Quando Francesco salì alla Verna nel 1224, aveva ormai alle spalle una trasformazione radicale. Nato ad Assisi intorno al 1181-1182, figlio del ricco mercante Pietro di Bernardone, aveva abbandonato progressivamente le aspirazioni mondane della giovinezza per dedicarsi a una vita di penitenza, povertà e sequela evangelica. La sua esperienza spirituale era stata segnata fin dagli inizi da una particolare contemplazione di Cristo crocifisso. Il Crocifisso di San Damiano, l'incontro con i lebbrosi, la scelta della povertà e la predicazione del Vangelo avevano costruito progressivamente il centro della sua spiritualità. Negli anni successivi il movimento nato attorno a lui era diventato un grande Ordine religioso. La Regola definitiva dei Frati Minori era stata approvata da papa Onorio III il 29 novembre 1223. Francesco, tuttavia, viveva con crescente sofferenza le difficoltà provocate dall'espansione dell'Ordine, dalle esigenze della sua organizzazione e dalle proprie condizioni fisiche.
Il ritiro alla Verna Dopo il capitolo generale del giugno 1224, Francesco si ritirò sul monte della Verna, presso Chiusi della Verna, nel Casentino. Il luogo apparteneva al conte Orlando di Chiusi, che alcuni anni prima lo aveva donato ai frati. Francesco vi si recò per trascorrere un periodo di solitudine e di preghiera, tradizionalmente descritto come una quaresima di quaranta giorni in onore dell'arcangelo Michele. Era una pratica coerente con la sua consuetudine di ritirarsi periodicamente negli eremi per dedicarsi alla contemplazione. Le fonti ricordano la presenza di frate Leone, suo compagno particolarmente vicino. Proprio Leone è legato a una delle testimonianze più importanti sull'esperienza della Verna: la Chartula, documento autografo di Francesco sul quale egli stesso annotò alcune parole e preghiere e nel quale frate Leone registrò anche il ricordo della visione del serafino e dell'impressione delle stimmate.
La visione del serafino Il racconto più famoso dell'evento proviene da Tommaso da Celano e, in forma più elaborata, dalla Legenda maior di Bonaventura da Bagnoregio. Secondo questa tradizione, mentre Francesco pregava sul monte, vide avvicinarsi dal cielo una figura dotata di sei ali infuocate. Tra le ali appariva un uomo crocifisso. La visione suscitò contemporaneamente gioia e dolore: gioia per la presenza divina e dolore per la contemplazione della Passione. Il significato della visione viene spiegato da Bonaventura come una progressiva trasformazione di Francesco nell'immagine di Cristo. Non si trattava quindi soltanto di un'apparizione straordinaria, ma del compimento di un lungo cammino spirituale fondato sulla contemplazione del Crocifisso. È importante, tuttavia, distinguere il dato storico dalle elaborazioni successive. La presenza della visione del serafino non compare nello stesso modo in tutte le testimonianze più antiche. Anche la Chartula di Francesco, nella nota di frate Leone, parla del serafino e delle stimmate, ma non offre la complessa costruzione narrativa successivamente sviluppata da Bonaventura.
L'impressione delle stimmate Dopo la visione, secondo Tommaso da Celano, sul corpo di Francesco apparvero i segni della Passione. Le mani e i piedi recavano segni simili a chiodi, mentre nel costato comparve una ferita. Bonaventura descrive dettagliatamente le caratteristiche delle lesioni, mentre Celano parla dei segni come di qualcosa che non suscitava orrore ma appariva come un ornamento sul corpo del santo. Le due testimonianze appartengono però a momenti diversi della costruzione della memoria francescana e presentano accenti differenti. La tradizione successiva parlerà delle cinque piaghe di Cristo: due nelle mani, due nei piedi e una nel costato. Il fenomeno fece di Francesco la prima figura cristiana storicamente nota alla quale la tradizione attribuì in modo esplicito le stimmate della Passione. Il dato storico più significativo non è soltanto la descrizione del prodigio, ma la sua collocazione al termine di una vita interamente orientata verso la conformazione a Cristo. Per Francesco, la Croce non era un tema devozionale isolato: costituiva il centro della sua esperienza religiosa.
