naso”.  È testimone dell’effervescenza politica in Laos, dei massacri dei cristiani, della guerriglia che si sta diffondendo, più volte è costretto a fuggire e nascondersi; scrive: “Solo tu. o Gesù, sai quanti passi faremo ancora nel mondo”. A volte si accorge di essere “assalito dalla paura di morire, di impazzire, di essere abbandonato da Dio; allora respiro a fatica, mi sento tutto sobbalzare; ma non è nulla. Gesù mi ama egualmente e io lo amo”. Deve suo malgrado convivere con questa situazione difficile, fare i conti con la sua paura di sbagliare a somministrare le medicine, lavorare fino a sfiancarsi accanto agli indigeni per dare loro l’esempio di come e perché si lavora, ma alla fine prevale la sua fede serena e matura: “…non c’è più d’aver paura, o da lamentarsi: Dio mi ha messo qui e qui ci sto”. Con questa fede provata dalla sofferenza può esclamare: “Voglio formarmi una fede e un amore profondo e granitico, non posso altrimenti essere Martire: la fede e l'Amore sono indispensabili. Non c'è più nulla da fare che credere e amare".

Molto attivo in quelle missioni è Paolo Thao Shiong, un catechista non ancora ventenne, dotato di un carisma eccezionale e molto seguito dalla popolazione, vero “enfant-prodige” della catechesi, un po’ antipatico a chi lo invidia per i risultati che ottiene. Abilmente  riescono a mandarlo in crisi ed a fargli interrompere la sua intensa attività catechistica, ma non a staccarlo completamente dalla missione, con la quale saltuariamente collabora ancora, soprattutto quando c’è il padre Mario.  Così quando questi deve raggiungere alcuni sperduti villaggi, il catechista Paolo ben volentieri si offre di accompagnarlo. Partono il 25 aprile 1960 e da quel viaggio non torneranno più.  Prima voci sussurrate e di recente anche testimonianze giurate dicono che siano stati uccisi in un’imboscata, tesa loro dai guerriglieri comunisti; l’unico obiettivo doveva essere il padre Mario, perché prete e perché straniero; al catechista, in quanto laotiano, viene offerta la possibilità di fuggire, ma egli con fierezza risponde “Se uccidete lui, uccidete anche me. Morto lui, morirò anch’io. Vivo lui, vivrò anch’ io”. I loro corpi non sono mai stati ritrovati, in compenso è stato accertato che la loro morte è avvenuta in “odium fidei”, e con essa hanno riscattato le loro fragilità: davvero, come si diceva, “la santità è dono di Cristo a persone fatte di niente e di debolezza”.

Autore: Gianpiero Pettiti

 


 

