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Servo di Dio Pasquale Pirozzi Missionario

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Pomigliano d’Arco (Napoli), 13 aprile 1886 – Buenos Aires (Argentina), 3 marzo 1950


Visse la maggior parte della sua vita, come Missionario nell’America Latina, in particolare in Argentina, tanto da essere considerato un vero apostolo di quello Stato sudamericano.
Padre Pasquale Pirozzi, unico figlio maschio del ‘carradore’ o carraio Felice, nacque a Pomigliano d’Arco (Napoli), il 13 aprile 1886; nella famiglia, oltre la mamma, vi erano altre tre sorelle; il contesto sociale era quello di un paese, che vide specie negli ultimi anni dell’Ottocento, buona parte dei suoi abitanti emigrare verso le lontane Americhe.
Crebbe con il desiderio di farsi sacerdote, ma le scarse condizioni economiche della famiglia, lo costrinsero invece a lasciare gli studi e a rendersi utile nell’officina paterna di costruzione dei carri, nonostante una sua naturale gracilità.
Giovanetto conobbe a Pomigliano un giovane religioso, Giovanni Terracciano della Congregazione dei “Missionari dei Sacri Cuori di Gesù e di Maria”, che ritornava ogni tanto in famiglia, dalla Casa di Secondigliano dove studiava.
Il Terracciano, volendolo accontentare nella sua richiesta di diventare un religioso come lui, gli procurò un’incontro con i suoi superiori, i quali pur riscontrando nel giovane una carenza intellettuale dovuta all’interruzione degli studi, lo accolsero nel loro noviziato; un suo zio provvide alle spese necessarie.
Dopo sei mesi Pasquale Pirozzi a 16 anni, il 19 maggio 1902, indossò l’abito della Congregazione, fondata a Secondigliano dal beato Gaetano Errico (1791-1860); trascorse l’anno di noviziato non del tutto tranquillo, per le prove morali e spirituali cui fu sottoposto e il 1° maggio 1903 emise la prima professione religiosa.
Non primeggiò negli studi, ma lo fu nella pietà e nell’osservanza della Regola, diventando un modello per tutti gli altri; suddiacono nel 1907 e diacono nel 1908, fu ordinato sacerdote nella Chiesa Madre dell’Addolorata in Secondigliano, il 5 luglio 1909.
Dopo la Prima Messa celebrata nella natia Pomigliano, ritornò a Secondigliano dove alternò attività pastorali, alla formazione dei giovani aspiranti della Congregazione. L’anno 1913 lo trascorse nella Casa di Afragola (NA), facendosi apprezzare dai confratelli.
Intanto la Congregazione cominciava, se pur a fatica, ad impiantarsi in Argentina, con l’opera del pioniere padre Giovanni Terracciano, menzionato all’inizio, il quale dopo aver aperto una Casa a Mar de Plata, con l’aiuto di un’Associazione di dame, trovò l’opportunità di insegnare nel nuovo collegio “Benito Nazar” in Buenos Aires; per questo motivo chiese con insistenza al Padre Generale, che venisse trasferito lì il padre Pasquale Pirozzi.
Pur fra la contrarietà del Superiore della Casa di Afragola, che voleva trattenerlo, il padre Pirozzi accettò per ubbidienza, prese a studiare lo spagnolo presso il console di Spagna a Napoli e infine il 7 marzo 1914 s’imbarcò sulla nave “Alice” nel porto di Napoli.
Fra tanti saluti, lacrime e mestizia degli imbarcati che emigravano, lui rimase sereno e soddisfatto, vedendo avverarsi il suo sogno missionario, che l’aveva portato ad entrare nella Congregazione, operante secondo lo spirito missionario del beato Fondatore.
Arrivò a Buenos Aires il 30-3-1914, dopo una traversata che lo vide quasi sempre a letto con il mal di mare, impedendogli anche di celebrare la Messa. Prese a lavorare apostolicamente nel Collegio “Benito Nazar”, che contava più di 550 alunni, con le confessioni, preparando i più piccoli per la Prima Comunione, insegnando a tutti i collegiali il catechismo.
