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Beato Giovanni Delle Celle Abate

10 marzo

Firenze, ca. 1310 - Vallombrosa, Firenze, ca. 1394-96

Giovanni da Catignano (1310­ ca 1394), abate del monastero vallombrosiano di Santa Trinità, a Firenze. Era un uomo geniale, buon letterato e ottimo conoscitore di Dante e Petrarca, ma turbolento e sanguigno. S’era lasciato invischiare in un rapporto sbagliato con una nobildonna. Deposto dall’ufficio, era stato condannato a un anno di prigionia nella torre del monastero. Compiuta la penitenza, i monaci avrebbero voluto reintegrarlo nell’ufficio, ma fu lui stesso a esigere di restare per tutta la vita nelle 'Celle', un romitorio vicino al monastero, ma completamente isolato. E 'Giovanni delle Celle' divenne il suo nome.Vi restò per 40 anni, senza mai uscirne, dedito alla preghiera, allo studio e alla penitenza, ma pienamente partecipe della vita del suo tempo, per mezzo di una ricca corrispondenza con le più autorevoli personalità. Di particolare importanza fu il suo rapporto epistolare con santa Caterina da Siena, che gli chiese aiuto per convincere il Papa ad abbandonare Avignone e tornare a Roma. A un frate che la criticava, Giovanni delle Celle scrisse: «Caterina si rallegra della tua villania, per amore di Gesù che per lei ha sopportato tante ingiurie, ma piange per la tua cecità e la tua cattiveria e prega Dio che ti illumini e ti perdoni». Dicono i critici che il suo stile epistolare è notevole «per il vigore della lingua, la limpidità del giudizio e la forte religiosità». Alla sua morte, i monaci del monastero lo venerarono subito come un santo.



Ecco un abate degradato, nel monastero fiorentino di Santa Trinità. Non si conosce bene la sua colpa: pare che ci sia di mezzo una donna, e comunque la cosa è molto grave, perché dopo la degradazione l’ex abate viene chiuso dentro una torre, per un anno intero. Nome di famiglia: Giovanni da Catignano. È entrato giovane tra i monaci detti di Vallombrosa, dal nome del luogo presso Firenze, dove nel 1051 san Giovanni Gualberto ha fondato l’Ordine.
E si è fatto presto notare per l’ingegno, l’amore per lo studio e il carattere turbolento. Virtù e difetti che lo hanno portato dapprima alla guida del monastero e poi alla reclusione nella torre. Trascorso l’anno di prigionia, i suoi monaci lo rivorrebbero abate. Lui invece si ritira in solitudine a Vallombrosa, ma non dentro lo storico monastero: la cella di un vicino romitorio sarà la sua casa per sempre, perché ha deciso di punirsi ancora per conto suo, facendosi segregato a vita. E così, per tutti, cambia pure nome. Ora lo chiamano Giovanni delle Celle. Vive lontano da tutto, ma è in contatto per lettera con la vita politica e religiosa del suo tempo, soprattutto di Firenze. Ammiratore e amico di Caterina da Siena, la difende energicamente contro un certo frate Ruffino che l’ha accusata di eresia, e gli scrive: "Caterina gode della tua villania, per amore di colui che tante ne sostenne per lei, e piange della tua cecità e malizia, e prega Dio che ti illumini e ti perdoni". Anche Caterina scrive a lui, e in una lettera gli chiede calorosamente di intervenire a sostegno di papa Urbano VI (Bartolomeo Prignano) al quale nel 1378 alcuni cardinali hanno contrapposto l’antipapa Clemente VII (Roberto di Ginevra). Ecco le sue parole: "Vi prego [...] che voi andiate a Firenze a dire a quelli che sono vostri amici, e che’l possono fare, che lor piaccia di sovvenire al Padre loro e d’attenergli quanto gli hanno promesso".
Giovanni ha sostenuto vigorosamente Caterina quando lottava per far cessare la residenza dei papi in Avignone. E anche ora le dà ascolto, battendosi con gli scritti in favore di papa Urbano, soprattutto con i governanti fiorentini. Ma rimane nella sua cella: per nessun motivo verrà mai meno alla segregazione perpetua che ha voluto infliggersi. Prega, studia e scrive, sempre lì per un quarantennio, guadagnandosi pure fama letteraria di "prosatore vivo e forte" (don Giuseppe De Luca). Conosce a fondo i grandi scrittori della classicità latina, e gli sono familiari anche gli italiani del suo secolo, Dante e Petrarca.
Ma soprattutto da quella solitudine Giovanni diventa guida spirituale per uomini e donne, sempre scrivendo: ai reggitori di Firenze, a laici e a chierici, a uomini e a donne, a chi ha perduto un figlio, e pure all’abate di Santa Trinità (che ha preso il suo posto quando l’hanno degradato). Nella sua cella riceve la notizia della morte di Caterina nel1380, e lì si spegne in un anno imprecisato, 1394 o 1396. Poco dopo la sua morte, l’Ordine Vallombrosano già lo venera come beato.


Autore:
Domenico Agasso


Fonte:
Famiglia Cristiana

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Aggiunto/modificato il 2004-03-04

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