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Servo di Dio Giuseppe Fanin Giovane laico

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San Giovanni in Persiceto, Bologna, 8 gennaio 1924 - Lorenzatico, Bologna, 4 novembre 1948

Giuseppe Fanin entrò nel 1934 nel Seminario di Bologna, frequentandolo solo per un breve periodo, non sentendosi chiamato al sacerdozio. Diplomatosi nel 1943 all’Istituto Tecnico agrario di Imola, si iscrisse poi alla facoltà di Agraria dell’Università del capoluogo emiliano, dove si laureò nel febbraio 1948. Educato ai valori della fede in una famiglia profondamente cattolica, si era appassionato subito ai problemi della sua gente, diventando attivista delle ACLI, militante della FUCI e sindacalista. La sera del 4 novembre 1948, mentre rincasava in bicicletta, fu aggredito da tre facinorosi comunisti e barbaramente massacrato a colpi di spranga. Aveva soltanto 24 anni. La sua causa di beatificazione, condotta per indagare l’eroicità delle sue virtù, non il martirio, si è svolta nella diocesi di Bologna dal 1° novembre 1998 al 4 novembre 2003 ed è stata convalidata il 20 maggio 2005. La sua “Positio super virtutibus” è stata consegnata a Roma nel 2007.



Settant’anni fa, per la politica, si menavano botte da orbi e ci si uccideva anche: esattamente come oggi.
La storia cui trattiamo ora ci riporta al 4 novembre 1948, in quel di Persiceto (Bologna), precisamente ad una sera nebbiosa e umida in cui, lungo la strada per Lorenzatico, viene rinvenuto il corpo di un giovane uomo ridotto ad una maschera di sangue.
Scambiato in principio per un ubriaco vittima di un incidente per i fumi dell’alcol, solo i documenti rivelano la sua identità, tanto il viso è tumefatto e irriconoscibile. Morirà alcune ore dopo, nel cuore della notte, senza aver ripreso conoscenza.
Peppino per i famigliari, Pippo per gli amici, Giuseppe Fanin è un giovane brillante, entusiasta ed esuberante, anima delle feste perché portatore di una gioia che travolge e contagia. È stato il primo tra gli amici di Persiceto a laurearsi, naturalmente in Agraria perché, da buon figlio dei campi, ama anche coltivarli nelle stagioni di punta e a tempo perso.
In tutti è ancora vivo il ricordo del giorno in cui è stato festeggiato “dottore”, con in testa una corona di foglie e cipolle a germogli spioventi, in mezzo ad una selva di bottiglie e vassoi di paste che hanno fatto esplodere l’allegria.
La famiglia è originaria del basso vicentino e si è trasferita in Emilia solo nel 1910, indebitandosi fino al collo per comprar terra coltivabile in località Tassinara di Persiceto. Il ragazzo sembra fatto per grandi ideali e, finita la scuola dell’obbligo, entra anche in seminario, da cui esce però un anno e mezzo dopo, dicendo con piglio sicuro: «Mi sono sbagliato, la mia vocazione è quella del padre di famiglia».
E che sia una decisione serena e matura, malgrado la giovanissima età, lo dimostra la sua fede convinta, che non conosce rispetto umano e che continua a vivere e testimoniare in famiglia, a scuola, tra gli amici.
A 18 anni si fidanza con Lidia Risi, che conosce da tre anni, confessando candidamente di essersi follemente innamorato, perché gli piace «la sua bontà, la sua fede, il suo fisico, la sua bellezza». Anch’egli è un ragazzo “che piace”, non fosse altro che per la laurea, che a quei tempi ancora ha valore e che gli promette un futuro davvero roseo.
Cresciuto nell’Azione Cattolica e plasmato dalla Fuci, e prima ancora nato in una famiglia di solidi principi e di fede autentica, acquista ed alimenta in sé i valori che si ispirano al vangelo e alla morale cattolica, che si sforza di vivere con la fidanzata, nel divertimento, nell’impegno civile.
«Io amo te di un amore che giunge fino a Dio. E il mio amore è puro perchè anch'io sono puro e voglio portare la mia purezza al talamo matrimoniale», scrive alla fidanzata, ammettendole anche con estrema sincerità: «Faccio fatica a stare a posto ma ci sono riuscito e ne sono contento».
Il lavoro nei campi di famiglia e gli studi di Agraria gli fanno invece sentire il dramma sociale dei braccianti e dei contadini e il desiderio di offrire loro migliori condizioni di vita. E così, stupendo tutti e deludendo qualcuno, con una laurea in tasca e con prospettive di affermazione professionale, rinunciando anche volontariamente alle proprie inclinazioni, a luglio 1948 sceglie l’azione sindacale tra i lavoratori dei campi.
Viene assunto dalle ACLI e comincia il disbrigo delle pratiche sindacali, aiutato dal suo carattere disponibile e gioviale, ma soprattutto fa suo il problema dei contratti agrari e in particolare quello della compartecipazione come emancipazione delle classi più povere dei lavoratori agricoli, iniziando subito a consultare tecnici, commissioni di braccianti, professori universitari di Agraria.
Il frutto di questi suoi primi mesi di lavoro è il nuovo “patto” che dovrà discutere il 7 novembre al Congresso di Molinella, davanti al Sottosegretario Emilio Colombo. Il clima politico di quell’immediato dopoguerra è particolarmente rovente in Emilia e il Bolognese è stato segnato da numerosi fatti di sangue di chiara matrice partitica. Anche Peppino è minacciato, ma rifiuta ogni consiglio di precauzioni e magari di un’arma per legittima difesa perché, dice, «Io non ho fatto del male a nessuno».
Nel buio di quella notte lo aspettano in tre, assoldati, si scoprirà poi, dal segretario del P.C.I. locale, con il preciso incarico di “dargli una lezione”. Picchiato con sbarre di ferro e con profonde ferite di punteruolo ai fianchi, paga a 24 anni con la vita la sua fedeltà ad un’idea: in mano gli troveranno la corona del rosario, che è solito recitare nella biciclettata di sei chilometri da Persiceto a casa sua.
In quindicimila, si calcola, verranno a salutarlo il 7 novembre, ma evidentemente il suo ricordo non si è spento, se nel 1998 la Chiesa bolognese ha iniziato il suo processo di beatificazione.

