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Annalena Tonelli Missionaria laica

Testimoni

Forlì, 2 aprile 1943 - Borama, Somaliland, 5 ottobre 2003

«Scelsi di essere per gli altri: i poveri, i sofferenti, gli abbandonati, i non amati, che ero bambina e così sono stata e confido di continuare fino alla fine della mia vita. Volevo seguire solo Gesù Cristo. Null'altro mi interessava così fortemente: Lui e i poveri in Lui. Per Lui feci una scelta di povertà radicale». Così Annalena Tonelli, nata a Forlì nel 1943, racconta la sua scelta di missionaria laica tra i poveri dell'Africa, dove approda nel 1969. Molte le opere da lei attivate in Kenya e in Somalia, tra cui spiccano, a Borama, la Scuola speciale per sordomuti e bambini disabili e il Centro antitubercolosi, che assiste e guarisce migliaia di ammalati. Proprio a Borama viene uccisa il 5 ottobre 2003, di sera, mentre torna a casa, dopo trentacinque anni vissuti a testimoniare la radicalità evangelica in terra musulmana.


Annalena Tonelli è una nuova martire della carità cristiana, che ha già visto in questi ultimi decenni, centinaia di vittime, che a vari motivi, religiosi, politici, guerriglia, ignoranza, miseria, odio razziale, hanno perso la loro vita nel fare del bene e nel portare sollievo alle sofferenze e privazioni, di tanta gente.
Vittime anzi martiri di questo becero massacro, in quest’epoca magnifica sotto tanti aspetti, ma anche oltremodo sanguinaria, sono stati tanti missionari appartenenti agli Ordini e Congregazioni religiose, sia maschili che femminili, vescovi e sacerdoti diocesani, sia missionari che del clero locale, laici cooperatori delle stesse Congregazioni, ma anche appartenenti ad Organizzazioni Internazionali come la Croce Rossa o l’ONU, oppure ad Organizzazioni umanitarie e di volontariato.
Non si può qui citare i singoli nomi, che sono tanti, ma le Storie locali e nazionali, hanno impresso nella loro memoria questi nomi, dei quali per alcuni, appartenenti al cattolicesimo, la Chiesa con i suoi santi e beati, si appresta prima o poi ad indicarli con il bagaglio delle loro virtù eroiche, di apostolato e di abnegazione verso i bisognosi, alla venerazione ufficiale dei propri fedeli e del mondo intero.
E in quest’ottica si inserisce la vicenda umana, eroica, silenziosa di Annalena Tonelli, che nell’anno e nel mese della canonizzazione di san Daniele Comboni, vescovo missionario e fondatore dei ‘Missionari e Missionarie Comboniani’ e della beatificazione di madre Teresa di Calcutta, notissima fondatrice delle ‘Missionarie della Carità’, perdeva, anzi donava la sua vita il 5 ottobre 2003 a Borama nel Nord della Somalia, colpita alla nuca da un colpo di arma da fuoco.
Annalena Tonelli nacque a Forlì il 2 aprile 1943 e fin da ragazzina si era sentita chiamata a donarsi per gli altri, crebbe, studiò e si formò in questa vocazione tutta speciale e per tanti versi unica, perché Annalena non ebbe padri spirituali che la guidassero, né appartenne ad organizzazioni religiose; per tutta la vita coltivò con attenzione quello che sentiva dentro di sé, anche prima di partire per l’Africa.
La sua meravigliosa vocazione di laica impegnata per gli altri, si compendia in quello che lei disse nel dicembre 2001 nella Sala Nervi, oggi Sala Paolo VI in Vaticano, durante un convegno al quale era stata invitata a partecipare: “Scelsi che ero una bambina di essere per gli altri, i poveri, i sofferenti, gli abbandonati, i non amati, e così sono stata e confido di continuare fino alla fine della mia vita; volevo seguire solo Gesù Cristo, null’altro mi interessava così fortemente: Lui e i poveri per Lui”.
