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Beata Maria Cecilia (María Felicitas) Cendoya Araquistain Vergine visitandina, martire

23 novembre

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Azpeitia, Spagna, 10 gennaio 1910 - Madrid, Spagna, 23 novembre 1936

María Felicitas Araquistain, nativa dei Paesi Baschi, entrò a vent’anni nel Primo monastero della Visitazione di Madrid e prese il nome di suor Maria Cecilia. Di temperamento vivace e ritirato al tempo stesso, si prestava per tante piccole faccende. Quando la sua comunità fu messa a rischio dalla guerra civile spagnola, rimase insieme ad altre sei consorelle, prima nel monastero, poi in uno scantinato. Il 18 novembre 1936 fu prelevata con le altre monache per essere fucilata, ma rimase illesa. Dopo una breve fuga per lo spavento, si consegnò ai miliziani e fu di nuovo fucilata nei pressi del cimitero di Vallecas, fuori Madrid, il 23 novembre 1936; aveva 26 anni. È stata beatificata il 10 maggio 1998 da san Giovanni Paolo II, insieme alle altre sei monache. I suoi resti mortali sono venerati nella cappella del Santo Sepolcro dell’abbazia della Santa Croce al “Valle de los Caidos” di Madrid, mentre la croce che portava sul petto, deformata da una pallottola, è custodita nel monastero visitandino di calle Santa Engracia a Madrid.

Martirologio Romano: Presso Madrid in Spagna, beata Maria Cecilia (Maria Felicita) Cendoya y Araquistain, vergine dell’Ordine della Visitazione di Santa Maria e martire, che, durante la grande persecuzione, nella stessa notte in cui le sue consorelle erano state arrestate si consegnò spontaneamente ai miliziani e confermò insieme alle compagne con il supremo sacrificio la sua testimonianza di fede.


I primi anni
María Felicitas Araquistain nacque il 10 gennaio 1910 ad Azpeitia presso Guipúzcoa, nella comunità autonoma dei Paesi Baschi. Nel 1914 si trasferì ad Azcoitia coi familiari. Crebbe serena accanto alle sue tre sorelle: insieme a loro fu educata dai genitori, Antonio e Ines, a una solida religiosità e al timor di Dio.
Il 5 maggio 1921 ricevette la Cresima e, il giorno successivo, la Prima Comunione. Tre anni più tardi trovò lavoro in una fabbrica di tessuti a Guipúzcoa. Sempre nel 1924, entrò nell’associazione delle Marie dei Tabernacoli, fondata dall’arciprete di Huelva, poi vescovo di Malaga, Manuel González García (canonizzato nel 2016).
Ogni giorno faceva la visita al Santissimo Sacramento e si rattristava molto se vedeva la lampada del Tabernacolo spenta. Altrettanto quotidianamente partecipava alla Messa e riceveva la Comunione. Era anche molto devota alla Vergine Maria.

La vocazione
Una delle sue sorelle affermò che lei aveva qualcosa di diverso dagli altri. Un giorno fu udita affermare dai suoi familiari: «Non sapete che Dio è sempre con noi e che Lui ci vede?».
In effetti, María Felicitas era poco incline alle chiacchiere e preferiva stare in disparte, anche se tendenzialmente era allegra. Alle sorelle diceva che voleva essere monaca prima di compiere vent’anni. Una di loro, Juana, che si fece monaca clarissa, ricordò che  lei, invece, voleva entrare nell’Ordine della Visitazione di Santa Maria.
Quando annunciò alla madre la sua scelta, si sentì rispondere: «Tu, suora? Con questo caratteraccio? Devi correggere questo carattere, se vuoi essere una suora». Da allora, notò un repentino cambiamento nella figlia.

Nel primo monastero della Visitazione di Madrid
Il suo direttore spirituale, don José Antonio Zabaleta, l’indirizzò al Primo monastero della Visitazione di Madrid, in calle Santa Engracia 20. Maria Felicitas arrivò lì a vent’anni, il 9 ottobre 1930. Nel maggio 1931, quando cominciarono a verificarsi incendi di chiese a Madrid e in altre parti della Spagna, si spaventò molto.
Quando la maestra delle novizie le domandò se non volesse tornare a casa, precisando che le porte del monastero si sarebbero riaperte per lei a disordini conclusi, ottenne questa risposta: «No, no, Sorella mia, piuttosto mi taglino la testa!». Pronunciò quella replica in un castigliano stentato, ma con un tono deciso.
Il mese successivo partì per Oronoz con la comunità. Tornò a Madrid per la vestizione religiosa, il 26 settembre dello stesso anno: da allora fu suor Maria Cecilia. Ripartì per Oronoz, dove i genitori e le sorelle vennero a trovarla e le proposero di andare con loro, per ritornare in monastero più tardi. Anche quella volta rispose con le stesse parole, ma nella lingua basca delle sue origini.

La sua vita in monastero
Le monache rimasero a Oronoz fino al marzo 1932. Il 27 settembre dello stesso anno suor Maria Cecilia emise i primi voti, seguiti da quelli solenni tre anni esatti più tardi. Era una delle sorelle col velo bianco, addette ai lavori all’interno del monastero. Il suo carattere divenne amabile, semplice, umile, dimentico di sé, molto servizievole, pur mantenendo un fondo di vivacità.
«Era l’angelo delle piccole pratiche», erano solite dire le altre monache. Una compagna di noviziato elogiò invece la sua speciale devozione mariana: «Era di una fedeltà enorme… sempre molto fervorosa… cantava sempre alla Madonna». Un’altra aggiunse: «Riguardo alla vita di preghiera, ricordo che aveva una speciale capacità di raccoglimento in ogni momento».