Il silenzio di Francesco Un elemento particolarmente interessante è che Francesco stesso non lasciò una narrazione autobiografica dell'esperienza della Verna. La sua Chartula costituisce una testimonianza indiretta e preziosissima, ma non possediamo un racconto scritto da lui che descriva dettagliatamente ciò che accadde. Anche questo spiega perché le biografie successive abbiano avuto un ruolo tanto importante nella formazione dell'immagine tradizionale delle stimmate. La prudenza dello stesso Francesco contribuì probabilmente alla progressiva costruzione di una memoria che, negli anni successivi alla sua morte, assunse una forma sempre più precisa.
Gli ultimi anni Le stimmate furono ricevute quando Francesco era ormai gravemente malato. Aveva problemi agli occhi, disturbi dell'apparato digerente e una condizione fisica complessivamente debilitata. Dopo la Verna la sua salute continuò a peggiorare. Nonostante le sofferenze, Francesco proseguì il proprio cammino spirituale. Nel 1225, durante un periodo trascorso presso San Damiano, compose il Cantico delle creature, una delle più importanti testimonianze della letteratura italiana delle origini. Nel suo Testamento ribadì gli elementi fondamentali della propria esperienza: la povertà, la fraternità, il lavoro, il servizio ai lebbrosi e la fedeltà alla forma di vita evangelica. Morì alla Porziuncola nella notte tra il 3 e il 4 ottobre 1226. Fu canonizzato da Gregorio IX ad Assisi il 16 luglio 1228, meno di due anni dopo la morte. La bolla Mira circa nos, datata 19 luglio, costituisce il documento ufficiale della canonizzazione.
Dalla memoria privata al riconoscimento ecclesiale La storia delle stimmate non terminò con la morte di Francesco. Un elemento importante, spesso trascurato nelle narrazioni devozionali, è che la bolla di canonizzazione del 1228 non menziona esplicitamente le stimmate. Questo silenzio è stato oggetto di discussione tra gli studiosi e mostra come la ricezione ecclesiale del fenomeno si sia sviluppata progressivamente. Negli anni successivi, invece, la Santa Sede assunse una posizione sempre più esplicita. Gregorio IX intervenne nel 1237 con la bolla Confessor Domini, mentre ulteriori documenti pontifici contribuirono a consolidare la memoria ecclesiale delle stimmate. La festa liturgica fu successivamente associata al 17 settembre. Benedetto XI, nel 1304, concesse all'Ordine francescano la celebrazione annuale dell'evento. Nel corso dei secoli la memoria liturgica fu ulteriormente recepita e ampliata.
La Verna nella spiritualità francescana La Verna divenne così uno dei luoghi più importanti della memoria francescana. L'episodio delle stimmate trasformò il monte in una sorta di luogo della Passione francescana. Nel corso dei secoli la tradizione interpretò l'evento soprattutto come una straordinaria conformazione di Francesco a Cristo. Anche la Chiesa contemporanea continua a leggere le stimmate in questa prospettiva. Nel 2024, in occasione dell'ottavo centenario dell'evento, papa Francesco ha ricordato le stimmate ricevute alla Verna il 14 settembre 1224 come segno della conformazione a Cristo povero e crocifisso. Anche Giovanni Paolo II, durante la visita alla Verna nel 1993, collegò esplicitamente il Crocifisso di San Damiano, l'incontro con i lebbrosi e l'esperienza della Verna come momenti successivi di un unico itinerario spirituale.
Le fonti e la questione storica La storiografia francescana dispone di una documentazione particolarmente ricca, ma non uniforme. Tra le testimonianze più antiche vi sono gli scritti di Tommaso da Celano, le memorie di frate Leone e altri testi della prima generazione francescana. La Legenda maior di Bonaventura, composta alcuni decenni dopo la morte di Francesco, rappresentò invece una sistemazione organica delle tradizioni precedenti. Per questo motivo è necessario distinguere almeno tre livelli: - l'esistenza di una tradizione molto antica relativa alle stimmate; - la testimonianza della Chartula e delle prime fonti francescane; - la successiva elaborazione teologica e narrativa del significato dell'evento. La storiografia moderna non considera quindi tutte le singole circostanze raccontate dalle biografie medievali come equivalenti sul piano documentario. In particolare, la data precisa, i dettagli della visione e alcuni particolari miracolosi appartengono alla tradizione agiografica, mentre l'esistenza di una memoria antica dell'impressione delle stimmate è documentata da fonti vicine alla prima generazione francescana.