Parole semplici e nello stesso tempo intrise della passione di una vera mistica. Annalena si era laureata in Legge a Bologna, prendendo poi vari diplomi a Londra e in Spagna per la cura delle malattie tropicali e della lebbra; non era medico, ma visse lavorando per i malati; mise a punto una profilassi per la tubercolosi, utilizzata oggi dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, in tutto il mondo.
Si formò nell’Azione Cattolica forlivese, nella parrocchia, e poi come Presidente locale della FUCI (Federazione Universitaria Cattolica Italiana), organizzando convegni, incontri, grande trascinatrice portò le amiche al brefotrofio, trasformandole in mamme di tanti bambini.
Nel 1963 contribuì in modo determinante a far nascere a Forlì un Comitato contro la fame nel mondo, oggi diretto da Vanni Sansovini e che sostiene un centinaio di missioni. A gennaio 1969 lasciò l’Italia e raggiunse il Kenia a Wagir, vicino al confine con la Somalia, dedicandosi ai nomadi del deserto, che lei apprezzava per la loro fede solida come la sua; aiutò in mille modi i profughi della Somalia, salvando la vita a migliaia di loro, denunciando i militari kenioti perché volevano annientare un’intera tribù.
Da sola imparò a convivere con il rischio quotidiano, era continuamente minacciata, perché bianca, donna, cristiana e non sposata; questa donna intrepida nello spirito, quanto gracile nel fisico, nel giugno di quest’anno rilasciò un’intervista in cui dichiarava: “Non ho paura, e anche questa è una cosa che non mi sono data. Sono stata in pericolo di vita, mi hanno sparato, picchiata, sono stata imprigionata, ma non ho mai avuto paura”.
Per la sua opera a favore dei rifugiati e perseguitati, ebbe dall’Alto Commissariato dell’ONU per i rifugiati, il premio “Nansen Refugee Award”; ma fu pure espulsa dal Kenia e si trasferì in Somalia, prima a Merka e poi nel 1996 a Borama, dove fondò un ospedale con 250 letti, per i tubercolotici e gli ammalati di AIDS e poi una scuola per bambini sordi e disabili.
Era convinta che con l’istruzione potesse evolversi la situazione economica e sociale, di quella che ormai considerava la sua gente; combatté l’ignoranza e la barbarie dell’infibulazione così diffusa.
Dall’Italia e da altre parti di Europa arrivavano volontari per aiutarla, c’è chi rimaneva e c’era chi trascorreva un determinato periodo, come le ferie estive; veniva sostenuta dal Comitato da lei fondato a Forlì, ma anche da altre Organizzazioni Internazionali.
Donna di poche parole, era impegnata più a fare che a parlare, tanto meno di sé stessa; molto nota in Africa e all’estero, in Italia invece era poco conosciuta, la sua morte è stata una sorpresa che ha fatto scoprire quanto si prodigasse per gli altri e il beneficio silenzioso della sua opera.
Quando parlava dei suoi somali e della difficoltà di essere cristiana, fra popolazioni di fede diversa spesso intollerante, diceva riassumendo: “Loro non lo sanno” e sorridendo un giorno raccontò a Forlì: “Siccome mi vogliono bene, hanno sperato che diventassi musulmana. Ma da quando un vecchio capo ha decretato che andrò in Paradiso, anche se sono un’infedele, tutti accettano che io resti l’unica cristiana del luogo”.
Se in Italia era poco conosciuta, ripetendo una frase di Franca Zambonini su ‘Famiglia Cristiana’, “le somale emigrate in Italia, i nomadi del Kenia, i tubercolotici di Manyatta, i malati di Aids di Borama e i rifugiati del Nord Somalia, cioè loro gli sconsolati della Terra, conoscevano bene Annalena Tonelli”; che una mano assassina e forse piena di odio per il bene che faceva, ha stroncato a 60 anni, dei quali 33 trascorsi in Africa e particolarmente in Somalia dove è stata sepolta, come desiderava.

