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Santi Gregorio Grassi, Francesco Fogolla e 24 compagni Martiri Cinesi vittime dei Boxer

9 luglio

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† Tai-yuen-fu (Shan-si, Cina), 9 luglio 1900

Martirologio Romano: Nella città di Taiyuan nella provincia dello Shanxi sempre in Cina, passione dei santi Gregorio Grassi e Francesco Fogolla, vescovi dell’Ordine dei Frati Minori, e ventiquattro compagni, martiri, che durante la persecuzione dei seguaci della setta dei Boxer furono uccisi in odio al nome di Cristo.


Nell’Anno Domini 2000, anno giubilare, Giovanni Paolo II così si rivolse alle migliaia di fedeli raccolti in piazza San Pietro la mattina di domenica 7 maggio per la recita del «Regina Caeli»: «Fare memoria degli eroici testimoni della fede del secolo ventesimo significa preparare il futuro, assicurando solide basi alla speranza. Le nuove generazioni devono sapere quanto è costata la fede che hanno ricevuto in eredità, per raccogliere con gratitudine la fiaccola del Vangelo e con essa illuminare il nuovo secolo e il nuovo millennio».
I primi martiri del XX secolo sono stati uccisi in Cina dai Boxer, una setta xenofoba e anticristiana. Caddero 180 missionari e circa 40 mila cristiani.
Fra i gravissimi omissis dei testi scolastici è sicuramente da annoverare la rivolta dei Boxer, esempio di fondamentalismo d’impronta cinese.
Quando Giovanni Paolo II, il 1° ottobre 2000, ha proclamato martiri 120 cinesi, uccisi dai Boxer,  il governo di Pechino ha fatto di tutto per screditarli. Per mesi ha martellato che erano «nemici del popolo cinese» e «strumenti dell’imperialismo occidentale», proibendo di festeggiarli. Ma Hong Kong non si è piegata. Domenica 29 ottobre 2000 i cattolici dell’ex colonia inglese hanno gremito la cattedrale per una messa solenne in onore dei martiri cattolici con rito prettamente cinese: le reliquie dei martiri sono state accolte dall'assemblea solennemente con incenso, inchini, musiche tradizionali e per l'occasione è stato composto un inno.
La guerra dei Boxer è stato un avvenimento di grandissima importanza storica e dunque dell’umanità. Il nazionalismo cinese affonda le sue radici nel suo millenario cammino di storia. I nazionalisti cinesi definirono il loro Paese Zhongguo, una parola che significa «centro», nella convinzione che tutto il resto del mondo è periferia, popolata da «barbari» come essi definivano gli altri popoli. La Cina si trovò realmente, nella sua straordinaria civiltà, nella condizione in cui si era trovato per qualche secolo l’Impero Romano al suo apogeo: uno spazio di civiltà circondato dalle barbarie.
Dalla metà dell’Ottocento in poi, le condizioni mutarono notevolmente. L’Occidente sorpassò il livello tecnico della Cina. Nella guerra dell’oppio (1839-1842) i cinesi rimasero stupefatti non tanto della sconfitta, quanto dalla facilità con cui gli europei la ottennero.
In tale contesto culturale assumono una fisionomia di rilevanza sociale i Boxer. Tale movimento era composto da persone povere ed ignoranti, in genere di origine contadina, molti però erano anche battellieri, i quali avevano una ragione personale per odiare l’Occidente: con l’arrivo delle navi a vapore il loro lavoro era tramontato.
Le connotazioni dei Boxer erano alquanto tradizionaliste, conservatrici, xenofobe. Si dedicavano alle arti marziali, fra cui una forma di boxe cinese, da qui il nome ad essi dato dagli inglesi, Boxer. Però il nome potrebbe derivare anche da denominazioni che facevano riferimento al «pugno» come simbolo di organizzazione unitaria: «Società dei pugni armoniosi» oppure «Pugno della giustizia e della concordia».
I Boxer negavano l’uso di armi da fuoco, preferendo le armi bianche della tradizione. Spesso sbarcavano il lunario dando dimostrazione delle loro abilità  nelle antiche arti marziali, indossando abiti azzurri con una fascia rossa.
Si trattava di un movimento spontaneo, senza una gerarchia d’autorità e senza una vera e propria organizzazione centrale. E si diffondeva in maniera incontrollata. In genere i Boxer erano convinti che il loro stile di vita li avrebbe resi immuni dalle armi degli europei e che le loro abilità di lotta  avrebbero trionfato sugli eserciti occidentali.
