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Beato Alberto Marvelli Laico

5 ottobre

Ferrara, 21 marzo 1918 - Rimini, 5 ottobre 1946

Nacque a Ferrara il 21 marzo 1918, secondogenito di sette fratelli. Trasferitosi a Rimini con la famiglia nel 1930, Alberto Marvelli si formò all'interno dell'oratorio Salesiano e nell'Azione Cattolica, nelle cui file fece le prime esperienze di apostolato. Laureatosi in ingegneria, lavorò presso la Fiat; fu allievo ufficiale a Trieste. Durante la guerra si prodigò instacabilmente nell'opera dei soccorsi; finiti i combattimenti si impegnò nell'opera di ricostruzione. Nel 1945 entrò a far parte della "Società Operai di Cristo". Presidente dei Laureati Cattolici, Vice Presidente diocesano dei Giovani di Azione Cattolica, membro dell'esecutivo della Democrazia Cristiana, membro delle Conferenze di S. Vincenzo, Alberto Marvelli fu animatore di svariate iniziative di carità e di impegno sociale. Consigliere comunale dopo la Liberazione, Assessore ai Lavori Pubblici, Presidente del Consorzio Idraulico, Capo della Sezione Autonoma del Genio Civile. Morì il 5 ottobre 1946, a 28 anni, investito da un autoveicolo militare delle truppe di occupazione. Il 23 marzo 1986 fu promulgato il decreto sull'eroicità delle virtù; ad Alberto Marvelli venne così conferito il titolo di "Venerabile". La sua tomba è ora nella chiesa di S. Agostino.

Etimologia: Alberto = di illustre nobiltÓ, dal tedesco


Splendido esempio di giovane professionista, di laico impegnato nell’apostolato e nella costruzione di un mondo migliore anche come politico, in un’Italia che subiva gli ultimi contraccolpi della devastante Seconda Guerra Mondiale.
Nacque a Ferrara il 21 marzo 1918, ma fu Rimini che divenne il centro della sua opera e della sua vita, dopo che l’agiata famiglia, di solida formazione cattolica, vi si era trasferita nel 1930.
Fin dall’adolescenza ebbe un potente desiderio della santità, concepito non solo come bisogno della sua anima, ma anche come mezzo indispensabile per cooperare alla salvezza del prossimo. Oltre l’opera di formazione morale ricevuta nell’ambiente familiare, a Rimini si aggiunse quella dell’Oratorio Salesiano e specialmente dell’Azione Cattolica, nelle cui fila ed organizzazione fece le prime esperienze di apostolato.
Si laureò nel 1941 in ingegneria all’Università di Bologna e lavorò per alcuni mesi presso la FIAT di Torino, nello stesso anno in pieno periodo di guerra, fu chiamato a prestare il servizio militare prima a Trieste e poi a Treviso; congedato nel settembre 1944, ritornò a Rimini, dove fu coinvolto nelle vicende drammatiche della città, devastata dalla guerra non ancora finita.
Al termine del conflitto mondiale, si dedicò con slancio alla ricostruzione morale e materiale della città; ebbe vari incarichi, come direttore dell’Ufficio Alloggi, Assessore Comunale, ingegnere del Genio Civile, membro della direzione cittadina della Democrazia Cristiana; tutto ciò gli diede una visibilità pubblica, facendolo diventare necessario per tutti.
In campo diocesano, nel 1945 entrò a far parte della Società Operai del Getsemani, di cui fondò a Rimini un reparto; ebbe l’incarico di Presidente dei Laureati Cattolici.
Le eccezionali doti che Alberto Marvelli possedeva, umane e spirituali, vissute con genuinità, sincerità e naturalezza, esercitavano un fascino su tutti, di qualunque idea politica o sociale fossero. Ed è con sorpresa che si constata come con la sua giovane età e alla luce del breve periodo della sua esistenza, abbia potuto svolgere un’attività così vasta e intensa in svariati campi.
Nell’apostolato profuse il suo particolare carisma, tramite i contatti personali, i discorsi, le lezioni, le conferenze; animò tante iniziative di carità e di assistenza sociale; fu membro delle Conferenze di S. Vincenzo con predilezione verso i poveri ed abbandonati.
Istituì per questi bisognosi, anche la ‘Messa del povero’ a cui seguiva la domenica, un pranzo sereno che serviva lui stesso. La forza che animava tanto dinamismo, era l’amore di Dio, alimentato con l’assidua preghiera e con la comunione quotidiana; nel suo ‘Diario’ stampato dopo la sua morte, si possono verificare le tappe di questo costante e progressivo maturare nella vita interiore, fino ad arrivare alle vette dei mistici; fra l’altro scriveva: ”Gesù mi invita a salire, ad ascendere. Ho un desiderio intenso di farmi santo attraverso la vita che il Signore mi riserva”.
Si dedicò generosamente nell’Italia del dopoguerra, all’attività politica ispirata ai principi cristiani, riscuotendo rispetto e stima dagli stessi avversari, si candidò nella lista della Democrazia Cristiana per l’elezione della prima Amministrazione Comunale, ma il Signore dispose diversamente.
Il 5 ottobre 1946, mentre si recava a tenere l’ultimo comizio, fu investito da un autoveicolo militare, morendo poche ore dopo a soli 28 anni, fra il compianto generale della rinata Italia e della diletta Rimini.
La figura di Alberto Marvelli si staglia come un autentico precursore del Concilio Vaticano II, riguardo il ruolo nella Chiesa e nella società, dell’apostolato dei laici.
Papa Giovanni Paolo II il 29 agosto 1982, lo additò alle migliaia di giovani convenuti a Rimini per il “Meeting dell’amicizia”, come modello da seguire per la gioventù cattolica.
La causa per la sua beatificazione fu introdotta il 1° marzo 1968, e la salma traslata dal cimitero nella chiesa di S. Agostino. Il 22 marzo 1986 è stato promulgato il decreto sulle virtù e dato il titolo di venerabile.
E' stato beatificato da Papa Giovanni II il 5 settembre 2004 a Loreto.