All’epoca della guerra civile
La guerra civile scoppiò il 18 luglio 1936 e la comunità fuggì di nuovo a Oronoz. Tuttavia, non volendo lasciare completamente abbandonato il monastero, sette suore rimasero tra le sue mura. Cercarono di condurre, per quanto possibile, una vita ordinaria nell’osservanza della Regola, nella contemplazione di Dio e nell’offerta di sé stesse.
Suor Maria Cecilia era una di loro. Le altre erano suor Maria Gabriella Hinojosa Naveros (responsabile del gruppo) suor Teresa Maria Cavestany Anduaga, suor Giuseppa Maria Barrera Izaguirre, suor Maria Agnese Zudaire Galdeano, suor Maria Angela Olaizola Garagarza e suor Maria Engrazia Lecuona Aramburu.

Nel mezzo della persecuzione
La guerra civile scoppiò il 18 luglio 1936: quasi subito il monastero fu attaccato, incendiato e poi trasformato in caserma delle milizie rivoluzionarie. Le monache, pur potendo fuggire, rimasero unite, come avevano promesso alla loro superiora, madre Leocadia Aparici.
Suor Maria Cecilia soffrì particolarmente, a causa della sua giovane età. Ebbe molte occasioni per tornare in famiglia, ma rifiutò ancora: per nulla al mondo avrebbe abbandonato Gesù e la propria vocazione.

Il martirio delle prime sei monache
A metà agosto due delle serve del monastero segnalarono la loro presenza. Lo scantinato fu perquisito, ma le religiose, anche se non fu trovato nulla che le potesse incolpare, sentivano che la loro fine era imminente. Continuarono la loro vita di preghiera, disponendosi a morire insieme.
La sera del 18 novembre 1936, un drappello di miliziani le caricò su di una camionetta. Dopo un breve tragitto tra le grida ostili della folla, furono condotte fuori città. Dopo che furono scese dal mezzo, si presero per mano, per farsi coraggio l’una con l’altra. A quel punto, furono abbattute con scariche di fucili.

La sorte di suor Maria Cecilia
Suor Maria Cecilia rimase illesa, a differenza delle altre. Appena sentì che suor Maria Gabriella, che la teneva per mano, era caduta priva di vita, fuggì impaurita nella notte, senza sapere dove andare. Da allora, si persero le sue tracce.
Fu solo nel 1939 che si scoprì cosa le fosse successo. Una ragazza, Amalia Lopez, si presentò al monastero di Madrid per chiedere di essere accolta come postulante. Sua zia, Araceli Sanchez Pelàez, che l’accompagnava, notò la croce d’argento che le Visitandine portano sotto l’abito ed esclamò: «Ho visto una croce come questa al Tribunale di Ponte di Vallecas, mentre cercavo il cadavere di mio marito e quello di mio fratello. Era attraversata da una pallottola».
Madre Leocadia, sulla scorta di quell’indizio, andò in quel Tribunale e recuperò i pochi oggetti della giovane suora: il rosario, un piccolo crocifisso e la croce d’argento, deformata da una pallottola.

Un martirio subito due volte
Dall’atto di decesso fu constatato che suor Maria Cecilia era stata fucilata all’alba del 23 novembre 1936, davanti al muro del cimitero di Vallecas, fuori Madrid. In precedenza, era stata condotta in una delle molte prigioni sotterranee (dette “checas”), che fungevano anche da tribunali popolari, dove aveva rivelato a due donne lì rinchiuse la sua identità. Per cinque giorni era stata sottoposta a interrogatori, senza mai cedere, e aveva continuamente incoraggiato gli altri prigionieri. Per certi versi, era come se avesse subito il martirio due volte.
I suoi resti mortali, il 22 giugno 1954, sono stati traslati dal cimitero di Vallecas alla cappella del Santo Sepolcro dell’abbazia della Santa Croce al “Valle de los Caidos” (tempio della riconciliazione nazionale) di Madrid. Nella stessa cappella riposano anche suor Maria Angela e suor Giuseppa Maria. La sua croce d’argento è invece conservata nel monastero di calle Santa Engracia.

La causa di beatificazione

Il nulla osta per l’avvio della causa di beatificazione delle sette Visitandine di Madrid, compresa suor Maria Cecilia, porta la data del 2 luglio 1985. L’inchiesta diocesana, avviata a Madrid il 29 ottobre 1985, si concluse il 26 aprile 1989 e ottenne la convalida degli atti il 6 dicembre 1991.
La “Positio super martyrio”, consegnata nel 1992, è stata esaminata dai Consultori teologi della Congregazione delle Cause dei Santi il 4 ottobre 1996 e, il 3 giugno 1997, dai cardinali e dai vescovi membri della medesima Congregazione.
Il 7 luglio 1997, il Papa san Giovanni Paolo II autorizzò la promulgazione del decreto con cui suor Maria Cecilia e compagne venivano dichiarate ufficialmente martiri. Lo stesso Pontefice le beatificò il 10 maggio 1998 a Roma, fissando la loro memoria liturgica al 18 novembre, giorno della nascita al Cielo delle altre cinque monache.


Autore:
Emilia Flocchini

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Aggiunto/modificato il 2020-08-05

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