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Servo di Dio Placido Cortese Sacerdote francescano, martire

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Cherso, Croazia, 7 marzo 1907 Trieste, 3 novembre 1944


La  Gestapo gli cava gli occhi, gli taglia la lingua e lo seppellisce vivo. Ma non riesce a farlo parlare. Nasce nel 1907 a Cherso (attualmente isola croata, ma ad inizio secolo scorso assegnata all’Italia) e viene descritto “di media statura, corporatura piuttosto gracile e snella, storto negli arti inferiori” e, per questo, chiamato “Fra Zoppino”. Ricevuta l’ordinazione sacerdotale nel 1930, viene assegnato per tre anni al servizio della Basilica di Sant’Antonio, a Padova; poi lo trasferiscono a Milano, ma nel 1937 lo richiamano a Padova, affidandogli la direzione del Messaggero di Sant’Antonio. È un incarico che svolge splendidamente, quadruplicando addirittura il numero degli abbonamenti, ma le sue preferenze vanno per il servizio pastorale in basilica e l’esercizio della carità spicciola. Soccorre accattoni e miserabili di ogni specie con quello che riesce a raccattare in convento, nascondendo il tutto sotto la sua capace tonaca, che ormai i poveri conoscono bene e rincorrono, in basilica e nel chiostro, esattamente come fanno le api con il fiore. Ed è forse proprio per questo suo “vizio assurdo” di fare carità a tutti, o forse per le sue caratteristiche fisiche che lo rendono poco appariscente e quasi insignificante, che il delegato pontificio gli affida il preciso incarico di assistere ebrei, profughi slavi, giovani sloveni, fuggiti dal proprio Paese per sottrarsi al conflitto e internati nel campo di concentramento allestito alla periferia di Padova. Prende tremendamente sul serio anche questo nuovo incarico, riuscendo ad inserirsi in un gruppo di solidarietà ben organizzato (denominato FRA.MA., dalle iniziali di due noti professori universitari, Franceschini e Marchesi), che si propone di creare una via di fuga verso la Svizzera per sbandati, ebrei e ricercati dai nazifascisti, per salvarli dalla deportazione: un’organizzazione clandestina che da Padova, attraverso Milano, riesce a portare in salvo centinaia e centinaia di soggetti “a rischio”. Sfruttando le capacità grafiche acquisite nella direzione del “Messaggero”, diventa particolarmente esperto nel contraffare foto e documenti. A lui, in confessionale, ci si rivolge con un linguaggio convenzionale (sei scope, dodici rami…) per indicare altrettanti documenti di cui si ha bisogno, o per ottenere il denaro necessario per l’espatrio. Non si tratta, però, di una semplice attività umanitaria, ma di una esplicita azione caritativa, illuminata dalla fede, nella quale il frate zoppo si sente talmente coinvolto da farla diventare la sua principale attività. Quando i sospetti cominciano a concentrarsi troppo su di lui, i superiori gli consigliano di “cambiare aria”, proponendogli un trasferimento di convento o di città, anche in forma clandestina, per non mettere a rischio la propria vita e che lui rifiuta decisamente, sapendo che dalla sua dipendono molte altre vite. Un prete così, solo la carità poteva tradire e portare allo scoperto: infatti, con l’inganno di andare urgentemente in aiuto ad alcuni sbandati, riescono a portarlo fuori dal convento e consegnarlo alle SS, che da un pezzo hanno gli occhi puntati su di lui. È l’8 ottobre 1944 e da quel momento diventa un frate “desaparecido”, al punto che neppure oggi si sa dove sia sepolto. Soltanto testimonianze tardive, ma attendibili, riescono a ricostruire i tempi di un’agonia, lucida e tremenda, che si concluderà con la morte, in un giorno imprecisato del successivo novembre, e con la distruzione del cadavere, probabilmente in un forno crematorio. “Teneva un comportamento da mite e pieno di speranza. Pregava sempre, a mezza voce. Gli avevano spezzato le dita. Mi colpiva la sua tenace volontà di resistere”, raccontano oggi quanti erano con lui rinchiusi nel bunker della caserma triestina di piazza Oberdan, ricordando"le sue mani deformate, giunte in preghiera ... lui poi infondeva coraggio ... esortando alla confidenza in Dio ... ". Soprattutto esorta a non tradire, non fare nomi, non mettere a repentaglio la vita di altri. Come sta facendo lui, che anche in mezzo alle torture non si lascia scappare neppure una parola. “La religione è un peso che non ci si stanca mai di portare, ma che sempre più innamora l'anima verso maggiori sacrifici ... fino a morire tra i tormenti come i martiri del cristianesimo”, aveva profeticamente scritto, ancora giovanissimo, ai genitori. Per Padre Placido Cortese la causa di beatificazione è iniziata nel 2002 e, terminata nella fase diocesana,  sta ora velocemente proseguendo il suo iter a Roma.

