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Servo di Dio Giovanni Palatucci Martire

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Montella, Avellino, 31 maggio 1909 - Dachau, 10 febbraio 1945

Giovanni Paolo Il lo ha annoverato tra i martiri del XX secolo. Certamente Giovanni Palatucci, nato a Montella (AV) il 31 maggio 1909, ha testimoniato la sua fede Fino all'estremo sacrificio. A Fiume, prima come responsabile dell'Ufficio stranieri, poi come questore, dal '39 al '44 riesce a strappare circa cinquemila ebrei ai campi di sterminio, Alla fine, pur potendosi mettere in salvo, continua la sua opera. Arrestato dai nazisti, muore nei febbraio del 1945 nel lager di Dachau, a soli 36 anni. In una lettera ai genitori dice: «Ho la possibilità di fare un po' di bene, e i beneficiati da me sono assai riconoscenti. Nel complesso riscontro molte simpatie. Di me non ho altro di speciale da comunicare». Nel 1990 lo Yad Vashem lo insignisce dei titolo di «Giusto tra le nazioni».



Papà lo vorrebbe avvocato, ma lui, pur laureandosi in giurisprudenza, non se la sente di esercitare, perché “mi è impossibile domandare soldi a chi ha bisogno del mio patrocinio per avere giustizia”. Da Avellino viene a Moncalieri a fare il militare e nel 1936 entra in polizia, assegnato alla questura di Genova. Però vi resta poco, per colpa del suo parlare schietto e della sua dirittura morale, che lo hanno portato a pubblicamente denunciare l’eccessiva burocratizzazione degli uffici e l’inerzia di alcuni colleghi. Il regime non dimostra di gradire la critica, anche se saggia e indirizzata ad un miglioramento del servizio, e così il coraggioso vice commissario viene mandato al “confine” nel senso letterale del termine, relegandolo  a Fiume, città istriana ai confini orientali della Penisola. Qui si vede affidare la responsabilità dell’Ufficio stranieri e, forse per la prima volta, un allontanamento punitivo diventa una provvidenza per tanti. Il giovane funzionario si trova immerso nella variegata umanità che transita in questo crocevia etnico-religioso e che lui accosta con gentilezza, disponibilità e infinita carità. Non sono soltanto doti umane, le sue, o meglio sono qualità congenite maturate alla luce del Vangelo e che cerca di incarnare nella vita di ogni giorno. Al confine italiano, però, premono soprattutto gli ebrei, già perseguitati dalle leggi razziali in vigore nei territori iugoslavi occupati dai nazisti e che guardano all’Italia come ad una via di salvezza. Che tale, però, non è più, quando anche in Italia vengono introdotte le leggi razziali, ed è precisamente a questo punto che la coscienza del vicequestore ha uno scatto di ribellione: “Vogliono farci credere che il cuore sia solo un muscolo e ci vogliono impedire di fare quello che il cuore e la nostra religione ci dettano”, e subito dimostra di saper dare precedenza alla legge di Dio piuttosto che alle disposizioni degli uomini.  Approfittando del suo ruolo chiave in questura, usa la sua fantasia, le sue capacità e le sue conoscenze per salvare dalla deportazione gli ebrei in transito per Fiume: li smista nei campi profughi dell’Italia meridionale, già in mano agli Alleati; li dirotta nella diocesi di Campagna (Salerno), di cui suo zio è vescovo e che, di fatto, diventa il suo più valido collaboratore in quest’opera umanitaria; li sostiene, li sfama e li riveste, fornendo loro documenti falsi o cercando di occultarli in istituti religiosi o presso famiglie amiche. È una ciclopica attività di salvataggio di vite ormai destinate alle camere a gas, per la quale si fida di pochissimi collaboratori, anche se, in realtà, di bocca in bocca gli ebrei si passano la notizia di quel poliziotto tutto carità, che li attende a Fiume per dare loro un mano. Ben cosciente dei pericoli cui va incontro e consapevole che prima o poi, come Cristo, la sua strada incrocerà quella del “suo” Giuda, riesce a salvare, secondo stime approssimative, cinquemila ebrei prima dell’8 settembre 1943, almeno un migliaio dopo. La sua diventa una lucida e appassionata difesa della vita umana, in nome della fede professata apertamente; e per questa, che considera la sua missione, sacrifica qualsiasi progetto di farsi una famiglia, la sua sicurezza personale e anche la possibilità di mettersi in salvo. Mentre tutti, anche il questore, abbandonano Fiume in mano ai nazisti, lui resta al suo posto; non accetta una promozione a Caserta; non varca il confine della Svizzera, come gli sta proponendo l’amico console, perché è cosciente che solo restando dietro la sua scrivania gli sarà possibile salvare altre vite umane. I nazisti, ormai sicuri del suo tradimento, vengono ad arrestarlo e, in base ai documenti trovatigli in casa, lo accusano di intelligenza con il nemico. Condannato a morte, si vede commutare la pena capitale con l’internamento a Dachau, dove arriva a fine ottobre 1944. Quattro mesi dopo, il 10 febbraio, vi muore, a 36 anni, stroncato dalle sevizie, dalla mancanza di cibo e forse dal tifo. Proclamato “Giusto fra le Nazioni” e insignito con varie decorazioni alla memoria in Israele e in Italia, il poliziotto Giovanni Palatucci, “ultimo questore” di Fiume italiana ora è anche candidato alla canonizzazione (il processo è iniziato nel 2002) e tra non molto potremmo venerarlo sugli altari.

