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Servo di Dio Giulio Facibeni Sacerdote

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Galeata (Forlì), 29 luglio 1884 – Firenze - Rifredi, 2 giugno 1958


Molte città durante la loro storia antica o recente, hanno avuto dei periodi in cui si sono accomunati delle personalità che primeggiarono in vari campi, come la politica, la religione, l’arte, la scienza, la dottrina, la carità, il sociale; costituendo delle stagioni “irripetibili” per la storia di quella città o provincia e lasciando poi un segno tangibile delle loro Opere e del loro pensiero, in eredità alle generazioni successive.
Anche Firenze città d’arte per eccellenza, conobbe nel Rinascimento una tale esperienza, soprattutto nell’arte, ma tralasciando altri periodi, prendiamo in esame un periodo più recente, quello degli anni prima, durante e dopo la Seconda Guerra Mondiale e fra le tante figure nei vari campi, ci limitiamo a segnalare la singolare esperienza sociale-politica-religiosa, che vide lavorare in sintonia persone come Giorgio La Pira servo di Dio, politico, sociologo, professore universitario, sindaco, laico impegnato nella Chiesa; don Lorenzo Milani, sacerdote e innovatore pedagogico; il servo di Dio cardinale Elia Dalla Costa, arcivescovo di Firenze; don Giulio Facibeni servo di Dio, sacerdote, parroco, fondatore di opere sociali.
E di Giulio Facibeni parliamo in questa scheda, egli nacque a Galeata (Forlì) il 29 luglio 1884 in una modestissima famiglia di undici figli, crebbe come lui stesso disse, con l’ansia degli studi e dell’impossibilità di compierli, in una Romagna appassionata da lotte sociali e anticlericali, in quella fine del XIX secolo.
La disponibilità economica però era pressoché nulla, un suo zio dopo le classi elementari, intenzionato ad aiutarlo, purché non si parlasse di preti, lo fece lavorare in uno studio notarile; finché il padre riuscì a metterlo come esterno a Faenza.
Compì gli studi ginnasiali e liceali nel locale seminario tra il 1899 e il 1904; da lì si spostò all’Università di Firenze iscrivendosi alla Facoltà di Lettere e per mantenersi agli studi faceva l’assistente nel semiconvitto delle Scuole Pie fiorentine. La frequentazione con gli Scolopi, fu fondamentale per la sua formazione; ebbe così più chiara la sua vocazione sacerdotale, con una tendenza all’apostolato fra i giovani.
Fra gli Scolopi ebbe grandi maestri di cultura e vita religiosa, che lo seguirono nella sua vocazione, e fra tutti padre Giovannozzi, che fu il suo vero direttore spirituale.
Dopo le varie tappe necessarie, finalmente il 21 dicembre 1907 fu ordinato sacerdote da mons. Cammelli, vescovo di Fiesole; le sue prime esperienze di apostolato furono tra le figlie dei carcerati all’Istituto Maria Maddalena; nelle scuole parrocchiali serali di S. Maria al Pignone e fra gli studenti medi; divenne l’animatore di un gruppo di giovani chiamato “Italia Nuova” che univa al più sincero patriottismo, la più genuina formazione religiosa.
Dopo cinque anni, nel 1912 fu mandato come viceparroco a Rifredi nella pieve di S. Stefano in Pane, zona popolare operaia di Firenze, che rappresentava la disgregazione della tradizionale parrocchia. In questo ambiente si profuse con un encomiabile zelo a suscitare opere sociali, di carità, di organizzazione cattolica; nella piena ubbidienza al vescovo che l’aveva destinato lì, e lasciando con dolore l’insegnamento e soprattutto il conseguimento della laurea, che sembrava così prossima; per lui furono: “giorni di sgomento e di trepidazione indicibile”.
Il nuovo campo del suo apostolato era la zona industriale di Firenze, che proprio in quel periodo si avviava ad una trasformazione ambientale e sociale di grande rilievo; alla vecchia borgata si aggiungeva ora una popolazione diversa, alla ricerca di un lavoro, senza tradizioni, senza un indirizzo religioso e percorsa da fremiti sociali inquietanti.
Un ambiente ostile e difficilissimo per un prete. Per stabilire un legame fra tutti, diede vita ad un “Bollettino parrocchiale” (1° maggio 1913); nell’estate del 1914 scoppiò la Prima Guerra Mondiale e nel giugno 1915 anche l’Italia entrò in guerra e come da tutta Italia anche a Rifredi, i giovani lasciavano le loro famiglie per il fronte e don Giulio Facibeni pensò di alleviare il disagio delle famiglie rimaste senza gli uomini, aprendo il 1° luglio 1915, presso la Pieve di S. Stefano, un ‘nido per i figli dei richiamati’, cioè un asilo gratuito e gestito dai volontari della parrocchia.
Quest’iniziativa lasciò un segno indelebile nel giovane parroco, per le basi della sua futura Opera. La guerra assunse una dimensione senza precedenti per il numero di Nazioni coinvolte, l’enorme numero di soldati impegnati, per l’elevata quantità di morti, feriti, mutilati, per il nuovo tipo di armi usate (sommergibili, mitragliatrici, bombardamenti aerei, gas) che sconvolsero uomini e paesi, apportando uno scoraggiamento ed un orrore nei soldati e fra le popolazioni, più o meno direttamente coinvolte.