La data del 14 settembre e la festa del 17 settembre Le fonti tradizionali collocano l'evento intorno alla festa dell'Esaltazione della Santa Croce, il 14 settembre 1224. La data è oggi ampiamente utilizzata nella memoria francescana e fu ricordata anche dalla Santa Sede in occasione dell'ottavo centenario. Il 17 settembre è invece la data della celebrazione liturgica dell'Impressione delle Stimmate. Le due date non devono quindi essere confuse: 14 settembre 1224 indica tradizionalmente il momento dell'evento; 17 settembre è la festa liturgica che ne commemora la memoria.
Le stimmate nell'arte L'episodio della Verna ebbe un'enorme influenza sull'arte occidentale. Tra le rappresentazioni più celebri vi sono quelle della Basilica superiore di Assisi, dove il ciclo francescano presenta Francesco davanti al serafino crocifisso. L'immagine divenne progressivamente uno degli schemi iconografici più riconoscibili della santità medievale. La rappresentazione artistica non fu tuttavia sempre identica. Le prime immagini possono distinguersi dalle opere posteriori per il modo in cui viene rappresentato il serafino, per la presenza o meno delle stimmate sul corpo di Cristo e per la rappresentazione dei raggi che collegano la figura celeste a Francesco. La ricerca storico-artistica ha evidenziato come queste differenze riflettano anche l'evoluzione delle diverse interpretazioni delle fonti francescane.
Il significato spirituale La peculiarità delle stimmate di Francesco non consiste soltanto nell'eccezionalità del fenomeno, ma nel significato che esso assunse all'interno della sua intera esperienza. Francesco non cercò semplicemente di contemplare Cristo: volle vivere secondo il Vangelo e conformarsi alla sua vita. La povertà, il servizio ai lebbrosi, la fraternità, la predicazione, la pace e la contemplazione della Croce facevano parte di un unico itinerario. Le stimmate furono quindi interpretate dalla tradizione come il compimento corporeo di un processo spirituale già iniziato molti anni prima. Benedetto XVI, parlando alla Verna nel 2012, definì la vicenda delle stimmate come un elemento unico e fondamentale della storia del luogo e richiamò la centralità dell'amore di Cristo crocifisso nella spiritualità francescana.
Curiosità - Francesco è tradizionalmente considerato il primo santo della storia cristiana al quale siano state attribuite le stimmate della Passione di Cristo. - La memoria delle stimmate è legata soprattutto al monte della Verna, ancora oggi uno dei principali luoghi francescani. - La Chartula di Francesco conserva una testimonianza particolarmente importante perché appartiene direttamente alla documentazione autografa del santo e contiene una nota di frate Leone relativa alla visione e all'impressione delle stimmate. - Dante Alighieri ricorda le stimmate di Francesco nel canto XI del Paradiso, definendole l'ultimo e definitivo 'sigillo' della sua vita. - L'episodio ebbe un'importanza eccezionale nella storia dell'arte medievale, contribuendo a fissare l'immagine di Francesco come uomo radicalmente conformato al Cristo crocifisso. - Nel 2024 è stato celebrato l'ottavo centenario delle stimmate, con numerose iniziative alla Verna e in altri luoghi francescani.
Cronologia - 1181/1182 - Nasce Francesco ad Assisi. - 1205-1206 circa - Inizia il decisivo percorso di conversione. - 1209/1210 - La prima forma di vita dei frati viene accolta da papa Innocenzo III. - 1223 - Onorio III approva la Regola dei Frati Minori. - 1224 - Francesco si ritira alla Verna. - 14 settembre 1224 - Secondo la tradizione, riceve le stimmate durante la festa dell'Esaltazione della Santa Croce. - 1225 - Compone il Cantico delle creature. - 3 ottobre 1226 - Muore alla Porziuncola. - 16 luglio 1228 - Gregorio IX canonizza Francesco ad Assisi. - 19 luglio 1228 - Viene emanata la bolla di canonizzazione Mira circa nos. - 1237 - Gregorio IX interviene ufficialmente sulla memoria delle stimmate con la bolla Confessor Domini. - 1304 - Benedetto XI concede ai francescani la celebrazione liturgica annuale dell'Impressione delle Stimmate. - 17 settembre - La Chiesa celebra la memoria liturgica dell'Impressione delle Stimmate di san Francesco. - 2024 - Ricorre l'ottavo centenario dell'evento della Verna.