Autore: Gianpiero Pettiti

 


 

Giovanni Palatucci nacque in Irpinia, a Montella (AV), il 31 maggio 1909 da Felice e Angelina Molinari. Dopo una formazione familiare fondata sui valori cristiani della vita - che lo rese sensibile al prossimo ed agli alti ideali - conseguì il diploma liceale a Benevento e successivamente, si laureò in Giurisprudenza a Torino.
Superati gli esami da procuratore legale, nonostante il parere contrario del padre che lo avrebbe voluto avvocato nel luogo natio, frequentò a Roma - presso la Scuola Superiore di Polizia - il 14° corso per Vice Commissario di Pubblica Sicurezza.
Assegnato inizialmente a Genova, il 15 novembre 1937 fu trasferito alla Questura di Fiume, dove gli fu affidata la direzione dell’Ufficio Stranieri con la qualifica di Commissario.
A seguito delle leggi razziali antisemitiche del luglio-novembre 1938, lo videro impegnato nell’aiuto agli Ebrei e a tutti coloro che, a causa dell’occupazione tedesca, si trovavano a transitare dal confine istriano verso luoghi più sicuri.
A migliaia furono i perseguitati da lui soccorsi, con ogni stratagemma possibile; in particolare venivano orientati verso il campo di raccolta di Campagna (SA), dove era Vescovo lo zio, Mons. Giuseppe Maria Palatucci.
La sua opera si fece ancor più intensa all’indomani dell’Armistizio (8 settembre 1943) con l’occupazione militare tedesca, quando Fiume venne annessa al Terzo Reich. In quel contesto di generale disfacimento politico, il giovane funzionario, divenne un punto di riferimento di umanità e salvezza per tutti i cittadini e particolarmente per i perseguitati politici e razziali.
Nominato Questore Reggente, intensificò l’aiuto, utilizzando la sua autorevolezza istituzionale. Circa seimila furono gli Ebrei ed i perseguitati politici salvati in quegli anni.
Malgrado i sospetti della polizia politica del Terzo Reich, fedele al giuramento che aveva segnato il suo ingresso in Polizia e agli insegnamenti umani ricevuti dai familiari, Palatucci rimase al suo posto per continuare la sua preziosa opera, esponendosi all’inevitabile arresto.
Arrestato dalla Gestapo il 13 settembre 1944, fu condotto nel carcere di Trieste, dove venne condannato a morte; graziato, con la commutazione della pena, fu poi deportato il 22 settembre 1944 nel campo di sterminio di Dachau (Germania), con matricola 117826. Il 10 febbraio 1945 morì di stenti - da martire - a poche settimane dalla liberazione e fu sepolto in una fossa comune.
Giovanni Palatucci é stato commemorato con grandi onori in Israele; nel 1953 gli è stata intitolata una strada nella città di Ramat Gan, con 36 alberi, uno per ciascun anno della sua vita; nel 1955 è stato proclamato Giusto d’Israele e in sua memoria è stata piantata una foresta presso Gerusalemme. Sempre nel 1955 dall’Unione delle Comunità Israelitiche Italiane gli è stata concessa una medaglia d’oro, in segno di gratitudine.
In occasione della Festa della Polizia, (Roma, 19 maggio 1995), il Questore Palatucci è stato decorato alla memoria dal Presidente della Repubblica Italiana, Oscar Luigi Scalfaro, con la Medaglia d’Oro al Merito Civile.
Il 21 marzo 2000 il Vicariato di Roma ha emesso l’Editto per l’apertura del processo di beatificazione del Servo di Dio Giovanni Palatucci, avvenuta il 09 ottobre 2002.
Inoltre, in occasione della cerimonia ecumenica Giubilare del 7 maggio 2000, il Santo Padre Giovanni Paolo II lo ha annoverato tra i martiri del XX Secolo.