Autore: Antonio Borrelli



Parlava spesso della morte, Annalena Tonelli. Lo faceva con indignazione quando si trattava della morta degli altri, per le malattie e la guerra, per le ingiustizie e la cattiveria degli uomini. Lo faceva con estrema naturalezza quando parlava della propria morte, senza rassegnazione, ma come chi si affida completamente a un Altro e si prepara ad accedere alla vita vera. Annalena Tonelli è stata uccisa barbaramente il 5 ottobre a Borama, in Somaliland. Un colpo alla testa mentre usciva dall’ospedale che aveva creato e che era tutta la sua vita. Si dice che sia stata assassinata da un estremista islamico, o forse per vendetta. È morta là dove aveva scelto di vivere, in quella terra dura e ostile che è la Somalia, tra i “suoi” somali che ha amato per una vita intera. Una vita vissuta intensamente in nome di Dio e degli ultimi.
Annalena aveva sessant’anni. Trentaquattro li aveva trascorsi in Africa come missionaria laica, indipendente da qualsiasi congregazione, istituto missionario o organizzazione non-governativa. Era una donna fuori dal comune: intelligente, indipendente, piena di energie, lavoratrice indefessa e grande organizzatrice. Ma soprattutto si distingueva per la straordinaria dedizione ai suoi ammalati e per la profonda spiritualità, che l’avevano portata a scegliere gli ultimi in nome di Gesù, a consacrare in loro la sua vita affinché fosse degna di essere vissuta.
Sin da giovanissima aveva avvertito fortemente questa vocazione: a Forlì, nella sua città natale, aveva cominciato ad occuparsi dei bambini del locale brefotrofio, delle bambine con handicap mentale e vittime di grossi traumi di una casa famiglia e dei poveri del Sud del mondo attraverso le attività del “Comitato per la lotta contro la fame nel mondo” che lei stessa aveva contribuito a far nascere.
A un certo punto decide di partire. In testa e nel cuore Annalena ha i poveri dell’India; finisce invece in Africa. «Credevo di non potermi donare completamente rimanendo nel mio Paese – racconta in una toccante testimonianza resa in Vaticano nel 2001, in occasione di un convegno indetto dal Pontificio Consiglio per la pastorale della salute –. I confini della mia azione mi sembravano così stretti, asfittici... Compresi presto che si può servire e amare dovunque, ma ormai ero in Africa e sentii che era Dio che mi ci aveva portata e lì rimasi nella gioia e nella gratitudine. Partii decisa a gridare il Vangelo con la vita sulla scia di Charles de Foucauld, che aveva infiammato la mia esistenza. Trentatré anni dopo grido il Vangelo con la mia sola vita e brucio dal desiderio di continuare a gridarlo così fino alla fine. Questa la mia motivazione di fondo assieme ad una passione invincibile da sempre per l'uomo ferito e diminuito senza averlo meritato al di là della razza, della cultura, e della fede».
Non è mera retorica. Chi ha avuto il privilegio di conoscere Annalena sa che più che alle parole era ai fatti che affidava la sua testimonianza di amore evangelico, di scelta totale per gli altri, per l’Africa, e in particolare per i suoi somali. Una testimonianza di vita – e di morte – in un contesto radicalmente musulmano, spesso difficile e ostile, ma anche ricco di una profondità umana e spirituale che solo dalla vicinanza con le persone poteva emergere.
«Scelsi di essere per gli altri – scriveva Annalena –, i poveri, i sofferenti, gli abbandonati, i non amati che ero una bambina e così sono stata e confido di continuare a essere fino alla fine della mia vita. Volevo seguire solo Gesù Cristo. Null'altro mi interessava così fortemente: Lui e i poveri in Lui. Per Lui feci una scelta di povertà radicale... anche se povera come un vero povero, i poveri di cui è piena ogni mia giornata, io non potrò essere mai».
A Borama, nel nord della Somalia, nell’auto-proclamata Repubblica del Somaliland, Annalena era arrivata nel 1996. Qui aveva creato un ospedale per la cura della tubercolosi, ma soprattutto aveva portato una luce di speranza per tanti ammalati, poveri, afflitti, diseredati… Un lavoro che le era valso la stima di gran parte della popolazione, ma che le aveva attirato anche l’odio e l’inimicizia dei settori più tradizionalisti della società e degli estremisti islamici.
L’avevano minacciata più volte. Lei ormai non se ne curava più. La sua lotta contro la tubercolosi, ma anche contro l’ignoranza e il pregiudizio e tutte le forme di miseria materiale e spirituale veniva prima di tutto.