Valutazione storico-agiografica - L'episodio delle stimmate occupa una posizione particolare nella biografia di Francesco. La documentazione antica consente di affermare con sicurezza che la prima tradizione francescana collegò Francesco a un'esperienza alla Verna e alla impressio stigmatum. Non tutti i dettagli tramandati dalle biografie posteriori possiedono però lo stesso grado di documentazione. - La visione del serafino, la forma delle ferite, i particolari dell'apparizione e gli episodi miracolosi successivamente associati alle stimmate appartengono alla progressiva elaborazione agiografica dell'evento. Ciò non significa che debbano essere semplicemente respinti: essi costituiscono una parte essenziale della storia della memoria di Francesco e della spiritualità francescana. - Il dato storicamente più significativo è proprio questa evoluzione: da un'esperienza custodita nella memoria dei primi compagni a un episodio centrale della santità francescana, progressivamente riconosciuto e celebrato dalla Chiesa. La Verna divenne così il luogo nel quale la tradizione vide concentrarsi il significato dell'intera esistenza di Francesco: seguire Cristo fino alla Croce. Autore: Giampietro Cattini
Il Martirologio Romano al 17 settembre rievoca: “Sul monte della Verna, in Toscana, la commemorazione dell'Impressione delle sacre Stimmate, che, per meravigliosa grazia di Dio, furono impresse nelle mani, nei piedi e nel costato di san Francesco, Fondatore dell'Ordine dei Minori”.
Poche e sintetiche parole per descrivere un evento straordinario, e mai sino ad allora verificatosi, che si compì sul monte della Verna, mentre un’estate della prima metà del ‘200 volgeva al termine, e che schiere innumerevoli di santi, uomini e donne di Dio, ripeterono nella loro vita.
Anche numerosi artisti si ispirarono a quel primo episodio, immortalandolo in tele ed affreschi. Basti solo ricordare qui, tra i più famosi, quelli di Giotto nella Basilica superiore del Poverello in Assisi.
Poche parole quelle del Martirologio, dunque. Maggiori dettagli li forniscono i primi biografi del Santo. In special modo, S. Bonaventura da Bagnoregio che, nella sua “Legenda Major”, non manca di riferirne con dovizia anche i particolari.
Correva l’anno 1224. S. Francesco d’Assisi, due anni prima di morire, voleva trascorrere nel silenzio e nella solitudine quaranta giorni di digiuno in onore dell'arcangelo S. Michele. Era, del resto, abitudine del Santo d’Assisi ritirarsi, come Gesù, in luoghi solitari e romitori per attendere alla meditazione ed all’unione intima con il Signore nella preghiera. Sapeva, infatti, che ogni apostolato era sterile se non sostenuto da una crescita spirituale della propria vita interiore. Molti luoghi dell’Umbria, della Toscana e del Lazio vantano di aver ospitato il Poverello d’Assisi in questi suoi frequenti ritiri.
La Verna era uno di questi e certamente era quello che il Santo prediligeva. Già all’epoca di Francesco era un monte selvaggio – un “crudo sasso” come direbbe Dante Alighieri – che s’innalza verso il cielo nella valle del Casentino. La sommità del monte è tagliata per buona parte da una roccia a strapiombo, tanto da farla assomigliare ad una fortezza inaccessibile. La leggenda vuole che la fenditura profonda visibile, con enormi blocchi sospesi, si sia generata a seguito del terremoto che succedette alla morte di Gesù sul Golgota.
Esso era proprietà del conte Orlando da Chiusi di Casentino, il quale, nutrendo una grande venerazione per Francesco, volle donarglielo. Qui i frati del Poverello vi costruirono una piccola capanna.