Autore: Filippo Marino

 


 

Giovanni Palatucci è stato un uomo del novecento, il secolo che ha concretizzato le cosiddette “idee assassine” (nazismo e comunismo) e la sua vita si è svolta tutta in questo ambiente, pagando di persona per mostrarne l’inadeguatezza con l’essere umano.
E’ nato proprio ad inizio del secolo scorso, nel 1909 a Montella, in provincia di Avellino, ed è morto nel campo di concentramento di Dachau, nel febbraio del 1945.
Giovanni Palatucci, dopo la maturità classica e il servizio militare prestato in qualità di Ufficiale di Complemento a Moncalieri, ha conseguito, nel 1932 a Torino, la Laurea in Giurisprudenza. Dopo aver compreso la sua difficoltà personale ad intraprendere la carriera di avvocato, vista l’incapacità di chiedere compensi per fare giustizia, nel 1936 è entrato in Polizia ed, a termine del corso per Allievo Commissario, è stato assegnato alla Squadra Mobile della Questura di Genova. Da qui è stato trasferito verso una sede disagiata, a seguito di una sua presa di posizione, pubblicata su un quotidiano locale, nella quale rivendicava la necessità di una polizia meno burocratica e più vicina alla gente. Fiume, oggi Rijeka in Croazia, è diventato il luogo in cui è riuscito veramente a fare quanto chiedeva: servire la gente. Nella Questura di Fiume, a Palatucci, verrà affidata la direzione dell’Ufficio Stranieri.
Il suo stile serio, benevole e laborioso, originato e misurato dalla sequela alla propria coscienza, nonché modi e gusti profondamente eleganti, gli hanno permesso di distinguersi subito all’interno della Questura. Era quindi un uomo apprezzato, perché il bene s’impone, ma anche fortemente ostacolato per questa sua attenzione verso il prossimo, verso l’uomo, al quale nessuno può negare la dignità di persona, proprio come aveva appreso dal clima religioso famigliare. L’opposizione ad una cultura disumana che voleva distinguere gli uomini in base alla razza, alla provenienza, al loro essere religiosi non ha mancato di creargli molte difficoltà lavorative, quando invece l’adeguarsi al clima culturale gli avrebbe permesso una carriera di successo. In una lettera inviata alla famiglia, nel 1941, Giovanni Palatucci ha espresso il peso di questo ambiente, ma anche la gioia di renderne possibile uno diverso: ‹‹[i miei superiori] sanno pure che – grazie a Dio - sono diverso da loro. Siccome lo so anch’io, i rapporti sono di buon vicinato, ma non cordiali …. Non è a loro che chiedo soddisfazione, ma al mio lavoro, che me ne dà molte. Ho la possibilità di fare un po’ di bene, e i beneficiati da me sono assai riconoscenti››.
Non era un buono che eludeva la lotta, ma uno che lottava per ciò che era buono, vero, nobile e giusto. Potremmo anche dire che quella di Giovanni Palatucci è stata una vita quotidianamente eroica, perché attenta, giorno per giorno, a difendere l’uomo più debole e giusto, che ha riconosciuto grazie alla sua abitudine di inginocchiarsi, tutti i giorni, sotto il crocifisso.