Annalena non era un medico. Era laureata in legge e abilitata all'insegnamento della lingua inglese nelle scuole superiori in Kenya. L’incontro con l’Africa e in particolare con i somali, la spingono a fare studi di medicina. Consegue certificati e diplomi di controllo della tubercolosi in Kenya, di Medicina tropicale e comunitaria in Inghilterra, di Leprologia in Spagna.
Partì dall’Italia nel gennaio del 1969. Da allora e fino alla sua morte è sempre vissuta al servizio dei somali. Trentaquattro anni di condivisione.
Annalena giunse dapprima in Kenya come insegnante, benché la cosa non le soddisfacesse fino in fondo. Ma era l’unico modo per potersi inserire in un contesto così diverso, in un’esperienza così forte, già allora pienamente consapevole che la cultura rappresentasse una forza potente di liberazione e di crescita.
A Wajir, nel deserto a nord-est del Kenya, erano i tempi di una terribile carestia. Annalena lo rammenta con sofferenza, così come ricorda con struggimento le molte altre vittime della fame che ha incontrato nella sua esperienza africana, specialmente a Merca, in Somalia, agli inizi degli anni Novanta, «esperienze così traumatizzanti da mettere in pericolo la fede».
Nei racconti di Annalena tornano spesso quei giorni a Wajir, quando per la prima volta donò il suo sangue a un bambino e invitò i suoi studenti a fare altrettanto. La reazione fu scettica, ma quando uno di loro si fece coraggio anche altri riuscirono a superare i pregiudizi e le chiusure di quel mondo estremamente tradizionalista. «Fu forse la mia prima esperienza in cui, anche in un contesto islamico, l'amore generò amore».
Era quello l’inizio di un lungo cammino, spesso segnato dalla sofferenza e dalla discriminazione, dal rifiuto e dalla diffidenza. Lei, donna, giovane, bianca e cristiana, senza marito e senza figli, era degna solo di disprezzo. Solo dopo molti anni, un vecchio capo locale ebbe il coraggio di dire ad alta voce quello che molti pensavano. «Noi musulmani abbiamo la fede, voi avete l’amore». «Fu come il tempo del grande disgelo – ricorda Annalena –. Solo chi mi conosce bene dice e ripete senza stancarsi che io sono somala come loro e sono madre autentica di tutti quelli che ho salvato, guarito, aiutato…».
E sono soprattutto i “suoi” tubercolotici a considerarla una madre. Abbandonati e respinti perché “maledetti”, vittime della malattia, ma anche dello stigma che ad essa si accompagna, sono stati il “primo amore” di Annalena. «Quello che più spaccava il cuore era il loro abbandono, la loro sofferenza senza nessun tipo di conforto».
Nel 1976 l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) le chiese di diventare responsabile di un progetto pilota per la cura della tubercolosi tra i nomadi. Oggi il trattamento messo a punto dalla Tonelli – che consente la guarigione in un tempo di sei mesi – è stato adottato come policy dall'Oms per il controllo della tubercolosi nel mondo ed è applicata in molti Paesi dell'Africa, dell'Asia, dell'America e anche dell'Europa.
Nel 1984 Annalena fu costretta a lasciare il Kenya dopo aver denunciato i massacri che il governo stava commettendo contro una tribù di nomadi del deserto. Fu considerata persona non grata ed espulsa. Solo dopo 16 anni il governo keniano ha ammesso le proprie responsabilità.
«Ho esperimentato più volte nel corso della mia ormai lunga esistenza – scriveva – che non c'è male che non venga portato alla luce, non c'è verità che non venga svelata. L'importante è continuare a lottare come se la verità fosse già fatta e i soprusi non ci toccassero, e il male non trionfasse. Un giorno il bene risplenderà».
Quando torna in Africa, è di nuovo per stare con i somali. Annalena è a Mogadiscio agli inizi del 1991, nei momenti più drammatici della caduta di Siad Barre. È tra i pochissimi occidentali rimasti in città, in quei giorni di morte e distruzione, in cui tutti erano contro tutti.
«Ci incontrammo a Nairobi – ricorda mons. Giorgio Bertin, vescovo di Gibuti e amministratore apostolico di Mogadiscio –. Io ero stato tra gli ultimi a scappare dalla Somalia. Lei stava cercando in tutti i modi di rientrare. Era fatta così, desiderava sempre stare al fianco dei più poveri, dei più sofferenti, di quelli che lei chiamava “brandelli di umanità” e che amava profondamente».
Mons. Bertin le è stato vicino in tutti questi anni, sostenendola materialmente e spiritualmente. E oggi che Annalena non c’è più sta facendo il possibile per dare un futuro alle sue opere. Entrambi hanno condiviso la stessa passione e la stessa abnegazione per la Somalia e soprattutto per un popolo che ha subito troppi torti e soprusi.