I tanti martiri cattolici vennero beatificati in vari gruppi dal 1746 al 2000.
Essi furono vittime delle ricorrenti persecuzioni scatenate dai vari imperatori che si succedevano. Morirono a migliaia (circa 30.000) fra vescovi, sacerdoti locali, missionari europei, seminaristi, religiosi di vari ordini, suore di molte congregazioni, catechisti, fedeli laici di ogni categoria, sia maschili che femminili.
Morirono per la fede decine di migliaia di credenti cinesi, ma solo di una piccola parte si è potuto istruire un processo ufficiale per additarli a tutta la cristianità.
Fra i 120 nuovi santi proclamati nel 2000, vi è un gruppo di 29, tutti Francescani, uccisi dai Boxer il 7 e 9 luglio 1900. Il glorioso gruppo, capeggiato liturgicamente dal vescovo Gregorio Grassi, comprende 3 vescovi, 4 sacerdoti, 1 fratello religioso, 7 suore Francescane Missionarie di Maria, 14 laici cinesi, di cui 5 erano seminaristi e 11 Terziari Francescani, tutti beatificati nel 1946 da papa Pio XII.
Essi, meno tre, facevano parte della Missione denominata «Casa di S. Pasquale» situata a Tai-yuen-fu nello Shan-si, che comprendeva una cattedrale, un orfanotrofio di oltre 200 orfanelle, il Seminario Maggiore per il clero cinese, un convento francescano in un paese poco distante dalla celebre e antica città, un ambulatorio, un costruendo ospedale e inoltre era la residenza del Vicario Apostolico dello Shan-si, monsignor Gregorio Grassi.
Quando il 5 luglio 1900 i Boxer arrivarono a Tai-yuen-fu distrussero le case e il tempio dei protestanti, che essendo più ricchi, furono saccheggiati per primi.
Il vescovo Grassi e il suo coadiutore, monsignor Fogolla, cercarono di mettere in salvo i cinque seminaristi presenti, ma essi furono fermati alla porta Han-si della città e riconosciuti dalle talari che indossavano, perciò vennero condotti dai soldati del crudele viceré Yü-sien, che capeggiava anche i Boxers, al tribunale del sottoprefetto, con il beneplacito della settantenne imperatrice Tz-Hsi,.
Venne chiesto loro di ripudiare il cristianesimo ed al loro rifiuto fu messa al loro collo una pesante canga (una specie di gogna, strumento di pena cinese) e lasciati agli insulti dei pagani, fino a tarda notte. Giovanni Tciang di 23 anni, terziario francescano; Patrizio Tong di 18 anni, terziario; Filippo Tciang di 21 anni, terziario; un secondo Giovanni Tciang di 22 anni, terziario; Giovanni Wang di 16 anni, terziario. Questi i giovani seminaristi che morirono con la palma del martirio, immolandosi con lo stesso spirito che aveva animato i primi cristiani: essi non vollero né apostatare, né lasciare soli i padri e le suore della «Casa di San Pasquale».
A loro bisogna aggiungere nove domestici cristiani cinesi. Quando i missionari furono portati nella «Casa della Pace Celeste», una specie di albergo utilizzato come un carcere provvisorio, i più fedeli li seguirono; nei cinque giorni di detenzione, dal 5 al 9 luglio 1900, le porte del carcere per loro erano aperte, potevano ritornare alle loro famiglie, ma essi preferirono restare e condividere la sorte dei missionari, che l’avevano innalzati con il battesimo alla dignità di Figli di Dio e quasi tutti erano terziari francescani.
Il 9 luglio 1900 i 26 martiri di Tai-yuen-fu, furono portati con la scusa di essere interrogati, nel cortile del tribunale, e lì improvvisamente furono massacrati in un’orrenda carneficina a colpi di sciabolate, in un mare di sangue, quasi tutti decapitati, comprese le suore che subirono il martirio per ultime.
Le teste dei vescovi e di qualche padre furono innalzate alla porta Meridionale, mentre i corpi dei martiri, tutti mutilati, furono lasciati all’offesa della plebaglia pagana fino a sera; furono poi ammassati in una fossa comune vicino alle mura della città, presso la Grande Porta Orientale, dove rimasero per tre giorni, in pasto ai cani ed agli uccelli rapaci.
Poi per paura di una pestilenza, furono sepolti alla rinfusa fuori le mura, assieme alle ossa anonime di mendicanti e giustiziati. Solo nel gennaio 1901, dopo l’intervento armato delle potenze occidentali, i Boxer vennero dispersi, l’imperatrice esiliata e i corpi dei martiri esumati per dare loro pietosa e degna sepoltura.