Autore: Gianpiero Pettiti

 


 

La sera del 4 novembre 1948 un giovane sindacalista cattolico veniva aggredito, mentre rincasava in bicicletta, da tre facinorosi che avevano ricevuto l’ordine di dargli “una lezione”. Il giovane si chiamava Giuseppe Fanin, aveva soltanto 24 anni. Dopo una serata tranquilla trascorsa con la fidanzata Lidia Risi se ne tornava alla fattoria paterna: cadde su un mucchio di ghiaia stringendo nelle mani il rosario.
A picchiarlo così selvaggiamente con una spranga di ferro furono fanatici comunisti che, nell’immediato secondo dopoguerra, terrorizzarono tutta l’Emilia Romagna mettendola a ferro e fuoco. Persecuzioni, vendette, omicidi a quel tempo erano all’ordine del giorno: contro ex fascisti, repubblichini, ma anche contro militanti cattolici, sacerdoti e laici. Vicende assai drammatiche della storia del nostro Paese su cui ancora oggi non è stata fatta del tutto piena luce, e che attendono una vera giustizia.
L’efferato delitto di Giuseppe Fanin non fu perciò un caso isolato, ma è assai significativa la sua storia, tanto che la Curia di Bologna cinque anni fa ha pensato di avviare il processo di canonizzazione di questo dirigente aclista che fu un vero martire della giustizia e della fede e che rappresenta a buon diritto, per tutti i cattolici socialmente impegnati, un luminoso modello ed anche un sicuro patrono in cielo.
Nato l’8 gennaio 1924 a S. Giovanni in Persiceto, provincia di Bologna, da genitori veneti immigrati negli anni Dieci nella bassa bolognese, Giuseppe Fanin era entrato nel 1934 nel Seminario di Bologna, frequentandolo solo per un breve periodo, non sentendosi chiamato al sacerdozio. Diplomatosi nel 1943 all’Istituto Tecnico agrario di Imola, si iscrisse poi alla facoltà di Agraria dell’Università del capoluogo emiliano, dove si laureò nel febbraio 1948.
Educato ai valori della fede in una famiglia profondamente cattolica, si era appassionato subito ai problemi della sua gente, diventando attivista delle ACLI, militante della FUCI e sindacalista: i suoi amori erano la famiglia, il lavoro, la gente dei campi. Era convinto che senza Cristo non vi può essere apostolato sociale. Dalla sua famiglia aveva assorbito una religiosità limpida che era alla base delle istanze sociali che promuoveva.
Fanin sognava un grande sindacato, un sindacato autonomo di forte ispirazione cristiana, e si adoperava con ogni energia per vederlo realizzato. Per questo i suoi giorni erano contati.
In data 13 novembre 1948 l’“Avvenire d’Italia” pubblicava l’elenco delle aggressioni compiute contro gli aderenti ai liberi sindacati dal 21 settembre al 15 ottobre di quell’anno: una ventina in un tempo così breve! Nonostante ciò, vivendo in un luogo e in un periodo in cui la violenza era all’ordine del giorno, a chi gli consigliava di portare con sé un’arma per la sua difesa personale, Fanin – pur consapevole del pericolo che correva – mostrava la corona del suo rosario. Era quella la sua “arma”, e non ne voleva altre.
Questo esuberante e limpido giovanotto innamorato della Madonna, affrontava ogni difficoltà a viso aperto, con slancio e ottimismo, sorretto da una robusta vita di pietà, le braccia sempre piene di fiori per adornare l’altare della S. Vergine, o da portare in dono alla sua fidanzata.
Un santo laico, Giuseppe Fanin, un esempio alto e prezioso di testimonianza evangelica. La sua fede cristiana, sinceramente vissuta e praticata, aveva avuto come sbocco naturale la dedizione alla causa dell’uomo, secondo gli insegnamenti del Vangelo.
Ancora oggi, sul luogo della sua brutale aggressione, c’è un cippo che ne ricorda il sacrificio, con su scolpite queste parole: “La strada bagnata dal sangue porta sicura alla méta”.


Autore:
Maria Di Lorenzo

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Aggiunto il 2017-01-19

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