Annalena li ha sperimentati in prima persona nei momenti più tragici della guerra civile. Dopo Mogadiscio, si stabilisce a Merca, sempre ad occuparsi di tubercolotici, ma anche di migliaia di persone che morivano a causa di una terribile carestia.
«A quel tempo – ci racconta – ho dovuto assumere due persone solo per seppellire i morti. In poco più di due mesi oltre mille bambini sono morti di fame e di tubercolosi. In casa tenevo 600 piccoli tubercolotici per cercare di assisterli giorno e notte e ogni giorno sfamavo oltre tremila persone».
Annnalena ricorda le lunghe giornate rinchiusa nell’ospedale senza neppure attraversare la strada per poter tornare a casa perché era troppo pericoloso. Finché la situazione è diventata insostenibile e le pressioni dei diversi gruppi si sono fatte inaccettabili, al punto che era impossibile rimanere senza compromettersi con questo o quel clan, senza pagare una tangente o subire il ricatto di qualche gruppo armato. Annalena decide di andarsene. Il medico italiano che la sostituisce, Graziella Fumagalli di Caritas italiana, verrà uccisa pochi mesi dopo.
Annalena torna in Italia per un anno “sabbatico” che trascorre in un eremo. Nel 1996 è di nuovo in Somalia, ma questa volta al nord, in Somaliland. A Boroma, al confine con l’Etiopia, crea un centro anti-tubercolare d’avanguardia e promuove molteplici iniziative collaterali (la scuola per sordomuti, la campagna contro le mutilazioni genitali femminili, un progetto di sensibilizzazione sul problema dell’aids, campagne di operazioni di ciechi, assistenza ai malati mentali…).
Tutti la conoscono e la rispettano, ma c’è anche chi non sopporta la straniera “infedele”, che dà fastidio alle fasce più tradizionaliste della società e agli estremisti islamici, che non vedono di buon occhio la presenza di questa donna cristiana, che cerca di rompere un ordine stabilito da sempre e soprattutto di mettere in discussione il loro potere.
Le minacce piovono da più parti. «Un imam – ci racconta – predicava contro di me dalla moschea, dicendo di uccidere la bianca infedele che aveva portato l’aids e la tubercolosi e che accoglieva in nemici in ospedale. L’ho voluto incontrare e gli ho detto che lui mi aveva già uccisa con le sue parole. Da quel momento siamo diventati amici e lui è diventato uno dei miei più grandi sostenitori».
A Borama, Annalena era riuscita a fare un lavoro enorme, trasformando il piccolo ospedale coloniale nel miglior centro antitubercolare di tutta la Somalia, con oltre 300 posti letto, personale specializzato e un laboratorio di analisi avanzato.
Si era battuta per combattere la tubercolosi e l’Aids, ma anche i pregiudizi e l’ignoranza che accompagnano queste malattie. «La tubercolosi – scriveva – è parte della gente, della sua storia della sua lotta per l'esistenza. Eppure la tubercolosi è stigma e maledizione: segno di una punizione mandata da Dio per un peccato commesso, aperto o nascosto. A Borama continua la lotta ogni giorno per la liberazione dall'ignoranza, dallo stigma, dalla schiavitù ai pregiudizi. A tutt'oggi, noi siamo testimoni di gente che sceglie di non essere diagnosticata, curata e guarita, e che dunque sceglie di morire pur di non dovere ammettere in pubblico di essere affetta dalla tubercolosi. Ogni giorno discutiamo con loro di ciò che li tiene schiavi, infelici, nel buio. E loro si liberano, diventano felici, sono sempre più nella luce».
Anche a Borama però le tensioni aumentano, specialmente dopo l’11 settembre – e soprattutto dopo l’attacco americano all’Afghanistan. Negli ambienti del fondamentalismo islamico cresce l’ostilità nei confronti della straniera cristiana, che pure non fa nulla per mostrare in pubblico la sua fede. Annalena sente l’ostilità, ma resta capace sino all’ultimo di distinguere: la popolazione, gente semplice che pratica un islam moderato e tolleranti, dai gruppi di fanatici estremisti, spesso finanziati e indottrinati dall’esterno.
E non si stanca di ripetere che il dono più grande glielo hanno fatto i suoi nomadi del deserto: «Musulmani, loro mi hanno insegnato la fede, l'abbandono incondizionato, la resa a Dio, una resa che non ha nulla di fatalistico, una resa rocciosa e arroccata in Dio, una resa che è fiducia e amore.
I miei nomadi del deserto mi hanno insegnato a tutto fare, tutto incominciare, tutto operare nel nome di Dio».