Padre Giulio Facimbeni dovette partire anche lui per la zona di guerra, come cappellano militare e nel luglio 1916 era sul fronte dell’Isonzo e poi sul Monte Grappa, dove prestò la sua opera di assistente religioso fra i morenti, e negli ospedali da campo, portando il conforto della Fede ai giovani soldati, i quali strappati alla pace delle loro famiglie e delle loro comunità, erano impegnati in furiosi, violenti attacchi, ritirate, contrattacchi, riparati nelle trincee, combattendo nonostante le sofisticate armi, anche in sanguinosi corpo a corpo con le baionette.
E come questi uomini, anche don Facibeni non riuscirà più a dimenticare le violenze, il tanto sangue versato, la vista della morte di tanti giovani; gli storici hanno classificato la generazione del 1914, la “generazione perduta”.
Per la sua dedizione sul fronte bellico, incurante del pericolo nemico, gli fu concessa la medaglia d’argento; ritornò a Rifredi nel 1919 a guerra finita, stremato nel fisico e nella memoria la visione di tante tragedie; qui trovò la parrocchia in preda a tensioni sociali e politiche molto gravi, per cui si rimise al lavoro alacremente.
Nel 1919 fondò l’Unione “Salviamo i Fanciulli”, rilanciò il Bollettino chiamandolo “Voce paterna” con il quale, con lo stile della conversazione familiare, raggiungeva tutti, sottolineando un proposito di paternità spirituale.
Divenne molto richiesto nell’ambiente fiorentino, per il suo messaggio vibrante nelle manifestazioni cattoliche e nei congressi. Tentò, ma invano, di sistemare presso degli Istituti alcuni orfani di guerra, ma la retta da pagare non era sostenibile per lui, così nel 1923 avvenne la svolta decisiva; don Giulio pensò: perché non occuparsi lui stesso di questi bambini così sfortunati? E nel ricordo della sua esperienza di guerra sul Monte Grappa, dove qualche decennio prima, il cardinale Giuseppe Sarto, poi papa s. Pio X, aveva collocato sulla vetta la statua della “Madonnina” come poi veniva chiamata dai soldati; don Giulio Facibeni pose la prima pietra dell’Opera della Divina Provvidenza “Madonnina del Grappa”, che essendo un’Opera della Provvidenza, doveva avere uno stile di vita affidato tutto a lei, con i tratti inconfondibili delle Opere volute da Dio.
L’Istituto fu inaugurato il 4 novembre 1924, diventando la famiglia degli orfani di guerra e di altre disgrazie e nel contempo una piccola Chiesa missionaria operante con il filo conduttore della carità, in mezzo al rione operaio di Rifredi, con una spiritualità che faceva riferimento soprattutto al Cottolengo.
Cominciò per lui l’angoscia del denaro necessario per i creditori, che non l’avrebbe più lasciato; non gli fu risparmiata la delusione di essere lasciato, dopo l’entusiasmo iniziale, da collaboratori e sostenitori. I primi dodici orfani presenti all’inaugurazione, divennero cento dopo quattro anni, 350 nel 1939, 1200 nel 1949; nella sua Opera confluirono orfani anche della più disastrosa Seconda Guerra Mondiale, inoltre ebrei ricercati e rifugiati politici; le Case si moltiplicarono in tutta la Toscana e fuori.
Papa Pio XII nel 1949 alla fine della guerra, lo ricevé con i suoi collaboratori in una confortante udienza a suggello dei 30 anni della sua lodevole attività, partita con cinque orfanelli che non riusciva a sistemare.
Don Facibeni fra le molteplici attività fu l’animatore dell’UNITALSI; direttore della “Lega di preghiera e di carità per i carcerati” da lui fondata a Firenze nel 1938 insieme a madre Cowles e padre Naegel; direttore della Sezione fiorentina dell’ONARMO nel 1943; direttore di ‘Vita parrocchiale’ pubblicazione della diocesi di Firenze.
Fu nell’emergenza punto di riferimento per carcerati, soldati, ebrei; si autodefiniva “il povero facchino della Provvidenza Divina” ma i suoi figli e parrocchiani lo chiamavano ‘il padre’, appellativo che meglio esprimeva il segreto della sua pastorale, della sua spiritualità, della sua pedagogia.
Negli ultimi dieci anni della sua vita, fu colpito da una forma gravissima del morbo di Parkinson, che lo ridusse ad essere dipendente totalmente dagli altri, impossibilitato ad agire nelle attività fisiche più elementari. Ma l’essere padre richiedeva una capacità di amore e di dedizione senza riserve, un vivere per i figli e nei figli, fino a spogliarsi di tutto; proprio in quegli anni di malattia padre Facimbeni meritò quel titolo che orami già da tempo tutta Firenze gli riconosceva.
Il grande pittore Pietro Annigoni parlando di don Giulio, affermava con una stupefacente frase “dopo aver visto gli occhi di don Giulio Facibeni, non si può dubitare dell’esistenza di Dio”.
Morì a Rifredi - Firenze il 2 giugno 1958 e il processo per la sua beatificazione fu aperto il 10 agosto 1989; la sua Opera continua con i suoi sacerdoti anche in Albania e in Brasile.


Autore:
Antonio Borrelli

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Aggiunto il 2003-10-07

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