In quello luogo Francesco era intento a meditare, per divina ispirazione, sulla Passione di Gesù quando avvenne l’evento prodigioso. Pregava così: “O Signore mio Gesù Cristo, due grazie ti priego che tu mi faccia, innanzi che io muoia: la prima, che in vita mia io senta nell’anima e nel corpo mio, quanto è possibile, quel dolore che tu, dolce Gesù, sostenesti nella ora della tua acerbissima passione, la seconda si è ch' io senta nel cuore mio, quanto è possibile, quello eccessivo amore del quale tu, Figliuolo di Dio, eri acceso a sostenere volentieri tanta passione per noi peccatori”.
La sua preghiera non rimase inascoltata. Fu fatto degno, infatti, di ricevere sul proprio corpo i segni visibili della Passione di Cristo. Il prodigio avvenne in maniera così mirabile che i pastori e gli abitanti dei dintorni riferirono ai frati di aver visto per circa un’ora il monte della Verna incendiato di un vivo fulgore, tanto da temere un incendio o che si fosse levato il sole prima del solito.
Scriveva S. Bonaventura da Bagnoregio: “Un mattino, all'appressarsi della festa dell'Esaltazione della santa Croce, mentre pregava sul fianco del monte, vide la figura come di un serafino, con sei ali tanto luminose quanto infocate, discendere dalla sublimità dei cieli: esso, con rapidissimo volo, tenendosi librato nell'aria, giunse vicino all'uomo di Dio, e allora apparve tra le sue ali l'effige di un uomo crocifisso, che aveva mani e piedi stesi e confitti sulla croce. Due ali si alzavano sopra il suo capo, due si stendevano a volare e due velavano tutto il corpo. A quella vista si stupì fortemente, mentre gioia e tristezza gli inondavano il cuore. Provava letizia per l'atteggiamento gentile, con il quale si vedeva guardato da Cristo, sotto la figura del serafino. Ma il vederlo confitto in croce gli trapassava l'anima con la spada dolorosa della compassione. Fissava, pieno di stupore, quella visione così misteriosa, conscio che l'infermità della passione non poteva assolutamente coesistere con la natura spirituale e immortale del serafino. Ma da qui comprese, finalmente, per divina rivelazione, lo scopo per cui la divina provvidenza aveva mostrato al suo sguardo quella visione, cioè quello di fargli conoscere anticipatamente che lui, l’amico di Cristo, stava per essere trasformato tutto nel ritratto visibile di Cristo Gesù crocifisso, non mediante il martirio della carne, ma mediante l'incendio dello spirito” (Leg. Maj., I, 13, 3).
Fu Gesù stesso, nella sua apparizione, a chiarire a Francesco il senso di tale prodigio: “Sai tu … quello ch' io t’ho fatto? Io t’ho donato le Stimmate che sono i segnali della mia passione, acciò che tu sia il mio gonfaloniere. E siccome io il dì della morte mia discesi al limbo, e tutte l’anime ch' io vi trovai ne trassi in virtù di queste mie Istimate; e così a te concedo ch' ogni anno, il dì della morte tua, tu vadi al purgatorio, e tutte l’anime de’ tuoi tre Ordini, cioè Minori, Suore e Continenti, ed eziandio degli altri i quali saranno istati a te molto divoti, i quali tu vi troverai, tu ne tragga in virtù delle tue Istimate e menile alla gloria di paradiso, acciò che tu sia a me conforme nella morte, come tu se’ nella vita” (“Delle Sacre Sante Istimate di Santo Francesco e delle loro considerazioni”, III considerazione).
Continuava ancora S. Bonaventura che, scomparendo, la visione lasciò nel cuore del Santo “un ardore mirabile e segni altrettanto meravigliosi lasciò impressi nella sua carne. Subito, infatti, nelle sue mani e nei suoi piedi, incominciarono ad apparire segni di chiodi, come quelli che poco prima aveva osservato nell'immagine dell'uomo crocifisso. Le mani e i piedi, proprio al centro, si vedevano confitte ai chiodi; le capocchie dei chiodi sporgevano nella parte interna delle mani e nella parte superiore dei piedi, mentre le punte sporgevano dalla parte opposta. Le capocchie nelle mani e nei piedi erano rotonde e nere; le punte, invece, erano allungate, piegate all'indietro e come ribattute, ed uscivano dalla carne stessa, sporgendo sul resto della carne. Il fianco destro era come trapassato da una lancia e coperto da una cicatrice rossa, che spesso emanava sacro sangue, imbevendo la tonaca e le mutande” (Leg. Maj., I, 13, 3).