Vogliamo ricordare la figura di questa missionaria con una lunga testimonianza di cui proponiamo ampi stralci:

* * *

Mi chiamo Annalena Tonelli. Sono nata in Italia, a Forlì, il 2 Aprile 1943. Lavoro in Sanità da trent’anni, ma non sono medico. Sono laureata in legge in Italia. Sono abilitata all’insegnamento della lingua inglese nelle scuole superiori in Kenya. Ho certificati e diplomi di controllo della tubercolosi in Kenya, di Medicina Tropicale e Comunitaria in Inghilterra, di Leprologia in Spagna. Lasciai l’Italia nel gennaio del 1969. Da allora vivo al servizio dei Somali. Sono trent’anni di condivisione. Ho infatti sempre vissuto con loro a parte piccole interruzioni in altri Paesi per cause di forza maggiore. Scelsi di essere per gli altri (i poveri, i sofferenti, gli abbandonati, i non amati) che ero una bambina e così sono stata e confido di continuare a essere fino alla fine della mia vita. Volevo seguire solo Gesù Cristo.

Null’altro mi interessava così fortemente: LUI e i poveri in LUI. Per LUI feci una scelta di povertà radicale... anche se povera come un vero povero... i poveri di cui è piena ogni mia giornata... io non potrò essere mai. Vivo a servizio senza un nome, senza la sicurezza di un ordine religioso, senza appartenere a nessuna organizzazione, senza uno stipendio, senza versamento di contributi volontari per quando sarò vecchia. Non sono sposata perché così scelsi nella gioia quando ero giovane. Volevo essere tutta per DIO. Era un’esigenza dell’essere quella di non avere una famiglia mia. E così è stato per grazia di DIO. Ho amici che aiutano me e la mia gente da più di trent’anni. Tutto ho potuto fare grazie a loro, soprattutto gli amici del Comitato per la lotta contro la fame nel mondo di Forlì. Naturalmente ci sono anche altri amici in diverse parti del mondo. Non potrebbe essere diversamente. I bisogni sono grandi. Ringrazio Dio che me li ha donati e continua a donarmeli.

Siamo una cosa sola su due brecce diverse nell’apparenza ma uguali nella sostanza: lottiamo perché i poveri possano essere sollevati dalla polvere e liberati, lottiamo perché gli uomini TUTTI possano essere una cosa sola. Lasciai l’Italia dopo sei anni di servizio ai poveri di uno dei bassifondi della mia città natale, ai bambini del locale brefotrofio, alle bambine con handicap mentale e vittime di grossi traumi di una casa famiglia, ai poveri del terzo mondo grazie alle attività del Comitato per la lotta contro la fame nel mondo che io avevo contribuito a far nascere. Credevo di non poter donarmi completamente rimanendo nel mio Paese... i confini della mia azione mi sembravano così stretti, asfittici... Compresi presto che si può servire e amare dovunque, ma ormai ero in Africa e sentii che era solo DIO che mi ci aveva portata e lì rimasi nella gioia e nella gratitudine.

