Casimiro Barello Morello nacque il 31 gennaio 1857 nella frazione Casa Ostino di Cavagnolo, piccolo comune in provincia di Torino, nel territorio della diocesi di Casale Monferrato. La sua era una famiglia di contadini poveri, ma dalla fede ricca e viva. In particolar modo dal bisnonno, dalla nonna e dalla mamma malata imparò a cercare Dio nella preghiera e nel raccoglimento. Visse un’infanzia normale, aiutando volentieri i familiari nei lavori di casa ed anche in campagna. Si limitò così a frequentare la scuola nei momenti di minor impegno lavorativo. All’età di soli 12 anni perse la sua cara mamma, il 13 settembre 1869, e ciò non fu per lui che una preziosa occasione per mettersi più intensamente alla ricerca di Dio, abbandonandosi fiduciosamente alla materna protezione della madre del suo amico Gesù. Con il passare del tempo la sua fede però si intiepidì. Ma ben presto Dio tornò ad irrompere direttamente nella sua vita quando, tra i 14 ed i 16 anni, fu colpito da due gravi e lunghe malattie ma fu prontamente guarito per intercessione della Beata Vergine Maria, che gli apparve come “una gran donna vestita di luce e di chiarezza” invitandolo a dedicarsi interamente a Dio con una vita di penitenza e preghiera. Dal 1873 cercò di coniugare ciò con il lavoro nei campi, ma valutando l’incompatibilità col corrispondere pienamente a tale genere di chiamata, nell’autunno del 1875 con il consenso di suo padre abbandonò le mura di casa. Iniziò così la sua nuova vita di pellegrino: un’esistenza dura, piena di sacrifici, penitenze e umiliazioni, preghiera e profonda testimonianza della propria fede. In un primo tempo toccò Genova e la Spagna, ma due anni dopo Casimiro dovette far ritorno a casa per svolgere il servizio militare ed optò per accontentare il padre ponendo fine alla sua vita di pellegrino. Si legò sentimentalmente ad una ragazza di nome Rosina ed arrivò al punto di prometterle di sposarla. Nel 1879, verso la fine del servizio militare, il Signore lo richiamò totalmente e definitivamente a sé, affidandogli una precisa missione: essere per sempre testimone della sua Presenza sulle strade d’Europa. Come i celebri San Rocco e San Benedetto Giuseppe Labre, anche Casimiro percorse a piedi scalzi buona parte dell’Europa occidentale: l’Italia, la Francia, la Spagna e il Portogallo. Fu incarcerato, maltrattato e preso addirittura a sassate da chi lo riteneva vagabondo e fannullone, non perse mai tuttavia la sua serenità affermando piuttosto: “A Gesù han fatto ben di peggio”. Ebbe a conoscere la “notte dello spirito”. A Lanciano, nei pressi di Pescara, entrò a far parte del Terz’Ordine Francescano, sostituendo così il saio all’abito da pellegrino. Si ritirò poi per alcuni mesi nel deserto di Antequera (Malaga) e proprio lì Gesù gli si manifestò, liberandolo dagli attacchi del maligno e riempendolo di una grazia traboccante. Casimiro riprese dunque a peregrinare come uomo nuovo, rivestito della potenza di Dio. Il suo passaggio portava ravvedimento e necessità di ricercare Dio. Le zone da lui attraversate conobbero un intenso risveglio della fede. Esercitò sempre un irresistibile fascino su chi aveva modo di avvicinarlo, apparendo sempre di bell’aspetto, pulito nella sua povertà, abitualmente sorridente ed affabile. Ogni qualvolta egli sopraggiungeva in un paese era solito portarsi subito in chiesa e rimanervi prostrato per ore in adorazione. “Io sono un povero ignorante – affermava sovente – e non so che le comuni preghiere. Incomincio con il Rosario, poi il Signore si degna di illuminarmi e attirarmi a Sé; allora il tempo passa senza accorgermi e lo spirito resta come assorto e immerso in Dio, che mi dà gioia grande che non so esprimere”. Al confronto di questa gioia, “[…] tutto ciò che il mondo desidera e cerca è miseria e disgusto… Il pensiero che Gesù è realmente presente, nascosto per me nell’Eucaristia, il pensare