Ma mentre cercava di adattarsi al nuovo lavoro e ambiente, il 2 dicembre 1915 dopo diciotto mesi, fu richiamato in Italia per essere arruolato nell’Esercito Italiano, essendo scoppiata la Prima Guerra Mondiale. Prestò servizio in ospedali romani, in particolare al “S. Elena” gestito da suore francesi, questo gli diede l’opportunità d’imparare il francese.
Verrà congedato il 16 agosto 1919 e il 28 agosto, dopo un corso di Esercizi spirituali a Secondigliano, raggiunse di nuovo Buenos Aires con la nave “Tommaso di Savoia”. Dalla sua successiva corrispondenza e da quella di padre Terracciano, dirette alla Casa Madre, siamo informati degli avvenimenti che si susseguirono in quegli anni in terra argentina e segnatamente a Buenos Aires.
Per motivi politici e rivoluzionari che portarono anche a duemila morti nella stessa capitale, i religiosi e le suore furono costretti a togliersi gli abiti talari e ad agire clandestinamente; poi i padri dovettero lasciare il Collegio “Benito Nazar” e dopo varie vicende e qualche munifica donazione, acquistarono un terreno per erigere una chiesa e una Casa; l’iniziativa incontrò il favore del vescovo di Buenos Aires e del Nunzio Pontificio.
Completata la costruzione di una cappella, benedetta il 2 giugno 1923, venne posta sull’altare una statua dell’Addolorata, simile a quella della Chiesa Madre della Congregazione a Secondigliano, offerta da una devota donatrice argentina e scolpita dall’artista napoletano Cerrone.
La piccola chiesa venne eretta in parrocchia, con il padre Terracciano come primo parroco; i tre padri missionari Terracciano, Pirozzi e Ruggiero, vivendo in povertà e con pochi mezzi, intensificarono l’attività catechistica a tutti i livelli, istituendo l’Associazione dell’Addolorata, la Pia Unione dei Sacri Cuori, le Associazioni dei ‘Luigini’ e delle ‘Teresine’, l’Azione Cattolica, la ‘S. Vincenzo’.
I fedeli di quella zona abbandonata spiritualmente, affluirono numerosi, rendendo in pochi anni, insufficiente la cappella e istituendo una grande devozione all’Addolorata.
I padri decisero che ad ogni costo bisognava innalzare un tempio e un trono alla Patrona della Congregazione, Maria Addolorata; e il 30 ottobre del 1932 venne messa la prima pietra della costruzione, con la partecipazione di Autorità dello Stato e della Chiesa; purtroppo non era presente il padre Terracciano, che ormai ammalato da tempo, era dovuto ritornare definitivamente in Italia nel 1931, dopo 19 anni di permanenza in Argentina; morì nel 1942 nello stesso anno dell’inaugurazione del nuovo Tempio, che tanto aveva desiderato.
Padre Pasquale Pirozzi, insieme a padre Ruggiero, continuò a lavorare nella parrocchia dell’Addolorata, dove tranne alcune parentesi, trascorse circa venti anni. La sua giornata iniziava verso le 4,30 del mattino, proseguendo con molteplici attività e concludendosi a notte alta con la preghiera in chiesa, a volte s’addormentava con il capo appoggiato sul tavolo dello studio.
Naturalmente con questo ritmo la sua salute cominciò a vacillare, nonostante le preghiere di padre Ruggiero di riguardarsi, preoccupato altresì di rimanere solo nella conduzione della grande parrocchia.
La missione dei Padri, per necessità della Chiesa locale, tese ad espandersi a Montevideo in Uruguay, e poi si aprì una parrocchia a Juan Ortiz (oggi Capitan Bermudez) a cui venne destinato padre Pirozzi, che nel 1938 ne sarà il primo parroco.
Le difficoltà iniziali sono enormi, ma con l’aiuto di Dio e di qualche benefattore, si riuscì a costruire una casa per i padri a fianco della preesistente chiesetta di S. Rocco. Quella casetta costituirà l’inizio urbanistico di Juan Ortiz, alla quale ben presto si affiancheranno altre abitazioni; padre Pirozzi operò spiritualmente e nel sociale disastrato della parrocchia, praticamente da solo, perché gli altri padri vennero quasi subito inviati a curare le anime delle comunità di italiani, numerosi nella diocesi.