Partii decisa a “gridare il Vangelo con la vita” sulla scia di Charles de Foucauld, che aveva infiammato la mia esistenza. Trentatre anni dopo grido il Vangelo con la mia sola vita e brucio dal desiderio di continuare a gridarlo così fino alla fine. Questa la mia motivazione di fondo assieme ad una passione invincibile da... sempre per l’uomo ferito e diminuito senza averlo meritato, al di là della razza, della cultura e della fede. Tento di vivere con un rispetto estremo per i “loro” che il Signore mi ha dato. Ho assunto fin dove è possibile un loro stile di vita. Vivo una vita molto sobria nell’abitazione, nel cibo, nei mezzi di trasporto, negli abiti. Ho rinunciato spontaneamente alle abitudini occidentali. Ho ricercato il dialogo con tutti. Ho dato CARE, amore, fedeltà e passione. Il Signore mi perdoni se dico delle parole troppo grandi.

Sono praticamente sempre vissuta con i Somali, prima con quelli del nord-est del Kenya, dopo con quelli della Somalia. Vivo in un mondo rigidamente mussulmano. [...] Ho vissuto gli ultimi cinque anni a Borama, nell’estremo nord-ovest del paese, sul confine con l’Etiopia e Djibouti. Là non c’è nessun cristiano con cui io possa condividere. Due volte all’anno, intorno a Natale e intorno a Pasqua, il vescovo di Djibouti viene a dire la Messa per me e con me.

[...] Vivo calata profondamente in mezzo ai poveri, ai malati, a quelli che nessuno ama. Mi occupo principalmente di controllo e cura della tubercolosi. In Kenya andai come insegnante perché era l’unico lavoro che, all’inizio di una esperienza così nuova e forte, potevo svolgere decentemente senza arrecare danni a nessuno. Furono tempi di intensa preparazione delle lezioni di quasi tutte le materie (per carenza di insegnanti), di studio della lingua locale, della cultura e delle tradizioni, di coinvolgimento intenso nell’insegnamento, nella profonda convinzione che la cultura è forza di liberazione e di crescita. Gli studenti, molti della mia stessa età o appena poco più giovani di me, loro che avevano affrontato il preside quando si era saputo che una donna insegnante sarebbe arrivata assicurandolo che mi avrebbero impedito l’accesso alla classe, furono profondamente coinvolti e motivati.

[...] Erano i tempi di una terribile carestia... vidi tanta gente morire di fame... Nel corso della mia esistenza, sono stata testimone di un’altra carestia, dieci mesi di fame, a Merca, nel sud della Somalia... e posso dire che si tratta di esperienze così traumatizzanti da mettere in pericolo la fede. [...]

Ma il mio primo amore furono i tubercolosi, la gente più abbandonata, più respinta, più rifiutata in quel mondo. La tubercolosi imperversa da secoli in mezzo ai Somali. Si pensa che praticamente tutta la popolazione sia infettata. Provvidenzialmente solo una percentuale delle persone infettate sviluppa la malattia nel corso della sua esistenza. Ero a Wajir, un villaggio desolato nel cuore del deserto del nord-est del Kenya [...]. I malati di tubercolosi erano in un reparto da disperati. Quello che più spaccava il cuore era il loro abbandono, la loro sofferenza senza nessun tipo di conforto. Non sapevo nulla di medicina. Cominciai a portare loro l’acqua piovana che raccoglievo dai tetti della bella casa che il governo mi aveva dato come insegnante alla scuola secondaria. Andavo con le taniche piene, svuotavo i loro recipienti con l’acqua salatissima dei pozzi di Wajir, e li riempivo di quell’acqua dolce. [...] Tutto mi era contro allora. [...] Dopo qualche anno, nella T.B. Manyatta (villaggio) ogni malato consapevole di essere alla fine voleva solo me accanto per morire sentendosi amato.

[...] Nel 1976 mi fu chiesto di diventare responsabile di un progetto dell’OMS per la cura della tubercolosi in mezzo ai nomadi, un progetto pilota in tutta l’Africa. [...] La tubercolosi è un flagello nel mondo somalo [...] la tubercolosi è parte della gente, della sua storia, della sua lotta per l’esistenza. La tubercolosi è stigma e maledizione [...]. A Borama continua la lotta quotidiana per la liberazione dall’ignoranza, dallo stigma, dalla schiavitù ai pregiudizi.