A proposito ancora dei segni della Passione, il primo biografo del Santo, l’abruzzese Tommaso da Celano, nella sua “Vita Prima di S. Francesco d’Assisi”, sosteneva che “era meraviglioso scorgere al centro delle mani e dei piedi (del Poverello d’Assisi), non i fori dei chiodi, ma i chiodi medesimi formati di carne dal color del ferro e il costato imporporato dal sangue. E quelle stimmate di martirio non incutevano timore a nessuno, bensì conferivano decoro e ornamento, come pietruzze nere in un pavimento candido” (II, 113).
Nonostante le ampie descrizioni e resoconti ed il fatto che vi fossero numerosi testimoni oculari delle stigmate, non può tacersi la circostanza che la bolla di canonizzazione di S. Francesco del 19 luglio 1228 “Mira circa nos”, risalente ad appena due anni dopo la morte del Santo, non ne faccia alcun cenno.
Non mancarono in verità, già da parte di alcuni contemporanei, contestazioni ed opposizioni, ritenendo quei segni impressi nelle carni del Patrono d’Italia frutto di una frode.
Lo stesso Gregorio IX, prima di procedere alla canonizzazione di Francesco, pare nutrisse dei dubbi riguardo a quel fatto prodigioso. E’ sempre S. Bonaventura, nel capitolo della sua “Legenda Major” dedicato alla “Potenza miracolosa della Stimmate” del Poverello, a parlarne.
Scriveva che “Papa Gregorio IX, di felice memoria, al quale il Santo aveva profetizzato l’elezione alla cattedra di Pietro, nutriva in cuore, prima di canonizzare l’alfiere della croce (cioè S. Francesco), dei dubbi sulla ferita del costato. Ebbene, una notte, come lo stesso glorioso presule raccontava tra le lacrime, gli apparve in sogno il beato Francesco che, con volto piuttosto severo, lo rimproverò per quelle esitazioni e, alzando bene il braccio destro, scoprì la ferita e gli chiese una fiala, per raccogliere il sangue zampillante che fluiva dal costato. Il sommo Pontefice, in visione, porse la fiala richiesta e la vide riempirsi fino all'orlo di sangue vivo. Da allora egli si infiammò di grandissima devozione e ferventissimo zelo per quel sacro miracolo, al punto da non riuscire a sopportare che qualcuno osasse, nella sua superbia e presunzione, misconoscere la realtà dei quei segni fulgentissimi, senza rimproverarlo duramente” (Leg. Maj., II, 1, 2).
Tale episodio fu magistralmente rievocato da Giotto negli affreschi della Basilica superiore del Santo in Assisi.
La Chiesa, comunque, dopo maturo giudizio, con ben nove bolle pontificie (di Gregorio IX, di Alessandro IV e di Niccolò III), susseguitesi tra il 1237 ed il 1291, difese la realtà delle stigmate di Francesco, senza peraltro esprimere un’interpretazione definitiva del fenomeno, la cui genesi è soprannaturale e deriva dall’Amore.
Non a caso un dottore della Chiesa, S. Francesco di Sales, nel suo “Trattato dell'amor di Dio” del 1616, metteva in relazione le stigmate del Santo d'Assisi con l'amore di compassione verso il Cristo crocifisso, affermando che quest’ultimo trasformò l’anima del Poverello in un “secondo crocifisso”. S. Giovanni della Croce aggiungeva che le stigmate sono la manifestazione, la conseguenza della ferita d'amore e che per renderle visibili occorresse un intervento soprannaturale.
La Chiesa riconobbe la straordinarietà del fenomeno verificatosi nel 1224, inteso quale segno privilegiato concesso da Cristo al suo umile servo di Assisi, anche da un punto di vista liturgico, inserendo la ricorrenza nel calendario. Papa Benedetto XI Boccasini da Treviso, infatti, concesse all’Ordine Francescano ed all’intero Orbe cattolico di celebrarne annualmente il ricordo il 17 settembre.
Autore: Francesco Patruno
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