Autore: Cristina Siccardi

 


 

Il 1° ottobre del 2000, papa Giovanni Paolo II ha canonizzato un numeroso gruppo di 120 martiri, che subirono il martirio in diverse località del Tonchino (Vietnam) e Cina e che vennero beatificati in vari gruppi dal 1746 al 1951.
Essi furono vittime delle ricorrenti persecuzioni scatenate dai vari imperatori che si succedevano. Morirono a migliaia (circa 30.000), fra cui vescovi, sacerdoti locali, missionari europei, seminaristi, religiosi di vari Ordini, suore di molte Congregazioni, catechisti, e fedeli laici di ogni categoria, sia maschili che femminili.
Fra le decine di migliaia di fedeli cinesi, che con lo slancio di una fede generosa, morirono eroicamente in difesa di una religione, che se pur venuta da lontano, essi avevano accettata ed assimilata con il suo messaggio salvifico per tutti gli uomini, accogliendo e proteggendo i suoi ministri; solo di una piccola parte si è potuto istruire un processo ufficiale per additarli a tutta la cristianità, in virtù della loro fede professata e del loro martirio finale.
Fra i 120 nuovi santi, vi è un gruppo di 29 tutti appartenenti all’Ordine Francescano, uccisi dai fanatici ‘boxers’ il 7 e 9 luglio 1900; il glorioso gruppo capeggiato liturgicamente dal vescovo Gregorio Grassi, comprende 3 vescovi, 4 sacerdoti, 1 fratello religioso, 7 suore Francescane Missionarie di Maria, 14 laici cinesi di cui 5 erano seminaristi e 11 Terziari Francescani; tutti beatificati nel 1946 da papa Pio XII.
Essi, meno tre, facevano parte della Missione denominata “Casa di S. Pasquale” situata a Tai-yuen-fu nello Shan-si, che comprendeva una cattedrale, un orfanotrofio di oltre 200 orfanelle, il Seminario Maggiore per il clero cinese, un convento francescano in un paese poco distante dalla celebre e antica città, un ambulatorio, un costruendo ospedale e inoltre era la residenza del Vicario Apostolico dello Shan-si, il già citato mons. Gregorio Grassi.
Quando il 5 luglio 1900 i famigerati ‘boxers’, setta sanguinaria che aveva lo scopo di scacciare gli stranieri Occidentali e segnatamente i missionari cattolici e protestanti, più radicati nel territorio e benvoluti da parte del popolo, arrivarono a Tai-yuen-fu, essi cominciarono a distruggere le case e il tempio dei Protestanti, che essendo più ricchi, furono saccheggiati per primi.
Il vescovo Grassi e il suo coadiutore mons. Fogolla, cercarono di mettere in salvo i cinque seminaristi presenti, ma essi furono fermati alla porta Han-si della città e riconosciuti dagli abiti talari che indossavano, furono condotti dai soldati del crudele viceré Yü-sien che capeggiava anche i ‘boxers’, con il beneplacito della settantenne imperatrice Tz-Hsi, al tribunale del sottoprefetto.
Venne chiesto loro ripetutamente di apostatare il cristianesimo ed al rifiuto dei seminaristi, fu messa al loro collo una pesante canga (una specie di gogna, strumento di pena cinese) e lasciati agli insulti dei pagani, fino a tarda notte; poi vennero rilasciati e si unirono ai loro pastori, che non vollero più lasciare, nonostante gli inviti a fuggire dei vescovi e degli stessi mandarini.
I cinque seminaristi sono: Giovanni Tciang di 23 anni, minorita, Terziario Francescano; Patrizio Tong di 18 anni, terziario; Filippo Tciang di 21 anni, terziario; un secondo Giovanni Tciang di 22 anni, terziario; Giovanni Wang di 16 anni, terziario; questi i cinque fiori colti nel Seminario indigeno, che con lo spirito d’immolazione dei primi cristiani, non vollero né apostatare, né lasciare soli i padri e le suore della “Casa di San Pasquale”.
A loro bisogna aggiungere i nove domestici cristiani cinesi, la cui fedeltà e dedizione portata spesso fino all’eroismo, sono cose ben note; il servizio prende allora la forma di ossequio religioso e di gratitudine per il dono della fede ricevuta.
Quando i missionari furono portati nella “Casa della Pace Celeste”, una specie di albergo utilizzato come un carcere provvisorio, i più fedeli li seguirono, fra la meraviglia degli altri cinesi; nei cinque giorni di detenzione dal 5 al 9 luglio 1900, le porte del carcere per loro erano aperte, potevano ritornare alle loro famiglie, ma essi preferirono restare e condividere la sorte dei missionari, che l’avevano innalzati con il battesimo alla dignità di Figli di Dio.
Citiamo solo i loro nomi, ma ognuno di essi era diventato per i missionari o per il singolo missionario a cui era affidato, il compagno della vita quotidiana e dei loro viaggi, frequentavano la Chiesa ed i Sacramenti, quasi tutti Terziari Francescani; la loro fede genuina fu il supporto per affrontare senza esitazione la morte, inflitta selvaggiamente dai pagani.
I loro nomi: Tommaso Sen di 34 anni; Simone Tceng di 45 anni; Pietro U di 40 anni; Francesco Tciang di 62 anni; Mattia Fan di 45 anni; Giacomo Yen di 45 anni; Pietro Tciang di 51 anni; Pietro Wang di 30 anni; Giacomo Tciao di 50 anni.
Il 9 luglio 1900 i 26 martiri di Tai-yuen-fu, furono portati con la scusa di essere interrogati, nel cortile del tribunale, e lì improvvisamente furono massacrati in una orrenda carneficina a colpi di sciabolate, in un mare di sangue, quasi tutti decapitati, le suore lo furono per ultime.
Le teste dei vescovi e di qualche padre furono innalzate alla porta Meridionale, mentre i corpi dei martiri tutti mutilati, furono lasciati all’offesa della plebaglia pagana fino a sera; furono poi ammassati in una fossa comune vicino alle mura della città, presso la Grande Porta Orientale, dove rimasero per tre giorni, in pasto ai cani ed agli uccelli rapaci.
Poi per paura di una pestilenza, furono sepolti alla rinfusa fuori le mura, assieme alle ossa anonime di mendicanti e giustiziati. Solo nel gennaio 1901 dopo l’intervento armato delle Potenze Occidentali, i ‘boxers’ vennero dispersi, l’imperatrice esiliata e i corpi dei martiri esumati per dare loro una degna sepoltura.