Autore: Gianpiero Pettiti

 


 

Il 15 novembre 2003, si è conclusa la fase diocesana, alla presenza del vescovo di Trieste, del processo per il riconoscimento del martirio del Francescano padre Placido Cortese, frate conventuale della Basilica del Santo a Padova; gli Atti sono stati poi inoltrati a Roma, per il proseguimento dell’iter per la sua beatificazione.
Di lui si parla diffusamente in un volume edito dalla Basilica del Santo nel 2001; A. Tottoli Ofm Conv. “Ho soccorso Gesù perseguitato! Vita, passione e morte di padre Placido Cortese, martire del nazismo”.
Egli si va ad accostare ad altri confratelli, figure già note di apostoli e martiri, uccisi dalla ferocia nazista e comunista nei primi anni ’40, del secolo XX; come s. Massimiliano Maria Kolbe, conventuale polacco († 1941), i beati Anastasio Pankiewicz e altri sei Conventuali polacchi, martiri tra il 1940 e 1943; i sei beati Conventuali, martiri nel 1936, della Guerra Civile Spagnola e beatificati l’11-3-2001.
Sia pure con difficoltà a partire dal 1995, si sono potute rintracciare importanti testimonianze o ricordi personali di confratelli, sulla vita, attività e morte di padre Placido Cortese.
Nacque a Cherso, isola istriana che allora apparteneva all’Austria, il 7 marzo 1907 e al battesimo si chiamò Nicolò Matteo; la sua era una famiglia religiosa ed operosa; a 13 anni, nel 1920 fu accolto nel noviziato di Camposampiero (Padova); fu frate professo a Padova il 10 ottobre 1924.
Compì in breve il corso liceale-filosofico a Cherso (1925-27) e i quattro anni teologici nella predetta Facoltà Teologica di Roma (1927-31), senza però conseguire la laurea, per non aver potuto completare gli esami e la tesi. Ciò lo fece rimanere comunque modesto e tranquillo, perché con umiltà diceva di aver fatto quello che poteva.
Fu ordinato sacerdote a Roma il 6 luglio 1930 nella Basilica di S. Giovanni in Laterano, celebrando la prima Messa nella Basilica di S. Maria Maggiore. I suoi primi anni di sacerdozio li trascorse dal 1931 al 1933, nella Basilica del Santo a Padova e dal 1933 al 1937 nella cripta della Chiesa dell’Immacolata e S. Antonio, allora in costruzione, in viale Corsica a Milano.
In seguito senza lasciare gli impegni spirituali, gli fu affidato il delicato, ma per lui congeniale, incarico della direzione del mensile “Messaggero di S. Antonio”, nota e diffusa rivista edita dall’omonima Opera, impegnata a propagare, attraverso la stampa, il culto di S. Antonio e guidare spiritualmente i tantissimi devoti del santo, ormai da ben 106 anni.
Si impegnò con notevole intraprendenza e successo, a dirigerla per sette anni, dal gennaio 1937 a luglio 1943; con la sua guida, la rivista passò dalle 300.000 copie del 1938, alle 700.000 del 1942, alle 800.000 copie del mensile e versioni associate dell’aprile 1943, nonostante l’imperversare della Seconda Guerra Mondiale.
Con il piglio del manager, fondò la propria Tipografia, con l’acquisto di una grande rotativa nel gennaio 1939, e con l’aiuto del direttore tipografico Carlo Bolzonella, migliorò l’organizzazione del lavoro, delle opere ed edizioni librarie.
Fu anche scrittore e fotografo in vari periodici e dello stesso “Messaggero” fin dal 1931, e in questa sua inclinazione padre Placido Cortese, non conosceva riposo, scriveva molto ed impaginava in continuazione.
Nel suo intimo era alimentato da una solida pietà e interiore spiritualità, espressa da una fitta corrispondenza con la famiglia, specie con una sorella; confermata da numerosi confratelli a lui più vicini. Di carattere ‘mite, dolce, semplice’ e sensibilissimo ai bisogni degli altri, faceva onore al singolare suo nome Placido Cortese.
Nel precipitare degli eventi bellici e politici, specie dopo l’8 settembre 1943, la sua opera assistenziale si ampliò nel Veneto in preda allo sfascio delle Istituzioni, come del resto in tutta Italia. Con una rete di benefattori, di personale scelto con accuratezza, padre Placido fu il più importante fra gli organizzatori di salvataggi di ebrei, prigionieri inglesi, esuli cecoslovacchi ed iugoslavi e altri tipi di perseguitati.
Nonostante il pericolo, agì fiducioso nel Signore, forse troppo sicuro di sé e noncurante dei rischi; eppure era stato avvertito due volte, di essere ricercato dalla Questura e quindi invitato a mettersi in salvo. La sua semplicità e fiducia nel prossimo, non gli fece avvertire l’addensarsi della tragedia sul suo capo; domenica 13 ottobre 1944, alle 13,35 vennero due infidi traditori nazifascistlllli, personalmente amici dello stesso padre Cortese e finti amici dei gruppi di resistenza, i quali amichevolmente lo prelevarono nel Chiostro delle Magnolie del Convento del Santo a Padova e una volta giunti fuori, lo fecero salire sollecitamente con una scusa in macchina e da lì fu trasferito al Bunker della Gestapo a Trieste.
Qui fu sottoposto ad interrogatori e feroci torture, con l’intento di estorcergli, ma inutilmente, nomi di patrioti e ricercati; trascorsero una ventina di giorni con quotidiane torture e secondo testimoni oculari ed attendibili, che hanno depositato per iscritto le loro deposizioni, padre Cortese ebbe cavati gli occhi e tagliata la lingua.
Rimase così ucciso dalle torture nei primi giorni di novembre del 1944 a soli 37 anni, (non si conosce il giorno esatto). Il suo corpo fu quasi certamente dissolto nel forno crematorio della famigerata Risiera di San Saba in Trieste.
Un suo confratello compagno di studi, precisò nel processo diocesano, che questo vero “martire della carità”, prima di essere ucciso chiese il ‘favore’ di poter celebrare la Santa Messa; finalmente è potuto venire alla luce l’opera apostolica, sacerdotale, editoriale, di scrittore, di benefattore, di questo intrepido frate Minore Conventuale, vissuto all’ombra del Santo di Padova e della sua tragica, eroica fine di martire, in quello catastrofico e sanguinario periodo per l’Italia e per il mondo.


Autore:
Antonio Borrelli

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Aggiunto il 2014-02-07

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