Autore: Antonio Borrelli




È un ingegnere emiliano morto a 28 anni, secondo dei sette figli dei coniugi Alfredo Marvelli e Maria Mayr. Famiglia benestante, che nel 1930 si trasferisce a Rimini. Qui Alberto, dodicenne, incontra l’Oratorio salesiano e l’Azione cattolica. Emerge presto come animatoree catechista, e poi nello sport, a cominciare dal ciclismo. Dopo vengono calcio, nuoto, tennis. Quando Alberto ha 15 anni, il padre muore per meningite fulminante; poi il fratello maggiore Adolfo entra all’Accademia militare e Alberto affianca la madre nel guidare la famiglia.
A Rimini frequenta il liceo classico (uno dei suoi compagni di classe è Federico Fellini) e vorrebbe entrare nell’Accademia navale: ma non è accolto per un difetto alla vista. Si laurea in ingegneria nel 1941 a Bologna. (Da anni nel tempo libero andava a lavorare in uno zuccherificio, e più tardi in una fonderia). Nell’associazionismo cattolico è ormai una guida dei giovani, con una singolare capacità di entusiasmarli, “farli volare”. E si amareggia per gli indifferenti: «S’incontrano giovani senza fede e senza entusiasmo per le altezze». Ha preso a modello il futuro beato Pier Giorgio Frassati, morto quando lui aveva sette anni: «Oh, se potessi imitarlo!». Dal giugno 1940 l’Italia è in guerra: Alberto viene chiamato alle armi dopo la laurea, ma presto congedato, perché ha già due fratelli combattenti. Lo richiamano nel 1943, a Treviso. E lì apprende che suo fratello Lello, il quartogenito, è morto sul fronte russo.
Torna a Rimini dopo l’armistizio del settembre 1943, ma poco dopo si “richiama in servizio” da sé, contro le sofferenze degli altri. «Compare in bicicletta, pronto a portare aiuto, lucido, coraggioso, determinato: organizza, agisce, affronta i pericoli in prima persona» (F. Lanfranchi- P. Fiorini, A. M., un beato che resta amico). La guerra ha moltiplicato i “nullatenenti”, e lui li serve, pensa al pane, al sale, al latte, ai vestiti, ai rifugi. Per lui vivere è soccorrere, muovendosi in bicicletta (a volte con un asino). “Arruola” i ragazzi dell’Azione cattolica perché tanti disperati possano mangiare, vestirsi, dormire. E continuare a vivere, a volte: ci sono ragazzi che rischiano la fucilazione perché non si arruolano nella Rsi. Lui procura documenti, lasciapassare, nasconde i ricercati. E un giorno i tedeschi arrestano lui, che però si mette in salvo durante un attacco aereo. Non si sa quando dorma, perché nei momenti calmi lo vedono col rosario in mano. Questo per lui è come mangiare e dormire.
In questa feroce stagione comincia a balenare quasi una “fama di santità” intorno a lui. C’è chi dice che, mentre distribuiva i soccorsi, le sue mani “erano luminose”. Una donna gli parla del figlio che non torna mai dalla guerra, e lui un giorno le dice di correre a casa, dove l’aspetta suo figlio; ed è proprio così...L’ingegnere del rosario rimane “mobilitato” anche dopo la guerra, perché c’è un’epidemia di tifo. E poi lo chiamano a lavorare nelle prime opere di ricostruzione; è tra i fondatori delle Acli; crea un’università popolare. Chiamato da Benigno Zaccagnini, entra nella Democrazia cristiana, partecipando alla campagna elettorale amministrativa nell’autunno 1946. E muore mentre va a tenere l’ultimo comizio, travolto da un camion con la sua bicicletta.
Nel 2004 Giovanni Paolo II lo ha proclamato beato. Il corpo è custodito nella chiesa di Sant’Agostino a Rimini.


Autore:
Domenico Agasso


Fonte:
Famiglia Cristiana

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Aggiunto il 2005-09-26

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