[...] La vita è sperare sempre, sperare contro ogni speranza, buttarsi alle spalle le nostre miserie, non guardare alle miserie degli altri, credere che DIO c’è e che LUI è un DIO d’amore. Nulla ci turbi e sempre avanti con DIO. Forse non è facile, anzi può essere un’impresa titanica credere così. In molti sensi è un tale buio la fede, questa fede che è prima di tutto dono e grazia e benedizione... Perché io e non tu? Perché io e non lei, non lui, non loro? Eppure la vita ha senso solo se si ama. Nulla ha senso al di fuori dell’amore. La mia vita ha conosciuto tanti e poi tanti pericoli, ho rischiato la morte tante e poi tante volte. Sono stata per anni nel mezzo della guerra. Ho sperimentato nella carne dei miei, di quelli che amavo, e dunque nella mia carne, la cattiveria dell’uomo, la sua perversità, la sua crudeltà, la sua iniquità. E ne sono uscita con una convinzione incrollabile che ciò che conta è solo amare. [...]

[...] Nulla mi importa veramente al di fuori di DIO, al di fuori di Gesù Cristo... i piccoli sì, i sofferenti, io impazzisco, perdo la testa per i brandelli di umanità ferita, più sono feriti, più sono maltrattati, disprezzati, senza voce, di nessun conto agli occhi del mondo, più io li amo. E questo amore è tenerezza, comprensione, tolleranza, assenza di paura, audacia. Questo non è un merito. È un’esigenza della mia natura. Ma è certo che in loro io vedo LUI, l’agnello di Dio che patisce nella sua carne i peccati del mondo, che se li carica sulle spalle, che soffre ma con tanto amore ...nessuno è al di fuori dell’amore di DIO.

[...] Ma se questo mio “mettermi in pubblico” potesse servire a qualcuno che non crede, a qualcuno che non vive dentro di sé questa straordinaria realtà che DIO ama ogni uomo, dal più degno di amore agli occhi degli uomini al più reietto e disprezzato, all’uomo cattivo, criminale... allora mi metterei in ginocchio e benedirei perché cose grandi ha fatto in me colui che è potente.

[...] Certo la sua voce è spesso piccola e silenziosa... ma poi LUI è nella celletta della nostra anima e non dovrebbe essere così difficile scendere laggiù ed abitare con LUI. Parole? NO. Verità. Realtà. Certo, per la maggioranza di noi uomini sarà ed è necessario fare silenzio, quiete, spegnere il telefonino, buttare il televisore dalla finestra, decidere una volta per tutte di liberarsi dalla schiavitù di ciò che appare e che è importante agli occhi del mondo ma che non conta assolutamente agli occhi di DIO, perché si tratta di non-valori. Ai piedi di DIO noi ritroviamo ogni verità perduta, tutto ciò che era precipitato nel buio diventa luce, tutto ciò che era tempesta si acquieta, tutto ciò che sembrava un valore, ma che valore non è, appare nella sua veste vera e noi ci risvegliamo alla bellezza di una vita onesta, sincera, buona, fatta di cose e non di apparenze, intessuta di bene, aperta agli altri, in tensione onnipresente fortissima affinché gli uomini siano una cosa sola.

[...] La mia vita mi ha insegnato che la mia fede senza l’amore è inutile, che la mia religione non ha tanti e poi tanti comandamenti ma ne ha uno solo.

[...] Desidero aggiungere che i piccoli, i senza voce, quelli che non contano nulla agli occhi del mondo, ma tanto agli occhi di DIO, i suoi prediletti, hanno bisogno di noi, e noi dobbiamo essere con loro e per loro e non importa nulla se la nostra azione è come una goccia d’acqua nell’oceano. Gesù Cristo non ha mai parlato di risultati. LUI ha parlato solo di amarci, di lavarci i piedi gli uni gli altri, di perdonarci sempre... I poveri ci attendono. I modi del servizio sono infiniti e lasciati all’immaginazione di ciascuno di noi. Non aspettiamo di essere istruiti nel campo del servizio. Inventiamo... e vivremo nuovi cieli e nuova terra ogni giorno della nostra vita.

Sig.na Annalena Tonelli
Membro del Comitato
“Lotta contro la fame nel mondo”


Autore:
Anna Pozzi


Fonte:
Testimoni del tempo

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Aggiunto il 2003-11-27

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