Autore: Antonio Borrelli

 




Ecco i nomi di tutti i santi martiri cinesi uccisi dai Boxer e festeggiati oggi nell'anniversario del loro martirio:

90382 - Gregorio Grassi, vescovo,
90313 - Francesco Fogolla, vescovo,
61425 - Elia Facchini, sacerdote,
91733 - Teodorico Balat, sacerdote,
91734 - Andrea Bauer, Frate Minore;
91688 - Maria Erminia (Irma Grivot), suora,
91694 - Maria Chiara (Clelia Nanetti), suora,
91691 - Maria Adolfina (Maria Dierkx), suora,
91690 - Maria Amandina (Paolina Jeuris), suora,
91689 - Maria della Pace (Marianna Giuliani), suora,
91693 - Maria di S. Natalia (Giovanna Maria Kerguin), suora,
91692 - Maria di S. Giusto (Anna Maria Moreau), suora,
- Giovanni Zhang Huan,
93287 - Patrizio Dong Bodi, seminarista,
- Filippo Zhang Zhihe,
- Giovanni Zhang Jingguang,
93288 - Giovanni Wang Rui, seminarista,
- Tommaso Shen Jihe,
93289 - Simone Chen Ximan, laico,
- Pietro Wu Anpeng,
- Francesco Zhang Rong,
93291 - Mattia Fen De, laico,
- Giacomo Yan Guodong,
- Pietro Zhang Banniu,
93290 - Giacomo Zhao Quanxin, laico,
- Pietro Wang Erman.

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Aggiunto il 2011-12-29

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