che vi sta per mio amore, che mi vede, mi sente, mi ascolta, mi è motivo di grande consolazione e non partirei mai dalla Sua Presenza”. Il tempo dell’adorazione eucaristica trascorreva a suo giudizio rapidamente, un’intera giornata gli pareva un momento. Non avvertiva né stanchezza né fame e gli rincresceva molto quando al chiudere delle chiese si trovava costretto ad allontanarsi dal Santissimo Sacramentato. “Per grazia di Dio non mi sento mai stanco di stare in adorazione: più ci sto più ci starei. Al principio, quando facevo vita dissipata, pregavo a stento e mi stancavo nella preghiera, ma dopo che il Signore si è degnato di illuminarmi, l’orazione è per me l’occupazione più dolce e di maggior gusto”. Il suo amore per Dio lo rendeva conseguentemente più attento anche alle necessità materiali e spirituali degli uomini. Si dimostrò sempre amorevole e premuroso verso i poveri, i malati, i carcerati, ma soprattutto soleva farsi carico delle persone intristite dalla loro costante lontananza da Dio. Il suo motto “Io vorrei che tutti conoscessero Dio” era anche più ampiamente argomentato: “Io prego sempre poco e vorrei pregare di più, non solo per me, ma per tanti che non pregano e vivono dimentichi di Dio, onde siano illuminati e si convertano. Chiedo al Signore che su di me scarichi tutti i peccati del mondo e gli uomini si salvino”. Casimiro si definiva “pellegrino della Madonna” e provava nei suoi confronti un grato e fiducioso affetto. Dopo che Dio si era servito di Lei per chiamarlo, Casimiro l’aveva “presa con sé”, come già l’apostolo San Giovanni sotto la Croce sul Calvario. I suoi passi erano ritmati dalla recita del Santo Rosario, cercava Maria negli innumerevoli santuari che le sono dedicati in ogni angolo del Vecchio Continente. L’invito mariano alla sequela del suo Figlio “fate tutto quello che Egli vi dirà”, fu la più grande spinta ed il principale incoraggiamento per Casimiro a proseguire in quel duro e singolare cammino. Il 23 febbraio 1884 giunse infine Alcoy, ove il suo peregrinare terminò prematuramente ad il 9 marzo seguente, ormai gravemente ammalato, in quella terra spagnola che sempre lo aveva accolto come uomo di Dio, tra quella gente convertita nel vederlo raccolto in preghiera. Migliaia e migliaia di persone affluirono nel paesino per il suo funerale e la loro presenza fu premiata con numerosissime e straordinarie grazie. In particolare tutti quegli oggetti che furono accostati al corpo inanimato di Casimiro divennero tramiti di aiuti straordinari. Dio voleva in tal modo onorare quel corpo che era stato suo tempio glorioso, episodio simile a quanto citato dagli Atti degli Apostoli: “Dio operava prodigi non comuni per opera di Paolo, al punto che si mettevano sopra i malati fazzoletti o grembiuli che erano stati a contatto con lui e le malattie cessavano e gli spiriti cattivi fuggivano” (At 19, 11-12). Su Casimiro molto si era parlato su riviste e giornali spagnoli quando ancora era vivente, ma dopo la sua morte il “pellegrino piemontese” diventò l’argomento dominante. In quei pochi ultimi giorni trascorsi nella città spagnola Casimiro aveva saputo ottenere “Ciò che le insistenze del clero non avevano potuto” come ebbero a ricordare i giornali, cioè la santificazione del giorno del Signore con il riposo e la chiusura di ogni attività commerciale, tema dunque non affatto nuovo all’alba del terzo millennio dell’era cristiana. Ventisette anni, una vita breve ma intensissima, spesa a cercare Dio ed a portarlo all’Europa in ricerca delle sue radici talvolta dimenticate. Il processo di beatificazione ha sinora portato al riconoscimento delle virtù eroiche e del titolo di “venerabile”, assegnatogli dal papa Giovanni Paolo II il 1° luglio 2000.
Autore: Fabio Arduino
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Aggiunto il 2005-08-24
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