Una delle foto più frequentemente pubblicate, lo ritrae intento a scrivere a macchina. Lo sguardo attento sul foglio, l'espressione del volto a significare concentrazione e dedizione. P. Mario Borzaga, missionario Oblato di Maria Immacolata, morto martire in Laos nel maggio 1960, ne aveva scritte di pagine nel corso della sua vita missionaria. Mario Borzaga aveva il temperamento e il fisico dei montanari. Era nato a Trento nel 1932, il più giovane di sei figli, e nella sua città era entrato in seminario. A vent'anni si unisce ai missionari Oblati di Maria Immacolata, congregazione francese fondata da S. Eugenio de Mazenod nel 1816. Poi alla fine del '57 la partenza per la missione del Laos, insieme al primo gruppo di Oblati italiani. Mario ha la coscienza dell'apostolo. Quando sa di dover partire per il Laos, nell'estate del '57 così scriveva nel suo diario: "Festa della Visitazione. Uno dei giorni più importanti della mia vita: ho ricevuto l'obbedienza per il Laos. Ci andrò nel nome del Signore. Vergine Immacolata aiutami! Gesù, Gesù, Gesù, voglio essere uno dei tuoi: come Pietro, Paolo, Barnaba, Luca, Giovanni, Giacomo". Lì apprende la lingua, la cultura locale e la vita missionaria. Pare che il suo zelo missionario fosse davvero spiccato. Mario amava stare con la gente per imparare tutto di loro il più presto possibile e così essere in grado di annunciare il Vangelo della salvezza. Anche a Kiu Kacham nel distretto di Luang Prabang, fa di tutto per accelerare i tempi. Insegnare il catechismo, visitare le famiglie, accogliere gli ammalati che venivano al dispensario della missione, queste le principali occupazioni del giovane missionario. Aveva fretta, Mario, la fretta di chi sa che la vita dell'apostolo è breve e va pesa tutta per il Regno.
A fine aprile del 1960 parte con Shiong, un giovane catechista dell'etnia hmong per un tour in alcuni villaggi situati a sud della Astrid road. Più volte era stato invitato a recarsi in questi villaggi. Gli avevano chiesto di conoscere la fede cristiana e di essere aiutati. Mario parte con il desiderio di portare agli ultimi il Vangelo di Gesù e, a chi avrebbe incontrato, aiuti medici e conforto. E' l'ultima decisione della sua vita, infatti da quel viaggio non fa più ritorno. A distanza di quaranta anni non si sa ancora con precisione cosa sia accaduto: un attentato, un incidente, un rapimento, un'imboscata. Di p. Mario e del suo catechista si perdono le tracce. La gente dice di non sapere con precisione cosa accadde in quel giorno di maggio. Era arrivato ai villaggi, aveva incontrato la gente e gli ammalati. Poi più nulla. Nessuna traccia. Altri missionari erano stati uccisi o minacciati in quegli anni.
Oltre al vuoto e al disorientamento per la sua prematura scomparsa, p. Mario Borzaga ci lascia un testamento spirituale di alto spessore. La sua vita conferma anzitutto che anche la vocazione missionaria è via alla santità. Spendere la propria vita per i poveri, vivendo il precetto dell'amore, può portare alla perfezione. In p. Mario vediamo anzitutto splendere la virtù della carità, vissuta nei confronti della gente e dei confratelli missionari. "Voglio formarmi una fede e un amore profondo e granitico, - scriveva - non posso altrimenti essere Martire: la fede e l'Amore sono indispensabili. Non c'è più nulla da fare che credere e amare".
E poi Mario ci lascia l'impegno a raggiungere tutti, a non lasciare nulla di intentato perché il Vangelo sia annunziato. Spesso, guardandoci attorno, sembra che il Vangelo sia un premio per i buoni e non un diritto di tutti.
Mario fa parte di quella sorta di cristiani, i martiri, che hanno donato le proprie fatiche e tutto di sé per gli altri. La sua scomparsa prematura, avvolta nel mistero e nel silenzio, è monito per noi a donare la nostra vita in maniera incondizionata per il Vangelo.
Papa Francesco in data 5 maggio 2015 ha riconosciuto il martirio in odio alla fede di Padre Mario e del catechista Paolo Thoj Xyooj.


Riflessione di Padre Mario Bonzaga

"Ho capito la mia vocazione: essere un uomo felice pur nello sforzo
di identificarmi col Cristo Crocifisso.
Quanto resta ancora di sofferenza,o Signore? Tu solo lo sai e per me
“fiat voluntas tua” in qualsiasi istante della mia vita. Se voglio essere
come l’Eucaristia un buon Pane per essere mangiato dai fratelli, loro divino
nutrimento, devo per forza prima passare attraverso la morte di
croce. Prima il sacrificio poi la gioia di distribuirmi ai fratelli di tutto il
mondo; se mi distribuisco senza passare prima a sublimarmi nel Sacrificio,
do ai fratelli affamati di Dio me stesso, un cencio d’uomo, un residuo
d’inferno; se accetto la mia morte in unione con quella di Gesù, è proprio
Gesù che io riesco a dare con le mie stesse mani ai fratelli. Non è pertanto
una rinuncia a me stesso che devo fare, ma il potenziamento di tutto
quello che in me può soffrire, essere immolato, sacrificato in favore delle
anime che Gesù mi ha dato d’amare" (17 novembre 1956).
“Diario di un uomo felice”


Autore:
Pasquale Castrilli

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Aggiunto/modificato il 2016-11-17

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