Dopo quattro anni, con la nuova chiesa che aveva iniziato a costruire e quasi a terminare, padre Pirozzi venne di nuovo trasferito, fra lo sgomento dei suoi fedeli parrocchiani, che parteciparono piangenti alla celebrazione della Messa di addio.
Sua nuova destinazione fu Montevideo in Uruguay; a Capitan Bermudez la municipalità gli intestò poi una strada a ricordo del primo parroco della città. A Montevideo restò tre anni, dove curò la gestione di una cappella dedicata a S. Teresina, distante sette km dalla Casa dei Missionari; si spostò ogni giorno con ogni tempo, intanto i suoi acciacchi si facevano sentire, soffriva di una continua emicrania, che nessun medicinale riusciva ad alleviare.
Nel 1945 ritornò a Buenos Aires, dopo un’assenza di sei anni, fra la soddisfazione di quanti avevano sofferto per il suo trasferimento. C’è stata un po’ di velocità nel descrivere le sue attività, considerato lo spazio disponibile; ma non si può sorvolare nel sottolineare le virtù di cui era dotato esemplarmente.
La gloria di Dio e la salvezza delle anime furono lo scopo della sua vita missionaria e la preghiera e la penitenza il segreto per ottenerle; donava tutto ai poveri, teneva per sé un solo ricambio della biancheria, che lavava lui stesso.
Aveva un debole per l’obbedienza, sapeva che Dio parla per mezzo dei Superiori e questo basta per una obbedienza, pronta, precisa e gioiosa, anche se l’io interiore si ribella. Anelava alla santità, fu un modello nell’osservanza della Regola, dominò i sensi e s’impose una vita austera; dormiva solo tre o quattro ore a notte, a volte seduto senza nemmeno stendersi; nascondeva il suo spirito di mortificazione, spesso eroico, dietro un sorriso bonario; dai suoi confratelli in Argentina e in Uruguay, era considerato “il santo della Comunità”.
Un intero libro “Sulle orme del Padre”, è stato scritto sulle sue virtù, eucaristica e mariana, sulla sua Messa, sull’umiltà, sulla ferrea memoria, sulla predicazione, sull’insegnamento del catechismo, sul confessore e direttore spirituale, sui suoi tanti scritti ed esortazioni, sulla carità, il tutto corredato da tante testimonianze di confratelli e fedeli.
Nel gennaio 1950 cominciò ad accusare una straordinaria stanchezza, i suoi orari furono stravolti dalla spossatezza, stenta a camminare, la sera del 26 febbraio mentre è a tavola con i confratelli ha un dolore lancinante al fianco sinistro ed emette un forte grido; ricoverato nell’ospedale italiano, trascorre alcuni giorni fra acute sofferenze, finché il 1° marzo scompare il dolore, non perché sia guarito, ma perché ormai si era atrofizzato tutto l’apparato renale.
Riportato in Comunità, con la corona del rosario in mano, morì verso le 18 del 3 marzo 1950, a 64 anni, di cui 37 vissuti in Argentina. I funerali videro la partecipazione commossa di tutta la parrocchia dell’Addolorata e di amici venuti a salutarlo anche da lontano.
La salma fu tumulata in un loculo della famiglia Cavagnaro-Garborino nel cimitero della Chacharita; nel 1956 i suoi resti furono traslati nel cimitero di Capitan Bermudez, nella tomba della Comunità dei Missionari dei Sacri Cuori.
Il 19 marzo 1985 fu di nuovo traslato nella parrocchia di S. Rocco di Capitan Bermudez, in una tomba ai piedi dell’altare della Vergine del Rosario di Pompei, con la partecipazione di Autorità civili e religiose.
Nella diocesi di Buenos Aires, dal 27 agosto 2001 è in corso il processo locale, per l’avvio della Causa per la beatificazione di questo figlio della provincia napoletana, che sulle orme e nello spirito del fondatore della sua Congregazione, ha donato tutto se stesso, agli emigranti italiani ed agli abitanti di quelle lontane terre sudamericane.


Autore:
Antonio Borrelli

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Aggiunto il 2004-03-10
Letto da 1960 persone

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