L’attività principale che lo ha reso esemplare, per l’eroicità con la quale ha vissuto la virtù della carità, è stata quella di salvare la vita a milioni di persone che scappavano dalle persecuzioni, razziali, politiche e religiose  posta in atto dal regime nazista in tutti gli stati balcanici sotto suo controllo, dopo il 1941. Queste persone cercavano di raggiungere clandestinamente le zone sotto occupazione italiana, dove le politiche repressive erano certamente molto più blande. L’Ufficio Stranieri della Questura di Fiume, diretto da Palatucci, era il centro nevralgico di questa via di fuga, perché, grazie a lui, questi disperati erano riforniti di documenti falsi, necessari ad entrare in Italia. In particolar modo agli immigrati ebrei erano procurati permessi di soggiorno e di transito, così da permettergli la fuga verso terre meno pericolose, oppure erano ospitati presso famiglie amiche del Palatucci oppure erano instradati verso il Campo di Raccolta di Campagna (SA), dove era vescovo lo zio Mons. Giovanni Maria Palatucci, che si adoperò anche verso la Santa Sede per offrire una decorosa ospitalità agli internati. Altri erano aiutati a raggiungere il confine con la Svizzera. Palatucci era attento ad accontentare le richieste di chiunque in fuga richiedesse la sistemazione in una precisa località per incontrare parenti od amici. Non aveva neppure paura di nasconderne alcuni nella soffitta della Questura e non si vergognava di servire personalmente il pranzo a chi da giorni si sfamava con quello che trovava. A queste persone che cercavano solo di salvare la loro vita, dava la propria totale dedizione, lavorando giorno e notte – quando era necessario – per soccorrerli. Ha rinunciato perfino al trasferimento nella più vicina Caserta e non lì ha abbandonati neppure dopo l’8 settembre - quando tutti lo invitavano a salvarsi la pelle, allontanandosi da Fiume - perché sapeva che l’interruzione di questo flusso migratorio avrebbe voluto dire la fine per migliaia di persone ingiustamente perseguitate.
La sua situazione personale si era fatta molto più pericolosa dopo l’armistizio di Cassibile (settembre 1943), quando il controllo tedesco su quei territori era pressoché totale e la repressione ebraica, anche qui, era stata organizzata secondo i modelli già collaudati in tutti i territori annessi al Reich. A questa nuova provincia, infatti, era stato esteso il programma della “soluzione finale del problema ebraico”, attraverso la creazione di un apposito comando a Trieste, con a capo il Generale delle SS Globocnik, già direttore del campo di sterminio di Treblinka, in Polonia. Nonostante ciò non ha lasciato, a differenza di altri colleghi, il suo compito. Aveva compreso che l’unica cosa utile che poteva fare era quella di anticipare le S.S. e lo fece imponendo alle autorità comunali di riferire a lui – diventato Questore Reggente - le notizie che i tedeschi avevano ricercato negli archivi anagrafici (visto che quelli della Questura erano già stati manomessi), per poter evacuare in tempo le famiglie ricercate.
Per i tedeschi, che su di lui avevano più di un sospetto, non era facile coglierlo sul fatto, per questo sembra certo che con la complicità di qualche persona a lui vicino, montarono un complotto per arrestarlo con il motivo di connivenza ed intelligenza con il nemico, dopo che trovarono nel suo appartamento documentazione su un piano per “Fiume città libera”, da consegnare agli anglo americani.
Dopo un periodo di detenzione nel carcere di Trieste, senza curarsi delle richieste d’informazioni inoltrate dalla Repubblica Sociale Italiana, della quale rimaneva almeno formalmente un alto funzionario, le SS lo deportarono nel campo di Dachau, dove morì nel febbraio del 1945, seppellito in una fossa comune.
I campi di concentramento sono stati creati per educare ad una umanità puramente biologica e materiale, priva di ogni riferimento metafisico, attraverso l’imposizione ai sui ospiti di condizioni di vita terribili che limitavano l’orizzonte alla sopravvivenza biologica. Palatucci, anche in quest’occasione, ha testimoniato e rivendicato che l’uomo è di più, che l’essere umano sa e può andare oltre e che ha un valore che non si limita alla materialità. Anche in questa sua ultima destinazione sono diversi quelli che hanno testimoniato la sua continua attenzione per l’uomo nel bisogno, il suo continuo desiderio di umanità che lo ha portato a sostenere, a confortare ed aiutare chi vedeva nella necessità, mettendo sempre a rischio la propria incolumità. Come hanno fatto altri, si pensi a San Massimiliano Kolbe che offrì la sua vita in cambio di quella di un altro prigioniero, anche lui con il suo sacrificio ha mostrato l’inadeguatezza delle idee di coloro che vorrebbe far credere ‹‹che il cuore sia solo un muscolo›› e cercano di ‹‹impedir[ci] di fare ciò che il cuore e la nostra religione ci dettano››.
Pertanto la sua obiezione pratica contro leggi ingiuste rivendicava una necessaria connessione tra legalità e moralità. ‹‹Palatucci aveva ben presente quei diritti fondamentali rinviabili ultimamente al Creatore … previ a qualsiasi giurisdizione statale, anche quella del tempo, che invece pretendeva di dire l’ultima parola sul destino dell’uomo›› e per vendicare questa immensa libertà dell’uomo ha dato la sua vita, affermando così il suo stile: ‹‹per chi ha come regola di vita di fare il meno che si può, Giovanni Palatucci fu un imprudente, un temerario; per chi vive la vita astutamente fu addirittura uno sciocco; per chi crede ancora nei valori spirituali fu un eroe ed un martire››.
Nel settembre del 1990, la fondazione del Memoriale Ebraico dell'Olocausto, Yad Vashem, gli ha conferito l'onore di essere riconosciuto "Giusto tra le Nazioni": la più alta onorificenza attribuita, dallo Stato d’Israele, a cittadini non ebrei che, rischiando la vita senza chiedere nulla in cambio, hanno salvato uno o più ebrei dalla persecuzione nazi-fascista. Il Palatucci si aggiunge così alla lunga lista dei 294 italiani già proclamati “Giusti”. La Chiesa Cattolica nel 2002 ha aperto ufficialmente il processo di canonizzazione che è ancora in corso e oggi lo riconosce “Venerabile”. Non si sbaglia se si tenta di riassumere la sua vita con le parole che Papa Leone XIII ha pronunciato per descrivere il comportamento tenuto dai primi cristiani all’interno del mondo pagano, ancora da evangelizzare: ‹‹esempio di fedeltà ai principi, obbedienti all’imperio delle leggi fino a che ciò non fosse in contrasto con la legge divina, diffondevano in ogni luogo un mirabile splendore di santità; si impegnavano ad aiutare i fratelli, a convertire tutti gli altri alla sapienza di Cristo, pronti tuttavia a ritirarsi e ad affrontare intrepidamente la morte, qualora non fosse stato loro possibile conservare gli onori, le magistrature e i comandi senza venir meno alle virtù››.


Autore:
Cristian Ricci

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Aggiunto/modificato il 2013-09-01

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